Cosa si può dire e cosa no

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay]

[…] L’architettura digitale, nella sua ingordigia, ha tramato contro l’intelligenza collettiva o quel poco che ne era rimasto. Lo ha fatto centralizzando le discussioni (mentre Internet era nata e funzionava assai meglio dentro ambienti piccoli e decentralizzati), ha imposto una dieta mediatica basata su brevi rapidi frammenti, lettere maiuscole e frasi apodittiche da preferirsi ad ogni ragionamento estesamente esposto, ha polarizzato i temi ed i toni di ogni discussione privilegiando inevitabilmente le scelte di chi ha saputo piegare il nuovo medium ad immediatezza e brutalità.
Quello che dice di importante la lettera a “Harper’s” di J.K.Rowling, Noam Chomsky, Martin Amis e tanti altri è che il confine fra quello che possiamo e non possiamo dire è da sempre il territorio dell’innovazione culturale e come tale deve essere preservato. È in corso un tentativo reazionario per provare a cancellare ogni diversità. È un ricatto odioso, fatto di parole, che ogni persona amante della libertà dovrà trovare la maniera di combattere.

(Da un bell’articolo di Massimo Mantellini, dal titolo Se ti odio ti cancello, pubblicato nel suo blog su “Il Post” – potete cliccare anche sull’immagine lì sopra, per leggerlo interamente. La lettera citata, firmata da più di 150 tra scrittori, letterati, accademici, giornalisti, artisti, la trovate in originale qui – in inglese, dunque – e tradotta, con commento, in quest’altro articolo de “Il Post”.)

Sostenere la cultura. Altrove, però!

Passata (si spera definitivamente) la fase più critica dell’emergenza coronavirus, e constatati i notevoli problemi da essa generati in molti ambiti tra cui uno di quelli più fondamentali per l’intera società, ovvero il comprato culturale, ecco che in Europa si cerca di far fronte a tali difficoltà e sostenere un così importante elemento civico e sociale per qualsiasi società avanzata.

In Germania è stato varato il Neustart Kultur, un maxi-programma da oltre 1 miliardo di euro a sostegno dei lavoratori del settore artistico e culturale e dell’intera infrastruttura che produce cultura creativa.

In Gran Bretagna un piano di simile entità finanziaria andrà a supportare l’intera industria culturale con sostanziosi aiuti in forma di prestiti, sovvenzioni, sostegni diretti, investimenti in progetti materiali e immateriali.

La Francia ha varato a sua volta un programma straordinario di sostegno alla cultura, articolato al punto da segna il ritorno in forza dello Stato nella promozione e nel potenziamento dell’educazione artistica e culturale.

In Italia invece… be’, ecco… ehm… ah sì, è ripartito il campionato di calcio, finalmente! Evviva! Così, anche se i teatri o le librerie non riescono a riaprire, oppure chiudono proprio, possiamo vedere la partita in TV! Bello, no?

Una lettera

[Immagine tratta da qui.]
(P.S. – Pre Scriptum: questa lettera l’ho scritta prima del coronavirus, ovvio.)

Spett.le Ristorante XXXXXXXXXX,

con la presente Vi devo purtroppo comunicare di essere stato un avventore del Vostro locale l’altro ieri sera, a cena. A malincuore devo ammettere di aver trovato il locale piuttosto carino, ben arredato, ordinato, pulito, e che la buona impressione in tal senso sia generata anche dalla location, come si dice oggi, certamente amena. Altrettanto a malincuore Vi devo dire di aver mangiato piuttosto bene, con piatti ben curati senza strafare serviti da personale gentile in tempi tutto sommato accettabili, nonostante il locale fosse pressoché pieno.

Ecco, posto tutto ciò, malauguratamente Vi comunico che non verrò più a mangiare da Voi – come forse avrete intuito dalle espressioni di sconforto nonostante i giudizi positivi espressi. Il motivo è tanto semplice quanto per me inderogabile: troppo rumore.

C’era troppo rumore nel Vostro ristorante, un vociare incontrollato e francamente insostenibile che mi ha disturbato nel corso dell’intera permanenza e che, appunto, degrada grandemente l’impressione circa la qualità generale del locale e il buon godimento della permanenza in esso.

Certo, so bene che non sia una Vostra colpa diretta il dover gioco forza ospitare persone tanto fracassone e maleducate; d’altro canto è certamente una Vostra responsabilità il decoro del locale di Vostra proprietà e gestione anche dal punto di vista acustico e, in generale, il controllo dell’educazione degli avventori, la cui mancanza può fare pensare di essere in presenza di scarsa attenzione, gusto ed eleganza – doti che certamente non dovrebbero mancare alla buona gestione di un locale pubblico, ancor più se avente mire di finezza. Il casino va benissimo, per carità, ma nei momenti e nelle sedi appropriate; passare l’intera serata a cena con amici dovendo gridare per farsi sentire a pochi decimetri di distanza (così essendo costretti a partecipare al deprecabile circolo vizioso acustico: oltre al danno la beffa, in pratica) è invece a dir poco inappropriato, per non dire irritante o anche peggio.

Tuttavia, sono certo che anche senza queste mie rimostranze Voi saprete intuire il problema, comprenderne la portata e attuare le giuste soluzioni, che da un lato non danneggino la frequentazione del Vostro locale e dall’altro possano mantenerne la qualità generale. Nell’attesa, ribadisco, preferisco salvaguardare il mio udito e rivolgermi altrove, sicuro di poter tornare da Voi, prima o poi, godendo finalmente di un’atmosfera del tutto consona al godimento d’una bella serata.

Ringraziando per l’attenzione che riporrete nella presente, porgo cordiali e silenziosi saluti.

Il principio iconoclasta

[Rimozione della grande croce di Stadelhofer, Zurigo, nel periodo dell’iconoclastia calvinista. Da Illustrierte Reformations-Chronik di H. Bullingers, 1605. Immagine di Roland Fischer, Zürich; Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]
E se invece lo stesso principio iconoclasta che oggi abbatte i monumenti di personaggi dalla storia più o meno opinabile fosse applicato agli stati, oppure alle religioni?

Proprio gli Usa, ad esempio: nella loro forma istituzionale contemporanea ci hanno portato sulla Luna e hanno “inventato” internet, ma quante guerre sporche e quante azioni politiche deprecabili hanno messo in atto nel frattempo?

Oppure le religioni monoteiste, appunto, cattolicesimo in primis, la cui storia, a fronte di innegabili opere di bene, presenta una lista di misfatti che all’inferno così lunga e articolata se la sognano!

Se dovessimo utilizzare il classico metodo della bilancia, ponendo su un piatto le cose buone e sull’altro quelle cattive, temo che buona parte delle istituzioni umane avrebbe la sorte segnata, e sarebbe giustissimo che ciò avvenisse. Di contro, io credo, più ancora che l’iconoclastia fanno sempre molto bene alla causa della giustizia la conoscenza e la consapevolezza, gli strumenti che l’intelligenza, la memoria e la coscienza umane hanno a disposizione per giudicare, capire, reagire, accettare o rifiutare e adeguare la relazione di ciascuno con quelle istituzioni.

Non sono gli eroismi, le santità, le venerabilità e i prestigi di sorta che racchiudono la realtà dei fatti, rappresentandone quasi sempre un’iperbole distorsiva creata ad arte, ma l’equilibrio della verità oggettiva e obiettiva che non può ammettere estremismi celebrativi oppure denigratori, a loro volta iperboli irrazionali e devianti. Un equilibro che è pure la condizione migliore grazie alla quale praticare la libertà di pensiero e d’azione, quella che ogni individuo dovrebbe saper esercitare e che spesso proprio certe simbologie iconiche, ovvero il modo con il quale sono state narrate e imposte, hanno contribuito – a volte pur indirettamente – a impedire.

 

Abbattere statue, o sostenere verità

[Immagine tratta da Facebook, fonte qui.]
Non so se sia così giusto – quantunque del tutto comprensibile – che i monumenti dedicati a personaggi storici legati a questioni di colonialismo e razzismo vengano abbattuti, come sta accadendo un po’ ovunque in questi giorni. Sono senza dubbio auspicabili azioni pubbliche di sensibilizzazione sul tema, appunto, mentre qualche storico propone di rimuovere le statue dai luoghi pubblici e conservarle in un museo, per non nascondere il passato e poterlo contestualizzare. Giusto anche questo, ma a me resta il timore che, se da un lato lasciare le statue nelle piazze come nulla sia accaduto impedirebbe la valorizzazione quanto mai necessaria della verità e della giustizia storiche, dall’altro la rimozione – totale o tra le mura di un museo – finisca comunque per attenuare grandemente la portata della memoria storica riguardante i personaggi in questione, musealizzandola e cristallizzandola in un ambito nel quale, tutto sommato, non darebbe fastidio più di tanto.

Io invece, se potessi, proporrei di lasciare le statue di quei personaggi al loro posto ma con accanto a ciascuna – nessuna esclusa – un bel pannello riportante con la massima chiarezza i loro meriti, ove giustificati, e i demeriti, quando comprovati, così da fornire un quadro chiaro e completo delle azioni compiute lasciando che le persone possano giudicare autonomamente sul pregio da riservare ad essi (sempre che le nefandezze non superino di gran lunga gli eventuali meriti, ovvio). Peraltro, in questo modo si potrebbe rendere evidente anche l’ipocrisia di tali figure storiche, benefattrici da un lato e malvagie dall’altro, rivelando come spesso certi convenzionalismi perbenistici sui quali vengono costruite reputazioni storiche, con ampio uso di una retorica che si autogiustifica proprio nella troppo parziale conoscenza della storia, non siano che la prova di esistenze a dir poco opinabili, non certo di vite eroiche o “sante”.

Per sostenere questa mia proposta porto il caso proprio di Edward Colston, la cui statua a Bristol è stata abbattuta e gettata nel fiume, in pratica togliendola alla pubblica vista. Come si racconta su “Open”, la statua venne eretta nel 1895 e per un secolo diede fama e lustro alla figura di Colston. Poi, nel 1998 – cito dall’articolo di “Open”, «qualcuno ha scarabocchiato sulla sua base la scritta “Slave trader”, trafficante di schiavi. Da quel momento, la fama di cui aveva goduto per moltissimi anni e che lo aveva consacrato come filantropo ha cominciato ad assumere contorni diversi. In molti a Bristol lo vedono sotto una luce negativa» al punto che da tempo in diversi, enti pubblici e privati cittadini, ne richiedevano la rimozione. Ecco: è bastato così poco, ovvero tirare fuori dall’oblio un’evidenza storica riguardante la sua vita in quel modo del tutto elementare, per offuscarne il prestigio imposto e creduto. È esattamente ciò che intendo io, con quella mia riflessione: è un modo con il quale si preserva la memoria specifica nella sua interezza e si permette quell’esame di coscienza (particolare e generale) assolutamente indispensabile alla risoluzione di ingiustizie storiche che altrimenti, in un senso o nell’altro, continueranno cronicamente a provocare danni e problemi d’ogni sorta.

Insomma: aveva ed ha sempre ragione Elisabeth Barrett Browning, in generale, quando scrisse che:

I fanatici sulla terra sono troppo spesso dei santi in cielo.