“La Montagna assetata”

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Qualche giorno fa, grazie alla preziosa opera di informazione e sensibilizzazione di Michele Comi, vi raccontavo in questo articolo di come in Valmalenco, laterale della Valtellina, si voglia avviare l’ennesimo sproporzionato e scriteriato progetto di predazione delle risorse idriche montane, e ciò nonostante il cambiamento della situazione climatica sulle Alpi oltre che contro il reiterato parere negativo degli organi tecnici competenti.

A quelle mie osservazioni, relative a un caso tra tanti simili riscontrabili in molte località alpine, fanno eco le parole ben più prestigiose di Enrico Camanni pubblicate sabato 11 settembre in un suo editoriale su “La Stampa, a commento della notizia che il Rifugio Quintino Sella al Monviso chiudeva per la siccità dal momento che il Monviso, montagna un tempo ricca di ghiacci e acque, è a secco. Affiancata all’editoriale di Camanni si può leggere una riflessione di Carlo Petrini su siccità e agricoltura di montagna.

Ebbene sì: mentre le nostre montagne si deglacializzano e conoscono situazioni di siccità mai viste prima, a fronte di temperature sempre più elevate anche in alta quota, politici e imprenditori senza scrupoli e legati a strategie di sfruttamento industriale delle risorse naturali risalenti al secolo scorso, dunque non solo obsolete ma palesemente nocive, pensano unicamente a continuare la predazione di quelle risorse, nascondendosi dietro la scusa delle “energie rinnovabili” attraverso un greenwashing tanto ipocrita e bieco quanto pericoloso. Senza più neve e pure senza più acqua, il che significa inevitabilmente senza più cultura, identità, sviluppo, vitalità: di questo passo che montagne saranno quelle del futuro prossimo? Come è possibile che progetti dissennati come quello della Valmalenco e come tanti altri, turistici, industriali, commerciali in giro per le Alpi vengano ancora pensati e realizzati?

Vi ripropongo di seguito l’editoriale di Enrico Camanni, che offre molti spunti di riflessione sul tema. Riflessioni quanto mai necessarie e che devono diventare al più presto azione concreta e definitiva contro chi vuole depredare, degradare, soffocare le nostre montagne e le genti che le abitano, privandole di qualsiasi buon futuro.

Alla fine della piccola età glaciale, verso la metà dell’Ottocento, lo storico parigino Jules Michelet scriveva che «le Alpi sono il serbatoio dell’Europa e il teatro delle alte relazioni che intercorrono fra correnti atmosferiche, venti, vapori e nuvole… Arbitrando elementi diversi e opposti, ne favoriscono la pace. Li accomunano sotto forma di ghiacciai e li distribuiscono equamente fra le nazioni». L’immagine non va intesa in senso politico ma ecologico, perché le nevi hanno realmente il potere di immagazzinare l’acqua d’inverno e restituirla gradualmente tra la primavera e l’estate, alimentando sorgenti, ruscelli, torrenti e fiumi, ma anche fontane, acquedotti e campagne. Dissetandoci generosamente, senza eccessi né sprechi. Dai tempi di Michelet i ghiacciai sono smagriti terribilmente e i serbatoi idrici d’alta quota si sono ridotti almeno del cinquanta per cento, ma poiché l’acqua delle montagne ha continuato a dissetare le città, a illuminare le nostre case, perfino a innevare artificialmente le piste di sci, nessuno s’è posto il problema che un giorno potesse scarseggiare o finire. Abbiamo sviluppato un’idea talmente consumistica della montagna, magnifico terreno di giochi e avventure, che per decenni, forse secoli, ci siamo scordati che ogni prelievo ha un limite e le risorse naturali possono esaurirsi, comprese le nevi “perenni” che studiavamo a scuola nell’ora di geografia, memorizzando quell’aggettivo raffermo come una verità inviolabile.
Invece non è così, non c’è nulla di perenne in natura. Tutto cambia, tutto si trasforma. La crisi climatica lo certifica con la violenza dei fenomeni estremi, alternando alluvioni e bombe d’acqua di potenza inaudita alla siccità di questa e altre estati, o di inverni senza neve, innalzando a vista d’occhio il livello delle nevi “immacolate ed eterne”, come ci insegnavano nell’ora di religione, cancellando i nevai e prosciugando le riserve. La sete di questi giorni è la sete di un pianeta ormai diviso in due parti dall’effetto serra, con la desertificazione che avanza da sud fino alla barriera delle Alpi, mentre a nord la fusione dei grandi ghiacciai e delle calotte polari è destinata a sollevare il livello dei mari e annegare le coste. Ci mancherà l’acqua dolce e malediremo quella salata.
Pochi giorni fa sono stato nel cuore del Monte Bianco e dalla Tour Ronde all’Aiguille du Midi, dalla Vallée Blanche all’Aiguille du Plan, ho visto distese di neve rosa.
«È la sabbia del deserto» mi hanno spiegato, «ha soffiato per giorni e ha insanguinato i ghiacciai».
Più che la scena di un crimine, mi sembrava la metafora del riscaldamento globale, come se il deserto fosse già arrivato a contaminare la nostra illusione di purezza e irraggiungibilità dell’alta montagna. L’incontaminato non esiste più, la crisi ecologica è ovunque, anche a quattromila metri. Siamo tutti responsabili e vittime di quello che ci sta succedendo. Guardando la neve color salmone e le cordate che ci camminavano sopra, ho pensato che per noi è solo un fenomeno fisico, perché abbiamo la spiegazione, mentre la sapienza orientale saprebbe scorgervi qualche rivelazione, forse un’ammonizione, comunque non si rifugerebbe nella spiegazione scientifica. I ghiacciai himalayani, a differenza dei nostri, sono considerati dalle popolazioni dei luoghi speciali, governati da prodighe divinità. Le candide cime innevate recano il dono della fertilità, perché dalla neve sgorga l’acqua e dall’acqua nasce la vita. Ogni esistenza scende dalle montagne.

I predatori dell’acqua alpina

Sapete poi (anche) perché sulle montagne vengono installate così tante “giostre” da luna park per il facile e rapido divertimento del turista? Ponti tibetani, mega-panchine, passerelle panoramiche… senza contare le infrastrutture maggiori e più funzionali all’industria turistica, ovviamente. Perché l’antica strategia del panem et circenses vale parecchio pure sui monti, già. Così, distratti, svagati, sollazzati i forestieri e parimenti confusi e illusi i locali, certi personaggi che purtroppo detengono il potere di “fare”, sulle montagne, possono tranquillamente tanto quanto ipocritamente imporre progetti ben più depredanti le risorse materiali e il valore immateriale dei territori montani in questione, a tutto vantaggio dei loro personali tornaconti e a totale degrado e mortificazione dei monti (i loro, spesso) che, nelle sedi pubbliche del “divertimentificio” turistico e grazie alla sottomessa eco dei media locali, quegli stessi personaggi dicono tanto di “valorizzare”, “rilanciare”, “sviluppare” eccetera.

Un ennesimo e recente caso al riguardo lo si riscontra in Valmalenco, laterale della Valtellina che da Sondrio si incunea verso Nord tra monti splendidi e via via più alti fino ai (sofferenti, ahinoi) ghiacciai italo-svizzeri del Gruppo del Bernina. Cito testualmente quanto scrive Michele Comi – mirabile guida alpina e persona profondamente nonché “geograficamente” informata sui fatti – sulla propria pagina Facebook, in riferimento alle significative immagini che vedete qui sopra (che a loro volta traggo dalla pagina):

Ecco la supposta estiva somministrata all’insaputa dei valtellinesi, forse troppo impegnati a postare foto di porcini. Il triste epilogo dell’insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno.

Gennaio 2013:
«𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐 𝒇𝒆𝒓𝒎𝒂 𝒍’𝒂𝒔𝒔𝒂𝒍𝒕𝒐 𝒂𝒍𝒍’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂.
𝑵𝒐𝒏 𝒄’𝒆̀ 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐, 𝒊𝒍 90% 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒆̀ 𝒈𝒊𝒂̀ 𝒊𝒎𝒃𝒓𝒊𝒈𝒍𝒊𝒂𝒕𝒐 𝒆 𝒔𝒇𝒓𝒖𝒕𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒂𝒊 𝒇𝒊𝒏𝒊 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒆𝒍𝒆𝒕𝒕𝒓𝒊𝒄𝒊. 𝑺𝒕𝒂𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒓𝒊𝒔𝒄𝒉𝒊𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒍 𝒅𝒊𝒔𝒂𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒈𝒆𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒄𝒐 𝒆 𝒄𝒊 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒎𝒎𝒐 𝒕𝒓𝒐𝒗𝒂𝒕𝒊 𝒊 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒊𝒏 𝒍𝒂𝒓𝒈𝒂 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒔𝒄𝒊𝒖𝒈𝒂𝒕𝒊, 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒆 𝒊𝒏 𝒂𝒍𝒕𝒂 𝒎𝒐𝒏𝒕𝒂𝒈𝒏𝒂.»

Agosto 2021:
«𝑾𝒆 𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒖𝒅 𝒕𝒐 𝒂𝒏𝒏𝒐𝒖𝒏𝒄𝒆 𝒕𝒉𝒂𝒕 𝑯𝒀𝑫𝑹𝑶𝑨𝑳𝑷 𝒉𝒂𝒔 𝒃𝒆𝒆𝒏 𝒂𝒘𝒂𝒓𝒅𝒆𝒅 𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂𝒄𝒕 𝒇𝒐𝒓 𝒕𝒉𝒆 𝑬&𝑴 𝒔𝒖𝒑𝒑𝒍𝒚 𝒐𝒇 𝒕𝒉𝒆 𝒏𝒆𝒘 𝒑𝒓𝒐𝒋𝒆𝒄𝒕 “𝑮𝒓𝒂𝒏𝒅𝒆𝑴𝒂𝒍𝒍𝒆𝒓𝒐”, 𝒍𝒐𝒄𝒂𝒕𝒆𝒅 𝒊𝒏 𝑰𝒕𝒂𝒍𝒚, 𝒑𝒓𝒐𝒗𝒊𝒏𝒄𝒆 𝒐𝒇 𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐.»

Grande derivazione Mallero.

Per dovere d’informazione va riesumato il doppio parere tecnico negativo espresso a suo tempo da ARPA riguardo la prima «piccola» e poi «grande derivazione Mallero» (sorprendentemente ignorato!) che si occupa della valutazione preventiva degli impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica di piani, progetti e opere.
1° parere negativo, anno 2009: NO a piccola derivazione (per derivare una portata massima di 1300 l/sec): «Le operazioni in progetto comportano lo scavo di 50000 mc di materiali da trasferire per la quasi totalità alla cava Brusada-Ponticelli, in comune di Lanzada, in qualità di ricolmamento di una camera di coltivazione. A livello ambientale non si può ritenere che questa movimentazione di materiali sia ottimale per il territorio e le zone abitate, soprattutto in merito a qualità dell’aria, polveri e rumori ma anche in considerazione del fatto che l’intensa attività di cave e miniere presenti in zona è già da anni problematica […] 4 camion all’ora in andata-ritorno, circa 1 ogni 15 minuti per circa 16 mesi. Le strade di collegamento fra i cantieri e la miniera Brusada-Ponticelli attraversano tutto l’abitato di Chiesa Valmalenco e quello di Lanzada, con ovvie conseguenze circa l’incremento del traffico, del rumore e dell’inquinamento atmosferico in una situazione già caratterizzata dalla sovrapposizione di traffico di cava e turistico [..] a livello ambientale l’autorizzazione dell’opera implicherebbe un consistente depauperamento del tratto di corso d’acqua sotteso alla derivazione con conseguenze sull’ecosistema, sugli habitat naturali e sulla circolazione delle acque sotterranee; tutto questo andrebbe ad incidere su una situazione in cui è in corso un perenne tentativo di riequilibrio della naturalità a seguito delle attività di cava […] Il progetto interagisce con un territorio ad elevata naturalità, poco colonizzato, noto per la vocazione turistica […] è da prevedere un depauperamento del torrente per i prossimi 30 anni, mentre il traffico legato principalmente allo scavo della galleria di derivazione/cantieri è da prevedere per circa 2 anni.»
2° parere negativo, anno 2012: NO a grande derivazione (per derivare una portata massima di 9500 l/sec): «Preso atto delle consistenti modifiche apportate dal progetto presentato a suo tempo per la piccola derivazione, che sostanzialmente modificano tutto l’impianto […] è evidente un ulteriore e ancor più cospicuo impatto negativo sul corso d’acqua; pertanto con la presente si ribadisce nella sostanza il parere tecnico negativo.»

Anno 2021: al via gli espropri.

«𝐴 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑣𝑎 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑜𝑟𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑖𝑚𝑝𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑙𝑜𝑐𝑎𝑙𝑖…» (Giuseppe Songini, Acque misteriose. Libro bianco sull’uso delle acque nei grandi impianti idroelettrici della provincia di Sondrio, 2006).

Ecco, questo è quanto riferisce Michele Comi sulla vicenda.

Nota bene: per evitare le farneticazioni di certi sputasentenze che tanto proliferano sul web, preciso che, per quanto mi riguarda, non è in discussione l’eventuale necessità di una captazione idrica, ma il palese e tremendo gigantismo generale dell’opera, totalmente fuori misura e contesto come rilevato per ben due volte e in periodi differenti dall’ARPA, e ancor più è da discutere senza ombra di dubbio la forma mentis ben visibile alla base di progetti del genere, basati unicamente sulla depredante patrimonializzazione delle risorse materiali e immateriali delle montagne per ricavarci un mero business, convenientemente celato dietro i consueti propositi di sviluppo i quali, invece e indubitabilmente (ARPA dixit, ribadisco) le montagne le soffocano definitivamente. Per dirla in breve e “sottilmente”, così da essere più chiari possibile, in queste opere ciò che fa senso è la loro assoluta mancanza di buon senso. Assoluta.

Ecco, questo io discuto fermamente. Una mancanza che, in una società che volesse veramente definirsi progredita, avanzata nonché operante a favore dei propri membri (cittadini, abitanti, residenti, visitatori – tutti noi, insomma), sarebbe combattuta come la peste. Invece, siamo ancora fermi a ciò che con parole perfette afferma Michele Comi, alla «insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno».

La città del futuro

[Foto di Denys Nevozhai da Unsplash.]
Negli ultimi anni si è avviato un dibattito vivace e spesso molto interessante sul futuro delle città, che a seguito dell’emergenza Covid e di tutti gli annessi e connessi – soprattutto in chiave sociale e sociologica – si è anche ampliato a riflessioni e proposte sempre più concrete anche perché inesorabilmente necessarie.

Nell’ambito dello spazio-mondo antropizzato, è inutile dire che la città rappresenta da sempre il modello abitativo umano per eccellenza, e ciò nel bene e nel male ovvero manifestando l’eccellenza della pratica dell’abitare, qualsiasi cosa possa voler significare nella forma e nella sostanza, e parimenti la rozzezza o il degrado di essa. Già prima del Covid c’era una distanza sempre più estremizzata tra i limiti appena citati, con da una parte neo-luoghi frutto di riflessioni architettonico-urbanistiche (ma anche sociali, economiche, sociologiche, antropologiche…) ponderate e innovative, capaci di “fare” la città ovvero di farne gli abitanti, e dall’altra parte i tanti, troppi non luoghi frutto della mancanza di quelle riflessioni e del perseguimento di interessi meramente e bassamente materiali, la cui presenza in città ne ha distrutto e ne distrugge l’urbanità generando inevitabilmente altrettanti non abitanti, “cittadini” solo di nome in preda a fenomeni di spaesamento, alienazione, desocializzazione e senza un autentico legame culturale con la città abitata. La pandemia, come detto, ha ancora più radicalizzato le varie differenze interne al corpo-città e i relativi scollamenti evidenziando soprattutto gli elementi più controversi e devianti, la cui pericolosità, a seguito dei lockdown forzati, del distanziamento sociale, dell’impossibilità di mettere in atto la socialità naturale di una città e di ogni altra cosa correlata, si è rivelata in modi lampanti e inquietanti.

Tuttavia, ribadisco, la città rappresenta ancora oggi il modello pratico fondamentale scaturente dalla pratica dell’abitare umano oltre che l’ecosistema antropico più emblematico, e lo è per se stessa così come per qualsiasi altro spazio antropizzato, che abbia forma di agglomerato abitato oppure di semplice spazio umanizzato a fini funzionali ma nel quale vi sia interazione tra abitanti pur temporanei nonché tra essi e il luogo – citandomi immodestamente, non è per un mero caso se lo scrivente si occupa di progetti culturali per la montagna ma tra gli ultimi libri ne ha scritti due su altrettante città, entrambe assai emblematiche per ciò che urbanamente (ancor più che urbanisticamente) rappresentano. È soprattutto nelle città che nascono e si sviluppano i modelli relazionali sociali più diffusi (in forme così palesi da poter essere agevolmente studiate e analizzate), ed è dalle città che quei modelli vengono poi esportati (o imposti) altrove insieme a correlati schemi urbanistici, non di rado con (de)contestualizzazioni piuttosto tragiche: basti pensare a certi villaggi montani la cui struttura originaria è stata stravolta a fini turistici assumendo le fattezze di una periferia cittadina, con condomini orribili, parcheggi enormi, strutture commerciali e altre opere (con tutte le forme mentis che si portano dietro, peraltro) del tutto avulse dal contesto territoriale e culturale locale. Le città, insomma, ampliano su macroscale tutte quelle problematiche proprie dei processi di antropizzazione e urbanizzazione di ogni spazio abitato e lo fanno nel bene e nel male, appunto, mantenendosi un modello di sviluppo e di innovazione ovvero di degrado e di inganno della pratica umana dell’abitare, così che il dibattito sul futuro delle città assume un valore e un’importanza assoluti, soprattutto dove e quando metta finalmente da parte il carattere di univocità tirannica che i modelli dell’abitare cittadino hanno assunto soprattutto negli ultimi secoli e sappia considerare, accogliere e sviluppare modelli alternativi, magari nati proprio dove di “città” e “urbanità” non verrebbe immediatamente in mente di disquisire – le aree rurali e i piccoli borghi, per dire – ma di contro dove le differenti dinamiche sociali, economiche, culturali presenti possono generare altrettanto differenti pratiche dell’abitare antropico: al riguardo penso al modello della “metro-montagna”, ad esempio, sviluppato in primis da Giuseppe Dematteis.

A proposito di città del futuro, alcuni dei contributi recenti più interessanti li ho trovati negli scritti di Maurizio Carta, autore del recente saggio Futuro. Politiche per un diverso presente edito da Rubbettino: ad esempio in [Nuovo Abitare] Reimmaginare le città della prossimità aumentata, pubblicato su “Ag|Cult” il 1 febbraio di quest’anno, Carta scrive:

Da urbanista e “futuredesigner”, che da anni lavora sulle metamorfosi urbane, sono convinto che serva una riflessione competente e sistemica per imparare dalla crisi, per rivoluzionare i nostri comportamenti una volta superata la pandemia, e per evitare – o mitigare – la prossima crisi. Non significa abbandonare le grandi città, come propongono alcuni, né associare al distanziamento fisico necessario per ridurre il contagio il distanziamento urbano, producendo, come conseguenza, una dispersione urbanistica che aggraverebbe l’impronta ecologica.
Ritengo, invece, che dobbiamo aggiornare al tempo post-pandemico quelle che definisco “città aumentate”, sistemi urbani capaci di amplificare la vita comunitaria senza divorare risorse: città più senzienti per capire prima e meglio i problemi, più creative per trovare risposte nuove, più intelligenti per ridurre i costi, più resilienti per adattarsi ai cambiamenti, più produttive per tornare a generare benessere, più collaborative per coinvolgere tutti e più circolari per ridurre gli sprechi ed eliminare gli scarti. Città a prova di crisi. Voglio proporre qui un modello di “città della prossimità aumentata”, ad intensità differenziata, policentriche e resilienti, con un più adeguato metabolismo circolare di tutte le funzioni, con una maggiore vicinanza delle persone ai luoghi della produzione e ai servizi, con una nuova domesticità/urbanità dello spazio pubblico. Dobbiamo usare la creatività del progetto, imparando dalla natura che si evolve per innovazioni, per adattamenti creativi e per inedite cooptazioni. Nel concreto, dobbiamo progettare la rigenerazione delle nostre città perché siano antifragili, capaci di usare le crisi per innovare, luoghi mutaforma capaci di adattarsi alle diverse esigenze delle città anti-sindemiche. Non più il tradizionale elenco di funzioni separate (figlio dell’urbanistica del Movimento Moderno, della città-macchina), ma, imparando dall’intelligenza e dalla creatività della natura, un fertile bricolage di luoghi che siano insieme case, scuole, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei, luoghi di cura, interpretando ruoli differenziati.

Qui invece trovate un altro interessante e recente contributo che disserta intorno al citato saggio di Maurizio Carta: [Sviluppo locale e Comunità] La forma della città del futuro. Ne cito un passaggio per chiudere in modo intrigante questo mio articolo:

Il futuredesign delle città del diverso presente per il futuro che vogliamo, soprattutto delle città mediterranee dovrà agire entro un nuovo urbanesimo che operi, non più come un set lineare di istruzioni fondiarie alimentate dal consumo di suolo e dalla rendita, ma come un sistema vivente, che evolva con le persone, che si sviluppi circolarmente, non producendo rifiuti, che si reinventi e si rinvigorisca attraverso la metamorfosi. Richiede un urbanesimo capace di essere nuova guida sapiente dei processi insediativi attraverso l’integrazione con la sostenibilità ecologica, con la gestione dell’uso dei suoli, con l’efficienza energetica, con la progettazione di nuove forme dell’abitare, senza sottrarsi dalla produzione di valore, ma anzi accettando la sfida di tornare a produrre «valori», materiali e immateriali.
Le città contemporanee sono organismi vibranti di luoghi e comunità, di dati e informazioni, di sensori e attuatori, di azioni e reazioni generati sia dalle persone che dall’ambiente. Le città devono essere più reattive ai nostri cambiamenti comportamentali, fungendo da dispositivi abilitanti per migliorare la nostra vita contemporanea. Una città più intelligente non sarà quella che aggiunge tecnologia ed efficienza al suo organismo tradizionale, ma dovrà essere una città che innova profondamente le sue dinamiche di sviluppo, che rivede il suo modello insediativo e che ripensa il suo metabolismo, che rinnovi il patto sociale con i suoi cittadini, fondato sul binomio spazio-società.
È una città che genera cittadini intelligenti e attivi investendo nel capitale umano e sociale, nei processi di partecipazione, nell’istruzione, nella cultura, nelle infrastrutture per le nuove comunicazioni. Una città che innova il software (il modo di abitare, produrre, muoversi) e non solo l’hardware, che rielabora un modello di sviluppo sostenibile, garantendo un’alta qualità di vita per tutti i cittadini e prevedendo una gestione responsabile delle risorse attraverso una nuova politica, più aperta e condivisa.

Un “compromesso” un po’ compromesso, sulle pale eoliche

[Rendering del progetto di parco eolico del Monte Giogo, in Toscana. Immagine tratta da radiomugello.it, che qui offre un’articolata ricostruzione del caso in questione.]
Pochi giorni dopo la pubblicazione del mio articolo-sondaggio sul Parco Eolico del San Gottardo (ringrazio ancora quelli che, qui e soprattutto sui social, mi hanno sottoposto i loro pareri), “Il Post” ha pubblicato un articolo sullo stesso tema ma dedicato a un altro parco eolico in progettazione sul Monte Giogo di Villore, nel Mugello (Toscana), dal titolo Il compromesso per l’eolico, nel Mugello.

La parola “compromesso” ha destato la mia curiosità, visto che nel mio articolo sopra linkato dissertavo proprio sulla difficoltà di costruire una relazione equilibrata tra il paesaggio inteso come elemento concettuale culturale e identitario del territorio e le infrastrutture antropiche in esso installate, sovente abbastanza imponenti da modificare la concezione e la percezione del paesaggio nonché la ancor più importante relazione antropologica con chi viva quel territorio e, appunto, ne elabori il paesaggio. Tuttavia, ripeto, avendo letto “compromesso” mi sono subito chiesto: bene, vediamo dunque come hanno gestito la questione, lì nel Mugello.

Innanzi tutto l’articolo de “Il Post” mi pare confermi quanto ho scritto io, ovvero che il tema specifico sia ben lungi dall’essere culturalmente ben approfondito e elaborato a sufficienza, e che i dibattiti fino a oggi intrapresi, nel complesso, restino ancora a un livello piuttosto superficiale e legato alle circostanze del momento o tutt’al più del futuro prossimo, senza una visione antropologica più lunga e maggiormente strutturata, sia in senso generale che nel dettaglio di alcuni elementi fondamentali – come il concetto di “ paesaggio” e cosa si debba intendere con il termine, per dirne uno. D’altro canto, nell’articolo stesso si evidenzia quasi subito che

Per come è andata finora, questo progetto sembra rappresentare meglio di altri il difficile compromesso tra la necessità di trovare nuovi modi per produrre energia e allo stesso tempo tutelare l’ambiente e il paesaggio.

Peraltro è altrettanto significativo leggere e constatare che tra le principali entità istituzionali atte alla gestione a alla salvaguardia del territorio sussistano pareri opposti sul progetto:

I comuni di Vicchio e Dicomano hanno dato il loro parere positivo al parco eolico, così come la Regione a cui spetta l’autorizzazione definitiva, mentre al momento la soprintendenza di Firenze si è detta contraria dopo aver presentato alcune richieste di modifiche che secondo l’AGSM renderebbero il progetto non sostenibile economicamente.

Nota bene: te credo che Vicchio e Dicomano hanno dato parere positivo al progetto, dato che, se verrà realizzato, si porteranno a casa il 3 per cento dei ricavi annui, circa 130mila euro. Per due comuni relativamente piccoli questi denari non sono coriandoli, senza dubbio; resta da capire se tali cifre rappresentino “compensazioni” legate alla realizzazione del parco eolico (dunque una indiretta amissione di impatto ambientale eccessivo che imponga delle reiterate “scuse” – finanziarie, nel caso) ovvero una sorta di – consentitemi la definizione molto “franca” – bustarella legale per assicurarsi il consenso degli enti primari del territorio – i comuni, appunto.

In ogni caso, vediamo quale è il “compromesso” proposto per il progetto del Mugello:

La soprintendenza ha chiesto di eliminare tre turbine su otto per limitare il taglio degli alberi durante i cantieri. In vista della prossima conferenza dei servizi, in programma il 26 luglio, l’azienda sta lavorando a una soluzione che prevede la rimozione di una sola pala eolica: l’impianto passerebbe da otto a sette turbine. «Abbiamo proposto di togliere la pala che sarebbe stata installata nel punto meno produttivo, distante dal crinale e senza nessuna strada di accesso», dice l’ingegnere Marco Giusti, direttore di progettazione e ricerca dell’AGSM. «In questo modo si dovrebbe perdere solo l’8 per cento della produzione di energia elettrica ed evitare metà del taglio degli alberi previsto». Con questo compromesso, l’obiettivo è arrivare a un accordo tra tutte le istituzioni. Giusti è convinto che questo progetto sia stato fatto “a regola d’arte”.

In pratica, la soluzione “a regola d’arte” ovvero il compromesso (ma mi verrebbe più da definirlo “ripiego” o “scappatoia”) è totalmente legato alla definizione di una mera (seppur importantissima, sia chiaro) questione ambientale; salvo dettagli ulteriori che nel caso sono ben felice di poter ricevere da chi li abbia, non mi sembra che tale “compromesso” contempli anche una riflessione (meglio sarebbe una concreta valutazione) circa l’aspetto culturale e antropologico di una realizzazione del genere – si veda al riguardo lo Studio di Impatto Ambientale del progetto in questione. Sia chiaro: la cosa non mi sorprende più di tanto, dal momento che riflessioni e valutazioni del genere sono pressoché assenti – anzi, per meglio dire, sono chimeriche – nei dibattiti intorno a progetti di questa portata. Eppure, non ragionare su come l’elaborazione culturale del paesaggio verrà modificata dall’installazione delle grandi pale eoliche, ovvero su come verrà alterata (non è detto in peggio, voglio precisarlo) l’identità di luogo di quella zona e dunque, di conseguenza, come varierà l’appropriazione culturale del luogo in senso identitario per i suoi abitanti, credo rappresenti una mancanza non indifferente, soprattutto se si vuole affrontare una valutazione complessiva di tali grandi antropizzazioni non solo riguardo lo spazio ma pure riguardo il tempo, e non un tempo prossimo ma il più possibile proteso al futuro. Potrebbe sembrare, di primo acchito, una discussione sul sesso degli angeli; in verità, la storia degli ultimi due secoli di antropizzazione e di territorializzazione dei luoghi naturali, soprattutto quando di pregio come quelli rurali-montani, è ricolma di casi di sottovalutazione della portata culturale e antropologica delle opere eseguite, sia di minima e pur evidente importanza fino a certi grandi interventi che hanno letteralmente stravolto il carattere e l’identità dei territori in questione, stravolgendo in tal modo pure la relazione con essi dei loro abitanti fino a causare conseguenze psico-sociali ben rilevate e rilevabili quali spaesamento, alienazione, perdita del legame identitario e della relazione storica (ovvero, per dirla in modo più suggestivo, del dialogo con il Genius Loci del territorio). Tutte circostanze che poi si ritrovano alla base dei fenomeni di spopolamento e di degrado socioeconomico e paesaggistico dei territori in questione i quali fenomeni, una volta avviati, è quasi impossibile arrestarli se non nel giro di qualche generazione e solo con un gran lavoro di rialfabetizzazione antropologica vero i territori e i luoghi nonché con una riscoperta dell’identità di essi – sempre che col tempo non sia siano definitivamente trasformati in “non luoghi”.

Tutto ciò, lo ribadisco una volta ancora come ho fatto in quel mio articolo sul Parco Eolico del Gottardo, senza voler esprimere giudizi, ora, sulla bontà o meno di tali opere: non sto dicendo che le grandi pale eoliche abbruttiscano e guastino i territori ove vengono installate e nemmeno che viceversa li rendano più belli, affascinanti o futuristici. Voglio solo caldeggiare la necessità di una più approfondita riflessione sulla realizzazione di queste grandi infrastrutture, lontana dalle mere strumentalizzazioni ideologiche, dalle fascinazioni tecnologiche o dalle considerazioni estetiche ma pure dalle più rudimentali convenienze economiche; una riflessione di natura primariamente culturale, al fine di capire e aver la piena consapevolezza circa cosa accade, al paesaggio di pregio, quando in esso si piazzano un tot di enormi pale eoliche alte 160 metri e più, e cosa di conseguenza accade dentro chi quel territorio abita, vive e riconosce come geografia identitaria e referenziale.

Per il momento, ripeto, una riflessione del genere non la vedo ancora e credo sia un peccato, questa mancanza.

Qualche domanda sulle pale eoliche

P.S. (Pre Scriptum): leggete il brano qui sotto ma non fermatevi ad esso e andate oltre, grazie!

Negli ultimi due secoli la regione alpina – una volta considerata un frammento di natura selvaggia – è stata fortemente addomesticata seminando ovunque interventi infrastrutturali che l’hanno trasformata in un paesaggio culturale. Sono così scaturiti paesaggi della comunicazione, costituiti da antenne e tralicci; paesaggi idroelettrici, tramite l’edificazione a grande scala di dighe e bacini idrici artificiali; paesaggi della mobilità, tracciati in grado di ridurre tempi e distanze ridisegnando l’assetto territoriale, ma anche paesaggi eolici, localizzati in zone ventose adatte all’installazione di aerogeneratori dai tratti essenziali. […]
Questi artefatti funzionali pongono inoltre agli studiosi del paesaggio una serie di problemi interpretativi, a cui si accenna nei saggi presentati. Come è noto, a partire dal XV secolo si è progressivamente delineato un comune «codice dello spazio» che ha orientato sia la produzione territoriale che la sua percezione individuale. Un codice collettivo che di fronte alle serrate trasformazioni della modernità è entrato in crisi nel Novecento evidenziando la fragilità degli equilibri precedenti. «Ora siamo messi a confronto con una realtà molto articolata – avverte il geografo Claudio Ferrata – in cui infrastrutture di diverso genere hanno acquisito un posto preponderante e configurato il territorio: una diversità dei paesaggi che non fa che riflettere la condizione ordinaria del mondo che ci circonda»; aprendo quindi degli interrogativi sulla relazione che queste opere intrattengono con i paesaggi, sul modo in cui alterano i sistemi di relazioni spaziali o i processi di territorializzazione.

[Dall’editoriale del numero 01/2021 di “Espazium-Archi”, rivista svizzera di lingua italiana per progettisti, architetti, ingegneri, istituzioni, attori e operatori del settore edile, dedicata in questa uscita ai paesaggi tecnologici delle regioni alpine.]

[Immagine tratta da aet.ch.]
Da qualche mese in Svizzera, ai 2100 m di quota del Passo del San Gottardo (Gotthardpass in tedesco) che per gli elvetici è “la montagna nazionale” ovvero culla della nazione e simbolo identitario, è attivo il più elevato parco eolico d’Europa, dotato di cinque aerogeneratori alti quasi 150 metri la cui presenza si distribuisce lungo la vasta sella che conforma il valico, punteggiata da diversi bacini lacustri, naturali e artificiali, e circondata da vette belle e alpinisticamente rinomate.

Nel suo genere, è senza dubbio una delle infrastrutture più emblematiche mai costruite, proprio perché si inserisce in un territorio d’alta quota, comunque in parte già antropizzato, e nel suo paesaggio talmente peculiare, ricercando (o pretendendo) un dialogo con gli elementi geomorfologici del luogo – le montagne, in primis – che inevitabilmente perdono parte della loro funzione di marcatura referenziale ovvero di presenze indiscutibilmente dominanti sul luogo. Non che non restino ancora tali, sia chiaro, ma indubbiamente ora ci sono alcuni nuovi oggetti, le cinque grandi pale appunto, che nel bene o nel male diventano ulteriori punti focali (non naturali e antropici) nella percezione visiva del territorio del passo. Ma certamente ve ne sono altri, di impianti dotati simili peculiarità in relazione al luogo nel quale sono installati: come ripeto, di sicuro il parco eolico del Gottardo è tra i più iconici – a prescindere da come lo sia, ecco.

[Immagine tratta da bluewin.ch.]
Poste queste rapide osservazioni, vi chiedo: che ne pensate, di una infrastruttura del genere? È bella, è brutta, è in armonia con il territorio d’intorno, è uno scempio orribile? Il paesaggio del valico del Gottardo come vi pare (se vi pare) cambiato, con la presenza delle cinque pale? Credete sia un impianto di produzione d’energia alternativa accettabile e ammissibile, nel complesso, oppure al riguardo è oltre il limite di tolleranza, in un luogo del genere?

Se vi va, rispondete liberamente ovvero senza preconcetti e pregiudizi. Il dibattito al riguardo (in senso generale, voglio dire, non nel caso specifico qui narrato o in altri similari) non si è ancora sviluppato nel modo migliore e più virtuoso possibile, a mio parere, ergo cercare di capire quale immaginario diffuso si sia formando al riguardo è veramente interessante e istruttivo.