Conversazioni sull’arte contemporanea – parte 4a

Torno (con colpevole ritardo, di cui mi scuso molto) a chiacchierare con Emanuele intorno all’arte contemporanea, una conversazione intrigante e interessante per il quale gli rinnovo la mia gratitudine. Nel blog di Emanuele Accendi la mente trovate la “puntata precedente” della chiacchierata – nella quale Emanuele mi sottopone le domande (con relative sue considerazioni, in corsivo qui sotto) le cui mie risposte potete leggere di seguito – oltre che le antecedenti “conversazioni”. Tutto quanto, sia chiaro, non è “cosa privata” tra lo scrivente ed Emanuele ma è assolutamente aperto a qualsiasi contributo altrui.

Maurizio Cattelan, “L.O.V.E”, 2010.

In cosa si manifesta il talento dell’artista contemporaneo?
Posso azzardare qualche risposta: intuizione nell’individuare un nuovo punto di vista; immaginazione nel trasmettere un messaggio in modo originale ed innovativo; elaborazione di un pensiero alternativo e laterale.
Quello che vedo poco è il talento nella realizzazione dell’opera fisica.

Bella domanda, alla quale potrei dare due risposte, una più “teorica” e l’altra più personale. La prima: il talento artistico, oggi, penso sia identificabile in primis con la dote di saper materializzare nella dimensione reale le visioni e le percezioni immateriali/intellettuali. Ovvero, la capacità di ampliare la realtà oltre il visibile e comprensibile ordinario, facendo dell’opera d’arte (sia essa visiva o d’altro genere: anche quella letteraria, per dire) il media col quale non solo compiere tale operazione ma con cui trasmetterne il senso. Il medium che è il messaggio, come diceva Mc Luhan, cioè il lavoro artistico che diventa matrice estetica e manifestazione visuale della pubblica comunicazione di senso e di concetto.
La seconda: il talento non esiste. Ciò che consideriamo talento in alcuni è solo abulia in altri. L’artista, in tal senso, sa sfruttare la sensibilità che chiunque possiede ma che molti non sanno o trascurano di avere.

Quale differenza sussiste fra la critica dell’arte moderna e quella di un altro periodo artistico?
Posso paragonare due macchiaioli confrontando la differenza di tecnica; affiancare due sculture in marmo e disquisire sulla capacità di rappresentare la leggerezza di un tessuto o l’intensità espressiva del volto. Posso quindi esprimere un giudizio sulla realizzazione dell’opera.
Nellarte moderna tale opportunità mi sembra preclusa. Il che può anche essere un punto di forza: l’artista non è costretto a sottostare ad alcun vincolo (materiale e/o di tecnica) aumentando conseguentemente le forme espressive di uno stesso messaggio.

In verità la “critica”, nell’accezione attuale del termine e della relativa realtà pratica, è invenzione recente; forse parlare di e distinguere differenti periodi artistici, quando la forza della critica si è palesata sostanzialmente nel Novecento ovvero in quel periodo che, tutto sommato, stiamo ancora artisticamente vivendo nella sua evoluzione (ultima/finale, o forse no) non è del tutto consono. Tuttavia, restando nella scia della tua domanda, per quanto mi riguarda non vedo grosse differenze tra elucubrazioni critiche di periodi differenti, in senso prettamente artistico, semmai le vedo se considero l’arte come dotata di un intrinseco e importante (nel bene e nel male) aspetto mercantile, proprio dell’epoca moderna e contemporanea. Da questo punto di vista certamente la critica ha assunto spesso caratteri più “politici” che culturali, affiancando alla propria missione di mediazione artistica quella di “generatrice di interessi” – diciamo così. Al punto che secondo molti oggi la critica giace ormai in uno stato assai comatoso – in molti casi sostituita dalle figure curatoriali come mediatrici tra arte e pubblico ovvero da una figura ancora più nuova (in Italia, meno all’estero essendo già più diffusa) e più specializzata, quella del “mediatore culturale museale”, appunto.

Può esistere un’opera di arte contemporanea senza il suo messaggio?
Un orinatoio è la rappresentazione fisica di un pensiero senza il quale esso perderebbe il valore artistico. Un quadro di Georges Seraut manterrebbe un pregio fosse anche solo per le capacità artistiche del pittore.

Oggi probabilmente un’opera d’arte senza messaggio esisterebbe come sarebbe esistita fino a prima delle avanguardie, ovvero solo se dotata d’una propria valenza artistica o d’un qualche appeal pubblico – ma questo perché è ciò che ci siamo abituati a concepire e pensare al riguardo. Tuttavia io credo che le due concezioni di “opera d’arte” da te indicate non possano essere messe in raffronto dacché – ribadisco – facenti parte di due mondi differenti seppur appartenenti allo stesso “firmamento” artistico, ovvero a due epoche dotate di ben diversi stilemi culturali, intellettuali, di costume, espressivi, eccetera. Se Duchamp avesse proposto il suo orinatoio cento anni prima di quando lo fece, definendolo “arte”, probabilmente l’avrebbero messo in manicomio, in quanto quel mondo aveva ancora metri di giudizio artistico-culturali d’un certo tipo e provenienti da un certo retaggio. Cento anni dopo la situazione era cambiata, la genialità di Duchamp è stata quella di intuire tale profondo cambiamento, di comprendere la portata della rapida rivoluzione paradigmatica figlia del progresso e dell’evoluzione culturale in atto, e di concettualizzarla in maniera tanto immediata quanto chiara. Ugualmente oggi, se qualcuno proponesse lo stesso orinatoio (ipotizzando che Duchamp o nessun altro l’avesse già fatto prima), temo che verrebbe sostanzialmente ignorato, sempre per gli stessi motivi protratti ed evoluti nel tempo.
Con tutto ciò, però, io dico che pure le opere di Seurat, o Rembrandt, o Raffaello o di qualsiasi altro artista, avevano e hanno un messaggio più o meno strutturato portato all’attenzione del loro fruitore, solamente meno evidente dacché subordinato alla valenza estetica dell’opera: il divisionismo seuratiano, per citare lo stesso tuo riferimento, ha dietro tutto il corpus concettuale estetico-filosofico (il pensiero di Nietzsche, per dirne uno) elaborato a fine Ottocento e già prodromico di quello delle più radicali avanguardie novecentesche, ad esempio. Oggi invece accade il contrario, appunto, e ciò per il mondo con cui si è evoluta la civiltà umana e la sua cultura (nel bene e nel male che ciò abbia comportato e comporti, come sempre), ivi inclusi i gusti e le percezioni estetiche, mi viene da dire: per chi scrive Rothko è bellezza pura e assoluta, per tanti altri è una tela sporca. Ecco.

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INTERVALLO – Torino, “Wild Mazzini Data Art Gallery”

Di solito, in questo spazio denominato “INTERVALLO” a memoria di quei vuoti del palinsesto dei canali RAI d’un tempo nei quali scorrevano immagini di bei paesaggi italiani, voglio similmente mostrare bei luoghi (in senso generale) dedicati principalmente ai libri e alla lettura. Oggi invece vi propongo un luogo che di lettura assolutamente si occupa e tuttavia non è una biblioteca, una libreria o altro del genere, ma una notevole e innovativa galleria d’arte di Torino: Wild Mazzini Data Art Gallery.

Come già il nome può far intuire, Wild Mazzini si occupa di lettura, certamente, ma di dati: infografiche, data visualizations, video, sculture e installazioni fatte (anche) da numeri, parole, grafici e rappresentazioni visive di informazioni capaci di accrescere la consapevolezza intorno a temi come privacy e identità, copyright e fake news, fenomeni sociali e culturali. Un’idea e un progetto curatoriale i quali fanno di Wild Mazzini uno spazio fisico che è un unicum in Italia e all’estero, nel quale le opere esposte, in linea con la mission di questa disciplina, saranno in grado di leggere, analizzare e comprendere alcune delle più importanti realtà del mondo contemporaneo trasformandole visivamente senza perderne la complessità, anzi, accrescendone il valore parimenti alla fruizione e alla cognizione.

Attiva da aprile 2018, Wild Mazzini ha già ospitato alcune mostre veramente interessanti e intriganti, frutto del concept curatoriale sopra esposto: tanto per citarne qualcuna, una mostra di Adriano Attus su Numerage e Neometrie, la decostruzioni in sistemi visivi di Space Oddity di David Bowie compiuta da Valentina D’Efilippo, l’esplorazione del corpus filosofico di Immanuel Kant trasformato in segni grafici da Valerio Pellegrino, la selezione di infografiche che Federica Fragapane ha realizzato in quattro anni per “La Lettura” del Corriere della Sera… ma sono solo alcune, appunto, delle mostre ospitate da Wild Mazzini, tutte notevoli e ciascuna capace di sollecitare esercizi di autentica lettura culturale del mondo d’intorno tanto originali e affascinanti quanto preziosi e assolutamente utili.

Cliccate sulla prima immagine inserita nel post per visitare il sito web di Wild Mazzini Data Art Gallery, così da conoscerla ancora più a fondo e per avere tutte le news sulle mostre in corso e su quelle future. Eppoi andateci, che la visita di un luogo del genere non può che fare del bene alla mente e allo spirito di chiunque!

Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito (2° tempo)

P.S. – Pre Scriptum: nel suo bel blog Accendi la mente, Emanuele dedica una sua risposta, ed alcune interessanti osservazioni, al mio articolo Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito (cliccate sul link per leggerlo, se ve lo siete perso), nel quale disquisivo del rapporto non sempre “idilliaco” (eufemismo!) tra molte persone e l’arte contemporanea, sovente accusata – riassumo brutalmente i concetti per chiarezza e rapidità – di essere incomprensibile, troppo cervellotica, scarsamente dotata di autentico valore artistico ovvero frutto di mediocre talento, per così dire.
Di seguito potete leggere l’articolo/risposta di Emanuele e, successivamente, le mie contro-osservazioni, in un confronto di idee assolutamente intrigante per il quale non posso che ringraziare Emanuele di cuore.

Caro Luca,
ho letto con interesse il tuo articolo sull’arte contemporanea e ho deciso di risponderti con un post invece che con un commento. Iniziamo!
Io sono uno di quelli che dice “Quella roba lì la potevo fare anche io!“. Dietro questa frase semplicistica si snodano diversi pensieri (strettamente personali) che concorrono alla mia opinione sull’arte contemporanea. Eccone alcuni.
La prima caratteristica di un artista è la capacità di comunicare un messaggio attraverso l’opera senza intermediazioni. Messaggio che può variare a seconda di chi osserva poiché ognuno di noi interpreta in base al proprio costume ed alla propria sensibilità. Ciò rende molto personale il rapporto fra l’opera e chi la osserva.
Se si esclude la spiegazione dell’artista molte delle opere contemporanee risultano fredde ed imperscrutabili. La sensibilità del singolo fruitore non ha più valenza poiché deve essere guidata dal commento del critico.
Un’opera d’arte deve farmi provare qualche tipo di emozione o sensazione anche senza conoscere il motivo alla base della sua creazione.
In molte opere contemporanee tali sensazioni giungono solo dopo l’analisi del suo significato. L’emozione è quindi il risultato di un pensiero logico.
Un artista comunica soprattutto attraverso il proprio talento (appunto) artistico. Per essere artisti contemporanei esso non è un requisito necessario. Ad avere valore è quindi unicamente il messaggio.
Concludendo, per me l’arte è un insieme di talento e comunicazione. In quella contemporanea trovo più elucubrazioni mentali che talento. Per questo la considero più affine alla filosofia.
Non comprerei mai un taglio di Fontana, ma acquisterei volentieri un libro in cui mi spiega il significato di tale opera.

* * *

Caro Emanuele,
innanzi tutto grazie di cuore per la tua risposta così ben motivata al mio post – e grazie per avergli riservato una tale considerazione, ne sono molto onorato.
Le tue osservazioni sono del tutto comprensibili e, per certi aspetti condivisibili. In effetti entrambi mettiamo in evidenza, nella relazione tra l’opera d’arte contemporanea e il suo fruitore, l’importanza della sensibilità personale – sia dell’artista che decide di proporre pubblicamente la sua opera, che del fruitore. Sicuramente ce ne sono parecchi di casi di artisti che una tale sensibilità non la dimostrano granché ovvero (ed è anche peggio) la sottomettono ad altri fini più legati all’aspetto mercantile dell’arte contemporanea; d’altro canto non posso di nuovo non rimarcare come pure in molti che non capiscono/dicono di non capire l’arte contemporanea, o si dichiarano ostili ad essa, sia evidente una mancanza di sensibilità, a volte superficialmente preconcetta, altre volte legata a mera “indolenza intellettuale”, se così posso dire. Ma sai bene che da quando le avanguardie otto-novecentesche hanno definitivamente fatto tramontare (o quanto meno reso secondaria) la primaria percezione di matrice estetica dell’opera d’arte, dando prevalenza alla fruizione mentale e intellettuale più che a quella sensoriale ed emozionale, sono cambiati pure i paradigmi di riferimento al riguardo, ivi comprese (sovente per scelta precisa degli artisti) la stessa fruizione e la comprensibilità. Tale evoluzione in fondo è stata dettata anche dallo sviluppo culturale della civiltà umana, sempre più legato (nel bene e nel male) al pensiero logico, alla tecnica, al modo e alla necessità di comunicare messaggi sempre più densi e strutturati che tuttavia, alla fine dei conti, non possono (e non potranno mai, credo e spero) prescindere da quella sensibilità che entrambi abbiamo messo al centro della nostra discussione.
Posto ciò, e da qui, le nostre opinioni divergono: ove tu ritieni che la sensibilità del fruitore, e la relativa scaturente emozione, vengono fatte ostaggio del pensiero logico ovvero della mediazione esterna (alla sensibilità del fruitore, in primis) del critico, io ritengo che invece proprio la più ostica fruibilità del’arte contemporanea divenga elemento di accrescimento della sensibilità la quale, per essere “piena” com’è necessario che sia, in una situazione del genere, deve comporsi tanto di emozione quanto di ragione. In tal senso la figura del critico è preziosa al fine di strutturare in maniera piena e compiuta quella sensibilità, anche per non renderla “finita” nel momento in cui la fruibilità dell’opera possa dirsi, se possibile, “totale” ma facendola andare oltre – il che è un altro scopo dell’arte contemporanea, a mio modo di vedere: non fermarsi a sé stessa, non confinarsi al mero ambito delimitato dallo spazio-tempo della della relazione opera-fruitore ma necessariamente andare al di là. In fondo è il retaggio e l’evoluzione del taglio nella tela di Fontana, questo.
Dal mio punto di vista dissento anche su che per l’artista contemporaneo il talento artistico non sia più un requisito necessario. Secondo me invece lo è ancora di più, proprio perché a far fronte ad una eventuale mancanza di talento non c’è più la mera tecnica, ovvero la capacità di generare valenza estetica, con il conseguente “facile” apprezzamento pubblico, e dietro di essa nascondere la carenza espressiva e comunicativa. Che poi oggi l’artista debba pure essere un gran comunicatore è assolutamente vero in quanto ineluttabile: è il mondo che gira così (non solo quello artistico), se l’artista vuole mangiare del suo lavoro deve necessariamente comunicare. Ecco, qui egli può manifestare un utile “talento”: nel saper equilibrare bene messaggio e arte, necessità comunicativa e valore artistico, godimento pubblico e unicità di un prodotto “privato” frutto dell’ingegno personale quale è l’opera d’arte, facendo sì che le une cose non finiscano per soffocare le altre ovvero che trascendano il senso del termine “valore” dall’ambito dell’arte a quello del mercato.
Anzi, a proposito, e per concludere: pure io non comprerei mai un taglio di Fontana… costa troppo!!!
Grazie di cuore, caro Emanuele, per questa preziosa possibilità di dialogo che, al di là delle opinioni personali, mi dà modo di poter riflettere, ponderare e imparare intorno a un tema tanto vasto quanto affascinante!

Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito

Lucio Fontana, “Concetto spaziale, attese”, 1964.

Non di rado mi ritrovo a chiacchierare di arte contemporanea con amici e conoscenti non troppo avvezzi ad essa i quali sostengono di “non capirla”, oppure di non riconoscerle alcun valore artistico – nel senso “classico” del termine – finché spesso, in quelle chiacchierate, rispunta ciò che si può ormai definire un “luogo comune” sul tema: «Ah, ma quella roba lì la potevo fare anch’io!».

Ecco dunque che io mi ci metto d’impegno* per cercare di spiegare il rivoluzionario superamento della superficie della tela, e del relativo limite espressivo, dei tagli nei Concetti Spaziali di Lucio Fontana, o la geniale e sagacissima critica al mercato della Merda d’Artista di Piero Manzoni, oppure il tanto provocatorio quanto illuminante e indubitabile messaggio al mondo contemporaneo sulle fondamenta della sua società lanciato da L.O.V.E. – la mano tesa nel saluto romano rotta con le dita mozzate a parte il solo solo dito medio – di Maurizio Cattelan davanti alla Borsa di Milano – tre esempi a caso tra gli innumerevoli che potrei citare… ma di frequente è uno sforzo inutile, l’incomprensione e la diffidenza quando non il disprezzo (ovvero la mancanza di volontà d’approfondimento e di riflessione, se posso dire, con tutto il rispetto) restano.

Ma, cari amici che dite di “non capire” l’arte contemporanea: e se provaste a riflettere sul fatto che, se essa vi risulti incomprensibile, ciò sia un preciso fine della stessa, ovvero un elemento di accrescimento della sua attrattiva? Se vi dicessi che, sovente, è lo stesso artista a rendere la sua opera di difficile comprensione, dacché vuole spronarvi a riflettere ancor più del normale su di essa, sul messaggio che porta con sé e sulla sua portata artistico-culturale? Se tale “difficoltà” fosse l’indispensabile elemento di rottura nelle vostre (presunte) certezze e convinzioni, per far sì che possiate farle evolvere verso nuovi ancorché ignorati livelli di comprensione e di illuminazione?

Uno degli scopi fondamentali dell’arte contemporanea è proprio questo, in fondo: offrire nuove quando non rivoluzionarie («L’arte o è plagio o è rivoluzione» disse Paul Gauguin) visioni, letture, concezioni e rivelazioni sul mondo, sulla realtà e sulla vita che, in quanto tali, all’inizio pochi sanno comprendere e apprezzare nonché molti arrivano a disprezzare. Ma fu proprio un grandissimo maestro del “non comprensibile” come René Magritte a sostenere che «Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito»: una provocazione, per certi versi, ma pure un principio fondamentale dell’arte di maggior valore culturale, e la miglior risposta, da una delle più sublimi fonti possibili, a chi si ostina a non voler capire l’arte contemporanea.

E per quelli che dicono «Ah, ma quella roba lì la potevo fare anch’io!»: be’, allora perché non l’hai fatta tu?

(*: sia chiaro che io disquisisco di arte da mero appassionato e non voglio certo millantare le competenze e la bravura di un critico, che è la figura deputata a fare da mediatrice tra opera d’arte e fruitore. Nell’articolo ho semplificato la questione perché ciò di cui voglio parlare è altro; l’eventuale dibattimento sul ruolo della critica nelle situazioni descritte (peraltro molto attivo nel mondo dell’arte) ne svierebbe il senso finale.)

Non si possono trovare risposte se prima non ci si pone domande

Quanta gente oggi sa, o dice di sapere (tutto, o quasi), ma in verità non conosce (niente, o quasi) – e non lo sa!
Ma si può dire di sapere se non si sente il bisogno di conoscere?

Se non si ha volontà di sapere, non si saprà mai niente.
Perché, per essere chiari, se non si vuole conoscere non si capirà mai nulla.
Se non si capisce, non si conosce veramente e, dunque, non si può dire di sapere.

D’altro canto sapere è potere solo se si può sapere di non sapere mai abbastanza: chi sa di non sapere, saprà sempre più di chi crede di sapere tutto, e avrà su questi (e quelli come lui) ben più potere. Se non si rivendica la libertà di essere sempre curiosi verso il mondo d’intorno per saperne sempre di più, quel mondo diverrà inesorabilmente una prigione, senza muri per il corpo ma gabbie per la mente. Dall’essere detentori di un “potere” all’esserne totalmente privati, in pratica.

In fondo, non si possono trovare risposte se prima non ci si pone domande – e di risposte veramente definitive, tra quelle non basate su dati obiettivi e scientifici, ve ne sono poche, fortunatamente. Porsi domande, e adoperarsi per cercare risposte ad esse, è una delle pratiche intellettuali che rende l’Homo Sapiens degno di tal nome; accettare risposte senza conoscere le relative domande, facendo dunque di esse verità assolute, rende l’uomo una scatola vuota nella quale chiunque può gettare ogni cosa, anche la più infima, nella certezza che per questa sarà assunta.

Alla fine, quella massima di Nietzsche resta – anzi, diventa sempre più fondamentale: «La fede nella verità comincia nel dubbio in quelle “verità”credute sino a quel momento». Sapere che ci sono sempre nuove cose da sapere, questo conta; ed è pure la via migliore per conseguire in modo oggettivo valide verità, ove ve ne siano. Perché ce ne sono, certamente: ma siamo noi, spesso, a non trovarle, o a volerle trovare dove non ce ne siano.