I “patridioti”

Leggo da “Open” (il 1 novembre, articolo a firma di Giulia Marchina):

«Morto da patridiota» è l’ultima opera dello street artist senza nome di Torino che durante la notte di Halloween ha affisso i suoi manifesti con la scritta No Mask inciso su una lapide. Il poster che sbeffeggia i negazionisti del Coronavirus, si trova in piazza Zara e alla rotonda di Viale Dogali, negli stalli pubblicitari. Lo street artist, che vuole restare anonimo, si firma come Andrea Villa. L’autore ha raccontato a Open che l’idea per l’ultima opera è giustificata dal fatto che «l’autorizzazione dell’opinione pubblica alla demagogia culturale ha creato una degenerazione dei costumi dovuta principalmente all’incapacità degli utenti ad usare i nuovi media per arricchire il loro bagaglio culturale».
Secondo Villa il diritto di informazione «dovrebbe essere tolto al popolo perché citando Umberto Eco “genera una legione di imbecilli”, e quindi penso che il popolo dovrebbe essere dominato da una classe aristocratica intellettuale poiché fondamentalmente non capisce un cazzo».

Be’, non posso che aggiungere:chapeau!“, “Andrea Villa“!

Le notizie

[Immagine tratta da qui.]

La gente confonde quello che legge nei quotidiani con le notizie.

(A. J. Liebling sul The New Yorker, 7 aprile 1956.)

Preveggenze, già. Liebling scrisse questa cosa nel 1956: è un altro che aveva capito benissimo, in tal caso, come sarebbe finita l’informazione – già ci stava finendo allora, nello stato di decadenza nel quale oggi pare inesorabilmente precipitata. E nel ’56 non c’era internet, non c’erano i social, la TV era ancora un media giovane e i giornali godevano ancora di una buona reputazione. Ma, evidentemente, l’analfabetismo funzionale si stava già sviluppando e diffondendo, fino alla tremenda “pandemia” contemporanea – perché la trasmissione è assai simile a quella di un virus, come possiamo ben constatare oggi.

Non c’è solo il Covid-19, già.

La paura è la peggior pandemia

A che profondità i media entrano nella nostra vita? Il panico a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane ci dimostra, ancora una volta, quanto il sistema d’informazione sia un organismo complesso e irrazionale. È un sistema che vive della stessa emotività del suo pubblico e come tale è naturalmente teso a esasperare le proprie storie, le curiosità maniacali, la paura: più grande è la notizia, più distorte e fuorvianti sono le sue interpretazioni. È in situazioni delicate e convulse come questa che abbiamo bisogno di sentire la voce di un giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato. Se questo viene a mancare, restiamo in balia di un’informazione distorta che ci schiaccia e si diffonde come un’epidemia, lasciandoci soli con un ragionevole dubbio: questa capillare iniezione di ansia era davvero un antidoto necessario alla circoscrizione del contagio?

È un testo, quello che avete appena letto, a corredo dell’immagine di copertina di Artribune#54, entrambi curati da Tatanka Journal, una rivista indipendente che dal 2018 racconta l’attualità attraverso le immagini, la grafica e le illustrazioni, coinvolgendo artisti nazionali e internazionali. Nel 2020 inizia la collaborazione con “Artribune”, insediandosi sulla superficie della rivista per creare un progetto editoriale parallelo, in grado di innescare delle riflessioni che nell’arco del nuovo anno indagheranno il contemporaneo.

Il testo citato, a mio parere, con poche parole dice cose ottime e assolutamente valide non solo per l’attuale “era Covid” ma per quasi ogni circostanza della nostra realtà contemporanea – nella quale ogni minima questione, anche la più banale e minima, viene resa emergenziale e pericolosamente pandemica, con tutti i danni materiali, culturali, sociali e mentali che poi tocca registrare – visto che il “giornalismo” propriamente detto evita di farlo. Dunque possiamo coltivare la speranza che, proprio in forza delle esperienze degli ultimi tempi, a breve avremo finalmente a disposizione un «giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato»?

Spoiler: no. Anzi, andrà sempre peggio, qui. (Tanto non è mica uno “spoiler”, questo: semplicemente è una trama già vista mille e mille volte. Già.)

P.S.: cliccate sull’immagine per leggere e scaricare il #54 di “Artribune”, la miglior rivista italiana di arte. L’ho già scritta, questa cosa, e la ribadisco.

Breaking News!!!

La “grande” informazione, quella dei media nazional-popolari, è ormai risaputo che soffra di grossi problemi di qualità, obiettività, attendibilità – è una cosa denunciata di continuo da più voci autorevoli, e pure in questi giorni di notizie a spron battuto sul coronavirus quei problemi li palesa frequentemente.

Di contro l’informazione locale è un mondo a sé, fatto di notiziucole da parrucchieri e ortolani (con tutto il rispetto), soprattutto nelle zone di provincia come quella in cui vivo. Accadono pure qui fatti di cronaca di una certa serietà, sia chiaro, ma sono certamente (e fortunatamente) più rari anche per via della scala geografica ben minore oltre che per l’ambiente sociale alquanto diverso rispetto a quello di una grande città, per dire, che ne varia inevitabilmente la statistica. Così su tali media locali non par vero, nella drammaticità del momento, di poter dare con costanza ai propri lettori, in questi giorni, notizie “serie” e importanti come quelle sul coronavirus. Altrimenti, nella normalità, l’informazione è spesso divertente nella sua vacuità paesana se non a volte quasi grottesca, anche perché questi media locali hanno preso a imitare i grandi organi d’informazioni nelle modalità con cui danno le notizie, probabilmente per darsi un tono da “testata importante” che sennò faticherebbero a guadagnarsi.

Questo per dire che, posto tutto ciò, mi sono ormai cancellato dalle loro newsletter perché, ahimè, veramente quel modo goffamente emulante di fare informazione (locale) a volte raggiunge vette di notevole e un po’ ridicola stortura. Del tipo…

…Sto lavorando alla mia scrivania. D’un tratto sul monitor del pc compare la notifica di una nuova mail. La apro e

A 2,6 KM DAL TUO INDIRIZZO!

dice l’oggetto della mail.
«OHMMAMMA!» faccio sgranando gli occhi, «Che diavolo è successo? Un incidente, una frana, un’esondazione, un’esplosione termonucleare?!?» Apro il link con una certa inquietudine e leggo:

“Tutti i numeri vincenti della lotteria dell’Oratorio di San Francesco!”

«Eh? Ma… ma… ma andate a [censura], ecchecavolo!»

Ecco, così. Come fosse l’annuncio dell’arrivo degli alieni o chissà cos’altro di epocale. Invece no.
Be’, d’altronde è meglio che debbano comunicare notizie del genere piuttosto di altre più tragiche; è il bello (o il “brutto”, dipende dai punti di vista) di abitare in provincia. Però, che diamine, un po’ di contegno! Chi si credono di essere, la CNN? Eh?!

Cosa si può dire e cosa no

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay]

[…] L’architettura digitale, nella sua ingordigia, ha tramato contro l’intelligenza collettiva o quel poco che ne era rimasto. Lo ha fatto centralizzando le discussioni (mentre Internet era nata e funzionava assai meglio dentro ambienti piccoli e decentralizzati), ha imposto una dieta mediatica basata su brevi rapidi frammenti, lettere maiuscole e frasi apodittiche da preferirsi ad ogni ragionamento estesamente esposto, ha polarizzato i temi ed i toni di ogni discussione privilegiando inevitabilmente le scelte di chi ha saputo piegare il nuovo medium ad immediatezza e brutalità.
Quello che dice di importante la lettera a “Harper’s” di J.K.Rowling, Noam Chomsky, Martin Amis e tanti altri è che il confine fra quello che possiamo e non possiamo dire è da sempre il territorio dell’innovazione culturale e come tale deve essere preservato. È in corso un tentativo reazionario per provare a cancellare ogni diversità. È un ricatto odioso, fatto di parole, che ogni persona amante della libertà dovrà trovare la maniera di combattere.

(Da un bell’articolo di Massimo Mantellini, dal titolo Se ti odio ti cancello, pubblicato nel suo blog su “Il Post” – potete cliccare anche sull’immagine lì sopra, per leggerlo interamente. La lettera citata, firmata da più di 150 tra scrittori, letterati, accademici, giornalisti, artisti, la trovate in originale qui – in inglese, dunque – e tradotta, con commento, in quest’altro articolo de “Il Post”.)