Inge Schönthal Feltrinelli (1930-2018)


Il viaggio da New York a L’Avana era stato scomodo e avventuroso, quindi entusiasmante per una ragazza come Inge Schoenthal, fotoreporter tedesca molto giovane, molto carina, senza un soldo, senza timidezze, senza paure, con poca ambizione professionale ma molta voglia di conoscere il mondo e di incontrare persone intelligenti, colte, importanti.
Andava a conoscere Ernest Hemingway che allora, nel 1953, a cinquantaquattro anni, aveva già scritto tutti i suoi capolavori ed era una delle massime celebrità letterarie mondiali. La ragazza dalla vita sottile e dal sorriso felice arrivava con una raccomandazione importante, quella dell’editore tedesco Rowohlt, che aveva pubblicato i suoi romanzi. Heinrich Maria Ledig-Rowohlt le aveva dato anche un difficile incarico diplomatico: cercare di convincere Hemingway a cambiare la traduttrice che lavorava con lo scrittore dagli anni trenta e il cui linguaggio era invecchiato con lei. Finora non c’era riuscito nessuno durante i suoi rari viaggi a Berlino prima della Seconda guerra, quando si rifugiava nei caffé letterari mentre Rowohlt faceva il giro dei librai per trovare i soldi che gli doveva.
Chissà se ci sarebbe riuscita questa intraprendente ragazza che non aveva certo un aspetto teutonico: era bruna, sottile e leggiadra, assomigliava un po’ a Leslie Caron e un po’ a Audrey Hepburn e avrebbe potuto essere francese o lappone o anche napoletana. Davanti al suo sorriso deciso, si aprivano, è vero, molte porte. Lei le spalancava su tutto il mondo che voleva conoscere, e gli uomini, ma anche le donne, facevano di tutto per aiutarla. “Erano tempi in cui era possibile essere amici, camerati, star bene insieme, ma senza andare a letto. Non ci veniva neppure in mente: le ragazze non lo facevano e gli uomini avevano paura di chiederlo.” […]

(Natalia Aspesi su Inge Feltrinelli nella presentazioni di Inge fotoreporter, Sipiel/Biblioteca Europea Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2000.)

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L’importanza fondamentale del dare un nome alle cose, secondo Zygmunt Bauman (Summer reload)

(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )

(Zygmunt Bauman, © Umberto Rigotti)

Un anno fa (questo articolo è stato pubblicato in origine il 10 gennaio 2018 – n.d.L.) ci lasciava Zygmunt Bauman, uno dei maggiori e più influenti pensatori dell’epoca contemporanea, al quale si deve molto della più illuminata visione del tempo presente che possiamo elaborare.

Lo ricorda David Bidussa con un articolo pubblicato sul sito web della Fondazione Feltrinelli, nel quale disserta dell’ultimo lavoro pubblicato da Bauman, Retrotopia, in particolare dell’importanza ontologica della lingua e della fondamentale necessità di denominare le cose del mondo in cui viviamo al fine di identificarle, riconoscerle, condividerne sostanza e senso dunque per porre le migliori basi alla loro comprensione.
Scrive Bidussa al proposito:

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.
È nel nome che la lingua manifesta il suo carattere ontologico: nel nome il mondo viene alla presenza, nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. In esso la parola dell’uomo si apre, prima ancora che alla conoscenza del mondo, all’incontro con il mondo e la sua lingua si svela tutt’altro che semplice strumento per afferrare e impadronirsi di ciò che non ha lingua.
Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo (1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne.

Non è un caso se tali principi risultino fondamentali anche nello studio geoculturale e antropologico dei territori e dei paesaggi, disciplina che m’appassiona ormai da tempo – altrettanto, non è causale che a mia volta consideri Bauman fondamentale anche per tali studi, attraverso la cui lente mi viene di leggere quanto scritto da Bidussa. Il pensiero del grande sociologo polacco mi fa tornare alla mente quanto ha scritto un altro grande osservatore di mondi, territori, paesaggi, genti e culture, Paolo Rumiz, in La leggenda dei monti naviganti: «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi». È sul serio una verità assoluta, questa: i nomi delle cose, ancor più quando diventano nomi di luoghi dunque toponimi, sono “contenitori” tanto piccoli nella forma quando infiniti nella capienza di culture, sapienze, tradizioni, usi e costumi, storie grandi e belle o tristi e terribili, vicende umane, credenze, leggende, miti. Rappresentano perfettamente il carattere ontologico della lingua citato da Bauman e rimandano allo stesso carattere identitario-culturale del linguaggio, rappresentando pure, i nomi e i toponimi, marcatori referenziali fondamentali alla generazione del legame antropologico tra uomo e territorio, ambiente, paesaggio, spazio (e anche tempo) ovvero con l’intero pianeta sul quale tutti stiamo e con ogni cosa esso contiene. Un legame che, nella sua essenza ancestrale e immutabile, definisce il nostro essere “civiltà” se non, ancor più specificatamente, identifica cosa è la civiltà umana.

Forse Bauman, sostiene Bidussa, ci ha proprio lasciato “orfani” di una parola, un ultimo fondamentale nome, capace di definire una genealogia del presente e identificare, almeno in nuce, il futuro che ci attende. Sicuramente e non solo, dico io: come già scrivevo un anno fa nel giorno della sua scomparsa, un uomo e una mente come Zygmunt Bauman mancheranno sempre di più, alla nostra civiltà e al nostro futuro.

P.S.: potete leggere l’articolo integrale di David Bidussa cliccando sull’immagine in testa a questo post.

A volte il libro è un padre da rinnegare (Paolo Rumiz dixit)

Spesso ho sofferto per il fascino pervasivo della parola scritta che mi impediva di partire, imbrigliando la fantasia narrabonda. Il libro è come il padre: ti svezza, ti irrobustisce, ti fa crescere dentro la curiosità del mondo, ma è anche una trappola che ti spinge ad accontentarti delle meraviglie che contiene. Per partire devi talvolta rinnegare il padre, perché non puoi affrontare il mondo col suo peso sulle spalle.

(Paolo Rumiz, Annibale. Un viaggio, Feltrinelli 2008, pag.65.)

Non ho mai provato, nei confronti dei libri, quella sensazione “intrappolante” raccontata da Rumiz, anzi, tutto il contrario. Ma posso capire che a volte un libro possa pure dare l’impressione di dire tutto su qualcosa, senza bisogno di saperne di più. Al giorno d’oggi, questa temo sia una distorsione dettata in certa parte anche dal modus vivendi moderno contemporaneo, molto simile a quella che, ad esempio, fa credere che sul web si possano trovare la realtà effettiva del mondo, senza bisogno di verifiche materiali o immateriali.

Ma i grandi libri, in effetti, non sono affatto quelli che forniscono (o che fanno pensare di poter fornire) verità assolute né tanto meno parziali, sono semmai quelli che regalano innumerevoli nuovi dubbi, e nuovi impulsi alla curiosità e alla conoscenza. “Rinnegare il padre” non solo è necessario, a volte, ma pure doveroso: per saper andare oltre e avanti, o per tornare indietro con maggior consapevolezza rispetto a prima.

Paolo Rumiz, “Annibale. Un viaggio”

Dici (a chiunque) “Annibale”, e inevitabilmente sono due termini più altri a saltare in mente ai più, come se rappresentassero per il primo una necessaria referenza: elefanti e Alpi. Perché l’episodio (invero ancora parecchio indeterminato, geograficamente) del passaggio delle Alpi con i grandi pachidermi africani – alte quote, neve, ghiaccio, eccetera contro savana, sabbia, caldo, eccetera – è senza dubbio quello grazie al quale la maggior parte delle persone ricordano il nome del grande condottiero cartaginese. Molto meno fissata nella memoria, a parte che per qualche fugace nozione scolastica (Canne), è invece la fondamentale realtà storica legata ad Annibale Barca, figlio di Amilcare detto Barak, “il fulmine” , ovvero quella che lo certifica come il grande fustigatore di Roma, l’unico ad averle suonate di santa ragione all’Impero Romano e, per questo e soprattutto in forza di una retorica formulatasi durante il periodo fascista e tale rimasta (non c’è nulla da fare, gli italiani non hanno né memoria e né senso critico storico), sostanzialmente rimosso dalla storia d’Italia oppure sostituito, nelle citazioni glorificanti, dall’unico romano che invece lo sconfisse militarmente, Publio Cornelio Scipione detto poi l’Africano – guarda caso è il suo, l’Elmo di Scipio cantato nell’inno nazionale. In verità l’esercito cartaginese venne sconfitto in quella battaglia (Zama, 202 a.C.) ma non certo Annibale, che peraltro non fu soltanto uno dei più grandi condottieri e strateghi militari della storia, uno che riuscì, con un esercito parecchio pugnace ma quasi sempre inferiore in numero e mezzi rispetto ai nemici, a mettere a ferro e fuoco l’intera Europa Sudoccidentale, non fu solo colui che sconfisse la Roma imperiale: fu pure un personaggio molto particolare, con un’intelligenza e un carisma fuori dal comune, una libertà di pensiero e d’azione altrettanto straordinarie per l’epoca e, appunto, uno che riuscì a fare cose incredibili, a partire dal far valicare le Alpi a degli enormi animali africani abituati a tutto fuorché alle montagne fredde e innevate.
Forte della sua insuperabile esperienza di viaggiatore illuminato e visionario – nonché della propria grandissima cultura – Paolo Rumiz si trasforma in una sorta di detective spazio-temporale e si mette sulle tracce del grande cartaginese, ripercorrendo la sua rotta europea dalla Spagna fino al Sud Italia, quindi quella che lo riporta in Africa e poi che lo fa finire in Turchia, ove finirà anche la sua vita. Annibale. Un viaggio (Feltrinelli, 2008) si può dire sia il diario di quell’investigazione geografica e storica, nato inizialmente come reportage per La Repubblica, quotidiano ove Rumiz scrive tutt’ora, ma poi diventata un’esperienza a tutto tondo per la quale il resoconto giornalistico è stata solo una delle conseguenze, e probabilmente non la più importante – almeno dal punto di vista culturale e umano []

(Leggete la recensione completa di Annibale. Un viaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

“Può il consumismo mutare in fascismo?”


Richard Pearson, quarantaduenne pubblicitario, si reca a Brooklands, una cittadina come tante tra Londra e l’aeroporto di Heathrow, chiusa tra autostrade e strade di grande traffico. Alcune settimane prima suo padre, ex aviatore settantacinquenne, era rimasto fatalmente ferito da un cecchino in un enorme centro commerciale di Brooklands, il Metro-Centre, un complesso di magazzini, alberghi, piscine, centri sportivi con una propria televisione via cavo che trasmette pubblicità, dibattiti e partite di calcio, hockey e rugby. Sperando di capire qualcosa di più sulla tragedia, Richard incontra l’avvocato del padre e la giovane dottoressa Julia Goodwin che ha prestato le prime cure al padre dopo la sparatoria. Protetto da un’inquietante rete di omertà, il principale indiziato viene rapidamente rilasciato dai magistrati locali. Richard decide di trovare il vero colpevole. Al centro del mistero è il Metro-Centre. Questo è il tempio del consumismo più sfrenato che, a Brooklands, convive con una passione ossessiva per gli sport e un nazionalismo perverso e violento. Gli attacchi alle comunità d’immigrati sono all’ordine del giorno e gli incontri sportivi sembrano raduni politici.
Sotto l’impulso del Metro-Centre e delle sue campagne di marketing, il consumismo sembra sull’orlo di mutare in una brutta forma di fascismo suburbano. Richard si trova implicato in un piccolo gruppo di cospiratori decisi a fermare il fenomeno prima che si espanda. Ma come pubblicitario viene anche attratto dal potere del Metro-Centre e di come ha rinfrescato e ricaricato gli abitanti del sobborgo. Forse questo nuovo fascismo emerso dal consumismo è ciò di cui ha bisogno l’Inghilterra per rivitalizzarsi. La gente è annoiata dalla propria vita e ha bisogno di andare oltre il consumismo verso un mondo più vitale e drammatico. Club di tifosi marciano per le strade, sbandierando le loro bandiere e simboli, aspettando un nuovo leader che li guidi verso la terra promessa. Il leader non tarda ad arrivare e in maniera inaspettata. […]

(Questa è la descrizione, tratta direttamente dal sito di Feltrinelli, di Regno a venireKingdom come, nella versione originale – romanzo pubblicato nel 2006 dal grande scrittore britannico James Ballard, ultimo prima della sua morte.
Pare un commento scritto in questi giorni sulla situazione attuale, vero?
D’altro canto, Ballard è stato principalmente un autore di fantascienza: come a dire che è l’ennesima prova di come la realtà riesca sempre a superare la fantasia – e, quando si tratta di cose della “quotidianità”, troppo di frequente in peggio, purtroppo.)