Camminare con il corpo ma non con lo spirito

[Foto di Melanie da Pixabay.]

Sono allarmato quando capita che ho camminato un paio di chilometri nei boschi solo con il corpo, senza arrivarci anche con lo spirito.

[Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano, 2009, a cura di Massimo Jevolella; orig. Walking, or the Wild, 1862. La mia “recensione” al libro la trovate qui.]

Quella che a suo modo afferma Thoreau è una verità fondamentale: stare in un luogo senza saper intessere una relazione spirituale con esso è come non starci, non esserci. E in fondo ciò denota pure la differenza basilare tra luoghi e non luoghi: questi secondi non richiedono alcuna relazione con chi li visita, non avendo un’identità con la quale relazionarsi, mentre i primi basano proprio su questa relazione la loro essenza, il loro essere “luogo” nel senso pieno e compiuto del termine. Il che rimarca un’ulteriore diversità tra i due ambiti: il non luogo privo di identità richiama inesorabilmente individui altrettanto che ne sono altrettanto privi, i quali invece del luogo non sanno cogliere il valore. E non se ne allarmeranno mai, purtroppo, a discapito del luogo stesso che in qualche modo dovrà essere salvaguardato da tale trascuratezza spirituale e culturale.

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Lucerna, città ineluttabilmente letteraria

[Foto di Fuyu Yeo su Unsplash.]

C’è, forse, un modo “letterario” per cercare di capire, o almeno di percepire, se un luogo – una città o un altro nucleo di forte presenza antropica, in particolar modo – sta smettendo di essere vivo: quando la sua “vita” viene narrata sempre meno dagli scrittori e sempre più dai cronisti, ecco.
Gli scrittori possono narrare la realtà ovvero la fantasia, a volte entrambe debitamente amalgamate, e possono raccontare del passato, del presente ma pure, immaginandolo con più o meno creatività, del futuro; i cronisti devono sostanzialmente narrare il presente-presente, riportandone le evidenze con la maggiore obiettività e la minore creatività possibili. Sono due attività diverse, certo, ma a ben vedere la loro diversità si manifesta soprattutto nel risultato finale e nella relativa funzionalità, che altrove: entrambi raccontano, in fondo, al punto che vi possono essere cronisti del tutto attinenti alla realtà dei fatti e profondamente letterari, nel racconto offerto, così come scrittori che pongono in secondo piano il valore letterario del testo al fine di conseguire la massima razionalità narrativa possibile.
Tuttavia ciò che conta è il racconto, la narrazione che non sia vincolata al mero resoconto di una realtà del tutto ordinaria, talmente ordinaria da palesare la propria ristagnante insignificanza, anche quando così non sembri. La città è primariamente un racconto, di natura realista ma pure immaginativa: contiene certamente anche la cronaca, che riferisce della sua realtà oggettiva quotidiana, ma non credo vi possa essere una tale realtà senza un racconto urbano dal quale possa scaturire. In altre parole: non vi potranno essere cronisti che riferiscono della realtà cittadina senza scrittori che l’abbiano costruita e plasmata, raccontandone le storie e, in tal modo, determinandone l’identità del momento.

(Autore ignoto, “Veduta della città di Lucerna con sullo sfondo la Rigi”, 1820-1825 circa. Fonte: Biblioteca Nazionale Svizzera, GS-GUGE-ANONYM-B-2.)

Lucerna non ha tale problema, inutile che lo denoti – non avreste questo libro in mano, d’altra parte. Da secoli ha ispirato scrittori, sia indigeni che forestieri, che hanno trovato indispensabile raccontarla ovvero narrarla attraverso le storie che in essa ambientavano. Ciò ha contribuito a costruire la sua aura cittadina, la sua essenza estetica, culturale, antropologica, dalla quale scaturisse la più ordinaria vita urbana quotidiana i cui fatti sono divenuti campo d’azione e di relazione dei cronisti. Ma, in fondo, non c’entra che Lucerna possa godere e far godere chiunque d’una strabiliante bellezza paesaggistica e architettonica – o meglio: conta, senza dubbio, ma non è ciò che possa realmente spingere gli scrittori a scriverne. Contano di più altre cose: conta di più, ad esempio, che prima che dagli scrittori la città venga narrata nelle storie private degli innamorati che la percorrano mano nella mano e, sulle sue forme architettoniche come disegnate dal vibrare delle loro emozioni, vedano rispecchiata la fervida passione che li infiamma. O che la racconti a sé stesso e ai suoi piccoli amici il bambino che nelle vie cittadine si senta un antico cavaliere conquistatore di quel reame fantastico protetto da un grande fossato liquido entro cui faccia buona guardia lo stesso drago che all’alba del 26 maggio 1499, dopo un temporale terrificante, emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke – come racconta la leggenda. Oppure ancora che Lucerna venga descritta, perché no, dall’immigrato giunto in città da chissà quale lontano e diversissimo paese – per cultura, costumi, usi, visioni e quant’altro – il quale nella propria descrizione a sua volta diversa dacché basata su metri di giudizio differenti e ancora vibrata da inquietudini, timori o incertezze, consapevolmente o meno cominci a mettervi una primigenia, confusa eppure percepibile sensazione di casa, di parvenza domestica, di nascente reciprocità urbana prima ancora che sociale e culturale.
Se tutto ciò avviene, se tutte queste e tante altre narrazioni elementari scaturiranno da chi, in un modo o nell’altro, avrà a che fare con la città e ne dovrà riferire il personale dialogo, allora potrà scaturire ogni altra narrazione più strutturata, approfondita, articolata ovvero letteraria. Perché dalla città scaturirà vita, appunto, fatta non tanto di meri e ordinari accadimenti quanto di frementi istinti vitali e di sentimenti, emozioni, passioni, fantasie, illusioni: allora gli scrittori racconteranno la città e ne continueranno la “costruzione” materiale e immateriale, preservando nel tempo la sua bellezza, il fascino, l’attrattiva, il mistero. A beneficio di tutti quelli che, lettori o meno, decideranno di visitarla, conoscerla e venirne quanto più intensamente ravvivati.

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Questo è un brano tratto dal mio libro
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più!

Ecosistemi ed egosistemi

Francesco Azzalini mi porta a vedere un cippo veneziano nascosto in un bosco vicino, datato 1600, che delimitava un pascolo interno della foresta. Strada facendo mi fa notare i giovani e sottili faggi alti pochi centimetri che iniziano ad affacciarsi tra l’erba, ai margini del bosco. “Crescono senza essere stati brucati dai cervi o dai caprioli, ottimo segno; tutto merito dei lupi”, dice con evidente soddisfazione. Cosi il discorso si sposta dal mondo vegetale a quello animale. “Nella foresta ci sono molti cervi, ben più di quanti l’ambiente ne possa sostenere nel giusto equilibrio”, mi spiega il mio accompagnatore cimbro. “Con il loro riprodursi, insieme ai cinghiali e ai caprioli, hanno fatto fuori tutto il sottobosco. Fino a qualche tempo fa non c’era più traccia di erbe, cespugli, bacche e nemmeno di giovani alberi. Però dove ci sono prede arrivano inevitabilmente i predatori naturali, e cosi ecco qualche orso e soprattutto i lupi tornare ad aggirarsi nei boschi. Questo ha indotto i cervi e gli altri ungulati a uscire e a vivere allo scoperto, tra i prati e le radure, perché cosi possono vedere meglio chi sta loro alle calcagna e darsi alla fuga. Ciò ha fatto in modo che il vario sottobosco iniziasse a crescere di nuovo rigoglioso, ricreando l’ambiente perfetto per i piccoli roditori, i rettili, le martore e le faine, e gli uccelli d’ogni tipo, compreso il gallo cedrone, pur se al momento rimane una rarità”.

[Franco FaggianiLe meraviglie delle Alpi, Rizzoli/Mondadori, 2022, pagg.186-187. La fotografia in testa al post è mia.]

«Ecosistema (/e·co·si·stè·ma/, sostantivo maschile): l’insieme degli organismi viventi (fattori biotici) e della materia non vivente (fattori abiotici) che interagiscono in un determinato ambiente costituendo un sistema autosufficiente e in equilibrio dinamico». Ecco, questa è una definizione lessicale di “ecosistema” che si può trovare su un buon vocabolario; Faggiani, nel suo libro (la cui mia recensione potete leggere cliccando sulla copertina qui accanto), dà invece una definizione esperienziale che si può ricavare da un luogo biologicamente sano. Sia l’una o l’altra che si voglia considerare, pare che la civiltà umana abbia trascurato se non dimenticato entrambe ciò nonostante dell’ecosistema anche l’uomo farebbe parte e, per questo, dovrebbe contribuire a preservare quell’equilibrio dinamico citato. Invece no, troppo spesso non va così e nemmeno ci si rende più conto che la rottura dell’equilibro ecosistemico naturale non danneggia solo due specie eventualmente concorrenti e quelle afferenti – l’uomo e il lupo, ad esempio – ma viene danneggiato l’intero ambiente naturale che, come la definizione lessicale indica, si fonda su un sistema di relazioni biotiche e abiotiche dal quale tutti possono trarre vantaggio ovvero possono subire danni. Ma quando invece i vantaggi vanno solo a pochi, pure questi pochi (i quali, chissà perché, hanno sempre fattezze umane) in verità subiscono dei danni: solo che, credendo di stare dalla parte dei “vincenti”, purtroppo non sono in grado di rendersene conto, appunto.

Franco Faggiani, “Le meraviglie delle Alpi”

Senza nulla togliere ad altri spazi del mondo nel quale viviamo, le montagne sanno identificare in modo profondo e compiuto il significato antropologico del termine “luogo”, ove con questo si intenda uno spazio verso il quale l’uomo elabori una relazione di matrice culturale – interagendovi, modificandolo, abitandolo, sfruttandolo ma anche semplicemente contemplandolo – che conferisca allo stesso un’identità ugualmente culturale referenziale e riconoscibile, quella a cui i Romani avevano dato il titolo di Genius Loci. Nonostante l’aspetto naturale apparentemente intatto, anche dove questo sembri del tutto evidente, tra le montagne, e in special modo in quelle che si elevano nelle zone più antropizzate del mondo (dunque Appennini e Alpi, per noi), sono ben pochi gli angoli che non mostrano i segni della presenza e dell’attività storiche dell’uomo, d’altro canto è cosa risaputa che proprio la catena alpina rappresenta la regione montuosa più antropizzata del pianeta nonché quella forse sottoposta alla più estesa mediazione culturale, in termini di immaginario e non solo. Se tale caratteristica implica da un lato numerose problematiche ben intuibili, soprattutto riguardo la salvaguardia dell’ambiente naturale alpino, dall’altro ha conferito alle Alpi un’anima potente e profondamente evocativa, colmata lungo i secoli di storie, relazioni e narrazioni umane al punto da poterle considerare, le Alpi nel complesso, un iper luogo nell’accezione positiva della definizione antropologica (la quale diventa negativa nel caso del luogo sovraccaricato, anche forzatamente, di significati: spesso la città è così). Ciò rende ancora più inquietanti quei processi di turistificazione dissennata così frequenti un po’ ovunque, lungo la catena alpina, che invece rischiano di trasformare certi ambiti alpini prima in iper luoghi in senso negativo e poi addirittura in non luoghi, sorta di orrende periferie in quota delle aree metropolitane funzionali alla massificazione turistica e pressoché antitetiche a qualsiasi idea di montagna autentica.

Fortunatamente, pur tra i numerosi disastri a cui ho fatto appena cenno quali effetti non sempre collaterali dell’antropizzazione diffusa, le Alpi conservano ancora ampi spazi geografici liberi dall’eccesiva presenza umana, che come libri antichi e preziosi sui quali s’è impressa la storia dei monti in loco e di chi li ha in vario modo vissuti, sono capaci di raccontare meravigliose storie che aspettano solo d’essere còlte, lette e ascoltate, comprese e amate. Per scovare alcune di quelle tra le più significative, emblematiche e affascinanti, s’è messo in cammino lungo le Alpi uno scrittore che assai spesso ha scritto di montagne in modi vari ma sempre notevoli: Franco Faggiani, tra i pochi a saper narrare i monti senza quella retorica a metà tra il romanticismo decaduto e la retorica conformista che spesso caratterizza la cosiddetta “letteratura di montagna”. Il risultato di quei suoi cammini alpini è Le meraviglie delle Alpi (Rizzoli/Mondadori, 2022), vero e proprio diario geografico più che cronologico tra le cui pagine Faggiani ha condensato la narrazione di dieci itinerari montani lungo la catena alpina, da Occidente a Oriente, ciascuno dotato di un tema peculiare legato alla storia e alla geografia dei luoghi e per ognuno dei quali l’autore si è fatto accompagnare da un personaggio locale, conoscitore particolare delle montagne attraversate, così da incrociare le rispettive esperienze – quella del viandante esploratore e quella dell’indigeno esperto – lungo il cammino per acuire la percezione dei luoghi e delle loro peculiarità []

(Potete leggere la recensione completa de Le meraviglie delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Tallinn, una città “speciale”

Mentre la gran parte dell’Europa è sottoposta a un’ondata di caldo che definire “anomalo”, visto il periodo dell’anno in cui siamo, è minimizzante, Tallinn appare innevata (anche se non tanto e come poteva accadere fino a qualche anno fa) e con un clima più consono al periodo. A suo modo la città si mostra anche in questa occasione “speciale”, un po’ come l’ho raccontata io nel mio Tellin’ Tallinn facendone un luogo che racchiude in sé tanti luoghi, tanti paesaggi e altrettante relazioni umane con essi, come quella che personalmente ho cercato di elaborare e intessere con la città nel corso del periodo in cui ci sono stato per poter dire di esserci veramente stato, ossia facendo di quel viaggio a sua volta un’esperienza speciale. Come potrebbe e dovrebbe essere ogni viaggio autentico verso qualsiasi luogo verso cui decidiamo di andare, cioè proprio come ho cercato di raccontare nel mio libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

 

[L’immagine in testa al post è tratta da una livecam: cliccateci sopra per vederne le immagini in diretta.]