George Orwell e la libertà

[Foto di Cassowary Colorizations – George Orwell, c. 1940, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73550374.%5D

Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.

(George Orwell, che lasciava questo mondo esattamente settant’anni fa, il 21 gennaio 1950. La citazione è tratta dalla prefazione de La fattoria degli animali, traduzione di Guido Bulla, Mondadori, Milano, 2011; 1a ed. Animal farm, 1945.)

Lucerna, la vita letteraria di una città

C’è, forse, un modo letterario per cercare di capire, o almeno di percepire, se un luogo – una città o un altro nucleo di forte presenza antropica, in particolar modo – sta smettendo di essere vivo: quando la sua “vita” viene narrata sempre meno dagli scrittori e sempre più dai cronisti, ecco.
Gli scrittori possono narrare la realtà ovvero la fantasia, a volte entrambe debitamente amalgamate, e possono raccontare del passato, del presente ma pure, immaginandolo con più o meno creatività, del futuro; i cronisti devono sostanzialmente narrare il presente-presente, riportandone le evidenze con la maggiore obiettività e la minore creatività possibili. Sono due attività diverse, certo, ma a ben vedere la loro diversità si manifesta soprattutto nel risultato finale e nella relativa funzionalità, che altrove: entrambi raccontano, in fondo, al punto che vi possono essere cronisti del tutto attinenti alla realtà dei fatti e profondamente letterari, nel racconto offerto, così come scrittori che pongono in secondo piano il valore letterario del testo al fine di conseguire la massima razionalità narrativa possibile.
Tuttavia ciò che conta è il racconto, la narrazione che non sia vincolata al mero resoconto di una realtà del tutto ordinaria, talmente ordinaria da palesare la propria ristagnante insignificanza, anche quando così non sembri. La città è primariamente un racconto, di natura realista ma pure immaginativa: contiene certamente anche la cronaca, che riferisce della sua realtà oggettiva quotidiana, ma non credo vi possa essere una tale realtà senza un racconto urbano dal quale possa scaturire. In altre parole: non vi potranno essere cronisti che riferiscono della realtà cittadina senza scrittori che l’abbiano costruita e plasmata, raccontandone le storie e, in tal modo, determinandone l’identità del momento.

(Autore ignoto, “Veduta della città di Lucerna con sullo sfondo la Rigi”, 1820-1825 circa. Fonte: Biblioteca Nazionale Svizzera, GS-GUGE-ANONYM-B-2.)

Lucerna non ha tale problema, inutile che lo denoti – non avreste questo libro in mano, d’altra parte. Da secoli ha ispirato scrittori, sia indigeni che forestieri, che hanno trovato indispensabile raccontarla ovvero narrarla attraverso le storie che in essa ambientavano. Ciò ha contribuito a costruire la sua aura cittadina, la sua essenza estetica, culturale, antropologica, dalla quale scaturisse la più ordinaria vita urbana quotidiana i cui fatti sono divenuti campo d’azione e di relazione dei cronisti. Ma, in fondo, non c’entra che Lucerna possa godere e far godere chiunque d’una strabiliante bellezza paesaggistica e architettonica – o meglio: conta, senza dubbio, ma non è ciò che possa realmente spingere gli scrittori a scriverne. Contano di più altre cose: conta di più, ad esempio, che prima che dagli scrittori la città venga narrata nelle storie private degli innamorati che la percorrano mano nella mano e, sulle sue forme architettoniche come disegnate dal vibrare delle loro emozioni, vedano rispecchiata la fervida passione che li infiamma. O che la racconti a sé stesso e ai suoi piccoli amici il bambino che nelle vie cittadine si senta un antico cavaliere conquistatore di quel reame fantastico protetto da un grande fossato liquido entro cui faccia buona guardia lo stesso drago che all’alba del 26 maggio 1499, dopo un temporale terrificante, emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke – come racconta la leggenda. Oppure ancora che Lucerna venga descritta, perché no, dall’immigrato giunto in città da chissà quale lontano e diversissimo paese – per cultura, costumi, usi, visioni e quant’altro – il quale nella propria descrizione a sua volta diversa dacché basata su metri di giudizio differenti e ancora vibrata da inquietudini, timori o incertezze, consapevolmente o meno cominci a mettervi una primigenia, confusa eppure percepibile sensazione di casa, di parvenza domestica, di nascente reciprocità urbana prima ancora che sociale e culturale.
Se tutto ciò avviene, se tutte queste e tante altre narrazioni elementari scaturiranno da chi, in un modo o nell’altro, avrà a che fare con la città e ne dovrà riferire il personale dialogo, allora potrà scaturire ogni altra narrazione più strutturata, approfondita, articolata ovvero letteraria. Perché dalla città scaturirà vita, appunto, fatta non tanto di meri e ordinari accadimenti quanto di frementi istinti vitali e di sentimenti, emozioni, passioni, fantasie, illusioni: allora gli scrittori racconteranno la città e ne continueranno la “costruzione” materiale e immateriale, preservando nel tempo la sua bellezza, il fascino, l’attrattiva, il mistero. A beneficio di tutti quelli che, lettori o meno, decideranno di visitarla, conoscerla e venirne quanto più intensamente ravvivati.

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Brano tratto da
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più!

P.S.: voglio ringraziare Marco Piras Keller, lettore «italo-lucernese» che mi ha scritto ricordandomi come il Rigi, il monte ritratto nel dipinto sopra riprodotto, è in realtà identificato dagli svizzeri al femminile, die Rigi, dunque «la Rigi», quasi a definirne la grande simbolicità culturale e antropologica nell’immaginario alpino elvetico che la rende LA montagna (al femminile, appunto) per eccellenza. Ho così corretto la didascalia dell’immagine.

Il Volo e lo schianto

Qualche giorno, fa, nel cercare notizie su di un libro edito da Kaos Edizioni, mi sono imbattuto in quest’altra loro pubblicazione del 2012 la cui copertina vedete qui accanto, dedicata al citato “scrittore” di “successo” (entrambe virgolette doverose) e della quale non conoscevo l’esistenza.

Be’, la cosa è assai divertente; poi, al di là dello spasso suscitato, mi chiedo se dedicare un libro intero all’esegesi critica del “fenomeno mediatico” in questione non sia solo uno spreco di tempo, carta nonché di luci della ribalta ulteriormente regalate al soggetto che per giunta così ne ha ricavato ulteriore popolarità, oppure se il libro sia una doverosa denuncia, messa nero su bianco dacché semper scripta manent, della nullità assoluta del suddetto fenomeno dal punto di vista letterario e non solo, che alla lunga abbia contribuito a minarne il successo.

Non so, insomma. Però è divertente, ribadisco, fosse solo per quel sottotitolo così franco che dice già tutto con ammirevole sintesi tanto quanto scarso fiuto commerciale e “didattico”, ecco.

In ogni caso, cliccate sull’immagine per saperne di più.

La conquista della saggezza

(Photo credit: Phillip Leonian from New York World-Telegram – Wikimedia Commons, pubblico dominio.)

Anche da giovane non riuscivo a condividere l’opinione che, se la conoscenza è pericolosa, la soluzione ideale risiede nell’ignoranza. Mi è sempre parso, invece, che la risposta autentica a questo problema stia nella saggezza. Non è saggio rifiutarsi di affrontare il pericolo, anche se bisogna farlo con la dovuta cautela. Dopotutto, è questo il senso della sfida posta all’uomo fin da quando un gruppo di primati si evolse nella nostra specie. Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola.

(Isaac Asimov, citato da Giuseppe Lippi in I robot dell’alba, Mondadori, 1994.)

Classifiche (dello sbando)

Se si dà un occhio alle classifiche recenti dei libri più venduti in Italia, si può capire benissimo – senza tante analisi ed elucubrazioni e giri di parole tanto dotti quanto ignorati – perché l’editoria nostrana sia un settore ormai alla deriva. O forse già allo sbando.
Ecco.

(Cliccate sull’immagine per leggere la classifica “non censurata” – da me, sì – riferita al mese di ottobre 2019 e tratta da ibuk.it; ovviamente di classifiche similari ne trovate molte altre sul web e sui media, anche indipendenti dai vari circuiti distributivi e librari e magari riportanti graduatorie differenti ma, nel complesso, la sostanza non cambia. Nota bene: la prima posizione è quel che è, ma non che la seconda sia molto meglio. Parere personale, sia chiaro.)