Gli “odiatori” sui social

Per Vincenzo Visco Comandini, professore di economia delle istituzioni all’università Tor Vergata di Roma, i discorsi di odio sono favoriti dai social network e dalla loro struttura economica. Secondo l’economista, i social network profilano i soggetti che potrebbero essere più sensibili ai discorsi di odio e li sottopongono più frequentemente a questo tipo di stimolo. “Questi tipi psicologici sono profilati dagli algoritmi a scopi elettorali, il voto viene trattato come un qualsiasi prodotto di mercato. Studi recenti dimostrano che le fake news e i discorsi di odio in rete hanno un’influenza sulle campagne elettorali”, spiega Visco Comandini.
Secondo il professore di economia, sui social network sono individuati dei tipi psicologici che sono possibili “odiatori”, ovvero elettori potenziali di chi fa determinati discorsi di odio. “Ci sono meccanismi psicologici molto noti che vengono stimolati ad arte dagli algoritmi dei social. Per esempio un meccanismo è il “bias di conferma”: ti vengono mandati messaggi che ti confermano qualcosa che tu pensi già di sapere: in questo modo diventi impermeabile ad altre opinioni”, spiega.
“Inoltre è stimolata la schadenfreude cioè un sentimento di godimento nel dolore degli altri. Questo meccanismo si attiva stimolando la delusione, la frustrazione, l’invidia, il complesso di inferiorità in soggetti particolarmente vulnerabili a questi sentimenti. Per questo tipo di individui esprimere odio è una forma di piacere. Infine ci sono altri due meccanismi: sono individuate delle persone che mancano di capacità autocritica, di metacognizione, cioè non si rendono conto che sono ignoranti o che quello che pensano non è vero; e poi c’è ‘l’effetto parità’. In rete tutti pensano di avere diritto di parlare ed esprimersi, anche su temi che non conoscono, questo ha favorito la diffusione di teorie del complotto”. Per Visco Comandini, queste tecniche di propaganda erano conosciute e usate ben prima della nascita dei social network, ma con la spinta tecnologica hanno avuto una maggiore diffusione. “Dal punto di vista linguistico si costruisce una polarizzazione fondata sul ‘noi’ e ‘voi’, la costruzione di questa contrapposizione è alla base dei discorsi di odio”.

(Tratto da Gli insulti contro Carola Rackete e i discorsi di odio in Italia, di Annalisa Camilli, pubblicato su “Internazionale” l’11 luglio 2019. Ringrazio di cuore l’amico – grande scrittore – Davide Sapienza che me l’ha segnalato.)

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La difesa (e la sconfitta) della “identità”

Forse con fin troppa ingenuità, lo ammetto, continuo a trovare incredibilmente sconcertante tutta questa massa di persone che manifestano atteggiamenti di xenofobia e odio etnico, che di frequente sfocia in razzismo, giustificandoli con «la difesa dell’identità» – ovvero di ciò che definiscono così o che pensano di credere tale anche se, a chieder loro lumi al riguardo, significativamente non sanno rispondere niente di sensato e determinato. Trovo la cosa sconcertante perché proprio questi loro atteggiamenti sono la prova lampante e fondamentale che, qualsiasi cosa possa definirsi “identità” in base al loro punto di vista, è già decadente, soccombente e destinata a fine sicura. Se invece fosse un elemento forte, questa “identità”, non solo non abbisognerebbe di quegli atteggiamenti per essere “difesa” ma, in modo del tutto naturale, si imporrebbe (culturalmente) su qualsiasi altra che, in ogni caso e con tutta evidenza, possiede minore forza e influenza – fosse solo per una mera motivazione numerica, ma in verità per molte altre cose più importanti.

D’altro canto il nocciolo della questione è proprio nella mancanza di cultura, riguardo quella “identità” xenofobica: cultura ovvero storia, conoscenza, memoria, coscienza antropologica, consapevolezza civica, cognizione sociale e sociologica. Senza questi elementi fondamentali per qualsiasi virtuosa identità culturale, l’altra “identità”, quella virtuale, non è che una scatola vuota e dalle pareti assai fragili, che se da un lato suscita (per una reazione psicologica istintuale e primitiva) atteggiamenti violenti e incivili, dall’altro – faccia opposta della stessa medaglia – fa di essi un esercizio autodistruttivo. Per un’autodistruzione che d’altro canto è inevitabile, senza la presa di coscienza riguardo la suddetta vuotezza culturale, ma che quegli atteggiamenti finiscono per accelerare.

P.S.: se non lo si fosse capito, le riflessioni personali in questo mio post sono del tutto sociologiche e giammai politiche.

Davide Enia, “Appunti per un naufragio”

Nullus locus sine genio, “nessun luogo è senza Genio” ha scritto Servio nei suoi celeberrimi Commenti alle opere di Virgilio. Ci sono luoghi nei quali il Genius si mostra intenso da subito, in forza di un territorio dotato di grandi peculiarità ambientali da cui scaturisce una concezione del paesaggio oltre modo vivida; altrove invece il Genius diventa compendio discreto di elementi più piccoli, meno appariscenti, oppure abbisogna di un dialogo maggiormente fitto e costante con le genti che ne abitano il territorio e vi si relazionano. Una condizione, questa seconda, che rimanda direttamente alla definizione contemporanea di “Genius Loci” formulata dall’architetto norvegese Christian Norberg-Schulz e divenuta basilare nella teoria architettonica odierna: «In genere, si può dire che i significati radunati dal luogo costituiscono il suo Genius Loci.»
Ecco, a prescindere dai territori, dalle loro morfologie naturali, dai paesaggi più o meno suggestivi e da ogni altro elemento fisico, anche umano ma storicizzato, oggi vi sono senza dubbio luoghi che attirano a sé, quando non elaborano autonomamente, significati molteplici e intensi, tanto più se derivanti da vicissitudini geostoriche recenti la cui manifestazione va oltre il luogo stesso e i suoi “confini”. Lampedusa è certamente uno di questi luoghi, in forza dell’essere diventato il centro geografico, sociologico, antropologico, politico e quant’altre cose affini dell’intero bacino Mediterraneo, o quanto meno della sua parte più compressa tra le terre europee e africane, e dell’esserlo diventato in modo drammatico, a volte anche spaventosamente tragico. Un’isola minuscola eppure gigantesca, nella storia che le viene scritta addosso, uno scoglio sul quale naufragano innumerevoli battelli di disperati e con essi speranze, sogni, chimere ma pure, di contro, che consente rinascite, resurrezioni da vite precedenti troppo brutte per poter essere ancora vissute, che rappresenta una “meta” fondamentale senza esserlo quasi mai, anzi sovvertendo il senso stesso del termine, del concetto di “viaggio” e del “confine” che rappresenta. Un confine che laggiù è naufragato esso stesso, insieme a e anche più dei barconi che troppe volte s’inabissano nelle acque prossime all’isola. E insieme alla dignità di un mondo tanto agiato quanto meschino, ahinoi.
Ciò che invece non potrà mai naufragare è quella “storia inscritta sul luogo” di cui l’isola è ormai protagonista suo malgrado da venticinque anni, e dunque non può e non deve mai naufragare la narrazione che scaturisce continua, imponente, irrefrenabile dalla sua dimensione vitale quotidiana: lo ha compreso bene Davide Enia, forte della propria grande e poliedrica sensibilità autorale, che decide – da fiero siciliano, dunque “figlio” della stessa acqua che bagna la sua isola natale e, poco più a Sud, Lampedusa – di dare una voce, scritta e non solo, ovvero uno strumento letterario a quella narrazione, peraltro così “umana” da non poter non penetrare rapidamente nei corpi, nelle menti e nell’animo di chiunque la intercetti, nelle vite, nella quotidianità, nella propria esistenza ordinaria anche quando apparentemente lontana da ciò che accade sull’isola. Tutto questo è Appunti per un naufragio (Sellerio Editore, 2017), un romanzo che non è un “vero romanzo” per come non abbia una trama convenzionale (nel senso che a ben vedere non ce l’ha proprio), una sorta di diario che tuttavia non mette in fila giorni e settimane ma visioni, emozioni e suggestioni, un quaderno di appunti solo apparentemente disordinati dacché in realtà profondamente logici per come sappia indicare, illuminare, palesare i tanti significati che, oggi, danno corpo al Genius Loci di Lampedusa, certamente tra i più tormentati eppure frementi di questa parte di mondo []

(Leggete la recensione completa di Appunti per un naufragio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

I continui “incidenti stradali” di Lampedusa

Quello che sta accadendo a Lampedusa, e che accade ormai da venticinque anni, è come un incidente stradale che continua a ripetersi. Ci sono i superstiti, i morti e i feriti e io che abito nel condominio che dà sulla strada dell’incidente mi trovo i giornalisti che mi bussano alla porta e mi fanno le domande. Ma sono le persone che hanno subito l’incidente che andrebbero intervistate, sono loro i soggetti da ascoltare, io abito in questa casa solo per caso, loro hanno compiuto vere e proprie avventure per giungere fino a qui. Noi possiamo offrire i primi soccorsi, dei biscotti, dell’acqua, del thè caldo e farci in quattro per capire come aiutarli a proseguire il viaggio. E invece loro, i veri soggetti di questa storia, quelli che andrebbero ascoltati per comprendere i tanti perché di questo esodo di massa, ecco, vengono rinchiusi nei Centri e zittiti nei loro diritti e nelle loro ragioni.

(Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio Editore, 2017 pag.145.)

Proteggersi e aiutare, istinti opposti ma uguali

Esistono due istinti, solo che uno precede l’altro: il proteggersi e l’aiutare il prossimo, perché anche quello di aiutare è un istinto. La paura del diverso, di quello che non conosci, qualunque cosa essa sia, umano, animale, naturale, è normale. E se la superi la prima volta, probabilmente non ti si ripresenterà più. O, almeno, ogni volta che ti ripresenterà, avrai tempi di reazione sempre minori per superarla.

(Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio Editore, 2017 pag.37.)