Un pallone da calcio gonfio di idiozie

Comunque, a mio parere, tutto questo sovraccaricare il giuoco del pallone, anche nella sua recente veste mondiale – anzi, al contrario: nonostante la sua recente veste mondiale e dunque olimpicamente sportiva come non mai, nel senso autentico e più alto del termine –  di strumentalizzazioni pseudo-politiche e ideologiche d’ogni genere e sorta, di nazionalismi più o meno spinti assai diversi dal tifo ordinario, di speculazioni sovraniste e mondialiste, razziali e razziste, di ulteriori stupidaggini ben lontane dai classici sfottò e che non c’entrino nulla col fatto che, molto semplicemente, ci siano solo giocatori (e squadre) forti dunque vincenti e giocatori (squadre) meno forti ovvero perdenti – unica distinzione possibile, in una competizione sportiva (eppoi, come se il calcio non fosse già tremendamente strumentalizzato e deviato dal suo dover essere solo un gioco sportivo!) – credo renda molto bene l’idea della drammatica regressione culturale che in certi ambiti sta subendo la società in cui tutti quanti viviamo.

Non è la prima volta che accade: già in altre circostanze lo sport è stato utilizzato per cretinerie (non) politiche del genere; ed è pure accaduto che quelle circostanze fossero prodromiche a cose ben peggiori. Poi uno pensa: beh, siamo nel 2018, mica potranno accadere ancora quelle cose!
Già, ma per gli idioti il tempo va spesso al contrario, purtroppo.

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Lo scontro Francia-Italia, in breve

Ecco. In pratica siamo ancora fermi lì.
E poi dicono che la politica non sia diventata (anche) una roba da stadio, e i relativi programmi tali e quali a beceri cori da curva!

(Anche se, detto tra noi, mi viene da pensare che certi capi ultras siano anche più degni di alcuni politicanti con cui l’Italia ha avuto a che fare negli ultimi lustri. Già.)

Ius solA

Suvvia, siamo sinceri: tutta la discussione – istituzionale e pubblica, favorevole o contraria – intorno all’approvazione o meno della legge per l’ottenimento dello Ius soli è il frutto di una gigantesca ipocrisia. Sì, perché da entrambe le parti lo Ius soli è stato eletto a facile “bersaglio” dell’attenzione generale al fine di non affrontare i reali problemi legati alla questione immigratoria, forse per mera ignoranza d’azione verso di essa, magari anche per una certa dose di nostrana meschinità.

In primis, la legge sullo Ius soli – ma, per la cronaca, si deve parlare di Ius soli temperato, che non è ciò che spesso viene fatto credere dagli organi di (non) informazione – non rappresenta affatto una concessione politica ma il riconoscimento giuridico di un diritto civico e civile, semmai garantito dalla legge, non concesso. A tutti gli effetti, non c’è tanto una legge da approvare o meno quanto un diritto da riconoscere e garantire o da disconoscere e rifiutare, si decida in un senso o nell’altro.

In secondo luogo, viene fatto credere che lo Ius soli sia una “soluzione” oppure un “danno” riguardo la realtà dei flussi migratori, o quanto meno che sia ad essa correlato e invece no, non c’entra un bel niente con essi. Ciò probabilmente perché – punto tre – non c’è appunto alcuna volontà ovvero alcuna capacità di regolare al meglio il controllo di tali flussi, in quanto nel campo politico non c’è alcuna reale e proficua comprensione sociologica e culturale di essi, cosa che rappresenterebbe il primo passo per la loro efficace regolarizzazione anche giuridica. Le uniche cose che scaturiscono da questo paese al riguardo sono bieca xenofobia (altrimenti detta “razzismo”) oppure demagogico compatimento (altrimenti detto “buonismo”), sui quali viene costruito il solito consenso elettorale inevitabilmente populista e totalmente meschino, senza proporre alcuna buona e credibile soluzione – nuovamente né in un senso né nell’altro.

Così, come al solito, l’Italia lascia incancrenire un problema potenziale che, inesorabilmente, diviene cronico e sempre meno risolvibile, nascondendo tale inettitudine genetica nazionale dietro un falso problema, sovraccaricato di non senso politichese al fine di concentrare su di essi l’attenzione pubblica sviandola da altre ben più gravi magagne.

E dunque, in fin dei conti: meglio un paese dotato di una legge sullo Ius soli unita a un’efficace strategia di controllo dei flussi immigratori con relativo programma istituzionale d’integrazione socioculturale, oppure un paese privo d’una legge sullo Ius Soli nonché di qualsiasi reale e attiva comprensione istituzionale del fenomeno immigratorio, con relativa mancanza di gestione politica e, ancor prima, socioculturale di esso?

Ecco, fine discussione.

Perché c’è da aver “paura” di tutte queste fobie

È veramente sconcertante constatare come vi sia un’ampia parte di opinione pubblica – troppo ampia, sempre e comunque – che si ponga in balìa delle varie e assortire fobie sparse da certi media (e poco conta, nel principio, che tali fobie siano quasi sempre ingiustificate e false ovvero costruite ad hoc per meri fini di propaganda politico-elettorale prendendo a bersaglio soggetti, elementi, questioni adatte allo scopo). È sconcertante che chi se ne faccia voce e strumento non capisca come, piuttosto di contrastare la minaccia a cui fanno riferimento, sia per essa il miglior alleato in senso assoluto.
Eppure è (sarebbe) semplicissimo capire come vanno le cose.

Chi ha paura percepisce pericolo ovvero possibilità di sopraffazione, ergo difficilmente affronta la fonte della sua paura: più facilmente fugge via. In tal modo fa il gioco stesso di quella fonte, dal momento che lascia ad essa campo libero. Non solo: se per giunta quella fonte è presunta e non certa in quanto la stessa paura è artificiosamente indotta, alla paura si aggiunge lo smarrimento, il disorientamento, l’incapacità di capire, dunque si elimina pressoché definitivamente la possibilità di reagire e di vincere quella paura.

Se invece ci si sente più forti della (presunta o meno) fonte di paure e pericoli, viene spontaneo e naturale affrontarla se non persino ignorarla, dacché la si ritiene inabile a costituire una qualche autentica minaccia. In poche parole, non si genera alcuna paura, nessun timore, non ci si sente per nulla in pericolo: ciò anche perché il fatto di esserne più forti sarà ben sostenuto dalla certezza di possedere i più adeguati strumenti culturali per comprenderla e gestirla. Non solo: se effettivamente quella fonte di pericolo, ancorché non così paurosa, è concreta, i citati strumenti culturali sapranno indicare anche i modi migliori per controllarla, arginarla e, nel caso, annullarla.

Ecco perché le varie fobie indotte dai media verso certe realtà ritenute “ostili” in modo artificioso e sostanzialmente ingiustificato, con tutti i conseguenti atteggiamenti sociali individuali e collettivi, rappresentano (paradossalmente, ma solo all’apparenza) le migliori alleate verso quelle minacce: non soltanto, quand’esse siano effettive, agevolano loro il terreno d’azione, ma pure ne impediscono concretamente il controllo e l’annullamento, agendo esclusivamente sull’induzione del panico il quale, inutile dirlo, nulla risolve ma tutto rende caotico e incontrollato. La condizione migliore, insomma, affinché un’eventuale minaccia possa acuire illimitatamente la propria gravità.

In buona sostanza: chi per bieca e ottusa strategia spande fobie, si palesa come un autentico nemico della società civile – la stessa della quale facilmente se ne dirà invece “difensore”. Di più: si manifesta pure come una grave minaccia per la cultura alla base della società – la quale, per dirsi autenticamente “civile” non può certo esimersi dal coltivare e diffondere buona e costruttiva cultura, piuttosto di sabotarla!
Nuovamente: è una questione soprattutto culturale, appunto. O di privazione di cultura, ovvero di imbarbarimento civico: l’anticamera della fine di una società, se non si torna indietro e non si eliminano, in modo netto e definitivo, queste bieche minacce “spandifobie”. Di esse sì, semmai, ci sarebbe da avere paura.

“Emergenza” emergenze

Emergenza.

Non c’è dubbio che, da qualche tempo, questa sia una delle parole più amate dai media e da chi li ispira. L’“emergenza stupri”, è una delle più recenti (chissà che non venga rapidamente “oscurata” da una ancor più nuova “emergenza malaria”!), poi c’è l’intramontabile “emergenza sbarchi” ovvero “emergenza immigrazione”, inoltre l’“emergenza siccità” e l’“emergenza incendi” che si danno il cambio con l’“emergenza alluvioni” e l’“emergenza frane”, alla quale va aggiunta la stagionale “emergenza neve” e così via – inutile continuare, sapete bene che l’elenco potrebbe essere assai lungo e comprendere autentiche “chicche” quali, ad esempio, l’“emergenza molossi/pitbull” non qualche mese fa…

Tutto questo uso emergenziale del termine risulta piuttosto paradossale, se si considera la sua accezione originaria e primaria, sostanzialmente positiva: ne parlai giusto di questi tempi un anno fa, qui. Oggi invece, nel mondo della non informazione contemporanea dominato dal più impudico e sfrenato clickbait posto al servizio della propaganda pseudo-politica, quando si vuole attrarre attenzione e al contempo suscitare determinate sensazioni di natura allarmistica, fobica e ossessiva, et voilà: un bel titolone con dentro “emergenza” e il gioco è fatto.
Peccato che in tal modo, distorcendo l’uso del termine e, in fondo, pure il suo significato, col tempo esso finisca per agevolare pure la stortura del tema, argomento, evento o questione a cui fa riferimento. Se infatti l’accezione oggi più comune di “emergenza” è quella parecchio influenzata dall’equivalente inglese di emergency, indicante una circostanza imprevista ovvero una situazione critica di natura improvvisa e temporanea dunque qualcosa che richiede una soluzione altrettanto immediata e rapida al fine di risolverne la criticità, le presunte “emergenze” urlate spesso sguaiatamente da certi media hanno il solo senso e scopo di fare allarmismo sensazionalista, come detto, e giammai di porre l’attenzione sulla necessità di trovare una buona soluzione a un certo problema concreto. Anzi, accade il contrario, appunto: non essendoci alcuna volontà di risoluzione della sbandierata “emergenza” nonché, a ben vedere, spesso non essendoci nemmeno una reale emergenza ma soltanto un esercizio di “sensazionalizzazione mediatica” d’una questione pur critica ma di gestione altrimenti “ordinaria” o poco più (significativa in tal senso è la recente “emergenza stupri” annunciata da certi media a fronte invece della diminuzione dei relativi reati, vedi qui), l'”emergenza” da situazione temporanea diventa cronica, viene in qualche modo “normalizzata” in quanto tale e per questo accettata come tale da quella parte di opinione pubblica che crede a ciò che gli viene propinato dai media suddetti. D’altro canto è evidente: se si continua a gridare “Al lupo! Al lupo!” senza fare nulla di concreto per difendersi da tale minaccia, ben presto quelle urla d’allarme non verranno nemmeno più udite, essendo diventate “normali”.

Attenzione: ciò non significa affatto che il problema dichiarato “emergenza” non sia reale e non sia da affrontare. Tuttavia, è proprio la distorsione della sua realtà, a partire dalla stessa definizione resa pubblica (l’“emergenza” che non è emergenza, insomma), che finisce per confondere le acque e ostacola, quando non vanifica del tutto, la necessaria risoluzione – presupponendo, ribadisco, che una volontà effettiva di risoluzione vi sia e che lo scopo di tutto non sia invece e soltanto il mero clickbait sensazionalista e fobico, come pare evidente e come il più delle volte io credo.
Non solo, accade qualcosa di anche più grave. Tornando alla suddetta “emergenza stupri”, si finisce per non vedere nemmeno più il vero nocciolo del problema, il reato effettivo e realmente terribile: l’atto di violenza sulle vittime. Lo evidenzia proprio la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli (vedi ancora qui), affermando che «Il problema è che sta passando un messaggio tremendo di impunità, perché gli stupri in Italia sono all’ordine del giorno.» Inevitabile, appunto: si urla, si sbraita tanto ma non si fa nulla o quasi di concreto per risolvere l’“emergenza”: che rapidamente tale non è più ma un tema a cui buona parte dell’opinione pubblica non presta nemmeno attenzione. Così, la complicità e il danno di chi proclama “emergenze” ai quattro vento solo per fare allarmismo, sensazionalismo mediatico e bieco clickbait sono completi.