Una “moneta” di cui l’Italia è fin troppo ricca

Ma quali “minibot” del cavolo! Una potenziale “moneta” parallela in Italia circola in grandissima quantità già da tempo, e peraltro nel nome cita nobilmente anche la storia nazionale: solo che non si chiama più ducato come, ad esempio, la moneta della Repubblica di Venezia, del Regno di Napoli o del Regno delle Due Sicilie, ma ora si chiama male-ducato.

Di questa “moneta” l’Italia è fin troppo ricca, divenisse la valuta ufficialmente riconosciuta farebbe miliardari tanti italiani. Invece, posta la realtà dei fatti, è una moneta che più se ne possiede e più si è miserabili. Già.

La TV diseducativa, anzi, barbarizzante

Ma la vera domanda è un’altra: perché praticamente tutta la TV generalista (RAI, Mediaset e La7) ha affidato in blocco il commento della cronaca e l’analisi politica a un pugno di persone, sempre le stesse, su tutti i canali? È mai possibile che questa trentina di individui siano gli unici in grado di commentare ogni santo giorno su tutti i canali televisivi? No, che non lo sono.
Quanti studiosi ed esperti, con una professionalità specifica, potrebbero contribuire al dibattito pubblico?
Quanto fa bene questa concentrazione alla democrazia?
Quale spazio rimane alle idee, alle libere opinioni?
Che servizio pubblico è ormai quello della RAI?
Stiamo affondando nel populismo informativo, quello che rifiuta ogni argomentazione logica per difendere posizioni a priori, che affida il confronto televisivo ai giornalisti tra di loro, mentre ha abdicato a chiedere il confronto tra i politici.

Tratto da Come diventare sovranisti con la TV generalista di Emanuela Marchiafava, un articolo pubblicato ne “Il Post” col quale, in modo tanto semplice quanto illuminante, viene messo in evidenza il legame inesorabile tra TV generalista, col relativo livello infimo delle sue trasmissioni in specie inerenti il dibattito politico, e coltivazione di un sentimento diffuso di matrice populista, nel senso peggiore del termine, con mire antidemocratiche. Poi, per fortuna, io la TV non la guardo, ma l’eco della sua bieca miseria mi giunge comunque, e ciò mi rende interessante tale articolo.

Postilla assolutamente personale: quanto sopra lo affermo pur constatando la militanza politica di Marchiafava, che per quanto mi riguarda non è differente nella sostanza (in bene e in male) rispetto ad altre – senza che ciò tolga nulla all’autrice e al valore delle sue parole, in questo e negli altri casi. Ribadisco: è un’opinione strettamente personale.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.

Il fatuo artificio dei fuochi d’artificio

Una domanda: ma veramente (sarà che invecchio e mi inacidisco, o divento pesante e lagnoso ovvero obiettivamente misantropo, può essere) – dicevo: ma veramente alla gente piacciono ancora i fuochi d’artificio? Veramente c’è bisogno di essi per valorizzare un luogo, una ricorrenza, un evento o un paesaggio, la sua bellezza, la sua attrattiva turistica? E veramente una festa popolare – sia essa di paese o d’una più grande città, laica o religiosa, turistica o meno… – non può definirsi tale senza quel gran baccano luminoso dal costo a dir poco spropositato?
Costo spropositato, per giunta, che quasi sempre viene spacciato e giustificato come “evento culturale” e sovente inserito nelle relative richieste di finanziamenti pubblici: ma che ca…volo di “cultura” c’è, oggi, nei fuochi d’artificio? E, porca d’una miseria, quanti veri eventi culturali si potrebbero allestire, con mirabili ed evidenti ricadute a vantaggio di tutti, con i soldi che vengono (letteralmente) bruciati in pochi minuti di spettacolo pirotecnico? Dalle mie parti, sulle rive del lago, non c’è quasi località che nel corso dell’estate non si pregi d’avere il proprio spettacolo di fuochi – peraltro esattamente uguale a quello del paese accanto o della riva opposta, perché, suvvia, diciamoci pure questo: visti una volta, i fuochi d’artificio, visti tutti – come si dice in questi casi! Be’, facciamo una bella somma dei soldi spesi per codesti numerosi spettacoli, e vediamo che cifra ne esce. Poi riflettiamoci un attimo sulla convenienza, economica e, soprattutto, culturale!

Non so, insomma. Ribadisco: sarà che sto diventando vecchio e acido, o sarà che ritengo che i già pochi soldi pubblici spendibili nella cultura dovrebbero essere spesi per cose ben più culturalmente e intellettualmente costruttive. In mezzo alle quali, per carità, ci può stare anche uno spettacolo pirotecnico, saltuariamente. Ma così come è ora no. Io veramente non lo capisco.

Impingement… impicment… impichment!

Risulta estremamente interessante e assai emblematico questo articolo di Dailybest, dal quale si evince che la maggior parte degli italiani, che in queste ore invoca a destra e a manca impeachment presidenziali, in verità ha grossi problemi nello scrivere correttamente il termine impeachment, al punto da far supporre che pure in quanto a significato di esso, e in tema di relativo valore giuridico, ne sappia ancora meno. Sempre che non intenda invocare, per l’attuale Presidente della Repubblica Italiana, una patologia legata ai quattro muscoli che permettono il movimento della spalla – ovvero il cosiddetto impingement sub-acromiale. Ma non credo: gli italiani sono un popolo di commissari tecnici, primi ministri, giudici di talent show, esperti o meno di vaccini e quant’altro ma non di ortopedici tanto preparati!

A proposito: no, quel Conte che ha provato a fare il governo non è quell’altro che ha fatto l’allenatore della nazionale di calcio. Anche se in effetti i due incarichi sarebbero ormai tranquillamente sovrapponibili, nell’immaginario collettivo italiota contemporaneo, già.

In ogni caso l’intero articolo di Dailybest citato risulta significativo, appunto, per comprendere bene con chi si ha a che fare, nell’Italia dell’anno di (dis)grazia 2018. Inesorabilmente significativo, anzi, visto lo stato delle cose. Perché, se è del tutto vero che ogni popolo ha i governanti che si merita, qui pare ormai ancor più obiettivo che “certi popoli idioti non possono che avere quei governanti idioti che si meritano.” E ciò con piena par condicio, eh!

«Escalabar… Escansala… Eschizibur… Escansa…»
«Excalibur, imbecille!»

(Superfantozzi, 1986 – clic)

Dello scrivere libri, o di un efficace metodo per diventare indigenti

Piuttosto cinicamente (ma in fondo è pure autocinismo, questo) mi viene sempre più spesso da pensare che un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi (ove la sproporzione è rispetto al numero di lettori del mercato nostrano, chiaramente, il quale al momento non pare accennare a ridestarsi dal suo coma piuttosto profondo, peraltro indotto pure proprio dal gran numero di libri pubblicati, sovente di assai scarso pregio letterario, che ingolfano gli scaffali delle librerie nascondendo le – più rare – opere invece meritevoli d’attenzione) – dicevo, un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi sarebbe quello di far conoscere nel modo più obiettivo possibile agli aspiranti scrittori la realtà dell’editoria nostrana contemporanea: un mondo – per essere piatti – che si proclama nobile e sfavillante ma in realtà è ridotto con le pezze al culo e, a quanto sembra, sconsideratamente destinato a una sempre più prossima implosione.
Ovvero, in breve: volete scrivere libri per diventare ricchi e famosi? Farete probabilmente prima a diventarlo cercando aghi nei pagliai e vendendoli ai sarti, ecco.

Qualcuno che ci provi ad essere obiettivo sulla realtà dell’editoria italiana contemporanea peraltro c’è. Non so se lo faccia in base all’intento personalmente rimarcato; io – cinicamente, appunto – sì (e fate conto che, per quanto mi riguarda, a quel cinismo vado oltre ricordando quella nota massima di Emerson, “Chi scrive per sé stesso scrive per un pubblico immortale”). Dunque vi consiglio di leggere questo illuminante pezzo di Luca Bernardi, Quanto (non) guadagna uno scrittore?, pubblicato in origine da L’Indiscreto (vedi qui l’articolo originale) e ripreso da CheFare, da cui traggo anche il sunto che vi propongo di seguito (con un paio di altri significativi estratti dallo stesso articolo, in calce).
Buona lettura – un po’ meno la scrittura, invece…

C’era una volta un esordiente che doveva scrivere un articolo sui guadagni degli scrittori. Facile, pensavo, basterà chiedere a Tizio e Caio quanto prendono di anticipo, quali percentuali ricavano al netto dell’agente, come fanno quadrare i conti a fine mese. Più che un’inchiesta sarà la compilazione di un questionario. E invece…
E invece nessuno vuol far sapere quanto guadagna. “Io te lo direi pure, basta che poi nel pezzo non fai il mio nome”. Me l’avranno ripetuto in quindici questo adagio. Manco stessi scrivendo un articolo sulle logge nere. Insomma nessuna delle mie fonti ha voluto figurare per nome. Perciò, stando alle deposizioni di ignoti, ecco quanto ho raccolto.
Una piccola casa editrice seria pagherà al massimo mille Euro di anticipo (questo lo so anche per esperienza, avendo esordito a novembre con Tunué). Una casa editrice media si attesterà tra i cinquecento e i quattromila. Una grande tra i tremila e i diecimila. Poi ci sono tre o quattro editori che partono da cinquemila Euro e salgono anche molto a seconda della fama dell’autore.
Sembra inoltre che le cifre siano calate rispetto ai primi Duemila. Chiunque bazzichi nell’editoria da un po’ sostiene che la crisi abbia pressoché dimezzato gli anticipi. Nel 2003, per esempio, non era inaudito esordire per una major con un assegno da ottomila Euro. Oggi il ristagno del mercato e la contrazione degli introiti editoriali hanno impoverito ulteriormente chi scrive.
Dunque le grandi investono più delle piccole ma se sei al primo libro, o comunque mostri scarse prospettive commerciali, gli anticipi saranno tutt’altro che faraonici. Anche a esordire con Mondadori oggi è difficile ricevere un anticipo superiore ai cinquemila Euro. Il che significa l’impossibilità, almeno all’inizio, di mantenersi solo scrivendo.
A vivere di romanzi sono ormai in pochi in Italia. Anche perché tra chi venderebbe abbastanza da permettersi di non fare altro ci sono molte personalità i cui libri funzionano sul piano commerciale proprio grazie alla celebrità extraletteraria degli autori.
C’è una seconda fascia di persone che campa tra pubblicazioni di vario tipo, incarichi editoriali correlati, corsi di scrittura, traduzioni, giornalismo, docenze a contratto. Non fanno gli scrittori a tempo pieno ma nemmeno gli idraulici. Per la generazione dei miei genitori sono degli spiantati, per noi ventenni dei modelli di tenacia professionale.
Poi viene chi pubblica libri e scrive su testate online o cartacee ma sopravvive grazie ad altre fonti, professionali e non. Qualcuno li chiama pesi medi. Magari insegnano o fanno i liberi professionisti. Se sono giovani, cioè hanno meno di quarant’anni, hanno spesso famiglie che li aiutano.
(…)
Il quadro è desolante e non occorrono cattedre alla Normale per capire che dietro alla reticenza economica degli scrittori c’è in parte la tentazione di chiudere gli occhi davanti all’indigenza della propria sottoclasse sociale, e forse anche al tramonto di una cultura intesa come prestigio, ovvero quale vessillo di un potere che ormai cerca tutt’altri stemmi e casse di risonanza.
(…)
E che cos’è la carriera per uno scrittore se non l’uscita del proprio Meridiano, le orde di incravattati plaudenti a Stoccolma o le testate che lo inseguono per editoriali su temi di cui fino a un’ora prima ignorava l’esistenza. Certo, la carriera può essere una somma di questi elementi… eppure non si dimentica qualcosa? Be’, forse un conto in banca a sei zeri. E ribadisco che stiamo parlando di carriera, non della corrida tra titani per entrare nel canone, qualsiasi cosa esso sia, o perché il proprio nome svanisca buon ultimo tra quelli di tutti i parlanti nella propria lingua peritura.
Eccoci di nuovo al punto di partenza. Reputazione, alla fine, significa denaro. E senza soldi può darsi carriera? In una società di mercato, no. Nell’editoria, sembra di sì ma alla fine parrebbe di no. Fine della storia. Ma e se come da decenni sostengono i tifosi del post-umano il mercato stesse davvero morendo, non sarebbe allora l’editoria forse il vero laboratorio all’avanguardia, un workshop di lustri sugli scenari del post-lavoro e del post-salario (della post-inedia?) a cui presto o tardi, singolarità più o singolarità meno, la pletora degli universi professionali dovrà inchinarsi?

(Ribadisco: potete leggere l’intero articolo di Luca Bernardi, molto più articolato e ricco di informazioni sul tema, qui.)