Tanto per levarseli dai piedi

Volere è potere: la divisa di questo secolo. Troppa gente che «vuole» piena soltanto di volontà (non la «buona volontà›› kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte, molto spesso, che sono  i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo, che li disprezza. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi.


(Ennio Flaiano, Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956, pagg.148-149. Fate clic sull’immagine, poi.)

Il senso (woodyalleniano) della vita

Io non credo nella vita dopo la morte, e quindi, data la cupa visione che ho della condizione umana e della sua dolorosa assurdità, perché andare avanti? Alla fine, non sono stato in grado di trovare un motivo plausibile, e sono giunto alla conclusione che noi uomini siamo semplicemente programmati per resistere alla morte. Il sangue è più forte del cervello. Non c’è motivo logico per cui rimanere attaccati alla vita, ma chi se ne importa di quello che dice la testa. Il cuore dice: hai visto Lola in minigonna? Per quanto ci lamentiamo e insistiamo, a volte in modo del tutto persuasivo, che la vita è un incubo di lacrime e di sofferenza, se uno entrasse improvvisamente nella nostra stanza con un coltello e intenzioni omicide, reagiremmo subito. Lotteremmo con tutta la nostra energia per disarmarlo e sopravvivere. (Nel mio caso, scapperei.)

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.21.)

I “miti” (degli altri)

Qualche settimana fa ho pubblicato un articolo su Bob Dylan – il 24 maggio, giorno del suo ottantesimo compleanno – nel quale celebravo il genetliaco ma, con sconcertante insolenza (me lo dico da solo, sì) e pur con altrettanta sincerità confessavo che trovo da sempre Dylan uno degli artisti musicali più noiosi, soporiferi, sovente assai poco attraenti e a volte sconcertanti che abbia mai ascoltato.

Poi, parlando con alcuni amici di come per chiunque esistano dei “miti” – di ogni ambito terreno – riconosciuti come tali da tantissimi ma che per se stessi non lo sono affatto in forza dei più disparati motivi personali, mi sono messo a fare una rapida top ten dei miei “miti degli altri”, personaggi o cose variamente celebri e mitizzate ma non da me, ecco. Ovviamente è inutile rimarcare che si tratta di opinioni e giudizi del tutto personali senza alcuna pretesa di verità ma, certamente, sinceri e onestamente espressi.
Ecco qui la mia dissacrante, quasi blasfema top ten (posizioni in ordine sparso, eh):

  •  The Beatles: mito assoluto che non abbisogna di presentazioni. Be’, nulla dire sull’importanza rispetto alla storia della comunicazione di massa e del music business, che dopo di loro è indubbiamente cambiato ed è diventato quello che oggi è, ma le canzoni, salvo tre o quattro e non di più, le trovo insipienti e noiose. I Rolling Stones tutta la vita, semmai.
  • AC/DC: una delle più celebri rock band di sempre ma, a mio modo di vedere, è più di quarant’anni che “fanno” sempre e solo Highway to Hell. Nel senso che hanno pubblicato quel loro brano nel 1979 e da allora si sono limitati a riprodurlo mille e mille volte, con altri titoli e accordi un filo differenti ma, nella sostanza, il pezzo è sempre quello. Ma anche basta, porca miseria!
  • Jim Morrison: il “carismatico leader” dei Doors è un personaggio che nel complesso mi irrita irrefrenabilmente fin dai primi istanti di visione. Dicono fosse un poeta – “il poeta maledetto” anzi; a mio modo di vedere il vero “poeta” (tramite le sue tastiere) e personaggio da ricordare nei Doors fu Ray Manzarek, non l’altro.
  • Alda Merini: con il massimo rispetto per la personale vicenda umana, trovo la sua poesia ben poco “poetica” ovvero in gran parte banale e scontata.
  • Alberto Tomba: (sempre che possa essere considerato un “mito”, ma ai suoi tempi lo era, probabilmente) grandissimo sciatore ma non ho mai sopportato i suoi atteggiamenti da “simpatico” (per gli altri) spaccone; infatti all’epoca ero un grande fan del suo acerrimo rivale nella Coppa del Mondo di Sci, lo svizzero Pirmin Zurbriggen.
  • Gianni Agnelli: l’Avvocato, mito capitalistico italiano per eccellenza, è a mio parere colui che ha gettato alle ortiche (ovvero ha permesso che accadesse) un’azienda tra le più avanzate – sia dal punto di vista tecnologico che del design – al mondo, producendo auto pessime e per di più parassitando ingenti fondi pubblici al fine di riempire i buchi di bilancio.
  • Vasco Rossi: personaggio di grande simpatia tanto quanto di insopportabile banalità musicale – salvo la prima parte di carriera, quando non era ancora così mitizzato e produceva spesso canzoni notevoli. Poi, appunto, il gran successo gli ha spento la carica innovativa rendendolo non di rado una parodia del se stesso giovane.
  • La Ferrari: il mito automobilistico per eccellenza, tuttavia per il team di Formula Uno non ho mai fatto il tifo perché mi ha sempre infastidito quella strumentalizzazione mediatica a fini patriottico-nazionalisti (“la nazionale rossa”) della quale – suo malgrado, anche – è sempre stata oggetto, mentre come costruttore di automobili, per carità, gran belle vetture ma, avessi i soldi, sceglierei senza alcuna esitazione una Aston Martin. Dal fascino inarrivabile, per una Ferrari.
  • Il Brunello di Montalcino: datemi una bottiglia di questo nobile “mito enologico” assoluto, e datemene una di proletarissimo Lambrusco oppure di Bonarda… be’, scelgo mille volte questi due, altro che il primo, il quale mi entusiasma come un surfista in una giornata di mare piatto e senza un filo di vento!
  • Il Capodanno: un giorno “mitico” per tutti i festaioli, io invece non ho mai capito che ci sia concretamente da festeggiare e poi, nello specifico, il solito countdown della mezzanotte, «meno dieci… nove… otto… sette…» scandito in coro dai festanti, se devo proprio essere sincero, mi ha sempre suscitato notevoli istinti omicidi, ecco.

E voi? Avete qualche “mito degli altri”, osannato da tanti e invece da voi francamente ignorato o disdegnato? “Miti” considerabilmente tali, sia chiaro: non la Ferragni (che magari “mito” lo sarà tra quarant’anni, chissà, glielo auguro) oppure Jovanotti (nota bene: a chi lo ritenga un “mito” sarà tolto il saluto immantinente) o altre figure di simil sorta, eh!

 

 

Consigli buoni per tutta la vita

In queste pagine faccio dell’ironia sui miei genitori, ma ciascuno di loro mi ha insegnato cose che mi sono state utili per tutta la vita. Mio padre: quando compri un giornale all’edicola, non prendere mai quello in cima. Mia madre: l’etichetta dei vestiti va sempre dietro.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.29.)

La comicità non è una camicia da indossare

La gente mi chiede se ho mai paura di svegliarmi una mattina e di non far più ridere. La risposta è no, perché la comicità non è una cosa che si indossa come una camicia e che si può perdere da un momento all’altro. È molto semplice: o sei capace di far ridere, oppure no. Non è una specie di follia passeggera. Il che non significa che tu non possa svegliarti di cattivo umore, pieno di odio per il mondo e per la stupidità della gente, esasperato per un universo privo di senso – cosa che ammetto di fare ogni mattina -, ma questo serve a cavar fuori il mio senso dell’umorismo, non a cancellarlo. Come Bertrand Russell, provo una profonda tristezza per il genere umano. A differenza di Bertrand Russell, non sono bravo in matematica. E forse non sono in grado di trasmutare la mia sofferenza in grande arte o in grande filosofia, ma sono capace di scrivere delle buone battute che per un attimo possono distrarre e arrecare un breve sollievo alle irresponsabili conseguenze del big bang.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.337.)