Beat Generation Podcast

Dato che già qualche migliaio di persone (numero approssimativo) mi richiede il podcast della puntata di RADIO THULE di lunedì 12/03 dedicata alla Beat Generation, cliccate sull’immagine qui sopra e lo avrete, ascoltabile e liberamente scaricabile. Non dimenticate poi che nella pagina del blog dedicata al programma trovate l’intero archivio dei podcast, con le puntate della stagione in corso e di quelle precedenti.

Stay tuned (come dicono i conduttori radiofonici seri, cosa che io non credo di essere – e forse nemmeno ambisco di essere) e buon ascolto!

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Settant’anni rivoluzionari di Beat Generation – questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 12 marzo duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 8a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata Il battito dei beati abbattuti. La Beat Generation, 70 anni dopo“.

Nel 1948 Jack Kerouac, l’autore del celeberrimo romanzo Sulla strada (orig. On the road), nel conversare con l’amico scrittore John Clellon Holmes definì il movimento giovanile anticonformista che stava prendendo forma nell’underground newyorchese “Beat Generation”. Fu il battesimo simbolico di quello che sarebbe poi diventato, dal 1950 in poi, uno dei movimenti culturali fondamentali del Novecento, una vera e propria rivoluzione del pensiero e dell’arte guidata da personaggi assolutamente emblematici – i due citati e, tra i più noti, Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, lo stesso Bob Dylan – che accompagnò il mondo occidentale dall’era moderna a quella contemporanea e dal quale si derivarono molti altri fenomeni sociali e culturali successivi, dal movimento Hippy al Sessantotto e a Woodstock, dalle rivendicazioni degli anni ’70 fino alle tendenze giovanili più recenti, oltre alla gran parte della musica dai Sessanta in poi.

Già, perché l’influenza della Beat Generation è ancora oggi forte seppur non più così percepita dall’opinione pubblica: per tale motivo, in questa puntata RADIO THULE vi porterà alla sua riscoperta ovvero alla sua conoscenza, certamente fondamentale per capire meglio il mondo di oggi e da dove una buona parte della nostra cultura più alternativa proviene.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Summer Rewind #7 – Mark Lombardi, quando l’arte sa illuminare la parte più oscura e torbida della realtà

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 30 luglio 2013.)

Da scrittore dotato di grande passione per la scrittura letteraria e per assimilabile grande passione verso l’arte contemporanea, sono da sempre molto interessato e affascinato da quelle forme d’arte che integrano in modo più o meno cospicuo il segno grafico con le parole scritte, ovvero con un testo che sia leggibile e che dunque palesi un determinato senso tematico/letterario.
Posto ciò, devo ammettere la colpa di non aver mai adeguatamente approfondito la conoscenza dell’opera di Mark Lombardi, artista concettuale americano che tuttavia definire in tal modo risulta parecchio limitante, se non per certi aspetti lombardi_photofuorviante. I suoi disegni, diagrammi ovvero infogrammi di precisione maniacale con i quali metteva in correlazione i poteri forti, le varie lobby politiche, economiche, industriali e finanziarie e vari settori delle classi dirigenti con la criminalità e il terrorismo internazionale di varia natura, formano delle figure perfette e armoniose, in tal modo dimostranti un’armonia grafica riconducibile alla matrice estetica dell’arte, ma nel contempo illustrando e illuminando la realtà – torbidissima e sovente spaventosa, inutile dirlo – di quei poteri dominanti, e di buona parte della realtà che da essi derivava e tutt’oggi deriva – in primis gli attentati dell’11 Settembre 2001, pochi giorni prima dei quali Lombardi morì d’una morte che in alcuni desta ancora Lombardi-bushbinladen_photopiù d’un sospetto – e della quale stiamo subendo le conseguenze planetarie, chissà ancora per quanto tempo (a proposito, tanto per dire: ingrandite la foto qui accanto, e meditate…)
Dicevo poco sopra che qualsiasi definizione si porvi ad usare per l’opera di Lombardi risulta facilmente fuorviante… Lombardi era una artista, ok, le cui opere tuttavia ben poche persone riconoscerebbero come “d’arte”, intendendo l’accezione classica ed estetica di questa definizione; però, come detto, i disegni prodotti sono talmente belli, nel segno grafico, che assurgono realmente al rango di arte contemporanea concettuale e minimalista. Ma, con la sua arte e con quanto rivela, Lombardi era pure un cronista sui generis, uno che veramente illuminava le realtà dei fatti in modo libero e indipendente: in effetti il testo utilizzato nelle sue opere è composto soltanto da nomi, date e pochi altri appunti funzionali al disegno raffigurato.
Tuttavia, al di là di qualsiasi definizione, etichetta o catalogazione pensabile, Mark Lombardi con la sua arte ha attuato come pochi altri il senso precipuo e fondamentale che da sempre le discipline artistiche devono e dovrebbero conseguire, ovvero la raffigurazione della realtà attraverso una matrice estetica e al contempo tematica ed espressiva che permetta a chi ne fruisce di riflettere su quanto raffigurato, di valutare, di considerare e magari di comprendere. L’arte non deve imporre una qualche idea o, peggio verità – sarebbe altrimenti mera propaganda, come quella utilizzata dai regimi – ma, appunto, deve offrire un punto di vista perspicace, penetrante, illuminante e se possibile alternativo su quella realtà. Deve agevolare la libertà di pensiero, insomma, esattamente come l’arte è manifestazione di libertà espressiva, in senso grafico e non solo. E Mark Lombardi, nei suoi lavori, lo ha saputo fare benissimo, peraltro mettendoci davanti agli occhi la potenziale verità sugli ultimi 30 anni almeno di geopolitica internazionale, su come ciò che ci è stato presentato e imposto come “bene” ma che sovente è l’esatto contrario, nonché – allo stesso modo – su certi “nemici dell’Occidente” che invece erano (e sono) amici, e pure fraterni…

Su Mark Lombardi in Italia c’è pochissimo materiale. Di recente RAI 5 – l’unico canale della televisione pubblica italiana degno di essere visto! – ha mandato in onda il documentario Mark Lombardi – Kunst und Konspiration realizzato dalla regista tedesca Mareike Wegener, il cui promo è questo:


Poi, per citare un paio di altre fonti utili su Lombardi, questo è l’articolo di Wikipedia (in inglese), mentre questo è il sito della Pierogi Gallery di Brooklyn, che ne detiene le opere (visibili in una interessante selezione). Ma, appunto, se avete una buona dimestichezza con la lingua inglese, potete trovare molti altri documenti interessanti, sul web: Mark Lombardi è un personaggio che merita assolutamente di essere conosciuto e apprezzato in tutto il suo grandissimo valore, e per quanto sappia aprirci occhi e mente sul nostro mondo contemporaneo.

Keith Haring, Milano

Con inedita profusione di quantità e qualità espositiva, e come ideale seguito della mostra dedicata qualche mese fa dal MUDEC all’altro grande “genio maledetto” dell’arte dell’ultimo Novecento, Jean-Michel Basquiat, About Art porta negli spazi di Palazzo Reale a Milano tutta la potenza artistica espressiva nonché lo straordinario (e tutt’oggi troppo sottovalutato) retaggio culturale di Keith Haring, in un’esposizione capace di sorprendere e affascinare in modo inaspettato.

Conosciuto dal grande pubblico più come street artist (o graffitaro, come si diceva ai tempi) soprattutto per via delle sue icone più identificanti – il “bambino radiante”, il cane che abbaia, l’omino stilizzato che balla, divenute loghi di innumerevoli cose oltre che degli stessi anni ’80 del Novecento – Keith Haring in verità è stato un artista estremamente colto e inopinatamente legato alla produzione artistica classica, molto spesso rinascimentale italiana, della quale ha disseminato di riferimenti molte sue opere. Dietro il tratto apparentemente semplice e legato al costume dell’epoca (invero assai dotto e raffinato, se analizzato per bene), le sue opere rivelano profondità tematiche ed espressive forse tra le più alte e strutturate dell’intera pop art, movimento che con Haring tocca uno degli apici assoluti. Come in un percorso artistico inverso rispetto a quello di altri pop artists, che trasportavano i riferimenti artistici classici in ambiti popolari contemporanei, nella forma e nella sostanza, Haring ha invece portato la pop art a riconnettersi con la storia dell’arte e con le sue matrici fondamentali, senza tuttavia perdere nulla della propria contemporaneità e della capacità di essere compresa ovvero di arrivare, anche solo iconicamente, a tutte le persone – obiettivo che l’artista americano ha sempre considerato fondamentale per la sua produzione artistica.

Così, il suo tratto semplice, a volte quasi infantile, così “normale” rispetto all’ambiente nel quale viene inserito (i luoghi urbani, la strada, le stazioni della metropolitana soprattutto) e del quale diviene segno distintivo, diventa uno strumento estremamente funzionale a rendere popolare un linguaggio artistico invece denso e strutturato, tratteggiando con rara forza ed efficacia espressiva lo storia sociale e culturale d’una intera epoca, espansa anche oltre il decennio nel quale Haring opera, non di rado con creatività tanto potente e visionaria da diventare profetica. Tuttavia, la sua apparente matrice pop(olare), la quale rende frequenti soggetti delle sue opere le icone più celebri dell’epoca e dell’intero secolo scorso – Mickey Mouse, per dirne una – non gli impedisce di riferirsi spesso e volentieri ad ambiti ben più insoliti, dai quali trae ispirazioni assolutamente affascinanti – l’arte precolombiana, ad esempio. Riferimenti che, in aggiunta a quelli ben più classici prima citati (tra i quali è preponderante Hieronymus Bosch), dotano la produzione artistica di Haring di raro eclettismo e altrettanto rara poliedricità espressiva.
Ma, come detto poco fa, la sua arte doveva arrivare a tutti, e se in certi casi i temi assai colti non potevano giungere dacché più ostici da comprendere, vi giungeva la forza spontaneamente iconica delle opere, la sua formidabile capacità di utilizzo del colore, gli accostamenti cromatici perfetti, a volte l’ipnotica reiterazione nella stessa opera del soggetto principale – una sorta di “campionamento visuale” simile a quelli musicali coi quali si innovava e si caratterizzava la pop music del tempo (e giova qui ricordare la grande amicizia di Keith Haring con Madonna, che stava allora diventando l’icona di oggi così come Haring lo sarebbe diventato dell’arte, anche suo malgrado per via della morte a soli trentuno anni) – e, ribadisco, la generale potenza dei suoi lavori, quasi sempre di grande formato, realizzati su qualsiasi superficie utile allo scopo, capaci di catturare in maniera inesorabile l’attenzione e la meraviglia di chiunque.
Ottima mostra, tra le migliori visitate ultimamente nella struttura museale milanese – anche riguardo l’allestimento, che in certi casi accosta alle opere di Haring le riproduzioni di quelle classiche a cui le prime fanno riferimento, rendendo così evidente l’ispirazione originaria. E, aggiungo, è una mostra necessaria, perché il retaggio culturale di altissimo valore che Keith Haring ha lasciato, non solo allo specifico mondo dell’arte ma pure a quello culturale in generale, merita di essere considerato nella sua interezza e compreso in profondità.

Avete tempo di visitare Keith Haring. About Art fino al prossimo 18 giugno – cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web dedicato alla mostra. E, vi assicuro, sarà tempo assolutamente ben speso, grazie al quale vi si genererà un’esperienza culturale di grande forza e suggestione.

Basquiat, Milano

mte5ntu2mze1otcynzk3otyzÈ inutile che io ora, qui, vi rimarchi chi fosse Jean-Michel Basquiat e quanto sia stata originale la sua opera artistica. Motivo in più, questo per invitarvi semmai a visitare – se non l’avete già fatto – la mostra al MUDEC di Milano (avete tempo fino al 26 febbraio): ottima mostra in un bel luogo museale, ottimo allestimento (cronologico: il più elementare e immediato tanto quanto il più efficace, sempre), e più che ottima quantità di opere presenti, considerando che Basquiat produsse molto (e molto distrusse) ma in soli sette anni effettivi di “carriera”, dunque relativamente poco – pare che non siano più di 250 i dipinti oggi in circolazione.

Piuttosto, ho trovato affascinante interpretare i tanti lavori con sia elementi figurativi che testo scritto, ovvero parole utilizzate come vero e proprio segno artistico, oltre che espressivo, quali opere di una particolare, originale forma di poesia visiva. Basquiat ha lasciato numerosi taccuini giovanili fittamente ricoperti di componimenti poetici, o qualcosa di assimilabile alla poesia, e fu lo stesso artista ad affermare più avanti: “Uso le parole come fossero pennellate”. Ma quelle sue parole mostrano se possibile una forza espressiva anche maggiore d’un “semplice” segno pittorico e, al contempo, una misteriosa suggestione derivante dalla non immediata (eufemismo!) comprensibilità del senso di esse. Sono specie di aforismi ermetici, giochi di parole sfuggenti, frasi spesso scoordinate ma che in questa loro scrittura sbilenca riescono a manifestare efficacemente l’ambiente urbano di strada della New York anni ’80, quella che già presentava la sfavillante decadenza esportata poi un po’ ovunque nel mondo occidentale – per restare in zona, ricorderete la “Milano da bere”, ecco.

D’altro canto, la forma scritta e “anti-poetica” di Basquiat mostrava pure una forte ricerca di sperimentazione concettuale, perfettamente allineata a quella manifestata dai tratti figurativi – coi suoi iconici teschi in primis. È ancora Basquiat stesso a rivelare: “Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più”, dunque a confermare la precisa volontà di ricerca d’una nuova espressività concettuale, che utilizza la forma di comunicazione più antica – dopo quella verbale – ma la contestualizza all’ambito quotidiano d’intorno, inquietante tanto quanto affascinante, chiedendo al contempo a chi si rapporti alle sue opere di leggere, cercare di riflettere e di comprendere, sforzarsi di superare il mero valore estetico-artistico (non a caso il Basquiat-artista odiava il mondo dell’arte) per tornare ai significati delle cose, ai messaggi, alla comunicazione di qualcosa di importante che resti a gironzolare nella testa anche fuori dal museo, dalla galleria d’arte, quando magari ci ritrova nello stesso ambito, o in uno similare, che fu per Basquiat così ispirante e caratterizzante.

Ottima mostra, da non perdere per tutte quante le suggestioni di molteplice segno, appunto, che sa suscitare. Potete goderne fino al 26 febbraio, appunto.