Meno seggiovie, più biblioteche!

Colgo l’ottimo pretesto delle immagini – pubblicate da Antonio De Rossi sulla propria pagina Facebook – della mirabile Biblioteca di Campo Tures/Sand in Taufers, principale comune della Val di Tures (o Valle Aurina) al cospetto delle maggiori vette delle Alpi Aurine (provincia di Bolzano), per porre una delle domande più spontanee che mi ritrovo a fare ogni qualvolta legga di certi progetti di “sviluppo” delle montagne di matrice quasi esclusivamente turistica: ma perché, invece di spendere decine di milioni di soldi pubblici in opere e infrastrutture che sovente appaiono illogiche, fuori contesto spaziale e temporale, francamente inutili per i luoghi ai quali vengono imposte, palesemente destinate ad un quasi certo fallimento – il caso dei tanti impianti sciistici progettati e realizzati a quote che, nella realtà climatica attuale, non garantiscono più una stagione turistica invernale economicamente e ambientalmente sostenibile è quello più classico – non si investe molto, moltissimo di più in infrastrutture culturali e di autentico servizio sociale a favore delle comunità dei territori montani? Perché seggiovie, funivie, impianti per la neve artificiale anche dove risultano insensati e non biblioteche, centri culturali e di sviluppo delle arti, istituzioni di sostegno e sviluppo della cultura dei luoghi e della loro economia sociale, oltre che della locale socialità (come la suddetta biblioteca, dotata di ampie sezioni dedicate ai bambini e spazi per il coworking)? Perché si punta sempre e solo sulle stesse cose monoculturali, sugli stessi progetti che per la cui banalità invero non si possono nemmeno definire tali, sulle stesse opere palesemente prive di ragionamento, di relazione con il territorio, di criteri ecologici e economici? Perché non si è in grado di concepire, in così tante amministrazioni pubbliche, che la cultura è LO sviluppo per eccellenza dei territori abitati e soprattutto di quelli nei quali la relazione tra luoghi, abitanti e paesaggio è così emblematica come sulle montagne? Come non si può non comprendere che è la cultura diffusa, condivisa e contestuale al territorio che ne regge le sorti sociali, economiche, identitarie, che lo nutre insomma, ben prima che qualsiasi infrastrutturazione forzatamente turistica* che invece il territorio sovente lo consuma?

Ecco.

A dire il vero, io una risposta unitaria ce l’avrei a queste domande, ma è meglio che non la dica per non essere tacciato da qualche anima pia di essere un “sovversivo”, un “ribelle contro il sistema” o altro del genere. D’altro canto sono convinto che quella risposta ce l’abbiano anche molti di voi, ormai ben comprovata dalla più semplice analisi della realtà oltre che da una gran quantità di fatti, numerosi dei quali purtroppo assai deleteri per le montagne. Vero?

*: sia chiaro, il turismo in sé non è il colpevole, niente affatto (così come non lo è lo sci), ma è la modalità di gestione della frequentazione turistica delle montagne, e quanto di ciò è conseguenza, che fanno diventare il turismo non più una risorsa ma, in certi casi, un’autentica piaga. Che forse farà guadagnare qualcuno, in loco, ma sicuramente fa perdere tutti gli altri.

(La foto panoramica di Campo Tures/Sand in Taufers in testa al post è di Julian Nyča, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.)

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Torre de’ Busi, una delle “capitali” orobiche dei rissöi

Credo che Torre de’ Busi, in alta Val San Martino, si possa considerare senza tema di smentite una delle capitali dei rissöi o ressöi, come nella parlata bergamasca vengono chiamate le mulattiere selciate, antiche vie di percorrenza dei territori rurali diffuse ovunque, sulle montagne, e dovunque dotate di fattura simile ma dettagli peculiari e identitari dei vari luoghi in cui si trovano.

Conosco poche zone come quella del territorio comunale di Torre de’ Busi che custodiscono una cosi alta quantità di mulattiere selciate, alcune certamente vecchie di qualche secolo e sovente ancora ben conservate come è difficile riscontrare altrove, di tipologie varie ma tutte aderenti alla tradizione e allo “stile” locali, in certi casi dotate di opere accessorie (ponti, muretti a secco di sostegno…) di foggia altrettanto affascinante: un ricco campionario di architetture e ingegnerie vernacolari (come le ho definite qui, quando già ne scrissi) diffuso per il territorio e custodito dai suoi boschi e dalle selve.

Questi antichi manufatti rappresentano un patrimonio culturale oltre modo prezioso sia in senso storico che artistico, tecnologico, etnologico, antropologico, identitario, così come sono una forma di scrittura litica impressa sui monti la cui lettura narra la storia delle genti che li hanno abitati lungo i secoli: una lettura che si compie camminandoci sopra, seguendone il percorso tra boschi, prati, vallette, nuclei ancora abitati oppure ormai abbandonati che a loro volta rappresentano tanti capitoli da leggere di quella storia umana locale.

Un percorso nello spazio e nel tempo, dunque, sugli stessi passi di donne e uomini che nei secoli passati hanno modificato, territorializzato, umanizzato queste montagne e vi hanno intessuto relazioni d’ogni genere: agricoltori con gerle sulle spalle a e attrezzi nelle mani, pastori con le proprie bestie, ambulanti con le merci da vendere nei mercati della pianura, bambini e ragazzi che andavano a scuola, soldati e partigiani armati, briganti, viandanti d’ogni sorta fino ai moderni e contemporanei escursionisti. È pressoché impossibile immaginare quanti tipi umani abbiano mosso i loro passi nel tempo lungo questi rissöi, carichi delle loro cose, delle loro storie e dei destini che ne hanno caratterizzato le vite, ma è parecchio affascinante ripercorrere oggi le stesse antiche vie così contribuendo a propria volta nel continuare a “scrivere” la loro storia, rileggendo con il cammino quelle storie di varia umanità che hanno definito il paesaggio antropico del luogo caratterizzandone l’anima più autentica.

Tutto ciò rappresenta un piccolo/grande tesoro che Torre de’ Busi possiede e che rende prezioso il suo territorio anche più di quanto già non faccia la geografia del luogo, del cui valore gli abitanti devono essere ben consapevoli e sensibili tanto quanto i visitatori devono esserne avveduti e rispettosi. Conosco bene l’attenzione e l’attività ammirevoli della Pro Loco di Torre riguardo la valorizzazione delle rilevanze culturale che il territorio comunale presenta: ma è bene rimarcare che la prima forma di salvaguardia e valorizzazione di questi preziosi segni antropici è sempre quella che ognuno – sia un residente o un forestiero – può e deve elaborare nonché manifestare, comprendendone la bellezza, l’importanza storica, l’armonia con il luogo nel quale si trovano, prestando attenzione e riguardo affinché quel loro valore resti a disposizione di tutti senza essere maldestramente consumato e danneggiato.

Con una attitudine del genere, e i sensi ben aperti alla ricezione del loro fascino peculiare, vagabondare e “leggere” queste antiche vie inscritte sulle montagne è un’esperienza oltre modo emozionante che vi invito caldamente a vivere e a trasformare nella conoscenza approfondita del luogo e del notevole fascino di questa zona della Val San Martino, palcoscenico naturale proteso sulla pianura lombarda, sul bacino dell’Adda e dei laghi prealpini, sulle valli bergamasche e verso il grande orizzonte delle Alpi che a quelle scritture di pietra che si sviluppano sul territorio fanno da inestimabile iconografia.

P.S.: per vagabondare al meglio il territorio in questione, potete contare anche su questa ottima carta dei sentieri, della cui qualità garantisco io – visto che ho partecipato alla sua creazione e alla pubblicazione! La trovate in tutti gli esercizi commerciali della zona – salvo che l’abbiano esaurita.

 

Carlo Mollino e Cervinia (o viceversa)

Chiunque passerà le prossime giornate festive all’ombra della Gran Becca e vorrà ritemprarsi dopo la calca in funivia e l’affollamento in pista, sappia che Luciano Bolzoni, uno dei maggiori esperti di architettura alpina, autore di vari volumi e soprattutto (in tal contesto) di Carlo Mollino. Architetto, splendido testo sul geniale progettista torinese, mercoledì 28 dicembre terrà la conferenza la cui locandina vedete qui sopra. Un’ottima occasione per conoscere ancora meglio la conca del Breuil attraverso le opere, i progetti, le idee e l’estro di Mollino e dunque, il giorno dopo, per affrontare con mente e animo ben appagati – nonché con uno sguardo più consapevole e sensibile verso il luogo – le sciate sulle piste del comprensorio.

D’altro canto è un evento targato Alpes, questo: garanzia di grande fascino e massima qualità. Per cui, se siete in zona, partecipate: ne vale assolutamente la pena.

Fare cose belle e buone, in montagna. A Erl (Austria), ad esempio

[Immagine tratta da www.kufstein.at.]

Un amministratore locale “medio” delle Alpi italiane si trova a poter spendere un tot di milioni di Euro di soldi pubblici: che ci fa? Salvo poche eccezioni, probabilmente impianti e piste da sci, anche se non soprattutto a meno di 2000 m di quota, altitudine sotto la quale la scienza dimostra con dati ineluttabili che nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo. Dove invece non impera la monocultura dello sci, tanto adatta a spendere facilmente soldi e a ricavarne altrettanto facili tornaconti quanto del tutto fuori dal tempo e sovente degradante le montagne alle quali viene imposta, si può avere la mente libera e sensibile a idee differenti, innovative, realmente capaci di cambiare quei paradigmi fallimentari prima citati. A Erl, piccolo comune in Austria nel distretto di Kufstein (a nord di Innsbruck), ove sono comunque presenti rinomati comprensori sciistici, hanno deciso di investire 36 milioni Euro (cifra che qui vale come tre impianti sciistici e relative infrastrutture, più o meno) in un’opera culturale che ha rilanciato in maniera preponderante e sorprendente l’intera zona: la Festspielhaus, una modernissima sala per concerti ed eventi artistici da ben 862 posti a sedere e un palcoscenico addirittura più grande di quello dell’Opera di Vienna, che offre un calendario costantemente ricco di proposte di altissimo livello registrando di frequente il tutto esaurito, con numerosi visitatori che giungono anche da molto lontano, oltre a rappresentare un’opera di architettura contemporanea che anche per ciò è diventata una rinomata attrazione turistica e culturale.

Come scrive Paolo Martini nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano” in un articolo significativamente intitolato Non di solo sci vive la montagna,

La Festspielhaus è stata costruita tra il 2010 e il 2012 ai margini del bosco dallo studio viennese DMMA di Delugan Meissl, gemello post-moderno di una vicina e precedente costruzione di cemento bianco a forma di torre, la celebre Passionsspielhaus, dedicata alla grande rappresentazione popolare della Passione, cui partecipano dal 1613 quasi tutti i millecinquecento abitanti del paese, ogni sei anni, e che a sua volta è diventata una celebre attrazione turistica della regione a nord di Innsbruck. Fa impressione pensare che un paesino tra i tanti, lungo l’Inn, abbia voluto costruirsi un palcoscenico di 450 metri quadrati e una splendida platea per quasi novecento spettatori, in grado di garantire visuale e acustica pressoché perfette per ogni ordine di posto. Nel periodo natalizio la programmazione del Festspielhaus di Erl riparte alla grande, tra concerti e opere di altissimo livello, tal quale durante la stagione estiva.

Ecco. Per tutti quelli che dicono che chi è contro i nuovi impianti di sci non vuole che si faccia alcunché in montagna, magari tacciandolo di essere un «integralista del no» (definizione spesso sulla bocca dei sostenitori della monocultura sciistica): la questione è semmai che non si possono fare cose illogiche, insensate, fuori contesto, prive di visione e progettualità futura per di più spendendo soldi pubblici, ma si possono (anzi, si devono) fare cose dotate di buon senso e realmente capaci di sviluppare e valorizzare il luogo nel quale vengono realizzate, anche perché fatte spendendo soldi pubblici dei cui benefici concreti si dovrebbe sempre rendere conto, così come dovrebbe riconoscere le proprie responsabilità (anche giuridiche) chi impone opere e progetti palesemente fallimentari le cui conseguenze deleterie non tardano a manifestarsi.

Tuttavia, sono discorsi semplicissimi da capire per chiunque ma, temo, ancora troppo complicati per quei citati personaggi pubblici; d’altro canto, chi non ha orecchie per intendere non intende nulla, già.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Pregevole architettura alpina contemporanea (anzi no!)

È una pregevole e significativa opera di architettura contemporanea, il granaio della Valle Aurina (provincia di Bolzano) che vedete nell’immagine qui sopra: separato dal terreno per evitarne l’umidità e i ristagni di acqua areando al contempo il pavimento, con il primo piano sporgente per proteggere le parte del piano rialzato e ugualmente con il tetto sporgente per proteggere le pareti del primo piano. Un ottimo esempio di design innovativo (non ricorda nella forma ad esempio quello, ovviamente su scala diversa e per tutt’altro edificio, della Torre Velasca di Milano?) oltre che di efficienza sia esterna che interna, per giunta realizzato con materiali locali senza uso di cemento.

Già, anche perché nel 1495 il cemento non esisteva ancora, almeno non quello odierno! Risale infatti a quella data il granaio dell’immagine, eppure sembra veramente un’opera di architettura contemporanea, originale, modernissima… ma è già tradizionale da secoli.

Dice quel famoso aforisma attribuito a Oscar Wilde che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: niente di più vero, e quando ciò non accade è probabilmente perché l’innovazione proposta non è l’evoluzione coerente di una tradizione ma ne ignora la narrazione e l’insegnamento. Questo non significa che non si possa creare qualcosa di totalmente nuovo, anzi: ma, nei temi del paesaggio, senza alcun dubbio qualsiasi opera che voglia dialogare, relazionarsi e armonizzarsi con il luogo in cui viene realizzata non può non seguire la “lezione” di ciò che nel luogo è già presente e, magari, conserva un retaggio di lungo periodo che fa di quella lezione un’autentica e convalidata dichiarazione di identità culturale del territorio, ovvero di elemento fondativo e referenziale del suo paesaggio. Ciò comporta, questo sì, che se tale lezione viene ignorata l’opera in questione facilmente apparrà avulsa da luogo, incoerente, fuori contesto, fosse anche esteticamente pregevole o tecnologicamente all’avanguardia: ma non c’entrerà comunque nulla con quanto ha intorno e, dunque, facilmente, vi apparirà inopportuna.

Quindi, certe volte più che “innovare” può essere sufficiente (ma è già tanta roba!) rinnovare la tradizione, adattandola al tempo corrente e alla realtà in divenire ma salvaguardandone il messaggio culturale trasmesso, che è la manifestazione dell’identità del luogo. Ciò implica la necessaria conoscenza ovvero lo studio, materiale e immateriale, del luogo in cui si interviene: ma, a tal proposito, si torna al principio fondamentale della conoscenza necessaria del territorio quale garanzia di cose fatte bene in esso o, viceversa, di cose fatte male per contrastante ignoranza. Un principio che si potrebbe pensare pressoché ovvio per chiunque si debba occupare in ogni modo di territorio e di paesaggio e invece no, “ovvio” non lo è affatto, purtroppo. E i risultati, pienamente “contemporanei” si vedono un po’ ovunque, già.

P.S.: per questo post devo ringraziare Giorgio Azzoni, che me lo ha “indirettamente” ma distintamente ispirato. Lo ringrazio anche per avermi sollecitato alcune precisazioni: che il paragone tra il granaio della Valle Aurina e la Torre Velasca è chiaramente di forma e di linee ma non di altro, essendo due manufatti completamente diversi, e che il cemento non esisteva per come è oggi ma un calcestruzzo a base di malta di inerte, pozzolana e acqua si utilizzava già al tempo dei Romani.