La Valposchiavo vince premi e si dimostra sempre più un modello di sviluppo e di rinnovamento dei territori montani

I Comuni di Poschiavo e Brusio, che formano il distretto amministrativo Valposchiavo/Bernina (Canton Grigioni, Svizzera – una delle valli grigionesi di lingua italiana), si sono aggiudicati l’European Village Renewal Award (EV!RA) 2026, il più prestigioso riconoscimento continentale dedicato allo sviluppo e al rinnovamento dei territori rurali, organizzato con cadenza biennale dal 1990 dall’Associazione Europea per lo Sviluppo Rurale e il Rinnovamento dei Villaggi (ARGE), che ha sede in Austria.

È un premio di importanza assoluta a livello europeo e veramente di prestigio assoluto ma, per quanto mi riguarda, non così inaspettato: da tempo la Valposchiavo si è caratterizzata come uno dei territori alpini più capaci di costruirsi un futuro luminoso, solido e proficuo pur tra le mille criticità che contrassegnano la realtà contemporanea delle montagne, non solo alpine, con la piena consapevolezza dei propri mezzi economici, sociali, culturali, della relazione con il proprio territorio e con la capacità di elaborare quel senso di comunità che è oggi l’aspetto fondamentale per la salvaguardia della vitalità delle Terre alte, ben oltre qualsiasi altro elemento – soprattutto quelli legati a modelli economici più o meno monoculturali imposti forzatamente ai territori per ragioni del tutto strumentali che finiscono inesorabilmente per cagionare danni materiali e immateriali numerosi e ingenti.

[Immagine tratta da https://ilbernina.ch.]
L’annuncio della vittoria della Valposchiavo è arrivato al termine di un percorso di valutazione rigoroso che ha visto una giuria internazionale e interdisciplinare esaminare 25 candidature da tutta Europaquasi esclusivamente progetti di assoluta eccellenza» hanno rimarcato i giurati), culminato con la sessione finale a Monaco di Baviera. Questa la motivazione ufficiale della giuria che in poche righe riassume bene il contesto specifico valposchiavino e quanto di buono ne ha saputo trarre la comunità locale:

La Valposchiavo, situata in un’area particolarmente periferica, è riuscita a contrastare efficacemente lo spopolamento e soprattutto a favorire il ritorno dei giovani dopo il percorso di studi e le prime esperienze professionali.
Questo risultato è stato possibile grazie al forte impegno della comunità, espresso da oltre cento associazioni e iniziative, a reti di collaborazione stimolanti, anche transfrontaliere, alla cultura, alla formazione, alla digitalizzazione, all’innovazione, alla valorizzazione delle tradizioni e allo stretto legame con le risorse naturali.
Questo modello di sviluppo può rappresentare un esempio per numerose aree rurali europee.

Stando al di qua del confine viene inevitabile elaborare un confronto con l’attigua Valtellina, nella quale non mancano casi eccellenti di sviluppo e di rinnovamento dei territori rurali ma quasi sempre isolati, frutto di iniziative singole pressoché prive di un adeguato sostegno istituzionale che invece si rivolge quasi esclusivamente verso quei citati modelli di sfruttamento più o meno monoculturale dei territori montani e dei loro beni comuni – modelli turistici in primis, inutile rimarcarlo – a vantaggio di pochi e senza alcuna visione territoriale strategica a lungo termine, senza attenzione verso i reali bisogni delle comunità e, ancor più, senza nessuna cura di generare quel valore aggiunto comunitario che alimenta lo stesso senso di comunità. Il valore aggiunto comunitario (VAC) che io ed altri abbiamo messo alla base del progetto della Carovana dell’Accoglienza Montana, avviato lo scorso anno per Legambiente Alpi e in costante sviluppo.

Dunque, evviva e complimenti alla Valposchiavo per questo prestigioso riconoscimento, che si aggiunge al Premio Wakker assegnato lo scorso anno al Comune di Poschiavo da Patrimonio Svizzero, e soprattutto per essere un modello di sviluppo territoriale montano realmente equilibrato, sostenibile, contestuale ai propri luoghi, concreto, efficace e veramente comunitario, perché nascente dalla comunità e vantaggioso in primis per essa e per la sua relazione stanziale con il territorio. Ovvero, per essere ciò che probabilmente più di ogni altra cosa serve ed è utile alle montagne, oggi e nel futuro.

Sapremo, al di qua del confine, trarne la preziosa lezione?

(Dove non diversamente indicato, le foto che corredano l’articolo sono tratte da www.facebook.com/valposchiavo.)

Un’ennesima prova di come in montagna si possano fare cose veramente belle, buone e importanti per la vita delle comunità locali

[Panorama di Dagro in Val Malvaglia, laterale della Valle di Blenio. Immagine tratta da www.bellinzonaevalli.ch.]
Ribadisco: si viene portati spesso, per certi versi inevitabilmente – nel senso che proprio non si può stare zitti, per senso civico e onesta intellettuale – a denunciare le iniziative palesemente dannose che vengono realizzate sulle montagne, ovviamente non solo quelle legate alla turistificazione più esasperata e becera. Ma una pari enfasi sarebbe – no, è assolutamente da mettere alle tantissime iniziative che invece alle montagne fanno del bene, ne valorizzano realmente le specificità, ne supportano lo sviluppo verso il futuro, sostengono il senso di comunità e la vitalità sociale dei loro abitanti stanziali e, facilmente, ne attirano di nuovi, sinceramente interessati a costruirsi una vita da “montanari” membri attivi della comunità locale.

La Fondazione Alpina per le Scienze della Vita (FASV) è senza dubbio una di queste iniziative che fanno del bene alle montagne sulle quali lavora. La FASV è nata alla fine degli anni Novanta in Valle di Blenio, nel Canton Ticino (Svizzera Italiana) allo scopo di favorire lo sviluppo economico di una regione di montagna alle prese con lo spopolamento e garantire quindi la creazione di posti di lavoro qualificati. Si trattava di promuovere un modello di progetto interdisciplinare dove potessero integrarsi sia le attività volte a scoprire, da una parte, la Natura, la cultura e la regione alpina a cavallo fra il Canton Ticino (Valle di Blenio) ed il Cantone dei Grigioni (Regione della Survelva e Valli Mesolcina e Calanca) e, dall’altra, il riuscire a trasferire dai centri urbani alla regione di montagna dei servizi specifici, in particolar modo nell’ambito delle analisi di chimica e di tossicologia creando il Centro di competenza life science del Cantone Ticino.

Gli obiettivi della Fondazione, costantemente elaborati e perseguiti negli anni, sono andati dal creare in Valle di Blenio un Centro di competenza nel settore delle scienze unico del suo genere nelle Alpi (in Ticino in particolare) che potesse consentire di creare nuovi posti di lavoro qualificati dimostrando che è possibile rallentare la fuga di cervelli proponendo delle attività professionali diverse da quelle svolte fino ad allora, alla creazione della Scuola alpina di Olivone, nata per trasferire dalla città e dai centri urbani dei servizi legati alla formazione scolastica e professionale allo scopo di far conoscere la natura, la cultura e la storia delle regioni alpine a un vasto pubblico di ogni età, alla tessitura, intorno ai due soggetti citati, di una rete di competenze e collaborazioni che andasse oltre ai confini cantonali e assumesse delle caratteristiche internazionali, coinvolgendo in essa in maniera attiva la popolazione autoctona attraverso le attività proposte dalla Scuola alpina.

Inoltre, quale emanazione della FASV è stato fondato l’Istituto alpino di chimica e di tossicologia, al fine trasferire dei servizi nell’ambito di analisi specialistiche legate alla chimica ed alla tossicologia sia in ambito pubblico che privato (in primis l’industria farmaceutica).

Insomma, un network alpino di eccellenza, multidisciplinare, ben radicato nel territorio e nel corpo sociale della sua comunità la cui importanza è stata oltre modo sancita nel 2023 con l’associazione della FASV alla SUPSI, la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana: ciò in quanto le due istituzioni hanno individuato ambiti d’interesse comuni che porteranno allo sviluppo di progetti congiunti, in modo prioritario sui temi legati all’educazione ambientale, allo studio e alla divulgazione dei saperi legati ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità, alle scienze della vita e della Terra in generale e alle scienze forensi. La collaborazione si estenderà anche alla promozione di progetti di Citizen science principalmente sui temi ambientali, ai mountain studies, e dunque a tutte quelle forme di saperi e pratiche che si preoccupano di garantire un’educazione al territorio e ad altri temi d’interesse comune che emergeranno nel corso del tempo.

Ecco. Sapete quando alcuni se ne escono con certe frasi fatte del tipo «Senza il turismo la montagna muore!» oppure «Non ci sono alternative all’economia turistica!» eccetera? Bene, la FASV, la sua storia, il suo lavoro e i risultati conseguiti dimostrano che sì, la montagna può vivere benissimo anche con attività differenti dal turismo di massa, e non in contrapposizione ad esso ma come elementi di uno sviluppo organico e articolato, con sguardi e prospettive verso il futuro, privo di pericolose e degradanti monoculture (come quella dello sci) e con il fulcro ben piantato nella comunità locale, in modo che i primi a trarre qualsivoglia vantaggio, beneficio e guadagno dal lavoro svolto siano gli abitanti del luogo e le montagne sulle quali abitano, con i loro ambienti naturali, i loro paesaggi, la loro biodiversità, la loro anima.

Per saperne di più sulla Fondazione Alpina per le Scienze della Vita potete visitare il sito web www.fasv.ch, nel quale troverete le sezioni dedicate ai singoli progetti e obiettivi perseguiti dalla Fondazione. Si tratta di un progetto di grande successo e per ciò assolutamente esemplare per molti altri territori montani la cui elaborazione del proprio futuro risulti ancora fumosa e indeterminata. La FASV dimostra bene che veramente la montagna rappresenta un laboratorio di innovazione multiforme e che nelle Terre alte si possono fare innumerevoli cose positive – e si devono fare: d’altro canto, posta la realtà che stiamo vivendo e il suo divenire, iniziative del genere rappresentano il loro vero futuro, ciò che potrà dare alle montagne una prospettiva di sviluppo concreto e duraturo nonché la voglia convinta e consapevole di restare e di vivere lassù ai loro abitanti.

P.S.: eccetto quella in testa all’articolo, tutte le foto presenti sono tratte dal sito della FASV e dalla pagina Facebook.

Un’altra ciclovia qui, un nuovo ponte tibetano là, una seggiovia lassù… che sarà mai?!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Che esagerazione!», «La stai facendo troppo grande!», «Mica stanno distruggendo l’intera montagna!» eccetera. A volte, quando scrivo di certe iniziative, opere, progetti che, ragionandoci sopra per quel poco che riesco cercando di coltivare il buon senso e la razionalità, a me (e non solo a me) paiono opinabili, privi di logica e/o impattanti, mi sono state rivolte affermazioni come quelle appena citate.

Be’, le capisco. Che sarà mai una ciclovia lunga un tot di chilometri e larga due o tre metri che attraversa un intero versante montano dove non c’è niente altro? O una cabinovia con la sua dozzina di pali oppure, e ancor più, un esile ponte tibetano o una passerella panoramica, roba che occupa qualche metro quadro di suolo e basta?

Già, uno zero-virgola percentuale di terreno occupato e consumato a fronte di ettari e ettari di montagna intatta, che sarà mai?

Le capisco, sì, come capisco il tizio che al bar, dopo aver bevuto già un po’, sostiene che lui l’alcol lo regge benissimo e dunque si beve ancora un bicchierino, solo uno, ma sì, l’ultimo e poi basta. Che sarà mai? Così quel bicchierino lo rende ancora più brillo e ancora meno capace di reggere l’alcol e ragionare ergo di limitarsi: si berrà un altro bicchiere, poi un altro, poi un altro… e infine collasserà, inevitabilmente. Insomma: capisco che non lo capisce, il rischio che corre e le relative conseguenze.

Di quante cose che hanno rovinato, abbruttito, degradato, distrutto un’infinita di luoghi dove prima c’era poco o nulla, si è detto «Che sarà mai?!» oppure, a chi metteva in guardia dai rischi, «Che esagerato, che catastrofista!»… si sono sminuiti i rischi, si sono sottovalutate le conseguenze a volte in buona fede o per mera “ignoranza” (cioè per non capire realmente ciò che stava accadendo) e altre volte no, in malafede, per inseguire interessi e tornaconti particolari. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, i rischi si sono palesati, sono diventati danni e, a forza di «Che sarà mai?!», in certi casi si sono trasformati in veri e propri disastri, difficilmente sistemabili.

Ecco: sarebbe il caso di evitarli alla fonte, questi danni, di evitare quel “bicchierino del che-sarà-mai” il quale invece non è che l’inizio della fine. Magari non sarebbe così, non finirebbe in maniera così disastrosa: ma chi è disposto a correre il rischio e ad assumersene poi le responsabilità? Non è meglio semmai pensare ad altre cose da fare, meno rischiose e pericolose, e non essere così arroganti da risolvere il tutto con il solito «Che sarà mai!», con la convinzione più o meno legittima di essere sempre dalla parte della ragione, del giusto e mai dell’insensatezza e dello sbagliato?

In sociologia esistono varie teorie che descrivono e spiegano perché, spesso, soffriamo della cosiddetta “illusione di infinitezza”, cioè di come ci convinciamo di poter avere a disposizione certe cose all’infinito – dall’ambiente naturale alla sobrietà mentale – e invece no, non è affatto così. Il bicchierino di chi crede di reggere l’alcol e invece no è la ciclovia in più, il ponte tibetano dove prima non c’era nulla, la cabinovia, la strada, il parcheggio, la palazzina e tutto il resto che si piazza in una zona ancora intatta perché «Che sarà mai, tanto di spazio ce ne un sacco a disposizione!». Così realizzata, edificata, installata una prima cosa, se ne piazza un’altra al servizio della prima oppure ancora perché che-sarà-mai, poi un’altra ancora che tanto ci sono già le altre due, poi un’altra, poi un’altra… un altro bicchiere, un altro, un altro ancora fino al collasso. E finché succede all’ubriacone be’, sono affari suoi, ma quando succede alle nostre montagne, al loro ambiente naturale, al paesaggio, alla loro anima, alla relazione culturale, di chi le vive e ci abita, sono affari di tutti perché le montagne sono un patrimonio culturale collettivo, come dice la nostra Costituzione.

Dunque, ribadisco: siamo disposti a correre questi rischi e a mettere in pericolo le nostre montagne? Siamo disposti a cedere la responsabilità della loro tutela a quegli amministratori pubblici che invece accondiscendono a obiettivi e interessi così rischiosi e pericolosi come se sulle montagne non avessero alcuna responsabilità o trascurassero di averne?

E se panchine giganti, altalene e ponti tibetani fossero considerati «fastidiosi» per legge?

Nella Svizzera italiana, in Canton Ticino, si è aperto un “caso” parecchio significativo intorno a un’altalena panoramica, una di quelle a fini meramente turistico-ricreativi, installata quattro anni fa al Crocione di Capriasca, in un punto a circa 1400 metri di quota che offre una mirabile veduta della zona di Lugano e dei monti del Ceresio, e per due volte distrutta «da vandali» la cui azione, ovviamente deprecabile (anche perché di natura penale), ha però chiaramente palesato un gradimento non condiviso del manufatto. Ne parla l’articolo che vedete lì sopra, cliccate sull’immagine per leggerlo.

Ne è dunque nata una querelle legale e amministrativa, concernente anche la liceità del posizionamento dell’altalena in quella zona montana, sostenuta dal Municipio di Capriasca e invece messa in dubbio dal Cantone. Il Tribunale Amministrativo cantonale (TRAM) ha infine dato ragione al Comune e negato il permesso di ripristinare l’altalena nello stesso punto; e la sentenza con al quale ha motivato la decisione contiene alcuni passaggi estremamente interessanti:

L’altalena non offre una migliore visione panoramica della regione. Potrebbe forse portare un qualcosa in più in termini turistici (gli atti sono tuttavia silenti a questo proposito), ma da un altro canto potrebbe anche essere percepita quale fastidio a chi concepisce la montagna come un ambiente che deve rimanere il più possibile privo di strutture estranee o di nessuna utilità per gli escursionisti.

[L’altalena del Motto della Croce quand’era integra.]
«Potrebbe anche essere percepita quale fastidio»: in buona sostanza, un organo di giustizia di alto livello amministrativo sta rilevando e mettendo nero su bianco in una sentenza giuridica che tali manufatti rappresentano una presenza intrusiva in un ambiente che per sua natura (di nome e di fatto), e in luoghi specifici non già antropizzati, non può e/o non dovrebbe ospitare infrastrutture ad essi «estranee o di nessuna utilità». Capite il portato di quelle eloquenti affermazioni legali del tribunale?

Inoltre, il TRAM ticinese ha pure rilevato che il luogo dove era installata l’altalena «interessa dei luoghi di nidificazione di specie incluse nella Lista Rossa svizzera e considerate prioritarie per la conservazione a livello federale e cantonale, tra cui il fagiano di monte e la coturnice, ed è di particolare pregio per la fauna selvatica».

[Il Motto della Croce nel dicembre 2020. Immagine tratta dalla pagina Facebook “World of Denny“.]
Non solo dunque un fastidio per le persone particolarmente attente e sensibili alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio montano, ma anche per gli animali che lì vi abitano o transitano. Peraltro va detto che l’altalena di Capriasca aveva un struttura poco invasiva anche perché fatta di legno, molto meno pesante di tante altre attrazioni similari fatte con cemento e acciaio a profusione. Inoltre la sentenza del TRAM non nega la possibilità di realizzare altre infrastrutture simili, seppur indica chiaramente che non devono interferire con la montagna più intatta e meno turistificata. Sulla quale d’altro canto basta poco per generare un’impressione di invadenza eccessiva nonché di banalizzazione degradante del valore ambientale, paesaggistico e culturale dei luoghi.

Ecco: vi immaginate se la sentenza ticinese venisse applicata in Italia, alle centinaia di infrastrutture turistiche ludico-ricreative piazzate sulle nostre montagne – panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche… – ma di nessuna utilità per il luogo e decontestuali ad esso, cosa potrebbe succedere? Quante di quelle strutture – quelle giostre per adulti come le definisco io – che al momento risultano inutili, fastidiose, abbruttenti, disturbanti, impattanti, in forza di una ipotetica sentenza italiana simile, sarebbero da togliere?

Bòrsgen, un luogo straordinario fuori dal tempo e dall’immaginazione

[La testata settentrionale della Val Pontirone sovrastata dal Piz di Strega. Immagine tratta da www.quaeldich.de.]
La Val Pontirone, lunga e stretta, dall’imbocco sospeso quasi invisibile dal fondovalle, è la prima valle che si incontra sulla destra (sinistra idrografica) della valle di Blenio, percorsa dalla strada che da Biasca prende a salire verso il Passo del Lucomagno, nel Cantone Ticino. È un luogo angusto e ombroso, di difficile accesso, chiuso a oriente da montagne possenti che sfiorano i tremila metri e fino a poco tempo fa ospitavano alcuni importanti ghiacciai ormai quasi scomparsi, abitato da sempre con fatica proprio per la sue caratteristiche geomorfologiche difficili e oggi risieduto stabilmente solo da una manciata di persone.

[La parte bassa della Val Pontirone. Immagine di Spyridon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia, pochi sanno che nella sua parte alta la Val Pontirone, così celata e apparentemente anonima, ospita uno dei luoghi più fenomenali delle Alpi centrali. L’aggettivo che avete appena letto, “fenomenali”, non è affatto casuale in quanto il luogo in questione, chiamato Bòrsgen, è realmente caratterizzato da un fenomeno geologico assolutamente particolare, per certi aspetti affascinante e per altri bizzarro se non repulsivo, che sospende il luogo in una particolare dimensione primordiale, come se si fosse fermato all’era cenozoica nella quale l’orogenesi delle Alpi era ancora in corso e le montagne si stavano formando. E per certi versi è proprio così.

[Veduta frontale del versante di Bòrsgen. Immagine tratta dal volume “Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo“, Milano University Press, 2023.]
Alla vista Bòrsgen (toponimo a volte italianizzato in «Borgeno»), posto che peraltro è abbastanza difficile da raggiungere in forza di sentieri piuttosto aleatori, appare come una vasta ganda – o ganna come si dice in Ticino – simile a molte altre, cioè un esteso accumulo di massi d’ogni taglia evidentemente precipitati millenni fa dalla grande parete sottostante la cresta nord ovest del Piz di Strega (Bòrsgen, Strega, Biborgh, Froda… anche molti toponimi della Val Pontirone sembrano presi da un romanzo fantasy!) che domina la zona, ed effettivamente è questa la sua origine.

[Panorama della gande, o ganne, di Bòrsgen. Immagine tratta da quarnei.ch.]
[Altra veduta della zona di Bòrsgen. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]
Però già da una prima vista si rileva qualcosa di bizzarro: nel disordine di massi che ingombra il versante si elevano alcune guglie appuntite che sembrano piazzate verticalmente apposta, come se un gigante si fosse divertito a incastrarle tra i massi in modo che potessero restare in piedi. La più elevata è detta Pizzo di Bòrsgen, raggiunge la quota di 2150 m e si eleva dalla ganda circostante di circa 130-140 metri come un enorme obelisco che sembra pendere verso valle; intorno vi sono altre guglie simili, più basse ma disposte nel medesimo bizzarro modo. Se dunque Bòrsgen è il risultato di una ciclopica frana, come è possibile che quelle guglie siano disposte in quella foggia verticale e non siano precipitate a terra come tutti gli altri massi d’intorno?

(Immagini tratte da verticalti.wordpress.com, quarnei.ch e www.ariafina.ch.)

La soluzione a questo “mistero” è racchiusa in una definizione geologica apparentemente astrusa ma che già fa intendere la complessità del fenomeno in corso: scivolamento rotazionale profondo. In parole più semplici, significa che l’intero versante di Bòrsgen con le sue gande è il risultato di una gigantesca frana caduta dalle creste del Piz di Strega al momento del ritiro del ghiacciaio che, durante l’ultima grande fase glaciale alpina (quella pleistocenica di Würm) ha occupato la zona fino a circa 15.000 anni fa. In forza della deglaciazione il materiale franoso è crollato su una superficie curva e concava verso l’alto che l’ha fermato ma non del tutto, così che l’enorme massa di rocce, stimata in circa 530 milioni di m3 che ne fa uno dei fenomeni del genere più grandi delle Alpi, sta continuando a scivolare lentamente (in media di pochi millimetri all’anno) ma costantemente verso il basso e a roteare all’indietro lungo un asse parallelo al versante formando controscarpate, trincee e generando un basculamento in contropendenza della parte superiore del corpo franoso, che così viene sollevato verso l’alto. In pratica, il Pizzo di Bòrsgen e le altre guglie, che alla vista sono verticali o pendono verso valle, in realtà si stanno ribaltando verso monte.

La superficie concava lungo la quale sta scorrendo il versante è situata ad almeno 200 metri di profondità rispetto alla superficie della ganda, mentre gli spostamenti nel corso del tempo sarebbero superiori ai 100 metri in verticale e potrebbero raggiungere anche i 700 metri in orizzontale, al punto che il torrente Leggiuna, che scorre sul fondo della Val Pontirone, di tanto è stato spostato in direzione sud lungo i secoli. Lo scivolamento di Bòrsgen ha inoltre innescato numerose altri movimenti franosi di minore entità che hanno distrutto edifici e deformato le sedi stradali, che in caso di aumenti del movimento volte devono essere chiuse al pari dei percorsi escursionistici.

[Immagine satellitare dello scivolamento di Bòrsgen; in quella sottostante ho evidenziato la posizione del Pizzo e alcune delle numerose trincee e controscarpate che segnalano il movimento attivo del versante.]
D’altro canto il paesaggio di Bòrsgen è talmente suggestivo e spettacolare, ovvero inquietante e spaventoso, da aver ispirato numerosi artisti che gli hanno dedicato fotografie (Hélène Decuyper), dipinti (Bryan Cyril Thurston), vi hanno ambientato poesie (Spartaco Rossi) e produzioni cinematografiche (Victor Tognola). Come si può leggere nel blog di alpinismo e arrampicata “VerticAlti”, Bòrsgen è «un cimitero in cui riposano i massi senza tempo da cui emerge qualcosa di straordinario. Qualcosa che se non vedi con i tuoi occhi, non potresti neanche immaginare […] Un luogo che sembra essere sacro, mistico, mi vien da pensare che forse non abbiamo nemmeno il diritto di essere qui, che abbiamo violato un divieto di accesso» e lo si definisce la “Patagonia del Ticino”, ricordando per molti versi il paesaggio dello Hielo Continental con la differenza che laggiù le guglie rocciose si elevano verticali dai ghiacciai, mentre in Val Pontirone dalle gande che la rotazione del versante sta disponendo in maniera differente.

[Le baite di Mazzorign (Mazzorino), nucleo posto sulla parte basale dello scivolamento di Bòrsgen poco sotto la parte più attiva dello stesso. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]
Insomma, Bòrsgen è una piccola/grande nonché misconosciuta “ottava meraviglia” alpina che tale è destinata a rimanere per la difficoltà di accesso, come detto, e per i pericoli oggettivi che, se non si è troppo esperti di tali contesti, si possono correre nel muoversi su un terreno instabile come quello di ganda. Un luogo assolutamente particolare dove il tempo si è fermato a millenni or sono e dove è bene fermare anche qualsiasi invasività antropica eccessiva, perché veramente lì è come penetrare in una dimensione geologica viva, arcana e conturbante nella quale la presenza umana appare quanto meno insolita se non aliena, proprio come non poteva che esserlo 15.000 e più anni fa quando l’incredibile cataclisma di Bòrsgen ebbe inizio.