Pietra, legno, ingegno e fotografia

Dalle mie parti, a Carenno, da qualche giorno è partito un contest fotografico aperto a tutti e veramente interessante, per come richieda a chi voglia parteciparvi di andare a scovare grandi storie di pietre, legni e umani, a volte lunghe secoli se non di più, in dettagli sovente piccoli, minimi, magari trascurati da più i quali invece sono veri e propri libri aperti che offrono molteplici narrazioni a chi le sappia leggere. Ma di contro si potrebbero pure scovare grandi cose – oggetti, manufatti, scorci, visioni, orizzonti – che invece condensano il loro valore in un singolo nucleo, tanto piccolo quanto denso, che fa da chiave per “aprire” e contemplare tutto il resto. Ogni luogo vissuto che ancora conserva una relazione sia materiale che immateriale con il mondo che ha intorno ne permette a iosa di queste piccole/grandi scoperte: se quelle di Carenno siano facili o difficili da scovare e, ancor più, siano tanto belle da goderne e ricche di narrazioni dalle quali farsi sorprendere è, in fondo, il vero scopo di un concorso del genere, almeno quanto lo sia fissare tutto ciò in una bella immagine fotografica, preziosa testimonianza di quella ricerca a vantaggio di chiunque.

Trovate tutti i dettagli per partecipare (anche non siete del posto, anzi, è una buona occasione per scoprire il paese e il suo centro storico medievale, tra i più belli e meglio conservati della zona) sulla locandina sopra riprodotta. Cliccateci sopra per ingrandirla adeguatamente.

Bosco Gurin, un esempio da seguire

Bosco Gurin è uno dei più bei villaggi di montagna del Canton Ticino e dell’intera Svizzera: con i suoi 1504 m di quota è il comune più alto del cantone ed è l’unico ticinese in cui si parla tedesco come prima lingua. Nato nel Duecento come colonia walser, oggi con 60 abitanti residenti, ha saputo conservare un’identità culturale e di luogo assai intensa e ancora saldamente connessa alle proprie radici walser, che si manifesta visibilmente fin dagli elementi minimi e basilari che formano il paesaggio locale antropizzato oltre che, naturalmente, nell’architettura tradizionale fatta di torbe, stalle antiche, gadumtschi (le costruzioni in muratura fatte di sassi a secco e con tetto di piode) e case tradizionali nonché nella lingua parlata o nei toponimi in tipico idioma locale “Ggurijnartitsch” che segnano il territorio, come Grossalp, Zum Schwarza Brunna, Bann, Martschenspitz e Ritzberg, solo per citarne alcuni. Infine non mancano le leggende, come quella che racconta del Weltu, mitico personaggio dai piedi girati al contrario che vive nei boschi attorno al villaggio.

Ma Bosco Gurin presenta anche un interessantissimo modello di gestione condivisa del territorio che negli anni si è rivelato assai efficace: quello dell’Associazione Paesaggio Bosco Gurin, piattaforma progettuale locale formata attualmente da quattro membri rappresentanti degli enti di Bosco Gurin che si occupano concretamente della gestione del territorio, dai rappresentanti delle aziende agricole locali, da un coordinatore e da un segretario-cassiere. Gli enti associati sono il Comune ed il Patriziato di Bosco Gurin, l’Associazione Walserhaus Gurin e l’Associazione per Bosco Gurin – sostanzialmente quelle che operano in maniera continuativa nel territorio.

Costituita il 14 marzo 2006 con l’obiettivo prioritario di attuare il “Programma di gestione del paesaggio (2006–2010)”, che rientrava nell’ambito del progetto “Interreg IIIB” denominato “Walseralps” (con il coinvolgimento di dieci entità Walser di Svizzera, Italia, Austria, Liechtenstein e Francia) e che prevedeva sull’arco di cinque anni investimenti nei settori “beni culturali e architettonici”, “natura e agricoltura” e “svago e turismo”, l’Associazione Paesaggio Bosco Gurin nel tempo ha ampliato e strutturato in maniera completa la propria azione gestionale del territorio. Per essere chiari e rapportarsi alla similare realtà italiana, l’associazione elvetica è ben più di una Pro Loco italiana, assumendo anche funzioni politiche, decisionali in senso amministrativo e di azione fattiva sul territorio, in un certo senso facendo del termine “paesaggio” che ha nel proprio nome l’oggetto e il soggetto fondamentale del suo operato nella matrice più pienamente antropologica, ovvero più compiutamente culturale, del termine stesso, anche per come l’Associazione lo renda solidale alla comunità locale e alla vita quotidiana di essa nel territorio.

Nel concreto, l’Associazione Paesaggio Bosco Gurin si occupa di far conoscere e valorizzare il Comune di Bosco Gurin unitamente al suo patrimonio culturale, architettonico e artistico, inclusa la cura e la gestione dei relativi itinerari turistico-culturali nonché della pubblicazione di materiale editoriale su tali temi, di promuovere la conservazione e il ripristino del territorio naturale così come degli edifici e dei manufatti esistenti nel Comune di Bosco Gurin, del concreto recupero conservativo dei manufatti storici che compongono il villaggio e i suoi dintorni, di sviluppo e valorizzazione della filiera agro-alimentare e di creazione di attrattive agrituristiche in loco, della gestione sostenibile del paesaggio con valorizzazione degli ambienti naturali, agricoli e degli insediamenti tradizionali del paesaggio di Bosco Gurin,  di valorizzazione di biotopi di particolare pregio situati sul territorio del comune, di attività museale e ecomuseale correlata alla tradizione storica locale oltre che di numerose altre attività pratiche a corredo dei citati ambiti di azione.

Quello di Bosco Gurin è un modello estremamente interessante di gestione di un territorio di montagna, come ribadisco: dal punto di vista culturale in primis ma con nel nucleo di tale attività primaria un ineludibile valore politico, d’altro canto insito in ogni attività che generi effetti nella realtà del territorio e di chiunque lo viva. Ciò anche per la sua caratteristica di inclusione e condivisione dell’operato, da cui deriva così anche un importante valore identitario di natura culturale legato al luogo e alle sue valenze, quindi assolutamente positivo, virtuoso e certamente costruttivo per il futuro del villaggio e del suo territorio. Un modello da imitare, dunque? Forse sì, senza dubbio un esempio – non così diffuso, altrove e sulle montagne italiane in primis – da conoscere e al quale ispirarsi contestualizzandolo e armonizzandolo al territorio nel quale si vuole applicare. Credo che potrebbe rappresentare una preziosa esperienza progettuale e un altrettanto importante volano per la salvaguardia e la valorizzazione virtuosa, oltre che finalmente innovativa (ovvero svincolata da logiche di “gestione” e “sviluppo” ormai superate e sovente perniciose), di molte località montane e della loro affascinante ma al momento bistrattata – o maltrattata – realtà.

Per saperne ancora di più sull’Associazione Paesaggio Bosco Gurin, cliccate sull’immagine in testa al post. Per informazioni utili alla visita di Bosco Gurin, cliccate qui.

Gli abiti delle donne afghane

Gli abiti delle donne afghane sono bellissimi. Sono, non “erano”, sì: nelle loro fogge, nei colori, negli intrecci cromatici e con l’abbinamento della gioielleria tradizionale, compendiano millenni di storia di un paese-ponte tra Occidente e Oriente, terra di passaggi, transiti, commerci, scambi economici e culturali e per ciò conteso fin troppe volte nel corso del tempo, e parimenti rappresentano bene, quegli abiti delle donne afghane, il loro carattere, lo spirito e la fierezza d’un popolo che s’è dovuto necessariamente fare forte e resiliente per salvaguardare la propria identità.

Dunque è bello leggere della campagna sul web identificata dall’hashtag #DoNotTouchMyClothes – io l’ho trovata assai diffusa su Twitter, dal quale ho tratto anche tutte le immagini qui pubblicate – in difesa degli abiti delle donne afghane ovvero della loro bellezza, della dignità, del valore, dei diritti e della libertà contro chi vorrebbe ridurle a meri oggetti coperti da un ignobile drappo nero in base a motivazioni ignoranti, folli e barbare ovvero inaccettabili da ogni punto di vista. E’ una lotta che deve – deve, non “può” – diventare propria di tutta la parte civile e avanzata del mondo: perché le donne afghane oggi sono la più bella e preziosa manifestazione di “libertà” che il nostro mondo, e non solo l’Afghanistan, può constatare e della quale deve essere profondamente orgoglioso.

#DoNotTouchMyClothes

La mafia dei pascoli di carta

[Immagine tratta da qui.]
Quando andate per montagne e, facilmente, vi imbattete in pascoli abbandonati, stalle e fienili cadenti, prati non più falciati e prossimi al rimboschimento, e dunque vi viene da pensare e da rammaricarvi riguardo quanto sia triste l’abbandono e lo spopolamento dei territori di montagna, in molti casi siete nel giusto ma in altrettanti no. Perché a volte i montanari ovvero altre figure che ben volentieri lavorerebbero sulle montagne e ne manterrebbero la vitalità economica, dunque pure la qualità del territorio e la cura del paesaggio, ci sarebbero ma vengono posti nella condizione di non poter lavorare, lassù, se non a condizioni quasi impossibili. E tutto questo attraverso modalità speculative di stampo mafioso indotte da una legislazione in origine virtuosa ma poi, sul campo (e, tocca segnalarlo, sulle montagne italiane in maniera più frequente che altrove), troppo burocraticizzata e anche per questo facilmente sfruttata in modi loschi.

Racconta questa triste e inquietante realtà l’ultimo libro di Giannandrea Mencini, Pascoli di carta. Le mani sulla montagna, appena edito da Kellermann Editore, nel quale l’autore esplora a fondo un fenomeno ormai diffuso dalle Alpi agli Appennini, variamente definito “Mafia dei pascoli”, “Montagne d’oro” o “Pascoli di carta” e basato sull’ingente quantità di risorse messa in campo dalla Comunità europea nel settore agricolo, la quale ha generato una speculazione che inquina il settore montano dove spesso si intrecciano azioni scorrette, false dichiarazioni, animali “figuranti”, pratiche di compravendita di alpeggi al limite della legalità. Un meccanismo contributivo che fa salire il prezzo degli affitti dei pascoli e che fra mancanza di controlli, creazione di società fittizie e truffe reiterate, danneggia la montagna.

Per spiegare meglio il fenomeno – per come lo illustra l’autore stesso in questo articolo – accade che

Esistono grandi aziende di pianura che vengono a prendersi le malghe in montagna e offrono affitti che nessun allevatore locale può permettersi, poi si prendono i contributi comunitari sui pascoli appoggiando i titoli e son migliaia di euro. Nelle aste pubbliche i pascoli venivano aggiudicati al miglior offerente con delle condizioni che attiravano allevatori soprattutto di pianura che facevano figurare sulla carta la monticazione per poter accedere ai premi della Politica agricola comune dell’Unione Europea (Pac). In realtà, in alpeggio non ci andavano o ci portavano pochi animali “figuranti” rispetto a quello per il quale riuscivano a percepire i premi comunitari. Così gli allevatori locali, più legati al territorio montano e che sul serio “vivono in pendenza” con tutte le conseguenti difficoltà logistiche e sociali, non partecipano per le condizioni economiche troppo onerose e chi si aggiudica gli appalti non porta gli animali in montagna col conseguente deterioramento anche ambientale della qualità dei pascoli.

Nuovamente, la montagna è un territorio che forse come nessun altro presenta un’emblematica contraddizione tra la bellezza del suo paesaggio o, per meglio dire, la percezione al riguardo derivante dall’immaginario diffuso – quello che vede su ogni montagna l’idillica baita di Heidi, per intenderci e per citare (o “contro-citare”) quel noto testo di Sergio Reolon – e la realtà effettiva delle montagne, sovente assoggettate a pratiche del tutto bieche e perniciose tanto quanto incomprese nella loro sostanza oppure ignorate che sul serio mettono a rischio quella bellezza tanto celebrata ma poi, in concreto, molto poco compresa e realmente salvaguardata.

Un libro sicuramente da leggere, Pascoli di carta, anche se già temo che in chi ama le montagne provocherà non pochi mal di pancia – ma quanto mai necessari, per il bene futuro delle montagne stesse.

Ricevere toponimi in eredità

[La Cima Sosto domina il villaggio di Olivone in Valle di Blenio, Canton Ticino, Svizzera. Foto di Markus Bernet, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte: commons.wikimedia.org.]
Di toponomastica me ne occupo spesso e ne ho scritto più volte – qui potete trovare una “rassegna stampa” degli articoli al riguardo – perché la ritengo un elemento di imprescindibile importanza nella relazione tra noi tutti e il mondo che viviamo. Anzi, per meglio dire: se i segni antropici sul terreno (dal labile sentiero fino ai più grandi manufatti) sono la referenza materiale fondamentale che segnala la nostra presenza nello spazio vissuto, i nomi che diamo ai luoghi, ovvero a quei punti del territorio che, attraverso l’antropizzazione, identifichiamo identificandoci in essi, sono la referenza immateriale e, per molti versi, anche più importante della prima. Perché, come ha ben scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: è il toponimo, infatti, che innanzi tutto identifica e rende vivo (cioè vissuto) uno spazio, consentendo di relazionarci ad esso; senza il toponimo, e pur in presenza di segni antropici anche importanti che peraltro col tempo tenderanno inesorabilmente a scomparire, il luogo non è più compiutamente tale: diventa un mero documento geografico, reminiscenza di una geografia umana che, senza più referenza toponomastica, smarrisce la propria identità e svanisce nel tempo.

Grazie al sempre interessante e ricco di spunti “GognaBlog”, ho trovato un significativo articolo di Ruggero Crivelli, geografo e docente presso il Dipartimento di Geografia e Ambiente dell’Università di Ginevra, sul tema del retaggio toponomastico e della relativa memoria, pubblicato nel 2013 sulla versione on line del “Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine”, che si focalizza sul caso emblematico della Cima Sosto, in Canton Ticino (Svizzera), una montagna letteralmente tappezzata di toponimi d’uso prettamente locale ma profondamente significativi circa il rapporto storico con essa degli abitanti del luogo.
Vi propongo l’articolo di seguito. Buona lettura!

[Crediti dell’immagine: © Ruggero Crivelli. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Toponimia: una preziosa eredità

  1. Nel 2008, Mauro Corona pubblica un libro il cui titolo è I fantasmi di pietra. In questo suo libro, l’autore racconta storie di vita del suo villaggio, Erto, nella regione del Vajont, distrutto dall’alluvione del 1963 e praticamente abbandonato da allora. Con il pretesto di una visita sui luoghi della sua infanzia, di cui non restano che le rovine delle case e delle piazze, lo scrittore si sofferma in questo o in quel luogo e racconta: racconta spezzoni di una vita passata i cui protagonisti sono gente ordinaria della montagna. Incrocia i resti di pietra, dove la traccia delle intemperie si mescola con la vegetazione spontanea che a volte racchiude queste case e a volte le penetra dall’interno. Queste pietre sono i fantasmi di un passato che vive nella sua memoria: quello della sua adolescenza e della sua gioventù. A ogni angolo di strada, i fantasmi prendono la forma di un ricordo preciso: avventure dell’adolescente che scopre i primi stimoli del testosterone, avventure del giovane bracconiere e della sua banda di compagni, ecc. Queste pietre sono ciò che resta di uno spazio umanizzato! Sulla fotografia riprodotta, non vi sono pietre di fantasmi da estrarre dal passato ma nomi che assumono una funzione equivalente.
  2. Nominare è, senza dubbio, uno dei primi atti che un gruppo umano realizza identificando gli oggetti e i luoghi di cui si serve. La strutturazione delle pratiche spaziali si appoggia sulla coerenza esistente – e fin che esiste – tra il nome e gli oggetti. I toponimi, qui, sono i resti di ciò che costituiva una territorialità. Tuttavia, si tratta di resti fragili, perché il loro supporto non è la pietra, ma la memoria collettiva o individuale. Nel nostro esempio, questa fragilità della memoria territoriale è particolarmente visibile quando si confronta il luogo fotografato con la carta topografica. Questa, anche considerando una superficie più larga di quella che si potrebbe delimitare dall’immagine, indica solo due misure d’altitudine e il nome della montagna (Sosto), al quale si può ancora aggiungere due o tre altri nomi – in lingua veicolare, l’italiano – che suggeriscono una caratteristica generica del terreno (Boschetto; Parete di Pino, ecc.). Nel cartello fotografato, la medesima montagna è invece ricoperta da una trentina di nomi sulla parete propriamente detta e da più di una cinquantina in tutto: è l’espressione della pratica spaziale di una comunità per la quale anche il più piccolo filo d’erba era vitale, soprattutto  per la sua componente sociale più povera. In queste comunità montane non si esitava a salire sui luoghi più impervi e pericolosi per tagliare e raccogliere il fieno, non raramente a rischio della propria vita, come testimoniano i numerosi ex-voto che possiamo ancora vedere in chiese locali. Questa fotografia è dunque interessante nella misura in cui ci informa sull’uso dello spazio da parte di una società (agraria, montana e tradizionale, nel nostro caso): un vero e proprio uso capillare di uno spazio vitale. È pure interessante nella misura in cui ci informa sull’atto di denominazione: un atto essenzialmente funzionale e pratico (non vi è nessuna misura astratta, come quella metrica alla quale siamo oggi abituati). Non conosco il significato di tutte le parole, perché qui abbiamo a che fare con una toponimia vernacolare, ma riconosco alcuni termini dialettali che sono anche i miei: il nome del luogo riflette la propria natura, come Ra Buza, che rimanda ad uno scoscendimento; dul castellche rimanda ad un castello (e in quel posto vi era, nel Medio Evo, una torre appartenente ad un signore di un’altra valle), o ancora, termini come Pareit e Sott Pareit, dove il termine Sott indica la posizione (sotto), ecc. In altre parole, il nome informa su una società nella quale la conoscenza è strettamente legata alla pratica. Si sa perché si fa: chi non è del luogo (del gruppo!) non ne conosce il nome perché non lo frequenta.
  3. Tutta questa toponimia non esiste più oggi perché i gesti che la sottendevano non esistono più. Questi nomi sono fantasmi che informano sull’uso del territorio e questo cartello ha tanto più valore in quanto qualcuno ha voluto ricordarsi della ricchezza umana di questo frammento di spazio. Far parlare la toponimia vernacolare, oggi, significa resistere alla morale dominante che, «ridando» alla natura certi spazi montani, cancella la storia delle loro popolazioni. È cancellandola, essa maschera che ogni spazio naturale è uno spazio umanizzato. L’importanza dei resti (materiali o immateriali) della memoria territoriale risiede nel fatto che potrebbe essere un terreno d’incontro tra il geografo, il turista e l’abitante in un processo di rispetto delle culture.

 Bibliografia

  • Corona, Mauro, I fantasmi di pietra, Milano, Mondadori, 2008.
  • Lowehthal, David, Passage du temps sur le paysage, Gollion (CH), Infolio, 2008.
  • Roubault, Marcel, Peut-on prévoir les catastrophes naturelles?, Presses Universitaires de France, 1970.
  • Turco, Angelo, Verso una teoria geografica della complessità, Milano, Unicopli, 1988.

[Referenza originale dell’articolo: “Ruggero Crivelli, «Toponimia: una preziosa eredità», Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine (En ligne), Lieux-dits, mis en ligne le 04 février 2013, consulté le 22 juin 2021. URL: http://journals.openedition.org/rga/1876“].