Se piove come in un Monet

[Claude Monet, “La pioggia”, 1886-87, olio su tela, collezione privata.]
A volte, piove così bene e con la pioggia tutto così bene si bagna e si lustra, illuminandosi e riprendendo colore o assumendone di così vividi, che a uscire con l’ombrello sembra quasi una cosa brutta, da maleducati, negligenti o da menefreghisti, già.

Tutto intorno è bagnato, le strade gli alberi le siepi i prati le pietre le case gli animali l’aria… e noi no? Almeno un po’ di quella bella pioggia noi non ce la prendiamo, e senza che ci sia alcun bisogno di lamentarsi? Va bene, se è in corso un gran nubifragio no, ma se invece la pioggia cade così bene che sembra di essere in un quadro di Monet

Ma, forse, sono “di parte”, per così dire. Nel senso che non sopporto gli ombrelli e, in certi casi, come le persone li utilizzano, ecco.

Ciò che dell’Europa dirà la storia

The poor treatment of migrants today will be our dishonor tomorrow

I 200 poster dell’artista Tania Bruguera diffusi da qualche giorno per tutta Milano (ove l’artista cubana è in mostra in questo periodo, al PAC), con la loro immagine e il messaggio del tutto eloquenti, sono perfetti. «Il misero trattamento riservato ai migranti oggi sarà il nostro disonore di domani», ove il termine poor può essere tradotto anche con “meschino”, “cattivo”: un messaggio col quale concordo totalmente e che trovo assolutamente perfetto, appunto, per descrivere il comportamento dell’Unione Europea riguardo il dramma che in questi giorni stanno vivendo i migranti siriani coinvolti nei conflitto tra Turchia e Siria/Russia. Qui, ora, non è una questione di (pur opinabilissima) “difesa dei confini” o di posizioni sovraniste contro altre globaliste (le due facce della stessa immonda medaglia, a mio parere) ma di umanità nei confronti di persone che scappano dal proprio paese certo non per propria volontà ma in forza di una guerra tra le più spaventose che la storia dovrà annoverare. Quella stessa storia che in futuro, lo rimarca bene Bruguera, annovererà i potenti e i politici europei come dei pusillanimi e meschini figuri soggiogati e al contempo complici di due mascalzoni del calibro di Erdogan e Putin, come spiega perfettamente Alberto Negri in questo illuminante articolo.

Quelle persone vanno accolte, soccorse, rifocillate e rassicurate, subito e senza tentennamenti. Solo dopo la diplomazia potrà decidere circa la loro sorte che comunque mai dovrà soprassedere alla loro dignità e ai loro diritti fondamentali.
Ciò, mi pare, non sta affatto avvenendo: è un comportamento vergognoso, indegno della “civiltà europea” di cui ci si vanta tanto, della sua cultura umanistica e dei suoi valori (definizioni e termini tanto belli quanto vuoti di senso concreto, a quanto pare) e che inesorabilmente diverrà un boomerang, prima o poi. La storia presenta sempre al pagamento i conti non saldati, soprattutto se lasciati indietro per mera disonestà (politica e intellettuale, in questo caso). Lo tengano ben presente, i politicanti europei: anche se credo che già ora i debiti accumulati siano fin troppi. Purtroppo per tutti noi.

Cliccate sulle immagini, tratte dal sito del PAC, per saperne di più sulla mostra di Tania Bruguera e sui 200 poster.

Lucerna, la vita letteraria di una città

C’è, forse, un modo letterario per cercare di capire, o almeno di percepire, se un luogo – una città o un altro nucleo di forte presenza antropica, in particolar modo – sta smettendo di essere vivo: quando la sua “vita” viene narrata sempre meno dagli scrittori e sempre più dai cronisti, ecco.
Gli scrittori possono narrare la realtà ovvero la fantasia, a volte entrambe debitamente amalgamate, e possono raccontare del passato, del presente ma pure, immaginandolo con più o meno creatività, del futuro; i cronisti devono sostanzialmente narrare il presente-presente, riportandone le evidenze con la maggiore obiettività e la minore creatività possibili. Sono due attività diverse, certo, ma a ben vedere la loro diversità si manifesta soprattutto nel risultato finale e nella relativa funzionalità, che altrove: entrambi raccontano, in fondo, al punto che vi possono essere cronisti del tutto attinenti alla realtà dei fatti e profondamente letterari, nel racconto offerto, così come scrittori che pongono in secondo piano il valore letterario del testo al fine di conseguire la massima razionalità narrativa possibile.
Tuttavia ciò che conta è il racconto, la narrazione che non sia vincolata al mero resoconto di una realtà del tutto ordinaria, talmente ordinaria da palesare la propria ristagnante insignificanza, anche quando così non sembri. La città è primariamente un racconto, di natura realista ma pure immaginativa: contiene certamente anche la cronaca, che riferisce della sua realtà oggettiva quotidiana, ma non credo vi possa essere una tale realtà senza un racconto urbano dal quale possa scaturire. In altre parole: non vi potranno essere cronisti che riferiscono della realtà cittadina senza scrittori che l’abbiano costruita e plasmata, raccontandone le storie e, in tal modo, determinandone l’identità del momento.

(Autore ignoto, “Veduta della città di Lucerna con sullo sfondo la Rigi”, 1820-1825 circa. Fonte: Biblioteca Nazionale Svizzera, GS-GUGE-ANONYM-B-2.)

Lucerna non ha tale problema, inutile che lo denoti – non avreste questo libro in mano, d’altra parte. Da secoli ha ispirato scrittori, sia indigeni che forestieri, che hanno trovato indispensabile raccontarla ovvero narrarla attraverso le storie che in essa ambientavano. Ciò ha contribuito a costruire la sua aura cittadina, la sua essenza estetica, culturale, antropologica, dalla quale scaturisse la più ordinaria vita urbana quotidiana i cui fatti sono divenuti campo d’azione e di relazione dei cronisti. Ma, in fondo, non c’entra che Lucerna possa godere e far godere chiunque d’una strabiliante bellezza paesaggistica e architettonica – o meglio: conta, senza dubbio, ma non è ciò che possa realmente spingere gli scrittori a scriverne. Contano di più altre cose: conta di più, ad esempio, che prima che dagli scrittori la città venga narrata nelle storie private degli innamorati che la percorrano mano nella mano e, sulle sue forme architettoniche come disegnate dal vibrare delle loro emozioni, vedano rispecchiata la fervida passione che li infiamma. O che la racconti a sé stesso e ai suoi piccoli amici il bambino che nelle vie cittadine si senta un antico cavaliere conquistatore di quel reame fantastico protetto da un grande fossato liquido entro cui faccia buona guardia lo stesso drago che all’alba del 26 maggio 1499, dopo un temporale terrificante, emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke – come racconta la leggenda. Oppure ancora che Lucerna venga descritta, perché no, dall’immigrato giunto in città da chissà quale lontano e diversissimo paese – per cultura, costumi, usi, visioni e quant’altro – il quale nella propria descrizione a sua volta diversa dacché basata su metri di giudizio differenti e ancora vibrata da inquietudini, timori o incertezze, consapevolmente o meno cominci a mettervi una primigenia, confusa eppure percepibile sensazione di casa, di parvenza domestica, di nascente reciprocità urbana prima ancora che sociale e culturale.
Se tutto ciò avviene, se tutte queste e tante altre narrazioni elementari scaturiranno da chi, in un modo o nell’altro, avrà a che fare con la città e ne dovrà riferire il personale dialogo, allora potrà scaturire ogni altra narrazione più strutturata, approfondita, articolata ovvero letteraria. Perché dalla città scaturirà vita, appunto, fatta non tanto di meri e ordinari accadimenti quanto di frementi istinti vitali e di sentimenti, emozioni, passioni, fantasie, illusioni: allora gli scrittori racconteranno la città e ne continueranno la “costruzione” materiale e immateriale, preservando nel tempo la sua bellezza, il fascino, l’attrattiva, il mistero. A beneficio di tutti quelli che, lettori o meno, decideranno di visitarla, conoscerla e venirne quanto più intensamente ravvivati.

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Brano tratto da
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più!

P.S.: voglio ringraziare Marco Piras Keller, lettore «italo-lucernese» che mi ha scritto ricordandomi come il Rigi, il monte ritratto nel dipinto sopra riprodotto, è in realtà identificato dagli svizzeri al femminile, die Rigi, dunque «la Rigi», quasi a definirne la grande simbolicità culturale e antropologica nell’immaginario alpino elvetico che la rende LA montagna (al femminile, appunto) per eccellenza. Ho così corretto la didascalia dell’immagine.

I cattivi artisti

È vizio molto diffuso tra gli artisti, o meglio tra i cattivi artisti, una certa vigliaccheria mentale, per cui rifiutano di prendere una qualsiasi posizione, invocando una mal intesa libertà dell’arte o altri egualmente grossolani luoghi comuni. Così in genere costoro, avendo un’idea molto vaga dell’arte, finiscono per confondere l’arte con la vaghezza stessa.

(Piero Manzoni, Per la scoperta di una zona di immagini, 1958 in Scritti sull’arte, SE/Abscondita Edizioni, 2013, pag.25.)

Piero Manzoni, “Scritti sull’arte”

Da grande appassionato di arte contemporanea quale sono, se devo pensare al secondo Novecento artistico italiano, quello da cui si è poi sviluppata la produzione artistica visuale attuale – nazionale e per molti aspetti non solo – sono due i nomi che prima degli altri mi vengono in mente. Uno, assoluto, Lucio Fontana: secondo me l’artista più rivoluzionario del dopoguerra, nelle opere e nei concetti. Due, per una personale passione ma anche per una vicenda artistica e umana peculiare: Piero Manzoni. Originalissimo, anticonformista, sovversivo, ironico e sarcastico ma pure profondo, concettualmente strutturato, capace d’una visione laterale e preveggente circa la realtà e la sua rappresentazione visiva. Geniale pure lui, a suo modo e sulla scia di Fontana che, non a caso, lo protesse e sostenne sempre.

Pur avendo letto molto di Manzoni – a partire da questa bella biografia – conoscevo ancora poco i suoi testi, importanti non solo per la definizione delle basi concettuali della sua produzione artistica ma pure perché frutto di un interesse per la scrittura che avrebbe potuto regalarci un secondo Manzoni letterario, dopo il “classico” Alessandro, per come Piero intorno ai vent’anni rimase a lungo indeciso tra la carriera di artista e quella di scrittore. Tali testi sono raccolti in Scritti sull’arte (SE/Abscondita Edizioni[1], 2013, a cura di Gaspare Luigi Marcone), agile libro che offre sia gli scritti sull’arte editi da Manzoni in vita, dunque dal 1956 al 1963, sia un nutrito corpus di bozze, dattiloscritti, appunti, alcuni dei quali trascritti e pubblicati qui per la prima volta []

(Leggete la recensione completa di Scritti sull’arte cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)