Piove, per fortuna!


(Ivan Ivanovič Šiškin, “Rain in the Oak Forest”, 1891)

Non lagnatevene ma rallegratevi sempre, quando piove. È tutta vita che scroscia dal cielo, prezioso nutrimento liquido per la Terra, una garanzia per il nostro buon vivere che val bene qualche abito bagnato.

(Solo per gli italiani: rallegratevi ma pure preoccupatevi, quando piove, visto come decenni di incuria e distruzione del territorio rischiano di rendere ogni acquazzone più intenso del solito una causa di dissesti idrogeologici e conseguenti tragedie. Semmai, assolutamente “lagnatevi” – e altro di più concreto – degli amministratori pubblici che ciò hanno permesso e continuano a permettere. Perché, sia chiaro, non è affatto la pioggia il “problema”.)

P.S.: per ribadire e rimarcare ancor più il concetto, leggete qui.

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Lucio Fontana, Hangar Bicocca, Milano

Sgombro il campo fin da subito da ogni equivoco: ritengo Lucio Fontana (con Piero Manzoni) il più rivoluzionario artista italiano del Novecento. Punto.

Detto ciò, trovo Ambienti/Environments, la mostra allestita presso gli insuperabili spazi dell’Hangar Bicocca di Milano (spazi che valgono da soli una visita, altra cosa di cui sono fermamente convinto), alquanto didattica e potenzialmente illuminante – e non è un mero e ironico gioco di parole legato alla tipologia di opere presenti, vere e proprie installazioni luminose ricostruite fedelmente come gli originali esposti da Fontana un po’ ovunque sul pianeta tra il 1949 e il 1968 e poi quasi sempre distrutti.

Mi spiego: tante volte mi sono trovato a discutere intorno alle celeberrime tele tagliate di Fontana – i Concetti spaziali, appunto – con persone che, invariabilmente, al proposito se ne uscivano con la solita frase «Sarà mica arte! La sapevo fare anch’io!», cercando di far capire loro il pensiero alla base di esse e in generale della ricerca artistica del grande artista italo-argentino, un pensiero in fondo tanto semplice quanto profondamente rivoluzionario e forse proprio per questo sfuggente a chi non voglia concentrarsi e riflettere solo un attimo di più del normale.

Bene, negli ambienti spaziali e nelle installazioni luminose, probabilmente le opere meno conosciute di Fontana al grande pubblico – stante la suddetta modalità iconoclastica successiva alla loro esposizione pubblica – c’è forse la più chiara e comprensibile espressione del Concetto spaziale che si possa avere a disposizione. Se Fontana, riguardo ai tagli, diceva che “Passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere!” e grazie ad essi introduceva l’elemento “spazio” nell’opera nonché il suo superamento verso un infinito concettuale e tuttavia concretamente percepibile, proprio grazie al taglio nella tela, con gli ambienti è come se si potesse effettivamente entrare in quello “spazio” attraversato dalla luce e andarvi oltre, percependo un senso di iniziale smarrimento – voluto dall’artista grazie al buio o al colore sfavillante dell’illuminazione interna agli ambienti – che tuttavia, una volta trovata l’armonia con l’opera fruita e pure la correlazione emotiva e spirituale con l’atmosfera interna e il suo mood generale, diventa veramente una sensazione d’infinito.

È la rappresentazione fisica e fruibile delle sue tele tagliate, appunto: l’ambiente perde i suoi limiti, svaniti nel buio o nella luminosità scompigliante, lo spazio si dilata, la luce traccia vie che non seguono tanto lo sguardo o la mente quanto lo spirito, il coinvolgimento riguardo il concetto spaziale fontaniano diventa forte, vibrante, comprensibile e plausibile come non mai e, se sulle tele si può osservare e concepire l’infinito attraverso i tagli, qui, come ribadisco, lo si raggiunge ovvero, quanto meno, lo si ritrova di fronte, inopinatamente manifesto. Qui c’è tutto lo spazialismo di Fontana: c’è la luce, lo spazio, il vuoto, c’è l’ispirazione cosmica di quegli anni nei quali la corsa alla conquista del cosmo era nel pieno della competizione tecnologica e filosofica, c’è l’impulso verso l’inconcepibile che le vastità stellari rappresentano così bene. E c’è tutta la carica rivoluzionaria della sua arte, potente come poche altre fino ad allora e, probabilmente per questo, incomprensibile a tanti, ancora oggi.

È visitabile fino al 25 febbraio, la mostra – la quale, per giunta, è allestita nella fenomenale Navata dell’Hangar Bicocca, dunque accanto all’altro “gioiello” qui presente, I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, che con tutto il resto fa della location milanese una delle più belle e affascinanti d’Europa. Roba da andarci sempre e comunque, insomma – ergo andateci, assolutamente!

(Tutte le immagini della mostra presenti nell’articolo sono mie, ça va sans dire.)

INTERVALLO – Tjumen (Russia), Book House

Di fronte a una delle scuole della città russa di Tjumen’, posta nella Siberia Occidentale, c’era un edificio vecchio e grigio, piuttosto triste da osservare per gli alunni della scuola e non solo. La cosa è stata notata dal locale collettivo artistico Color of the City, i quali hanno realizzato un dipinto di oltre 200 mq e alto fino a 7,5 metri, facendo dello stabile non più un triste edificio ma una colorata e suggestiva “casa di libri”, in onore alla grande tradizione letteraria russa.

Non sarebbero affatto male ritinteggiature simili anche dalle nostre parti, no?

INTERVALLO – Glasgow (Scozia, UK), The Glasgow School of Art Library

La Biblioteca della Glasgow School of Art è considerata una delle più particolari e affascinanti dell’intero Regno Unito. È ospitata in uno dei più noti edifici della città scozzese, considerato tra i capolavori del grande architetto Charles Rennie Mackintosh il quale progettò non solo gli esterni della biblioteca ma anche gli interni e ogni elemento dell’arredamento.

L’edificio è rimasto gravemente danneggiato in un incendio scoppiato nel maggio del 2014 e la biblioteca, con i volumi conservati e i suoi interni in legno, è stata tra le parti che hanno subìto i danni maggiori. Nella seconda metà del 2016 si è avviato un delicato lavoro di restauro, del valore complessivo di 32 milioni di Sterline, che basandosi sul progetto originario di Mackintosh promette di riportare la biblioteca alla peculiare bellezza del giorno della prima inaugurazione, nel 1909.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web della Glasgow School of Art e saperne di più – anche sullo stato dell’arte dei lavori di restauro della biblioteca.

INTERVALLO – Detroit Lakes (Minnesota, USA), “Once upon a time” monument

StatuefromNorthEastUn altro suggestivo monumento (fin dal nome!) dedicato ai libri e alla lettura, creato dall’artista Hans Gilsdorf per festeggiare i cento anni di vita della Biblioteca Pubblica di Detroit Lakes, piccola cittadina del Minnesota.

Hans Gilsdorf accanto a "Once upon a time" nel giorno dell'inaugurazione della scultura.
Hans Gilsdorf accanto a “Once upon a time” nel giorno dell’inaugurazione della scultura.

P.S.D. (Post Scriptum Dolens): peccato che anche qui dalle nostre parti non si possa fare come negli USA (e altrove) ovvero realizzare interventi di arte pubblica del genere, dedicati ai libri e alla lettura, i quali – io credo – sarebbero assolutamente propedeutici alla diffusione della cultura legata ai libri (e non solo) tra la gente. Già, peccato che, mentre negli USA vi sia la possibilità ovvero il denaro pubblico per realizzarle, qui non ve ne sia a sufficienza nemmeno per l’acquisto dei libri da offrire agli utenti delle biblioteche…