Angelo Vaninetti: tra Rothko, Fontana e le Alpi valtellinesi

Alcuni articoli letti di recente mi hanno re-illuminato la figura artistica di Angelo Vaninetti, pittore valtellinese che conoscevo più di nome che di fatto (come altri, credo, ma comunque colpevolmente, visto che il museo che conserva buona parte delle opere di Vaninetti ha sede a meno di un’ora d’auto da casa) ma nelle cui opere oggi, soprattutto in quelle dedicate al paesaggio delle sue montagne di Valtellina e ai dettagli della presenza in esso delle genti che lo abitano, sto scoprendo e cogliendo dettagli, peculiarità e percezioni piuttosto sorprendenti, seppure si tratti spesso di raffigurazioni pittoriche d’una semplicità quasi minimale, apparentemente “ovvie” ma in verità niente affatto tali.

Questa “profonda semplicità” nelle opere di Vaninetti nasce in primis proprio dal legame altrettanto profondo dell’artista con la sua terra, la Valtellina. Come si legge nel sito del museo, «Questa ricerca sul paesaggio l’ha condotto verso risultati originali lontani da compromessi e dalle mode passeggere che spesso influenzano l’operato di alcuni artisti. Vive nei suoi lavori un’eco dei macchiaioli e di quell’attenzione verso temi rurali trattati con una notevole padronanza cromatica. Vaninetti costruisce un universo che lontano dal chiudersi in un immobile passato lancia uno sguardo sul presente, sull’uomo di oggi schiavo di un mondo caotico che ha perso il senso della misura e il valore della verità.»

Ad esempio, per dirvi di quelle mie nuove, inopinate “scoperte” nei quadri di Vaninetti: nell’opera qui sopra, Finestra e muro bianco (1987), nell’ampia campitura cromatica principale, solo variata da leggere sfumature e, ovviamente, da quel “buco” della finestra, ma pure nella striscia di cielo d’un azzurro pressoché uniforme che si contrappone col muro della casa ma senza contrasto, semmai in un’alternanza di colori assai vivi e al contempo garbati, niente affatto dissonanti, appunto, ecco, ci rivedo e non poco la spiritualità cromatica di Mark Rothko, meno cosmica, più rurale eppure similmente profonda e meditativa. Inoltre, quel buco nero della piccola finestra che squarcia il muro, non ricorda in qualche modo (nel principio) il nero che si effonde dai tagli dei Concetti Spaziali di Lucio Fontana? Anche in tal caso senza accezione cosmica e con una significazione più terrena, pragmatica, che rimanda ad un’umana quotidianità ben più semplice ma non per questo meno “misteriosa”, soprattutto proprio nella relazione ancestrale col paesaggio (montano in primis, ma non solo) del quale le forme ritratte da Vaninetti sono un elemento sovente peculiare.

Insomma, Angelo Vaninetti è senza dubbio un artista che merita ben più considerazione di quanta ne goda ordinariamente. Un primo passo in questa direzione è di sicuro la consultazione del sito web del Museo Vaninetti, dove è possibile trovare molto materiale sull’opera artistica del pittore valtellinese; secondo passo, altrettanto importante – per me senza dubbio, ribadisco – è la visita al museo stesso. In fondo, come le tele di Vaninetti invogliano a toccare le pietre, i muri, il legno e ogni altro soggetto così intensamente ritratto, così da cogliere anche al tatto le stesse percezioni che sguardo e mente generano, prima di ciò risulta necessario godere dal vivo di quelle tele e delle narrazioni che vi effondono. L’arte è questo, a ben vedere: il senso della vita che diventa espressione artistica dalla quale scaturisce nuova vita e nuovo senso. Un circolo virtuoso e ineluttabile del quale tutti abbisogniamo per vivere (al) meglio questo nostro mondo.

(Cliccate sull’immagine dell’opera per visitare un’ampia ed esaustiva galleria di lavori pittorici di Vaninetti.)

Il luogo “supremo”

[Nikolaj Konstantinovič Rerich, Kanchenjunga, 1938.]

Tutti i maestri soggiornarono nelle montagne. La conoscenza più alta, le canzoni più ispirate, i suoni e colori maggiormente superbi vengono creati sulle montagne. Sulle montagne più elevate risiede il Supremo. Le alte montagne si ergono a testimonianza della grandiosa realtà.

(Nikolaj Rerich, Himalayas. Abode of Light, Nicholas Roerich Museum Ed., New York, 2017.)

Non poteva che essere uno dei migliori pittori di montagne in assoluto (cliccate qui per conoscerlo meglio, grazie al sito dell’omonimo museo sito a New York) a condensare, in poche sentite parole, il simbolismo dal valore eterno che possiede la montagna, archetipo assoluto che fin dalla notte dei tempi rappresenta un luogo fondamentale per la cultura umana. Ed è così anche oggi come millenni fa, quando i primi umani presero a salire verso l’alto lungo i fianchi dei monti per sentirsi più vicino al cielo, sede del “divino”, dunque per sentire in sé un po’ di quella sacralità celeste. Anche oggi, nonostante le banalizzazioni materiali e immateriali – a volte comprensibili, altre volte inaccettabili – alle quali vengono sottoposte le montagne, che abbiano la forma di infrastrutture invadenti o di immaginari devianti ovvero, d’altro canto, di interventi minimi ma comunque marcanti, la montagna è il luogo terreno (del) supremo per antonomasia. E lo sarà sempre, anche nel caso in cui l’uomo dimenticherà definitivamente questa ancestrale verità.

La neve di Segantini

[Giovanni Segantini, Le cattive madri, 1894, olio su tela 120×225 cm, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna.]
Domenica 24 gennaio su “Il Post” è stato pubblicato un (quasi) bell’articolo intitolato Storia della neve dipinta. Un racconto per immagini per chi quest’anno non potrà vederla dal vivo e ha un po’ di nostalgia, il cui titolo dice tutto sul contenuto, ispirato da un similare articolo apparso qualche giorno prima sul “New York Times”.

In effetti, come accade per il paesaggio, la neve è un elemento particolare anche per l’arte, fornito di peculiari significati inevitabilmente legati alla relativa stagione invernale – dunque non certo solari e allegri – ma che d’altro canto non di rado diventa un motivo di luminosità e quindi di particolare “epifania emozionale” in rappresentazioni altrimenti cariche di pathos drammatico – senza contare che una delle cose più spassose da fare con la neve, ovvero le palle con conseguenti “battaglie”, è da secoli raffigurata in molte opere.

Si può leggere al riguardo nell’articolo:

La neve compare sporadicamente nei dipinti nel XIV secolo per farlo più frequentemente a partire dal XV. Prima di questo momento non esistevano molti paesaggi nei dipinti europei, perché i soggetti erano quasi esclusivamente religiosi, e avevano l’obiettivo di raccontare la vita dei santi e di Gesù e di glorificare Dio: e in Paradiso pare che non piova e non nevichi. Anche quando le prime scene paesaggistiche iniziarono ad affacciarsi sulle tele, l’inverno fu l’ultima stagione a comparire: interessava soprattutto la natura rassicurante e addomesticata dall’uomo anziché quella ispida e selvaggia, e l’inverno aveva un che di allarmante e minaccioso: le persone lo passavano chiuse in casa al riparo dal freddo e dal buio precoce.

Ora: posto quanto avete letto, di sicuro vi starete chiedendo il perché di quel “(quasi)” che ho scritto in principio di questo articolo. Be’, è presto detto: perché nella disamina sia de “Il Post” che del “New York Times” manca un artista fondamentale (secondo me, sia chiaro, ma credo di essere in buona compagnia nel pensare ciò) per la raffigurazione artistica del mondo innevato: Giovanni Segantini, le cui opere bianche di neve sono tra le più potenti e affascinanti della “categoria” – e non solo, ovviamente (se non avete mai visitato il Segantini Museum di St. Moritz, in Svizzera, fatelo al più presto!). Cerco di “riequilibrare” da par mio tale mancanza (forse generata da una visione inesorabilmente “americana” del tema, e non intendo solo geograficamente) e, tra le numerose citabili del grande artista italiano, ne propongo lì sopra una meno celeberrima di altre ma per la quale, a mio modo di vedere, la neve rappresenta un elemento imprescindibile di potente simbologia nonché di avvolgente emozionalità (mono)cromatica il quale, non a caso, fa del dipinto, con tutto il resto che raffigura, una delle opere più significative del Simbolismo europeo.

Cliccateci sopra per ingrandire l’immagine, poi qui per saperne di più al riguardo. E sempre viva Giovanni Segantini, artista tra i più grandi di ogni epoca.

David Lynch basta a se stesso

L’opera d’arte deve bastare a se stessa. Quello che voglio dire è che sono stati scritti tantissimi capolavori della letteratura, gli autori sono ormai morti e sepolti e non puoi tirarli fuori dalla fossa. Hai il libro però, e un libro può farti sognare e riflettere.

(David Lynch, In acque profonde, traduzione di Michela Pistidda, Mondadori, Milano, 2006-2017. E questo post è perché proprio oggi Lynch, «Il regista più importante di quest’epoca», compie 75 anni. Viva!)

Dürrenmatt imperituro

Pochi giorni fa si sono ricordati i 30 anni esatti dalla morte di Friedrich Dürrenmatt, uno dei maggiori scrittori del Novecento europeo in senso assoluto e tutt’oggi figura ricchissima di suggestioni letterarie, culturali, intellettuali offerte a profusione in ogni suo scritto, dai più celebri romanzi fino agli articoli apparentemente secondari. A me, da grande appassionato e studioso di “letteratura alpina” (ovvero scritta nelle Alpi e che di Alpi tratta in modi più o meno diretti), e dunque da cultore della produzione svizzera, piace indagare, ricercare e scoprire in Dürrenmatt le affinità con quella produzione più tipicamente alpina; il grande scrittore bernese non è certamente annoverabile nella cerchia degli autori di quell’ambito letterario eppure sia nello stile, prevedibilmente, che in certe atmosfere costruite e narrate nei suoi romanzi, meno prevedibilmente e niente affatto solo come mere scenografie, vi ritrovo le montagne e il loro paesaggio, la loro cultura e lo spirito. Parrebbe una cosa scontata, visto che qualsiasi svizzero le Alpi le ha costantemente davanti agli occhi e “dentro” quasi ogni aspetto pratico della quotidianità nazionale: questo è certamente vero, ma la grandezza della scrittura e dell’invenzione letteraria di Dürrenmatt rende tale aspetto molto più stratificato e, come detto, ricco di suggestioni di varia natura. Una peculiarità che, insieme a molte altre, fanno di Friedrich Dürrenmatt un autore imprescindibile (al di là delle considerazioni “alpine” qui da me proposte) e ancora oggi capace di sorprendere come pochi altri oltre che, senza dubbio, di affascinare ogni lettore sensibile.

In modo parimenti “scontato” (ma magari no) il pregevole sito di informazione “SwissInfo” dedica un bell’articolo all’anniversario dürrenmattiano nel quale è possibile vedere un altrettanto bel documento video d’annata: un ritratto a 360 grandi dell’artista elvetico tratto da una trasmissione della RSI – la Radiotelevisione della Svizzera Italiana – del 5 gennaio del 1981, in occasione dei 60 anni di Friedrich Dürrenmatt. Godetevelo: è un modo tanto suggestivo quanto approfondito per conoscere meglio (se non si è già edotti al riguardo) uno dei più importanti autori letterari (e non solo) degli ultimi decenni e, magari, per coltivare la curiosità di leggere le sue sublimi opere.