La Terra esaurisce le risorse, l’umanità accumula stupidità

Oggi, 29 luglio, è l’Earth Overshoot Day per l’anno in corso, ovvero la data dalla quale il consumo di risorse da parte dell’uomo eccede ciò che gli ecosistemi della Terra sono in grado di generare per quell’anno. Da oggi, in pratica, l’umanità comincia a consumare più di quello che il pianeta riesce a riformare durante l’anno, bruciando risorse del futuro. Ne avrete certamente letto un po’ ovunque sui media, ma è una notizia che certamente non susciterà chissà qual clamore: magari qualche commento desolato, qualche altro indignato, e poi via, a leggere di sport, di costume o delle ennesime cretinate politiche.

Tutto molto significativo, insomma: è come essere su una nave che sta affondando e, quando si diffonde la notizia di quanto lo scafo si sia ancor più inabissato rispetto a prima, i passeggeri emettano qualche gridolino di paura o tengano per tre-secondi-tre un’espressione angosciata, sul volto, e subito dopo si preoccupino di cosa ci sia di buono nel menù del giorno.

Perché in fondo, che anno dopo anno l’Earth Overshoot Day cada sempre prima – e qui potete constatare la situazione generale nonché quella particolare di ogni paese del mondo – dipende soprattutto dal fatto che ancor prima, e da ancor più tempo, cada l’Earth Overshrug Day: shrug, in inglese fare spallucce, disinteressarsi, fregarsene. Una cosa che, riguardo l’ambiente e la sua salvaguardia per il bene di tutti, l’umanità nella sua maggioranza sta facendo da tanto, troppo tempo.

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Armonie urbane

Le città, in fondo ancora più che gli spazi naturali, devono basarsi sull’armonia – e non solo urbanisticamente o architettonicamente.
Se il paesaggio in Natura è il frutto della percezione culturale di un territorio già formato e semmai solo modificato dall’uomo, il paesaggio in città deve rappresentare la percezione – comunque culturale – del territorio che l’uomo può e deve formare, e che la Natura può solo ingentilire.
Quando ciò accade, le città possono essere luoghi autenticamente vitali. Altrimenti la sciatteria e il caos urbani sono dietro l’angolo di ogni loro edificio.

Omar Sartor, fotografo (e non solo)

Omar Sartor non è solo e semplicemente uno dei più originali e intriganti fotografi italiani. Osservo e ammiro da tempo i suoi vari lavori fotografici e, al di là della primaria, intensa suggestione estetica ed emozionale, mi viene da riflettere che Sartor in verità è tra i pochi capaci di manifestare nella fotografia una sorta di inopinato prodigio, cioè quello – lo dico in modo “mitologico”, metaforico ma nemmeno così tanto – di riuscire a fissare sulle proprie immagini sia i Genius Loci che i Lari: i numi fondamentali che presiedono ai luoghi abitati dall’uomo, i primi, e a quelli attraversati, i secondi. Ovvero, più pragmaticamente, con la sua produzione fotografica Sartor manifesta la dote di dare una “regola” a ogni ambito che riprende, sia esso nella Natura più o meno antropizzata oppure in uno spazio domestico: una regola che da un lato è estetica, di ricerca di equilibrio e definizione armonica (dunque pure estatica, per molti versi), dall’altro è razionale e raziocinante, meditativa, deduttiva.

(Cliccate sulle singole immagini per aprirle nella galleria.)

E’ come se nelle varie immagini – sia quelle legate alle sue committenze per numerose aziende di design, sia le altre che, per mera chiarezza, potrei definire “di paesaggio” – la realtà si palesasse in tutta la sua materialità evidente, palese e comprensibile ma, da questi stessi risalti, si formasse pure una immagine immateriale che apre la percezione a innumerevoli altri significati: in primis quelli «radunati nel luogo» – come dice la nota definizione di Genius Loci di Christian Norberg-Schulz – peraltro non sempre così evidenti come si potrebbe pensare, ma pure quelli che vi derivano e che contribuiscono a determinare il concetto e la percezione del “paesaggio” – che si genera ovunque, nei vasti spazi all’aperto come negli ambiti minimi del vissuto quotidiano.

La fotografia di Omar Sartor è dunque “artistica” nel senso più pieno e “superdimensionale”: in grado di andare oltre molte potenziali possibile limitazioni espressive, portando in sé l’elemento estetico ed estetizzante verso ambiti di inaudito rigore creativo. Un ossimoro, apparentemente, che tuttavia trova notevole e assai concreta oggettività proprio nella sua dote “artistica” di saper rappresentare la realtà in modo ampio e “amplificato”, sia materialmente che immaterialmente.
È un “architetto dell’immagine”, Sartor, un creativo dell’anima dei paesaggi ovvero di tutto ciò che possa essere percepito, concepito e abitato dall’uomo, esteriormente e interiormente.
Ecco.

In un certo momento, in ogni momento

Ci sono delle volte in cui il caso – sempre che esista, “il caso” – ti fa ritrovare in un certo luogo ad un certo momento (silenzio intorno, nessuna voce, niente vento, quiete profonda, il respiro si placa e lo sguardo si espande, il bosco avvolgente, solo delicata luce e colore e ombre danzanti e accoglienti) sì da farti credere, pensare, percepire di poter essere – proprio lì, in quel frangente – in ogni luogo e in ogni momento. Come se ogni (in)immaginabile dimensione spaziotemporale si compendiasse per chissà quale connessione di circostanze (ciò che poi noi chiamiamo “caso”, appunto, spesso proprio perché non riusciamo e non sappiamo definirlo in altro modo) in un unico piccolo punto dell’Universo, in un solo minimo lasso di tempo – e tu ci sei, lì.
O forse no, non è affatto così e non accade nulla di tutto ciò; solo puro fantasticare suggestionato dalla bellezza d’intorno. Ma, se pure andasse così, anche il solo formularne il pensiero è intensamente piacevole: forse perché, questo sì, è qualcosa che non accade affatto per caso.

Natura maiuscola

Natura.
Di recente qualcuno me lo ha fatto di nuovo notare, che “Natura” non si scrive con la N maiuscola. Ma io continuo a scriverlo in questo modo, Natura. Perché non riesco a non farlo, se lo faccio guardo un attimo la parola scritta e mi dico: no, non mi piace.
Non è una questione di ipotetica matrice “panteista” o “animista” o che altro, (se così si possa intendere; almeno non lo è primariamente), nemmeno di ambientalismo massimalista, e non considero che possa essere errato scriverla così*. Semmai, mi sembra una minima, banale, certamente simbolica, forse superflua ma per me significativa e necessaria forma di rispetto. Per la Natura, già.

*: quantunque in certi casi lo sia, e questo per molti versi è uno di essi.