Ritrarre | raccontare la montagna

[Cliccateci sopra per ingrandire l’immagine.]
Il paesaggio non è mai uguale a se stesso ed è in costante divenire, offrendo “materiale” per narrazioni innumerevoli e continuamente affascinanti proprio perché sempre diverse, le quali d’altro canto richiedono una capacità di lettura tanto naturale quanto rara. Ciò vale in particolar modo per un territorio come quello montano, la cui varietà di geografie, geologie, morfologie, ambienti, cromie, armonie, meraviglie è direttamente proporzionale alle possibilità di visioni, percezioni, cognizioni e raffigurazioni, ma è pure inversamente proporzionale alla capacità di materializzare e fissare un ambito così ricco di infinite suggestioni e dunque, in tal senso, delicatamente ostico.

Cesare Martinato è uno di quelli che, a mio parere, sa narrare le montagne in quel raro modo compiuto, intenso, intrigante, riuscendo a portare chi ammira le sue opere a diretto contatto con l’essenza delle montagne rappresentate, quasi da poter dialogare – seppur a distanza – con il loro Genius Loci. La sua mostra fotografica itinerante Cropped mountain – Venti ritratti di montagne in montagna è a Castasegna, nella splendida Val Bregaglia, dal 25 settembre al 2 ottobre, e per quanto ho appena affermato poco sopra non è assolutamente da perdere. Ancor più se avrete la possibilità di visitarla domenica 26 settembre, quando al grande narratore per immagini Martinato si unirà l’altrettanto grande narratore di montagne per scritture Enrico Camanni, in un incontro intitolato Raccontare la montagna | La montagna raccontata nel quale si rifletterà proprio su come e quanto sia cambiato nel tempo il racconto per parole e immagini della montagna.

Cliccate qui e qui per saperne di più sulla mostra e sull’incontro di domenica 26.

[Cesare Martinato, Engadina. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

Una Venezia molto… veneziana

Venezia è una delle città più belle e uno dei luoghi più suggestivi del mondo, inutile rimarcarlo. Sovraccarica di iconologie, di simbolismi, di immaginari a volte troppo superficiali e francamente inutili (se non dannosi) per uno spazio antropizzato così particolare e delicato, è facile intuire che Venezia sia tra i luoghi più raffigurati in assoluto, in ogni modo ovvero con ogni media lo si possa effigiare tentando di fissare almeno una minima parte del fascino urbano, delle sue architetture e dei monumenti, degli angoli più caratteristici, del rapporto con l’acqua che penetra (nel)la città e viceversa, del suo paesaggio unico.

Una delle più belle e intense rappresentazioni di Venezia che abbia mai visto l’ho intercettata qualche giorno fa grazie a un articolo di “Artribune” (lo potete leggere anche on line qui): è dell’artista tedesco Gerhard Richter e si intitola Venedig (Treppe), un olio su tela del 1985:

Al di là delle note critiche sull’opera, che potete leggere qui, trovo che in questo dipinto Richter abbia perfettamente reso visibile la dimensione di sospensione in cui vive Venezia, dalla quale trae il suo fascino inimitabile tanto quanto l’inquietudine rispetto al proprio precario equilibrio geografico. Le prospettive ideali che l’opera possiede, fornite dalle linee nette e dalle partizione che creano – terra/acqua, acqua/cielo, luce/ombra, presenza/assenza – e di contro la particolare tecnica pittorica che rende l’idea di un’immagine fotografica sfocata nonché l’assenza di ciò che rende Venezia immediatamente riconoscibile a chiunque, ovvero i suoi celeberrimi monumenti o le vedute dei canali i quali però sono anche gli elementi principali dell’immaginario turistico-commerciale che per certi versi deturpa il fascino cittadino, fanno dell’opera un fermo-immagine super dimensionale della realtà di Venezia, che viene analizzata nel profondo da un punto di vista alternativo e al contempo viene ammantata di un onirismo delicato e enigmatico. In effetti nella raffigurazione di Venezia di Richter è assente un altro elemento immancabile in città: l’umanità, la quale però, come accennato, le conferisce “vita” in modi a volte soverchianti e generanti nel suo paesaggio (nel senso antropologico del termine) una sorta di rumore di fondo. Richter invece pone nel proprio scorcio veneziano una sola figura umana (è la moglie, per la cronaca) così togliendo quel disturbo antropico e riportando la relazione tra il luogo e le persone entro una dimensione ben più profonda e meditativa, quella che probabilmente abbisognerebbe un luogo così speciale come Venezia e che rimanda all’altra relazione naturale tra lo spazio antropizzato e l’ambiente della laguna, una comunione tra terra e acqua che vivo di un equilibrio certamente precario eppure secolare, probabilmente armonico se non fosse per una presenza umana invece sovente dissonante.

D’altro canto Gerhard Richter ha prodotto una vastissima serie di opere dedicate al paesaggio, sia antropizzato che naturale, interpretato e raffigurato in modi originali e intriganti. Venezia è protagonista di altre sue notevoli opere ma lo sono anche le montagne, per cui tornerò più avanti a parlarvi di Richter e della sua arte. Potete comunque da subito approfondire la sua conoscenza dal sito ufficiale, assai ricco di notizie e di contenuti su ogni aspetto del suo lavoro.

P.S.: l’immagine dell’opera è presente su molti siti web; io l’ho tratta dal citato articolo di “Artribune”.

Un buon posto per meditare

Una delle numerose panchine da meditazione sparse nel meraviglioso territorio dell’Engadina, qui poco sopra il villaggio di Silvaplana.

Foto di Uwe Conrad da Unsplash.

La wilderness e i panda, sulle Alpi

[Foto di Vincentiu Solomon da Unsplash.]
Trovo la fotografia qui sopra pubblicata, che riproduce la massima vetta delle Dolomiti, la Marmolada con il suo ghiacciaio (assai sofferente, ahinoi) vista da Nord, non solo bellissima ma anche assolutamente significativa. Perché ammirata così, a prima vista, sembra rappresentare un paesaggio d’alta montagna emblematico nel suo genere, selvaggio, incontaminato, magari anche inospitale, all’apparenza, comunque un’immagine di grande e invitta potenza naturale al punto che facilmente si potrebbe associare alla definizione di «wilderness», per come viene intesa e utilizzata comunemente (al proposito ne ho disquisito qui).

Certamente la Marmolada è montagna autentica, non serve dirlo, e l’immagine che vi sto proponendo non lascia dubbi al riguardo. Tuttavia, se la si ingrandisce – la pubblico in grande formato appositamente, cliccateci sopra – e si scandaglia con un minimo di attenzione visiva, si possono scoprire innumerevoli segni antropici, grandi e piccoli, poco o tanto evidenti e più o meno modificanti la porzione di territorio in cui si trovano. Nell’immagine sottostante li ho indicati con le frecce gialle – ma può ben essere che qualcuno dei manufatti umani presenti e ritratti mi sia sfuggito, mentre altri occupano ben più spazio di quello identificato dalle relative frecce. Potete facilmente constatare quanti siano (clic per ingrandire):

In questa porzione di spazio montano la “territorialiazzazione” – come si dice in tali casi, ovvero la strutturazione (e conseguente infrastrutturazione) del territorio e la sua messa al servizio di un certo uso funzionale dello stesso di natura socioeconomica – è prettamente determinata dal turismo invernale dello sci. E se sul vasto e geograficamente tribolato versante della Marmolada i manufatti antropici devono necessariamente relazionarsi con la sua morfologia (oggi anche più che in passato posto il forte ritiro del ghiacciaio, ancora il più vasto delle Dolomiti ma più che dimezzato rispetto a pochi decenni fa e il cui disfacimento destabilizza il versante), la quale inesorabilmente ne limita entità, materialità e quantità, il versante Nord del settore ritratto della catena del Padòn – la cresta montuosa in primo piano – è completamente lavorato dall’uomo al fine di adattarlo alle esigenze del comprensorio sciistico qui presente, salvo ovviamente le porzioni maggiormente scoscese.

Sia chiaro: con ciò non voglio affermare che ci sia qualcosa di sbagliato in tale realtà montana, almeno non nella forma (la sostanza la si può discutere quanto si vuole ma non qui, ora). Voglio invece rendere chiaro, grazie all’immagine in questione, come praticamente tutta la catena alpina sia stata in qualche modo antropizzata, modificata e reificata dall’uomo, anche quelle parte che all’apparenza ci sembrano le più selvagge, difficili, inospitali. E ciò da secoli, non da ieri, anche se in modo crescente e più impattante con l’avvento dell’era contemporanea. Sulla Marmolada e sui monti limitrofi, parte di un territorio alpino da centinaia d’anni antropizzato prima per ragioni di sussistenza quotidiana e oggi, maggiormente, per scopi economico-turistici, questa realtà risulta particolarmente evidente, tuttavia, ribadisco, non esiste quasi porzione di Alpi che non abbia subìto qualche forma di intervento umano, minima e inintelligibile ai più oppure più lampante e caratterizzante il paesaggio in loco.

Tutto questo rende il termine «wilderness» quanto mai fuori luogo sulle Alpi (come i panda, già: ecco il sensoironico del titolo di questo articolo), la catena montuosa più antropizzata del pianeta, anche se si può “capire” l’uso propagandistico di esso a scopo turistico. Ma se le Alpi presentano un’impronta antropica secolare ormai assimilata nei loro territori, e se ciò determina tutt’oggi il senso e la sostanza della relazione culturale e antropologica che possiamo (e dobbiamo) mantenere con essi, questa realtà rappresenta pure il contesto materiale entro cui coltivare la dovuta, indispensabile responsabilità che tutti noi abbiamo/dobbiamo avere verso le Alpi, verso un territorio così fondamentale per la parte di mondo in cui viviamo. Una responsabilità che è manifestazione di consapevolezza del valore assoluto delle montagne alpine ovvero della loro grande bellezza così come della delicatezza e del fragile equilibrio sul quale si sviluppa quella nostra relazione con esse. Pensare alle Alpi come a un territorio “selvaggio” e “incontaminato” di default, ovvero perché in questo modo dall’immaginario diffuso al riguardo da due secoli a questa parte ci viene presentato (anche al netto degli scopi turistico-commerciali), rappresenta una notevole ingenuità che non solo non ci fa comprendere il valore storico autentico della catena alpina (e parimenti tutta la sua insuperabile bellezza) ma produce terreno fertile per l’antropizzazione più violenta, invasiva, inquinante e degradante, la quale appunto si nasconde dietro pretese di «wilderness» alpina del tutto infondate per giustificare un nuovo intervento in più, poi un altro, poi un altro ancora e poi ancora e così via, fino al profondo depauperamento del valore culturale, antropologico e identitario delle montagne alpine, con relativi danni riprovevoli e difficilmente rimediabili.

Invece, e forse più che per altri territori antropizzati, si può dire che se le Alpi con la loro severa geografia condizionano in quasi ogni aspetto vitale la presenza dell’uomo, l’uomo può condizionare il valore del paesaggio alpino in maniera profonda e per questo delicatissima ma pure, potenzialmente, virtuosa come non mai. È sui monti che la relazione tra uomini e montagne può trovare un equilibrio e un’armonia realmente benefiche per il futuro dei territori in quota (e non solo per essi) a fronte di fin troppi episodi di segno opposto messi in atto nel passato. Bisogna farsi “montagna”, per così dire, una volta per tutte: come abbiamo lasciato nel tempo la nostra impronta sui monti, dobbiamo lasciare che i monti imprimano la loro impronta nel nostro animo, così che il bene nostro possa essere quello dei monti e di chiunque altro o qualsiasi altra cosa e ciò mettendo in atto qualsivoglia opera, la quale risulterà finalmente armonica e contestuale al territorio montano.

In fondo è una semplice questione di buon senso alpino, da perpetrare nel presente verso il futuro con umanissime sensibilità e consapevolezza. Una questione semplice, già, tanto quanto ineludibile.

 

Le pietre che si muovono sui monti

Uno degli elementi geografico-geologici più singolari e affascinanti, oltre che premonitori, presenti sulle montagne è sicuramente il rock glacier, o ghiacciaio di pietre, un corpo detritico costituito da pietre a spigoli vivi legate in profondità da permafrost, nell’insieme caratterizzato da forma lobata o a lingua del tutto simile a quella dei ghiacciai, da numerose strutture di flusso sulla superficie nonché da fianchi e fronti molto ripide, e che non di rado conserva al suo fondo (ovvero a profondità di almeno 10 metri) un nucleo di ghiaccio vivo. Una definizione italiana del passato rende bene la particolarità e il fascino di questi corpi, ovvero pietraie semoventi: sì, perché proprio come i ghiacciai queste grandi masse di detriti, se ancora attive, si muovono verso valle a ritmi variabili dal centimetro al metro circa per anno in modi assimilabili a quelli dei ghiacciai.

Nelle montagne italiane si contano circa 1.500 rock glaciers sulle Alpi e una trentina sugli Appennini, dei quali circa un quinto attivo e dunque «semovente». Ed è in effetti parecchio emozionante trovarsi al cospetto di queste allungate lingue di pietra sapendo che, impercettibilmente ma incessantemente, da secoli o millenni si stiano muovendo, come enormi e placide creature litiche che conservino al loro interno un cuore di ghiaccio pulsante la propria geologica vitalità, in grado nel tempo di modificare l’aspetto di un territorio e al contempo di preservarne la memoria glaciale.

Il settore delle Alpi Retiche è particolarmente ricco di rock glaciers – l’alta Valtellina, ad esempio – ma numerosi territori alpini risultano ancora poco esplorati in tal senso. Una zona che personalmente conosco bene, peraltro tra le più interessanti per la sua esposizione a Sud, è quella della Cima di Malvedello, sovrastante la bassa Valtellina e Morbegno. Nella conca chiusa a Nord dall’irregolare costiera del monte ve ne sono diversi di apparati (si veda l’immagine qui sopra), dei quali uno assolutamente significativo: a passarci vicino, sul terreno, non risultano granché evidenti, sembrando più delle ordinarie gande o dei meri corpi franosi (fotografie qui sopra), ma se si sale verso le elevazioni circostanti ovvero ci si fa aiutare dalle immagini satellitari ricavabili sul web, diventano palesi, soprattutto la lunga lingua del rock glacier occidentale che pare proprio un ghiacciaio, nella forma e negli evidenti segni di movimento – i lobi arcuati in successione e le relative fronti, indicati nella mia elaborazione grafica qui sotto – soltanto fatto di pietre, ancorché ormai inattiva (ma forse ancora conservante del ghiaccio al suo interno, chissà).

Raffigurazione 3D (da Google Earth) della conca sottostante la Cima del Malvedello e del ben visibile rock glacier occidentale.
Evidenziazione del flusso di colata del rock glacier occidentale di Malvedello.
Dettaglio di alcuni dei numerosi lobi di colata, che indicano il movimento del rock glacier.

Ecco: i rock glaciers non sono soltanto elementi interessanti e affascinanti dal punto di vista geomorfologico ma, materialmente, ci stanno mostrando oggi come potrebbero diventare le nostre montagne domani, una volta che la maggior parte dei ghiacciai si sarà estinta in forza dei cambiamenti climatici in corso – ecco perché all’inizio di questo testo ho scritto che sono anche elementi “premonitori”. Nonostante la loro origine sia legata alle caratteristiche climatiche degli ambienti periglaciali, dunque freddi, la trasformazione che stanno subendo i territori alpini oltre una certa quota, con le variazioni del clima e la deglaciazione in corso sta probabilmente creando le condizioni per la metamorfosi delle zone ex glaciali in aree ospitanti rock glaciers. Dunque, l’aspetto che presenta oggi un territorio come quello sottostante la citata Cima del Malvedello e il paesaggio che ne possiamo elaborare, facilmente rappresentano il futuro – visivo, estetico, geografico, culturale, eccetera – di numerose altre aree montane in quota con il quale le prossime generazioni dovranno convivere e creare una nuova (ovvero diversa da quella odierna) relazione antropologica.

Per saperne di più, sulle affascinanti ed emblematiche «pietraie semoventi», oltre alle nozioni principali che trovate sulle solite enciclopedie on line potete consultare questi documenti: Pompeo Casati, I ghiacciai di pietre (rock glaciers), e Mauro Guglielmin, Rock glaciers ed altre forme periglaciali. Oltre che, naturalmente, andare a scoprirli e vederli in loco, nel loro così particolare ambiente montano.

P.S.: le immagini fotografiche presenti nell’articolo sono ricavate dal sempre interessante sito web “Paesi di Valtellina”, curato da Massimo Dei Cas. Cliccateci sopra per visitare la fonte originale.