La neve di Segantini

[Giovanni Segantini, Le cattive madri, 1894, olio su tela 120×225 cm, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna.]
Domenica 24 gennaio su “Il Post” è stato pubblicato un (quasi) bell’articolo intitolato Storia della neve dipinta. Un racconto per immagini per chi quest’anno non potrà vederla dal vivo e ha un po’ di nostalgia, il cui titolo dice tutto sul contenuto, ispirato da un similare articolo apparso qualche giorno prima sul “New York Times”.

In effetti, come accade per il paesaggio, la neve è un elemento particolare anche per l’arte, fornito di peculiari significati inevitabilmente legati alla relativa stagione invernale – dunque non certo solari e allegri – ma che d’altro canto non di rado diventa un motivo di luminosità e quindi di particolare “epifania emozionale” in rappresentazioni altrimenti cariche di pathos drammatico – senza contare che una delle cose più spassose da fare con la neve, ovvero le palle con conseguenti “battaglie”, è da secoli raffigurata in molte opere.

Si può leggere al riguardo nell’articolo:

La neve compare sporadicamente nei dipinti nel XIV secolo per farlo più frequentemente a partire dal XV. Prima di questo momento non esistevano molti paesaggi nei dipinti europei, perché i soggetti erano quasi esclusivamente religiosi, e avevano l’obiettivo di raccontare la vita dei santi e di Gesù e di glorificare Dio: e in Paradiso pare che non piova e non nevichi. Anche quando le prime scene paesaggistiche iniziarono ad affacciarsi sulle tele, l’inverno fu l’ultima stagione a comparire: interessava soprattutto la natura rassicurante e addomesticata dall’uomo anziché quella ispida e selvaggia, e l’inverno aveva un che di allarmante e minaccioso: le persone lo passavano chiuse in casa al riparo dal freddo e dal buio precoce.

Ora: posto quanto avete letto, di sicuro vi starete chiedendo il perché di quel “(quasi)” che ho scritto in principio di questo articolo. Be’, è presto detto: perché nella disamina sia de “Il Post” che del “New York Times” manca un artista fondamentale (secondo me, sia chiaro, ma credo di essere in buona compagnia nel pensare ciò) per la raffigurazione artistica del mondo innevato: Giovanni Segantini, le cui opere bianche di neve sono tra le più potenti e affascinanti della “categoria” – e non solo, ovviamente (se non avete mai visitato il Segantini Museum di St. Moritz, in Svizzera, fatelo al più presto!). Cerco di “riequilibrare” da par mio tale mancanza (forse generata da una visione inesorabilmente “americana” del tema, e non intendo solo geograficamente) e, tra le numerose citabili del grande artista italiano, ne propongo lì sopra una meno celeberrima di altre ma per la quale, a mio modo di vedere, la neve rappresenta un elemento imprescindibile di potente simbologia nonché di avvolgente emozionalità (mono)cromatica il quale, non a caso, fa del dipinto, con tutto il resto che raffigura, una delle opere più significative del Simbolismo europeo.

Cliccateci sopra per ingrandire l’immagine, poi qui per saperne di più al riguardo. E sempre viva Giovanni Segantini, artista tra i più grandi di ogni epoca.

The summer is… Monet!

Poche cose come le opere d’arte dell’impressionismo riescono a trasmettere compiutamente il senso dell’estate, e pochi artisti come Claude Monet lo sanno fare con tanta potenza e suggestione. Se devo cercare qualcosa, nella mia mente, che mi ricordi l’estate, e che la rappresenti nel modo più vivido, è quasi sempre una delle opere del pittore francese che mi appare, come I papaveri (in alto a sinistra) o Passeggiata sulla scogliera a Pourville (a destra), nelle quali i colori, la luminosità, il cielo con le sue nubi bianche, il paesaggio accogliente e avvolgente, l’impressione di movimento della scena come per una leggera brezza e ogni altra cosa riproduce vividamente il momento estivo con tutte le sue peculiarità, il suo calore, la sua energia sfavillante, persino i suoi tipici suoni – il frinire delle cicale nei campi, lo sciabordio delle onde del mare, il tenue fruscio delle foglie degli alberi mossi dal vento.

Anche se, devo dire, tra le opere di Monet che più mi fanno pensare all’estate, nel senso che appena me la ritrovo davanti me la sento dentro, la stagione estiva, anche a metà gennaio, è forse Terrazza a Sainte-Adresse (qui sopra), che in verità raffigura una scena primaverile.
D’altro canto, la bellezza e la forza della grande arte è anche quella di saper valicare qualsiasi limite percettivo, di non rimanere confinata alla cognizione immediata del soggetto ritratto ma di ampliarla verso direzioni, visioni e impressioni anche lontanissime e assai differenti, ampliando così anche la stessa realtà ritratta con tutti i suoi significati nonché l’animo di chi la fruisce. Che sia su una tela oppure nel paesaggio, en plein air appunto.

Ma un coniglio di acciaio da 91 milioni di $ non “vale” Cicciolina!

E dopo il record dei Covoni di Monet, ecco i 91,1 milioni di dollari battuti da Christie’s per il Rabbit di Jeff Koons, altro record assoluto sul mercato dell’arte, questa volta per un artista vivente.

Le riflessioni che vi proponevo nel post sul Monet per molti versi qui valgono ancora di più. Koons è un grande “artista”, senza alcun dubbio: bisogna solo stabilire se lo sia più rispetto all’arte in quanto tale o più rispetto al marketing – osservazione valida per alcuni altri “artisti” contemporanei, e lo denoto senza alcun sarcasmo. Il Rabbit venduto da Christie’s è un’opera molto “koonsiana”, nel bene e nel male, ma è pure un lavoro del 1986, per certi aspetti già quasi “storicizzato” e il cui senso (se un senso si ammette che l’abbia) probabilmente trova spessore proprio in questa sua matrice mediatica post-contemporanea più che nel valore artistico in sé (dunque nessun paragone possibile con Monet, per nulla).

Fatto sta che, se posso dire la mia, la più grande “opera d’arte” di Jeff Koons resta il suo matrimonio con Cicciolina. E credo sia un’opera ormai inarrivabile, per il furbissimo Koons – il quale d’altro canto già da tempo vive di rendita, ora anche di più. E si vede.

Cosa compra chi compra arte (e spende milioni)?

Avrete certamente letto della vendita all’asta – da Sotheby’s a New York – di uno dei dipinti di Claude Monet della famosa serie Les Meules (“I covoni” o “I mucchi di fieno”), aggiudicata per la cifra record (per l’artista francese) di 110.747.000 dollari.

Posto che non ci vedo nulla di scandaloso (come invece qualcuno trova sempre, in tali casi) nello spendere una tale cifra di denaro per un’opera d’arte – anzi, l’arte è forse rimasta (o lo è da sempre?) l’unica cosa non vitale che giustifichi certe transazioni di denaro, a prescindere dalle varie questioni legato al mercato dell’arte e alla sua “etica” di fondo (dunque anche delle speculazioni di varia natura), mi viene da riflettere sul “senso superiore”, se così lo posso definire, che può stare alla base di una tale azione finanziaria. Voglio dire: cosa compra chi spende una cifra del genere per un’opera d’arte, oltre – materialmente – all’opera stessa? Compra il prestigio che essa si porta dietro? Compra la sua bellezza, dunque la sua valenza estetica? Forse invece compra la possibilità esclusiva di godere di tale bellezza, dunque la valenza estatica? Ovvero in realtà non compra affatto l’opera, se non commercialmente, ma rivendica il diritto di poter comprare un bene di tale valore e “potere” – artistico, culturale finanziario, come una sorta di demone che compri l’anima a un mortale per come l’arte sia l’anima del nostro mondo e della civiltà umana? Insomma: quanto tale operazione, oltre che finanziaria, è artistico-estetica, e quanto è sociologico-antropologica?

Ribadisco: sono mere riflessioni, con domande relative, di un altrettanto mero appassionato di arte quale sono (ben conscio di come fondamentale, per innumerevoli aspetti, sia da sempre l’arte per la nostra civiltà), senza alcuna accezione critica e volontà di giudizio.

“Una finestra sul mondo” (dell’arte, e non solo!). Una mostra affascinante a Lugano, fino al 06/01/2013

Cerith Wyn Evans, “Think of this as a Window…”, 2005, scritta al neon 13x147x5 cm., Städtische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau, Monaco di Baviera.
Ho visitato a Lugano una mostra d’arte veramente bella e ben allestita: Una finestra sul mondo, da Dürer a Mondrian e oltre. Sguardi attraverso la finestra dell’arte dal Quattrocento ad oggi è un percorso lungo sei secoli di interpretazione di un oggetto/soggetto tra i più archetipici dell’arte di ogni tempo, la finestra appunto. Da “ovvia” apertura per osservare il mondo a mera cornice visuale, a confine tra intimità privata ed esteriorità mondana fino a simbolo di separazione, di distacco da quel mondo al di fuori di essa, gli artisti hanno utilizzato la finestra in modi molti diversi e spesso opposti, ma sempre lasciandosene affascinare in maniera profonda, quasi mistica a volte. Un tema, dunque, tanto interessante e intrigante quanto originale, e di valore assoluto ancora oggi del tutto attuale (mi vengono in ente le recenti e belle opere di Matteo Pericoli, giusto per citare il primo esempio che mi balza in mente…)
La mostra di Lugano accompagna i suoi visitatori nell’esplorazione artistica di questo oggetto così simbolico in un percorso la cui suddivisione obbligata (per la quantità di opere presentate) tra la sede del Museo d’Arte e quella del Museo Cantonale non ne inficia minimamente il fascino, anzi, se possibile lo accresce, quasi invitando il visitatore a percorrere il tragitto tra i due musei (15 minuti a piedi, suppergiù) riproducendo le sensazioni ricavate dalla visita nella propria osservazione del paesaggio luganese, facendo per così dire di sé stessi – o meglio, del proprio sguardo – una finestra personale e particolare sullo spazio-tempo attraversato – in fondo, le prime finestre dalle quali noi vediamo il mondo sono proprio i nostri occhi!
E’ opportuno cominciare la visita dal Museo d’Arte, che ospita opere dal Cinquecento fino alle prime Avanguardie novecentesche, spesso in dialogo tra di loro nella stessa sala con accostamenti temporali a volte arditi ma senza dubbio intriganti, con nomi anche parecchio grandi: da Dürer a Mondrian, Klee, Magritte, De Chirico, Monet – cito tra i tanti a caso… Si prosegue poi al Museo Cantonale, che invece ospita la parte più moderna e contemporanea dell’esposizione, pure qui con pezzi grossi quali Duchamp, Schifano, Rothko, e comunque con un livello generale delle opere e dello sviluppo del tema sempre di notevole valore.
Indubbiamente, per rappresentare una simbologia così diffusa e pregna di significati come quella della finestra nel mondo dell’arte, non sarebbero bastati 10 musei (forse nemmeno 100!), tuttavia, ribadisco, l’esposizione di Lugano offre un excursus espositivo ben fatto, dall’allestimento quasi ovunque curato in modo ottimale (forse da rivedere qualche illuminazione, a mio parere…), e certamente in grado di portare il visitatore a riflettere sul suo nucleo tematico fornendogli una cognizione di causa per quanto possibile completa e affascinante.
Insomma, una mostra che vale assolutamente la visita – avete tempo fino al 6 Gennaio 2013 – e che peraltro dimostra come una città quale Lugano, importante nel contesto svizzero ma in fondo assai piccola, spesso ben più che una città di provincia italiana, con le giuste sinergie di natura pubblica sappia offrire eventi culturali degni di una grande metropoli. Un modello di gestione della cultura e dell’arte senza dubbio da tenere ben presente e imitare, ove possibile.
Cliccate sull’immagine dell’opera per visitare il sito web ufficiale della mostra, e averne ogni dettaglio utile per la visita.