Furto d’arte, o furto “ad” arte?

A leggere la notizia (qui, ad esempio) del furto di America, il celeberrimo wc d’oro di Maurizio Cattelan, a me (e non solo a me, ci posso scommettere) è venuto subito in mente che non si trattasse d’altro che dell’ennesima geniale trovata dell’artista padovano, un po’ come quando all’inaugurazione di una sua mostra alla Galleria Neon di Bologna non si presentò e, all’ingresso, fece trovare ai presenti un cartello con scritto “TORNO SUBITO”.
Temo sarebbe pure capace di coinvolgere nel suo “scherzo” la polizia locale, la quale pubblicamente dichiara che sta svolgendo «un’indagine approfondita per consegnare i responsabili alla giustizia». O forse no, forse la polizia sta dicendo il vero e Cattelan con la sua opera è effettivamente vittima di un reato: ma, in un modo o nell’altro, quale migliore réclame per la prima grande retrospettiva dedicata all’artista nel Regno Unito, allestita proprio nel palazzo in cui è avvenuto il furto?

Insomma: ladro o derubato, complice, mandante o vittima, Cattelan resta l’artista italiano più geniale in circolazione, sempre un passo avanti, se non di più, rispetto a tutti gli altri. Perché il suo stesso “essere artista” è una sorta di ininterrotta e imprevedibile performance, per propri meriti o suo malgrado, tra le rare, forse l’unica in Italia (o al pari di Piero Manzoni), che possa essere a buon titolo considerata erede della basilare lezione duchampiana. In effetti uniti, i tre artisti, dall’aver saputo rendere arte persino ciò che concerne i bisogni meno nobili e più fisiologici dell’essere umano senza suscitare ribrezzo e schifo ma consensi e applausi. Be’, se non è genialità questa!

(L’immagine in testa al post è tratta da qui.)

Quelli che «Lo potevo fare pure io!»

(È Lucio Fontana, ovviamente!)
Ecco, anche quelli che di fronte alle opere di arte contemporanea se ne escono con frasi del tipo «Ah, ma questo lo potevo fare pure io!» mi stanno dicendo qualcosa di indubitabilmente chiaro ed emblematico, o identificativo. Sono come il tizio che a bordo piscina gonfia il petto e si vanta con gli amici di aver vinto numerose gare di nuoto, fino a poco tempo prima, ma si guarda bene dall’entrare in acqua per non dimostrare in modo lampante di non saper nemmeno restare a galla. E se si insiste a chiedergli la prova delle sue così “sublimi” doti natatorie, ovviamente quello se ne fa offeso, dando a chiunque del cafone malfidente o altro di simile.

Proprio come quando provi a osservare ai primi che, forse, non hanno ben compreso il senso dell’opera e non si sono sforzati di conoscerla e capirla. Ti guardano altezzosi se non collerici, perché sei tu l’idiota che riesce a dare un senso a quell’opera d’arte, non loro che non ne trovano alcuno. Tu e quell’insulso artista che l’ha fatta, non loro che “potevano farla” ma non l’hanno fatta. Eh!

P.S.: sì, certo che lo conosco e l’ho letto, questo libro!

La brutta fine del bibliomane

Nell’immagine: La morte di un bibliomane, incisione su rame di Johann Rudolf Schellenberg, 1785.

Ora: io posso ben dirmi un bibliomane, se con tale termine si può intendere anche un accumulatore seriale di libri da leggere, oltre che letti, ma sinceramente spero di non fare la sfortunata fine illustrata nell’opera del noto incisore svizzero, e neppure credo che sia una sorte (infausta) che qualche pur grande appassionato di libri si possa augurare dacché “migliore” di altre in forza della sua passione libraria!

Anche se, lo ammetto, gli scaffali della libreria di casa, in effetti parecchio carichi di libri, li ho fatti saldamente ancorare alle pareti. Sai mai che quel Schellenberg fosse anche un “chiaroveggente” – che è poi il termine aulico per indicare, in molti casi, il porta sfiga. Ecco.

Di un “Erbario Sospeso”

Le pagine di un libro sono minuti, legati da un filo di cotone.
Solo quando vengono aperte, diventano un tempo di parole.
Cà Berizzi è un libro. Chiuso per tanto tempo e recentemente restaurato con un nuovo filo di cotone.
Sabina, come un ospite discreto, ha aperto queste pagine. Ma non ci ha scritto nulla.
Ha scelto, tra le erbe, quelle che sentiva sue. Ha aperto questo libro di pietre medioevali, capaci di assorbire, ma anche ignorare. E poi ha richiuso il libro.
L’esposizione di Sabina all’interno del complesso di Cà Berizzi nasce da due suggestioni e da un pensiero lungo quanto la sua ricerca di significato. La prima deriva da Tiziano Terzani che racconta:
“Quando Ossendowski descrive la piana stupenda dei Mongoli intorno a Urga, e l’odore di una certa erba, ( che ho subito identificato, perché i Mongoli la seccano e ne fanno incenso per i loro templi), sono andato subito a cercarla e, fra le pagine del libro in cui la descrive, ne ho messo a seccare un mazzetto…”
Terzani ibrida la pagina con i profumi reali. La parola «iberna» una sensazione viva e spinge a un viaggio. Che Terzani gioca a riportare in vita.
Chiudere un libro è come fermare il tempo. Un’erba, al suo interno, sarà sempre a suo agio. All’inizio sarà il ricordo di qualcosa o di qualcuno. Poi il ricordo svanirà, si fonderà con la carta. Abiterà quel tempo sospeso.
La seconda suggestione è tra le pagine di Orwell, in 1984 []

Tratto dal testo critico di Mauro Ceresoli della mostra Erbario Sospeso, di Sabina Sala, inaugurata sabato 6 luglio scorso presso la BibliOsteria di Cà Berizzi, un luogo del quale di frequente vi parlo dacché lo trovo sublime, e che con la suggestiva esposizione di Sabina Sala – tale anche perché strettamente legata al mondo dei libri e della lettura, il che me la rende assai intrigante – acquisisce se possibile ancora maggior fascino.

Cliccate sull’immagine per leggere il testo critico completo, oppure cliccate qui per avere qualsiasi altra informazione utile sulla visita della mostra e sull’accoglienza offerta dalla BibliOsteria.

Cosa compra chi compra arte (e spende milioni)?

Avrete certamente letto della vendita all’asta – da Sotheby’s a New York – di uno dei dipinti di Claude Monet della famosa serie Les Meules (“I covoni” o “I mucchi di fieno”), aggiudicata per la cifra record (per l’artista francese) di 110.747.000 dollari.

Posto che non ci vedo nulla di scandaloso (come invece qualcuno trova sempre, in tali casi) nello spendere una tale cifra di denaro per un’opera d’arte – anzi, l’arte è forse rimasta (o lo è da sempre?) l’unica cosa non vitale che giustifichi certe transazioni di denaro, a prescindere dalle varie questioni legato al mercato dell’arte e alla sua “etica” di fondo (dunque anche delle speculazioni di varia natura), mi viene da riflettere sul “senso superiore”, se così lo posso definire, che può stare alla base di una tale azione finanziaria. Voglio dire: cosa compra chi spende una cifra del genere per un’opera d’arte, oltre – materialmente – all’opera stessa? Compra il prestigio che essa si porta dietro? Compra la sua bellezza, dunque la sua valenza estetica? Forse invece compra la possibilità esclusiva di godere di tale bellezza, dunque la valenza estatica? Ovvero in realtà non compra affatto l’opera, se non commercialmente, ma rivendica il diritto di poter comprare un bene di tale valore e “potere” – artistico, culturale finanziario, come una sorta di demone che compri l’anima a un mortale per come l’arte sia l’anima del nostro mondo e della civiltà umana? Insomma: quanto tale operazione, oltre che finanziaria, è artistico-estetica, e quanto è sociologico-antropologica?

Ribadisco: sono mere riflessioni, con domande relative, di un altrettanto mero appassionato di arte quale sono (ben conscio di come fondamentale, per innumerevoli aspetti, sia da sempre l’arte per la nostra civiltà), senza alcuna accezione critica e volontà di giudizio.