Old Man and the Gun

Ho visto Old Man and the Gun, del 2018, diretto da David Lowery.

È un film che si potrebbe definire “sartoriale” per come sia stato letteralmente cucito addosso a Robert Redford, il suo interprete principale, sotto ogni punto di vista: sia al Redford attore, la cui carriera viene omaggiata in vari modi ovvero con varie citazioni (più o meno evidenti) nel film e che si è conclusa proprio con quest’opera, e sia al Redford personaggio pubblico, il cui carisma monumentale rappresenta la vera e solida base sulla quale il film è stato costruito. In effetti la storia vera di Forrest Tucker, ladro incallito tanto quanto gentiluomo, sorta di Arsenio Lupin a stelle e strisce con in “curriculum” 30 evasioni dal carcere e innumerevoli rapine di varia natura, che Redford interpreta, diventa parecchio secondaria, in quanto oggetto del film, di fronte all’interpretazione del grande attore americano, il quale a sua volta si prende la vicenda umana di Tucker e, con l’aiuto di Lowery in qualità di regista e sceneggiatore (che viene facile immaginare al più completo servizio del grande Redford, proprio come un buon sarto con il proprio cliente), la indossa trasformando Tucker in se stesso. più che il contrario. In tal modo lo spettatore “non vede” l’attore che interpreta un personaggio realmente vissuto ma l’attore che racconta la propria carriera e, in parte, la propria storia umana utilizzando la vicenda di Tucker come consono strumento narrativo e performativo.

In sé Old Man and the Gun sarebbe un film piuttosto ordinario, certamente carino, piacevole ma niente di trascendentale, tuttavia, messo nelle mani e sul corpo di Robert Redford, diventa veramente molto di più. Sarebbe un po’ come – giocando di fantasia – se si ammirasse Pablo Picasso (un nome a caso per dire un grande artista conosciuto pressoché da tutti) che dipinga un quadro non così eccezionale: c’è comunque il grande Picasso, lì che sta dipingendo, uno dei più importanti artisti di sempre che traccia i segni e spande i colori sulla tela, ergo l’opera è comunque un gran lavoro. Ecco.

Una visione doverosa, insomma, ma che sicuramente vi piacerà.

Analfabetismi politici

Nell’edicola della piazza della Passione vende le riviste, sostituendo temporaneamente il giornalaio, che si è allontanato, una baba analfabeta!
Lo giuro: analfabeta!
Io stesso mi sono avvicinato all’edicola, ho chiesto la rivista «Rossija» e lei mi ha dato «Korabl’» (i caratteri di stampa sono simili). Non va bene. La baba nella sua edicola si dà da fare. Mi dà un’altra rivista. Neppure questa.
«Siete analfabeta?» le chiedo ironicamente.
Ma basta con l’ironia. Viva la disperazione!
La baba era effettivamente analfabeta.

Ecco, a proposito di Russia odierna, mi viene da dire che quello che racconta qui Michail Bulgakov in Mosca, la Capitale nel block notes (Excelsior 1881, 2007, il passaggio qui citato è alle pagg.64-65) è un po’ quello che sta accadendo alla Russia in generale nelle mani di Putin: un paese grande, forte, colto, emblematico, reso per così dire “analfabeta” in quanto al suo status di comunità politica, così che in antitesi alla storia contemporanea – e non solo al popolo russo – che richiede autentico progresso, evoluzione sociale, sviluppo culturale, il potere oligarchico putinista spinge il paese all’indietro, verso tempi geopoliticamente oscuri, anacronisticamente assolutistici e assai pericolosi per la Russia rispetto al resto del mondo avanzato. Che non è il “paradiso”, sia chiaro, ma nemmeno un posto ove la repressione violenta del dissenso è divenuta ormai la palese (e vile) strategia primaria di salvaguardia del potere, purtroppo.

N.B.: per la cronaca, nelle lingue slave il termine baba significa “donna anziana”, “vecchia”, “nonna”, con accezione affettuosa anche se non di rado in tal senso sarcastica, cfr. Baba Jaga, vecchia strega malvagia – ma in modo ambiguo – delle fiabe slave e in particolar modo russe.

Ultrasuoni #18: Gluecifer, Soaring with Eagles at Night…

[Immagine tratta da tuneoftheday.blogspot.com, fonte qui.]
Nel ristrettissimo novero degli album musicali che verrebbe da definire “impeccabili”, quelli dove tutti gira alla perfezione, ogni elemento è nel posto giusto al momento giusto, tutte le canzoni sono ottime, non ci sono riempitivi e momenti di stasi, i musicisti suonano in stato di grazia e ogni volta che li si ascolta è entusiasmante quasi come fosse la prima, sicuramente io ci metto Soaring with Eagles at Night, to Rise with the Pigs in the Morning dei norvegesi Gluecifer, una delle migliori hard rock band dell’altrettanto miglior scena rock dei tempi moderni, quella scandinava.

In Soaring with Eagles… c’è tutta la storia del rock’n’roll declinata in ogni possibile accezione, da quelle primigenie elvispresleyane ai Rolling Stones, agli MC5 e agli Stooges fino alle interpretazioni di matrice punk-hardcore molto diffuse proprio in Scandinavia, e tutte quante ovvero tutti i brani dell’album suonati con un’energia incredibile, che li rende al contempo tanto “terremotanti” quanto dotati di grande appeal, anche perché l’esecuzione pur così energica non nasconde affatto la matrice elementale rock’n’roll.

Ascoltatevi brani come Silver Wings,

oppure Lord of the Dusk,

o ancora Go Away Man,

e converrete con me sulla grandezza di questo album, uscito nel 1998 ovvero nel periodo aureo dell’hard rock scandinavo, quando quasi tutte le band di lassù sfornavano grandi album che hanno (ri)scritto la storia del genere, riuscendo persino a offuscare la grande tradizione americana al riguardo. Probabilmente i Gluecifer sarebbero globalmente ben più famosi di quanto non siano, se non si fossero trovati davanti, nel loro stesso paese, gli insuperabili Turbonegro; ma, al di là di questo aspetto, la loro bella impronta nella fangosa storia del rock contemporaneo l’hanno lasciata senza alcun dubbio.

Ultrasuoni #17: i Dead Kennedys e il più fenomenale “F**k off!” nella storia del music business

[Foto di Zvargas16, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
25 marzo 1980: a San Francisco va in scena la terza edizione dei Bay Area Music Awards, evento antesignano di tutti i vari awards musicali che verranno negli anni successivi, a partire dagli MTV Music Awards. Il genere new wave sta diventando sempre più ascoltato tra i giovani e dunque “pompato” dal music business, dunque gli organizzatori dell’evento – legati a doppio filo alle grandi major discografiche –  decidono di invitare una di queste “nuove” band così acclamate dal pubblico giovane, e chiamano i Dead Kennedys. Peccato che i Dead Kennedys innanzi tutto non sono affatto una band new wave ma un gruppo seminale del punk-hardcore – in ciò dimostrando la concreta grande ignoranza dei dirigenti del music business nei riguardi del panorama musicale alternativo – ma sono pure noti, nella scena underground evidentemente del tutto sconosciuta ai suddetti dirigenti, per essere degli ironici, sagacissimi e graffianti contestatori del sistema politico, economico e mediatico statunitense.

[“Give Me Convenience or Give Me Death”, la raccolta dei Dead Kennedys nella quale si trova “Pull My Strings”.]
I Dead Kennedys, capitanati dall’iconico e carismatico cantante Jello Biafra, non sono così stupidi da rispondere “no” a un tale invito: vanno ai Bay Area Music Awards e per tutta la giornata pre-live provano uno dei loro pezzi più noti, California Über Alles, come da accordi con gli organizzatori. La sera salgono sul palco, tutti quanti indossando una camicia bianca con una grande S nera dipinta davanti, partono a suonare il pezzo suddetto ma dopo 15 secondi si fermano e Jello Biafra dice ai suoi compagni ma rivolgendosi al pubblico: «Aspettate, aspettate! Dobbiamo dimostrare che siamo adulti adesso. Non siamo una band punk rock, siamo una band new wave!”. Da sotto la camicia si tolgono una cravatta nera che, posta ora sulla S dipinta davanti, forma il simbolo “$” – quello dei dollari, sì – e attaccano Pull My String, un fenomenale brano inedito che rappresenta il più sublime, potente e indiscutibile «Fuck Off!» della storia al music business e alla sua “payola, ovvero la pratica tanto illecita quanto diffusissima – tutt’oggi, sia chiaro – con la quale le case discografiche pagano le emittenti radio-televisive per passare i brani musicali dei propri artisti, facendo credere che invece siano trasmessi così di frequente perché piacciano al pubblico. Il tutto al sarcastico grido di «Is my cock big enough, is my brain small enough, for you to make me a star?» (spero abbiate la sufficiente dimestichezza con l’inglese per tradurre!) cantato in faccia ai dirigenti delle case discografiche seduti in platea, con ovazione finale del pubblico a cui fa seguito la radiazione perenne da qualsiasi evento musicale futuro, comminata alla band da quei dirigenti così sonoramente sbeffeggiati: una “punizione” che in realtà per una punk band come i Dead Kennedys vale quanto l’oro, chiaramente. Insomma: fu un successo totale ed epocale per Jello Biafra e compagni!

Ma Pull My String, anche al di là di quanto sopra, è un grandissimo pezzo (include pure una sublime presa in giro di My Sharona dei The Knack, brano emblematico, per i Dead Kennedys, di certa musica considerata alternativa ma in realtà del tutto mainstream, il cui titolo nel cantato di Jello Biafra diventa “My Payola”) il quale dimostra l’altrettanta grandezza di una band che sul serio ha fatto la storia della musica alternativa americana e non solo, icona di geniale e innovativa sfrontatezza, monumento punk al quale devono moltissimo – a livello musicale e ancor più in quanto ad attitudine – quasi tutti i gruppi venuti dopo, e che ha lasciato ai posteri brani celeberrimi come – oltre a Pull My String – la citata California Über Alles, Too Drunk to Fuck o Holiday in Cambodia, solo per citarne alcuni.

Purtroppo – ve lo state chiedendo, lo so! – non esiste una testimonianza video dell’esecuzione di Pull My Strings ai Bay Area Music Awards di quel 25 marzo 1980. Sarebbe stato qualcosa di eccezionale e alquanto “didattico” per molti “artisti” musicali di oggi, del tutto comandati come burattini dalle proprie case discografiche – ma in ogni caso anche l’audio è assolutamente significativo e divertente. Per questo non posso che dire: «Chapeau!» e standing ovation perenne ai grandissimi Dead Kennedys!

 

Sapete dov’è la Curlandia?

[Foto di Gordon Johnson da Pixabay.]

Sulla mia carta fai-da-te non sono annotati stati-nazione, ma antiche regioni frontaliere inghiottite dalla geopolitica. Sentite che nomi. “Botnia”, dove il fondo del Baltico muore nella tundra. “Carelia”, un labirinto di fiumi tra Russia e Finlandia. “Livonia”, coperta di laghi e abeti. Ascoltate come suona bene la parola “Curlandia”, terra di lagune e dune di sabbia battute dal vento. Cercate sull’atlante la Prussia Orientale, la Latgallia e la Masuria, vengono i brividi solo a nominarle. E che mi dite della Polesia, lo spartiacque più piatto del mondo, terra dalle cui paludi un tempo potevi scendere in barca sia sul Baltico, sia sul Mar Nero? O delle sterminate colline della Volinia?
E ancora la Rutenia, la Podolia, la Bucovina: provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggi. Vi prenderanno per matti. Ma voi insistete, mostrate la carta geografica, dite che sono posti reali, che contengono fiumi, città, monasteri, sinagoghe, pianure e montagne. Dite che volete vedere anche la Budjak, ultima propaggine dell’Ucraina prima del Delta del Danubio, selvaggia terra di minareti in mezzo a un mare ortodosso, spazio franco di zingari e pastori. Pretendete di visitare la Bessarabia, la Dobrugia e la Tracia. Rieducate l’industria del turismo, spiegate che col petrolio alle stelle il viaggio deve ridiventare avventura e scoperta, mollare i centri rinomati, scegliere le periferie, ridiventare leggeri. In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa.

(Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Feltrinelli, Milano, 2011, pagg.15-16.)

Questo è, a mio parere, uno dei passaggi più belli ed evocativi del noto libro-diario di viaggio di Rumiz lungo il “confine verticale” europeo, dal Circolo Polare Artico fino al Mar Nero, e ciò per due motivi.

Il primo, perché Rumiz evidenzia nuovamente l’importanza fondamentale dei toponimi, i nomi dei luoghi, veri e propri scrigni lessicali di storie e culture millenarie nonché di relativi saperi, nozioni, rivelazioni sul luogo che denominano nel corso del tempo e sulle genti che lo hanno vissuto, trasformato e abitato. Lo stesso Rumiz in un altro suo bel libro, La leggenda dei monti naviganti, scrive che «Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi» ed è verissimo, perché in effetti è anche grazie al nome che gli uomini gli conferiscono che uno spazio, un territorio, una zona diventa luogo e prende a vivere, a diventare dimora di un proprio Genius Loci. Per questo, in fondo, conoscere e indagare l’origine e il significato dei toponimi significa da un lato viaggiare nello spazio-tempo e, dall’altro, contribuire a mantenere vivo il luogo relativo. Tanta roba da un semplice nome, no?

Il secondo motivo è che in quel brano Rumiz ci ricorda di come molto poco, a ben vedere, conosciamo il mondo che abitiamo, e non territori lontani, esotici e di ostica visita ma regioni che sono parte del nostro stesso continente, in certi casi a un paio d’ore d’aereo o a poche di più d’auto da noi. Eppure la storia della parte di mondo in cui viviamo è ancora in gran parte dentro quei nomi: quelli che sono venuti dopo, sovente per imposizione geopolitica del tutto slegata dalla realtà storico-geografica relativa, sanno raccontare molto meno dei primi delle loro terre, dei loro luoghi, delle genti che vi sono nate o che le hanno abitate, delle loro geografie, morfologie, paesaggi, mitologie. Anche in tal caso conoscerli, quei nomi, e sapere a quali luoghi si riferiscono, non è un mero esercizio nozionistico ma un prezioso esercizio culturale e identitario – di identità virtuosa e benefica, intendo dire, quella che scaturisce da un luogo vivo e per questo identificante, appunto, giammai da una pretesa più o meno localistica che quasi sempre si nutre proprio della carenza di cultura storica, geografica e antropologica nonché di elementi del tutto avulsi e scriteriati.

Ed è un esercizio, quello a cui ho appena accennato, che possiamo fare in ogni territorio e luogo, piccolo o grande, dacché ciascuno di essi ha i suoi toponimi referenziali, identitari, storici, tradizionali, vernacolari, che il passare del tempo e la trasformazione della presenza umana tende a dimenticare e far svanire quando invece la loro salvaguardia è, ribadisco, una fondamentale manifestazione di vitalità culturale e antropologica. Perderne la conoscenza, di contro, significa perdere la storia, i saperi e l’anima dei luoghi in essi racchiusi: qualcosa che una civiltà già troppo smemorata come la nostra non si può assolutamente permettere.