L’ammirazione elettorale

Alla fine, sul serio, io gli italiani che vanno a votare – che ancora ci credono, che ancora scelgono di dare fiducia a quei candidati, che ancora scorgono buone idee politiche e amministrative, o la parvenza di esse, che pervicacemente confidano che da tutto ciò possa scaturirne un reale e autentico sviluppo generale per il paese… beh, li ammiro. Sinceramente, non sono ironico (be’, l’immagine in testa all’articolo lo è ma senza alcuna malizia, sia chiaro).

Il diritto di voto nella forma di governo di una comunità sociale a rappresentanza politica è pratica intangibile, in una democrazia classica. Semmai, meno intangibile è che in una democrazia classica il diritto di voto comporti che una rappresentanza politica non garantisca una forma di governo efficace e proficua per il paese oltre che veramente rappresentativa, ovvio. Ovvero, come sostengono ormai in parecchi, che le trasformazioni politiche manifestatesi nel tempo non abbiano svuotato di senso l’atto della trasmissione del potere attraverso la pratica del voto – oppure ancora, per dirla in modo ancor più diretto, che la democrazia attuale sia propriamente ancora tale. Il che, appunto, non lede l’essenza e il valore del voto, ma senza dubbio, evidenzia la compromissione del suo criterio originario e degli effetti politici, in un circolo vizioso della cui realtà tutti diventano complici, dunque inevitabilmente tutti colpevoli. Sia ciò per scelta consapevole, sia per mera passività civica.

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Il politico perfetto (pt.2)

In un’ennesima occasione – stavolta istituzionale e riservata – ho invece conosciuto un altro politico, anch’egli parlamentare d’un partito dei più preminenti e localmente assai popolare il quale, a differenza di quello di cui vi dicevo qui, si distingueva in tutt’altro modo: presente ma palesemente assente, tentennante, lo sguardo stranito, quasi in soggezione verso chiunque vi si rivolgesse con un tono di voce deciso, schivo come se non volesse essere lì ma lo avevano obbligato o come se avesse qualcosa da nascondere. Un pesce fuor d’acqua, finito all’ora di pranzo su una spiaggia piena di barbecue, insomma.

Caspita! – ho nuovamente esclamato a me stesso. Come trovare un’altra figura più facilmente soggiogabile al potere e alle gerarchie dominanti, adeguatamente priva di idee e iniziative sì da lasciar campo aperto a quelle imposte da altri? L’altro esempio  di “politico perfetto”, in pratica!

Ho espresso pure a quello i miei “complimenti” per tale consonanza. M’è parso oltre modo intimorito, ha sorriso appena, m’ha risposto un «Grazie!» traboccante di interrogativi e di apprensioni.

Il politico perfetto (pt.1)

Durante un evento pubblico ho conosciuto un certo politico, parlamentare d’un partito dei più preminenti pur non essendone tra i pezzi più grossi ma, localmente, alquanto in vista. Ne ho conosciuti altri, sia chiaro, ma questo s’è distinto in modo particolare: altezzoso, tronfio, arrogante, sprezzante, incompetente oppure falso, avendo dichiarato pubblicamente cose errate. Caspita! – mi sono detto – quale rara attinenza tra una persona, le sue prerogative e la professione svolta! Un siffatto individuo non poteva che fare quel “mestiere”, più tagliato di così non poteva essere.

Me ne sono complimentato, ma credo che non abbia capito il senso delle mie “congratulazioni”.