La paura è la peggior pandemia

A che profondità i media entrano nella nostra vita? Il panico a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane ci dimostra, ancora una volta, quanto il sistema d’informazione sia un organismo complesso e irrazionale. È un sistema che vive della stessa emotività del suo pubblico e come tale è naturalmente teso a esasperare le proprie storie, le curiosità maniacali, la paura: più grande è la notizia, più distorte e fuorvianti sono le sue interpretazioni. È in situazioni delicate e convulse come questa che abbiamo bisogno di sentire la voce di un giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato. Se questo viene a mancare, restiamo in balia di un’informazione distorta che ci schiaccia e si diffonde come un’epidemia, lasciandoci soli con un ragionevole dubbio: questa capillare iniezione di ansia era davvero un antidoto necessario alla circoscrizione del contagio?

È un testo, quello che avete appena letto, a corredo dell’immagine di copertina di Artribune#54, entrambi curati da Tatanka Journal, una rivista indipendente che dal 2018 racconta l’attualità attraverso le immagini, la grafica e le illustrazioni, coinvolgendo artisti nazionali e internazionali. Nel 2020 inizia la collaborazione con “Artribune”, insediandosi sulla superficie della rivista per creare un progetto editoriale parallelo, in grado di innescare delle riflessioni che nell’arco del nuovo anno indagheranno il contemporaneo.

Il testo citato, a mio parere, con poche parole dice cose ottime e assolutamente valide non solo per l’attuale “era Covid” ma per quasi ogni circostanza della nostra realtà contemporanea – nella quale ogni minima questione, anche la più banale e minima, viene resa emergenziale e pericolosamente pandemica, con tutti i danni materiali, culturali, sociali e mentali che poi tocca registrare – visto che il “giornalismo” propriamente detto evita di farlo. Dunque possiamo coltivare la speranza che, proprio in forza delle esperienze degli ultimi tempi, a breve avremo finalmente a disposizione un «giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato»?

Spoiler: no. Anzi, andrà sempre peggio, qui. (Tanto non è mica uno “spoiler”, questo: semplicemente è una trama già vista mille e mille volte. Già.)

P.S.: cliccate sull’immagine per leggere e scaricare il #54 di “Artribune”, la miglior rivista italiana di arte. L’ho già scritta, questa cosa, e la ribadisco.

La semplificazione

[Foto di Andrew Martin da Pixabay]
Fa piacere leggere che il Governo italiano vuole procedere, finalmente, a un’autentica semplificazione burocratica, e che voglia farlo «in tempi rapidi».

Infatti, a breve, la commissione parlamentare incaricata di esaminare la materia, che verrà appositamente creata tramite delibera parlamentare controfirmato dall’ufficio della Presidenza del Consiglio, una volta stabilita la propria composizione proporzionale in base ai numeri dell’organo maggiore, procederà con l’analisi della questione e l’elaborazione dei relativi dossier corredati di allegati e sub-allegati nei quali si raccoglieranno le osservazioni delle sotto-commissioni ad interesse locale – da istituire dietro apposite delibere degli organi amministrativi regionali (con obbligo di supervisione e consenso delle relative giunte) – in base ai quali elaborare una proposta pre-operativa che dovrà ottenere il consenso dei due terzi della commissione più i tre quinti delle suddette sotto-commissioni oltre che, superato il primo livello approvativo, quello dell’ufficio di presidenza del Parlamento, del sottosegretario alla presidenza, del funzionario vicario preposto, del capo di gabinetto del vicesegretario della giunta di controllo delle delibere (con la necessaria approvazione dei cinque ottavi dei membri della giunta), così da poter essere finalmente sottoposta a lettura da parte dell’ufficio della Presidenza del Consiglio e messa in discussione in entrambi i rami parlamentari con convocazione obbligatoria dei dodici diciottesimi dei membri, con eventuale approvazione in base al numero di voti maggiore o uguale al quorum funzionale fissato in una frazione superiore alla metà del numero totale dei votanti o degli aventi diritto al voto.

Se questo iter sarà concluso con successo, finalmente la suddetta commissione potrà istituire una task force atta allo studio delle semplificazioni da adottare, non prima tuttavia di aver designato una sub-task force che vigili sui lavori della prima per la quale il regolamento sarà da discutere al più tardi in data da destinarsi.

Ecco.

L’Italia.

ItaGlia, pardon.

Tra finedelmondisti e nientedicheisti

[Foto di Ryan McGuire da Pixabay ]
Scrivevo qui sul blog, qualche post fa, che le situazioni emergenziali mediatizzate, con tutta la pressione psicologica che scaricano su una società già gravata da problematiche varie, tra dissociazioni cognitive, alienazioni, fobie d’ogni genere e sorta, eccetera, tendono a estremizzare i limiti, in “alto” e in “basso”, degli atti e dei comportamenti diffusi, così che ad esempio i gesti nobili seppur ordinari divengono addirittura eroici mentre quelli meno nobili, ma altrettanto ordinari, assumono quasi tratti delinquenziali.

Sto notando che, appunto, questo “principio” vale anche per gli atteggiamenti con i quali certe persone si rapportano all’emergenza in corso: così, in questi giorni, mi trovo ad avere a che fare con dei catastrofisti assoluti-anche-più-del-solito, tanto da poter essere definiti anche come finedelmondisti o armageddonisti, gente già avvezza ad atteggiamenti del genere che ora ha rotto tutti i freni cognitivi possibili e «andrà tutto male!», «non ne usciremo più!», «è peggio di una guerra!» (quando poi nella maggior parte di casi la guerra, quella vera, tali persone non l’hanno mai vista; ma anche di questo particolare aspetto del periodo in corso ho disquisito qui). Di contro, mi ritrovo anche ad avere a che fare con i tipi opposti, quelli ben oltre il mero “andrà tutto bene”, i nientedicheisti – l’ultimo del genere l’ho “intercettato” ieri – che ti parlano come se non stesse accadendo nulla e ti propongono cose da fare tra qualche giorno o poco più, come se con un battimano la situazione potesse svanire di colpo senza lasciare alcun strascico, materiale e immateriale. Che a me, a quello di ieri, m’è venuto da ribattergli «Ma… stai dicendo sul serio?» e lui, come niente fosse, appunto, «Sì, perché?»

E dunque ci penso, a questi tizi, e mi chiedo quale sia peggio dei due tipi, quale che, alla lunga, provochi i danni peggiori – a chi gli sta intorno, dacché a se stesso sono affari suoi. Ovvero, rifletto su come la gestione mediatica di certe situazioni collettive  di natura sociologica – a prescindere dalle cause che le inducono – sia una pratica che abbisogni ancora di molto studio, in (e da parte di) certi settori della sfera pubblica. Uno “studio” peraltro iniziato molto tempo fa, come dimostrarono bene i marziani di Orson Welles già nel 1938. E forse alla fine, nonostante questo, il modus vivendi impostoci dalle nostre società occidentali, quando non mediato da un’atmosfera culturale adeguatamente e razionalmente virtuosa ovvero quando basato quasi esclusivamente sul sonno della ragione, genera mostri che risultano incontrollabili persino ai loro creatori. Il che, peraltro, è un processo prodromico alla tirannia più assoluta e spietata, unica forma di controllo, appunto, che certo “potere” è in grado di attuare (e al quale tende) per salvaguardarsi e salvaguardare i propri privilegi.

Poi, be’, ci mancherebbe: magari hanno ragione quelli, i finedelmondisti oppure i nientedicheisti, e siamo noi razionalisti a essere gli “anormali”, a stare (ed essere messi) ai margini dello “spettro comportamentale” nel quale si manifestano le azioni materiali e immateriali della società civile in cui viviamo, anche perché sempre molto poco gradita, la razionalità, dai suddetti poteri dominanti. D’altro canto, come diceva Goethe, «Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo». Che in effetti, nel caso, è una bella prova di mancanza di razionalità, ecco.

Il “tempo”, al tempo del coronavirus

Questo periodo così bizzarro nel quale siamo rimasti catturati – al netto della sua tragicità – suscita pure sensazioni e percezioni altrettanto “bizzarre” o quanto meno diverse da quelle usuali. Ad esempio, per dirne una che personalmente colgo, che il tempo scorra in modo differente dal solito. A chi è forzatamente confinato in casa forse sembrerà che trascorra più lentamente; a me, invece, pare che in questi giorni il tempo passi più alla svelta, al punto da contestarmi di aver fatto all’apparenza poco di ciò che avrei da fare rispetto al tempo che dovrei avere a disposizione. Non so se anche voi cogliete queste sensazioni, o ne avete altre similari, in queste giornate tanto inedite e inopinate.

D’altro canto, mi viene da pensare che questa mia percezione in fondo conferma ciò che la fisica contemporanea sancisce, cioè che il tempo, per come lo intendiamo ordinariamente, non esiste, ma è un’espressione e manifestazione del moto nello spazio. Anche in senso assai pragmatico e quotidiano, se lo associo al variato moto vitale che stiamo tutti vivendo – di chi è chiuso in casa senza nulla o quasi da fare o di chi comunque lavora e magari per necessità essenziali anche più di prima. E a tal proposito mi viene in mente quanto sosteneva Heidegger già nel 1924, quando pubblicò Il concetto di tempo, cioè che il tempo esiste e si definisce solo nella misura in cui ci sono (esistono) esseri umani, ovvero che l’unica reale certezza riguardo il tempo è che sta tutto e solo nella mente umana. «L’esserci, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo» scrive a pagina 40 dell’opera, come a dire: noi siamo il tempo, dunque solo noi possiamo stabilire il nostro tempo e lo possiamo fare nel vivere la vita. Ovvio che, per ricollegarsi alla visione della fisica contemporanea e al legame indelebile tra tempo e moto, dunque spazio, viene da dire che più ci si muove a far cose buone, nello “spazio” della nostra quotidianità, più si può dire di spendere bene il nostro tempo.

Ecco. Questi momenti inopinati che l’esistenza ci presenta, oltre alla ineluttabile solidarietà verso chi ne sta subendo i danni più dolorosi, possono servire anche a riflettere meglio su molte cose della vita. È meglio approfittarne, ora che “abbiamo tempo” per farlo.

La poesia, oggi

[Aleksei Mikhailovich Korin, Il pittore malato, 1892, Galleria Tret’jakov, Mosca. Fotografia autoprodotta, shakko, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15829926 ]
Oggi sarebbe la “Giornata Mondiale della Poesia”. Uso quel condizionale perché a me le “giornate-mondiali-di-qualcosa” stanno un po’ qui, ma l’ho già affermato più volte e non voglio risultare ripetitivo. Però oggi, nel pieno della terribile emergenza coronavirus che sta ammalando troppe persone e causando loro troppo dolore, mi sono ritrovato a constatare che, nella nostra lingua, “poesia” fa rima “malattia”. Questo, ovvio, non significa che siano due cose simili, anzi, la condizione del malato, qualsiasi essa sia, è tutto fuorché “poetica”. Tuttavia, a suo modo – mi permetto di osare la seguente interpretazione – questa bizzarra rima sembra segnalarci che nella nostra vita anche le cose più belle e felici restano sempre a contatto di quelle più brutte e tristi, e che vivere sempre e solo le prime come se le seconde non esistano – così come ci impone di fare il modus vivendi contemporaneo, che vuole allontanarci sempre più da responsabilità, doveri, consapevolezze civiche, sociali e culturali – è la condizione migliore perché qualsiasi problema sorga cagioni i danni peggiori. Si potrebbe facilmente coniugare questo punto di vista alla situazione emergenziale attuale e non solo ad essa, perché in effetti un’assonanza di senso tra i due termini, “malattia” e “poesia”, la si può anche trovare: ove si voglia, si pretenda di vivere come in una personale “poesia” – cioè in un’eterna astrazione, chimera, costantemente evasi dalla realtà concreta – ignorando e rifiutando qualsiasi possibile “malattia”, ovvero qualsivoglia problema che possa capitare, in tal modo non sapendo come affrontarlo quando si manifesti. Se non con iniziative che, per tutto ciò, risultano illogiche, sguaiate, ipocrite, non civili.

Ma, lo ripeto, sono riflessioni, queste mie, che mi sono sorte così, all’improvviso, nell’occasione della giornata. In fondo preferisco “celebrarla” così, posta la mia considerazione per essa e per tutte le altri similari prima segnalata, piuttosto che in altri modi tanto social quando banali e banalizzanti – e di questi tempi pure fin troppo retorici. La poesia resta e resterà comunque l’arte letteraria suprema, giornate mondiali o no: una benefica e salutare “malattia” di cui tutti noi dovremmo “soffrire”, debellandone – magari anche grazie ad essa – ogni altra virulentemente malefica.