Quelli di una parte e quelli dell’altra parte, ovvero: definizioni politiche inequivocabili

Siccome io ritengo la politica una delle discipline filosofiche umane più nobili e fondamentali, me ne sto il più lontano possibile da ciò che oggi viene ipocritamente definito “politica” – e guai a chiunque tenti di diminuire tale distanza d’un solo micron. Ma siccome a quella pseudo-politica, o non politica, sfortunatamente tocca riferirsi, ogni tanto, fosse solo per rimarcarne nuovamente tutta la sua infima realtà, e siccome qui in ItaGlia tale non politica, in tutte le sue numerose e articolate sfaccettature, fa sostanzialmente riferimento a due presunti schieramenti, quello di una parte e quello dell’altra parte, nonché siccome persino alcune cose serie e rispettabili di cui disquisisco qui sul blog devono gioco forza avere a che fare (quasi sempre loro malgrado) con tutto ciò, ho deciso che non eviterò di fare riferimento diretto, ove lo riterrò necessario, a quei due schieramenti non politici, tuttavia identificandoli con altrettante rispettive definizioni acronimiche, ovvero:

  • quelli di una parte come Partito Idioti Rissosi Laidi Assoluti;
  • quelli dell’altra parte come Partito Inetti Reprobi Lestofanti Assoluti.

Cosa dite? Che le due sigle – Pi, Erre, I, Elle, A, giusto – sono identiche e che così non si capisce la differenza tra i due schieramenti?
Ecco, appunto, esattamente così. Bravi, avete già capito molto di quanto vi sto dicendo, e di ciò a cui fa riferimento.

Ovviamente questo non vieta affatto che voi non possiate scegliere e identificare a quale delle due parti non politiche voglia fare riferimento: vi lascio la più assoluta libertà, in questo eventuale esercizio di identificazione. Il quale tuttavia, come intenderete fin da ora, non cambia di una virgola l’essenza e la sostanza di quanto scriverò.

Tenetene conto, ecco.

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INTERVALLO – I “Bibliobus” d’una volta…

Si potrebbe pensare che i cosiddetti “Bibliobus”, ovvero le biblioteche itineranti diffuse un po’ ovunque sul pianeta, siano un’invenzione recente, derivata da un modello “contemporaneo” di gestione dei servizi culturali offerti al pubblico dalle istituzioni o, magari, più funzionalmente legata al nostro costante bisogno di mobilità rapida con cui raggiungere ed essere raggiunti da qualsiasi cosa – su ruote e tramite strade, soprattutto.
Invece no, o meglio: cosa recente lo è per l’Italia (pare che a “lanciarli” da noi fu il grande Luciano Bianciardi), ma nel mondo l’idea nasce ufficialmente addirittura nel 1859 in Inghilterra, e nel Novecento si sviluppa di pari passo con lo svilupparsi della tecnologia automobilistica, che dopo i mezzi militari riutilizzati offre configurazioni meccaniche sempre più adatte allo scopo. Nel video seguente (tratto da qui) trovate una bella carrellata di immagini che prova quanto sopra – oltre che provare come il fascino dei libri e della lettura non potesse non utilizzare da subito i veicoli a motore per spandersi ovunque fosse (e sia tutt’oggi) possibile!

INTERVALLO – Torino, Libreria “Tempo Ritrovato” (in chiusura)

l_425f9a360130 GIUGNO 2016
TEMPO RITROVATO LIBRI
CHIUDE
VENDITA TOTALE
CON SCONTI
DAL 15% AL 50%

E’ un INTERVALLO diverso dai soliti, questo, per certi aspetti inesorabilmente triste, per altri iroso e comunque pugnace. La storica libreria Il Tempo Ritrovato di Torino, da decenni punto di riferimento culturale, e non solo, del centro cittadino, il 30 giugno prossimo chiuderà definitivamente, aggiungendosi al lungo elenco delle librerie che nel capoluogo piemontese hanno chiuso i battenti, nonché all’ancor più lungo e mesto elenco nazionale al riguardo. Quanto sopra è ciò che riportano i cartelli affissi sulle sue vetrine.
Così muore la cultura di un paese! – mi viene da dire: una cultura tra le più alte e prestigiose del pianeta uccisa da un progressivo e irrefrenabile imbarbarimento nazionalpopolare e dal sostanziale (ovvero strategicamente complice) menefreghismo delle istituzioni. Ma, ribadisco – almeno per quanto mi riguarda – ciò deve essere un ennesimo e fremente impulso alla combattività, a non lasciare che l’imposizione strategica di un incretinimento totale e totalizzante vinca sulla cultura e sul valore fondamentale di essa, per potersi dire (e continuare a essere) individui realmente intelligenti, civili e avanzati.
Vi pare che la stia mettendo giù troppo dura? Bah, forse sì. O forse, è veramente l’ora di farla il più possibile dura, tale questione, prima che non sia troppo tardi per qualsiasi salvezza.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo in merito tratto da torinooggi.it, dal quale è tratta l’immagine stessa.

Un “Patto per la Lettura”? Sì, ma a patto che…

Patto_per_la_lettura-900x393Non si può guardare senza favore – beh, anche solo per un senso di, per così dire, disperata magnanimità! – al Patto per la Lettura firmato qualche giorno fa dal Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e dai direttori delle principali reti televisive italiane. Un patto che ha, tra i suoi punti principali, l’intento di “creare occasioni di promozione della lettura e dei libri all’interno di ogni genere di programma” ovvero, in soldoni, di rendere visibili i libri in televisione anche nelle fasce orarie più nazionalpopolari e nei programmi generalisti mainstream – nella “TV spazzatura”, per intenderci.
Un patto necessariamente, inevitabilmente apprezzabile: bisogna dare atto al ministro Franceschini di impegnarsi molto in iniziative del genere, e per quanto mi riguarda trovo la cosa apprezzabile. Ora si tratta di capire quanto ciò rappresenti lo sforzo del naufrago che nella tempesta cerca di togliere l’acqua che sta imbarcando e affondando la sua nave con un piccolo cucchiaio se non, peggio, il toglierla per riversarla in un altro punto della nave più nascosto. Oppure se, alla lunga, e con un propizio acquietarsi della tempesta, tale sforzo alla fine porti risultati concreti – d’altro canto in tema di cultura i risultati si possono apprezzare sul medio-lungo periodo, cosa che l’ha resa, la cultura, invisa alle gestioni propagandistiche meramente elettorali della classe politica nostrana (“con la cultura non si mangia” (cit.) cioè non mangiano loro, i politici, che vogliono cannibalizzare tutto e subito, è risaputo, monetizzando all’istante la propria voracità in termini di consenso, voti e, se possibile, tornaconti ancor meno degni).
Si dovrà pure capire se sarà la TV ad “accogliere” la cultura del libro e della lettura o viceversa, ovvero quali libri e quali letture verranno rese ambasciatrici di questa fondamentale cultura – questione fondamentale, visti i numerosi precedenti assolutamente negativi in questo senso, con libroidi di infima specie spacciati per capolavori letterari – e i loro autori per grandi scrittori!
In ogni caso, la firma del Patto per la Lettura e il suo principale intento di far vedere più spesso i libri in TV – e dunque di rendere nuovamente visibile, in senso generale, la cultura – mi ha fatto nuovamente riflettere su una cosa, anzi, su un dubbio che da tempo mi circola in mente, girando un po’ ovunque e osservandomi intorno: ma veramente il punto della questione è che di cultura non ce n’è in giro ovvero non sia visibile? Riflettiamoci sopra un attimo – in senso generale, ribadisco: siamo nel paese che ha uno dei patrimoni culturali più cospicui e ricchi del pianeta; musei, luoghi d’arte e di cultura abbondano; ovunque iniziative legate alla promozione culturale (più o meno interessanti, ma non è questo il punto) non mancano affatto: fate caso ai manifesti relativi sui muri delle nostre città e ve ne renderete conto; anche di libri, in TV, si parla e non poco: certo non nei TG o nei programmi mainstream, ma basta esercitare il tanto amato e diffuso sport dello zapping per poter trovare sempre qualcosa di relativo.
Dunque, posto tutto ciò: non è che la questione sostanziale, più che la presenza dei libri e della cultura in TV e altrove, è che la gente comune non è più abituata (o è stata disabituata) a coglierla, a vederla, a riconoscerla e apprezzarla? Semplifico ancor più il concetto: serve mettere in bella mostra i libri in TV e parlarne, se poi il telespettatore medio non è in grado di apprezzare e capire (l’analfabetismo funzionale, già!) ciò che gli viene offerto? Il che mi ricorda non poco la questione su che troppi italiani non visitino nemmeno un museo durante l’anno: il problema è che i musei non ci sono o non sono “visibili”? No, niente affatto. È, semmai, un problema di diseducazione, o di analfabetizzazione, verso la cultura e il suo patrimonio.
Un’iniziativa come il Patto per la Lettura, lo ribadisco, è dunque apprezzabile e potenzialmente proficua, ma ancor di più – anzi, del tutto necessaria e impellente – è una strategia istituzionale (e non solo) di autentica ri-alfabetizzazione culturale. Riaffermare la bellezza, l’importanza e ancor più il bisogno di nutrirsi di cultura per chiunque, esattamente come ci si nutre di cibi o si rendono “indispensabili” certi oggetti contemporanei – il classico smartphone, per dire. Se non si riuscirà a fare ciò, se non si sarà in grado di rimettere sullo stesso piano (magari anche al di sopra, ma basterebbe la “parità”) la cultura e le sue cose con tutte quelle altre che oggi formano, addobbano e rallegrano la vita quotidiana dell’uomo medio contemporaneo, il mettere sotto i riflettori televisivi i libri non servirà a nulla, se non a far cambiare subitamente canale al telespettatore, con relativi sbuffi di noia e correlate imprecazioni.
Non è semplice, non è cosa da poco e dal successo sicuro – posta poi la condizione di degrado culturale parecchio profondo purtroppo conseguita dal nostro paese, ormai. Serve una strategia di lungo termine, ben strutturata, multiforme e dinamica che coinvolga l’intera società e tutti gli aspetti della vita quotidiana oltre che, se possibile, che sia svincolata da qualsiasi dipendenza prettamente politica – quantunque, è ovvio, deve e dovrà essere la politica a darvi valore giuridico. Una strategia, inoltre, che possa essere affinata attraverso lo studio di esperienze estere (cioè di quei paesi nei quali la lettura gode di ben migliore salute) e l’acquisizione – adattata alla realtà nostrana – dei loro metodi, e che abbia il proprio motore propulsivo il più in basso possibile, in mezzo alla gente comune di ogni ordine ed età, appunto.
Ecco: c’è la volontà, in Italia, di costruire un progetto del genere?
Beh, finché salteranno fuori spontaneamente domande del genere, credo che saremo ancora all’inizio di una lunga rincorsa. Almeno, cominciamo a muovere qualche passo verso la giusta direzione.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Di castagni e di cultura, di ulivi e di futuro

tree-rootsCastagni e ulivi hanno la stessa anima. E’ l’anima lungimirante dei montanari e dei contadini che li hanno piantati ben sapendo che non ne avrebbero goduto i frutti. Né loro né i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti.

E’ una citazione che ho tratto da un articolo del numero di novembre 2015 di Montagne360, il mensile del Club Alpino Italiano – e no, nessuna volontà di passatismo, sia chiaro, nemmeno di retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” o altro del genere, anzi, tutto il contrario. Ma il futuro, qualsiasi futuro che si voglia migliore del presente e del passato nonché proficuo, non può non imparare da quanto s’è fatto di buono nel passato – cosa persino banale da dirsi eppure alquanto ignorata e trascurata, lo sapete bene.
In ogni caso, trovo quelle parole meravigliose anche per disquisire di cultura, ovvero di quale dovrebbe essere l’atteggiamento delle istituzioni nei confronti della cultura e, di contro, di quanto sia ottuso e irresponsabile l’atteggiamento che il più delle volte si deve constatare. Ancora più grave, tale irresponsabilità, perché il coltivare la buona cultura, a differenza di castagni e ulivi, permette di ottenere buoni raccolti fin da subito, i quali poi non potranno far altri che diventare sempre più abbondanti e fruttuosi col passare del tempo.
Se invece ciò non avviene, se chi di dovere continua a pensare alla cultura come a una spesa da sostenere e un fastidio del presente dal quale sfuggire e non a un investimento di importanza vitale (e di molteplici, crescenti tornaconti) per l’intera società, sarà responsabile ingiustificabile del futuro degrado sociale (dacché la cultura è la base dello sviluppo sociale, altra cosa inutile da rimarcare) e del relativo imbarbarimento collettivo. Ovvero di qualcosa che, proprio per quanto ho appena affermato, stiamo già oggi constatando in modo inequivocabile.
Eppure, nonostante la situazione lapalissiana, pare che non solo si continui a non piantare alcun buon germoglio culturale per le future generazioni, ma che pure si faccia di tutto per rendere ovunque il terreno sterile e infecondo per qualsiasi coltivazione, impedendo ogni futuro (da domani fino a quello più lontano) nutrimento intellettuale. Ovvero, in parole povere e più chiare, mandando la nostra società allo sfacelo. Ma anche questa cosa, credo, è tanto chiara e inesorabile che non avrebbe bisogno di essere rimarcata.