Che parole usare per parlare della Terra?

[Una veduta della foresta pluviale malese. Foto di Eutah Mizushima da Unsplash.]

Che parole possiamo usare quando ci preoccupiamo per il futuro del mare, per la sua flora e la sua fauna? Che parole possiamo usare per le foreste pluviali, i polmoni del nostro pianeta? Per parlare della Terra dobbiamo adoperare le parole della scienza, delle emozioni, della statistica o della fede? Fino a che punto possiamo attingere al nostro privato ed essere sentimentali? Possiamo usare le manifestazioni d’amore altisonanti, i freddi dati statistici, le dichiarazioni di guerra, la complessità della filosofia? La destra? La sinistra? Il bello? Il brutto? La crescita economica? Che cos’è la Terra? Materia prima sottoutilizzata? O sacralità incommensurabile? Oppure le zone incontaminate devono essere convertite in tabelle e grafici che indichino il valore economico e sociale della natura nell’Appendice 4B di un documento di valutazione dell’impatto ambientale?

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.65-66. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

Quale ideologia ci potrà salvare?

[Foto di Melissa Bradley da Unsplash.]

Gli scienziati hanno messo in rilievo che il sistema Terra, il fondamento stesso di ogni forma di vita, è prossimo al collasso. Le principali ideologie del XX secolo erano basate sul presupposto che la natura fosse un giacimento inesauribile di materie prime a basso costo. Ci siamo comportati come se l’atmosfera potesse assorbire all’infinito le nostre emissioni, come se il mare potesse inghiottire tutti i nostri rifiuti, come se il suolo potesse produrre sempre di più grazie a dosi crescenti di fertilizzante, come se le specie animali potessero spostarsi un po’ più in là ogni volta che gli esseri umani occupavano nuovi spazi.
Se le previsioni degli scienziati sul futuro del mare, dell’atmosfera, del clima, dei ghiacciai e degli ecosistemi costieri di tutto il mondo si riveleranno esatte, mi chiedo con quali parole potremo descrivere una questione di tale portata. Quale ideologia potrebbe abbracciare eventi come questi?
Che cosa dovrò leggere? Milton Friedman, Confucio, Karl Marx, l’Apocalisse, il Corano, i Veda? Come potremo dominare i nostri desideri e ridurre il nostro consumismo, che secondo ogni previsione sembrano destinati a mettere in crisi il sistema Terra?

[Andri Snær Magnason, Il tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.12-13. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

Andri Snær Magnason, “Il tempo e l’acqua”

Il 2022 che stiamo vivendo è un anno che dal punto di vista climatico, pur non essendo ancora concluso, è già stato definito  drammaticamente eccezionale. Siccità diffusa un po’ ovunque, dalle nostre parti e nel resto del continente europeo, caldo anomalo sia in inverno – nel quale ha nevicato pochissimo – che in estate, fenomeni meteorologici estremi. In particolare, la scarsità di neve invernale unità alle altissime temperature estive sta dando una mazzata tremenda ai ghiacciai, sia sulle Alpi che altrove, in una situazione di generale riduzione e ritiro, se non già di scomparsa, delle masse glaciali che sta proseguendo da decenni. Ma il riscaldamento globale, con tutto ciò che si porta dietro, non sta solo cambiando il clima e il paesaggio: inesorabilmente cambierà anche la nostra vita e probabilmente in peggio. Ad esempio quei ghiacciai che si stanno sciogliendo, in modo così rapido nell’anno in corso, sono tra i nostri principali e fondamentali serbatoi diffusi di acqua potabile che beviamo, con la quale ci laviamo e con cui irrighiamo i campi coltivati oltre a utilizzarla per innumerevoli altri scopi consueti, nel nostro modus vivendi contemporaneo. E se i ghiacciai si sciolgono e svaniscono, tutta quella risorsa idrica fluisce via e a sua volta svanisce, per entrare in un ciclo dell’acqua totalmente diverso da prima del quale con tutta probabilità non potremo più godere. Come faremo, dunque?

Posto quanto sopra, leggere Il tempo e l’acqua, il libro dello scrittore, divulgatore scientifico e attivista ambientale islandese Andri Snær Magnason (Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini; orig. Um timann og vatnið, 2019) proprio durante quest’anno così problematico, in forza dei suoi contenuti è stata per me un’esperienza assolutamente significativa. Un po’ come per le nostre Alpi, se non di più, l’Islanda è una terra i cui ghiacciai rappresentano un elemento fondamentale della sua identità culturale, e verso i quali gli islandesi hanno costruito una relazione che dura da secoli le cui tracce già si possono rintracciare nelle più antiche saghe tradizionali. I cambiamenti climatici e il riscaldamento globale stanno causando notevoli perdite anche al patrimonio glaciale islandese, con apparati che solo vent’anni fa apparivano ancora floridi e oggi sono ridotti a piccole placche di ghiaccio grigio, con conseguente perdita del valore culturale del paesaggio e della risorsa idrica che un tempo assicuravano. Tuttavia ormai tutti sappiamo che tale situazione presenta effetti su scala globale, dai monti europei alle catene himalayane e andine fino ai ghiacci polari, e le conseguenze di questo disastro glaciale sono ancora ben difficili da stimare nonostante già ora si presentino in tutta la loro drammaticità. Eppure, una situazione del genere, così evidente e così grave nonché pericolosa per chiunque, sembra che non scuota più di tanto l’attenzione e la sensibilità dei terrestri – per non parlare di quella dei leader politici. Perché? []

[Foto di Hreinn Gudlaugsson, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa de Il tempo e l’acqua cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Gran Paradiso: i principi sull’elicottero, i princìpi a ramengo!

Leggiamo e sentiamo ormai costantemente sui media dichiarazioni e proclami a favore della salvaguardia dell’ambiente da parte delle istituzioni pubbliche, lo sapete bene: parole e definizioni come “sostenibilità”, “sviluppo sostenibile”, “green”, “difesa ambientale”, “impegno” eccetera, sono ormai vocabolario corrente nelle dichiarazioni suddette, al punto che verrebbe da credere che sul serio abbiano compreso la gravità della questione ambientale e climatica e si siano messe d’impegno al riguardo, quelle varie istituzioni.

Bene: la recente vicenda della Regione Valle d’Aosta che per «rinnovare l’impegno verso un futuro di sostenibilità e salvaguardia della natura» e darvi lustro mediatico accompagna sul Gran Paradiso il Principe Alberto II di Monaco trasportandolo fino a poco sotto la vetta con un elicottero, per giunta riservato al Soccorso Alpino (dunque pagato dai contribuenti), in territorio del Parco Nazionale e contravvenendo a qualsiasi regolamento vigente sui voli in tale ambito nonché ai pareri negativi del Corpo di Sorveglianza del Parco, per di più cercando goffamente di tenere nascosto il tutto, ovviamente non riuscendoci – racconta bene la vicenda Mountain Wilderness International, leggete qui – fa capire bene quale sia la reale predisposizione mentale e politica di quelle istituzioni nei riguardi della salvaguardia ambientale in relazione ai cambiamenti climatici. Cioè quanto realmente interessa alle istituzioni, questo tema.

«Per un solo volo d’elicottero! Cosa volete che sia?!» sosterrà qualcuno. Eh, in effetti perché non dare il buon esempio nella lotta all’alcolismo bevendo solo un paio di superalcolici invece che cinque o sei o dieci? Che saranno mai? Poi, be’, non c’è due senza tre, si sa, comunque fino a cinque li reggiamo bene, magari anche sei. O sette…

«Salvaguardia della natura»? Bla bla bla! (cit.)
«Impegno verso un futuro di sostenibilità»? Bla bla bla! (cit.)
«Innescare buone pratiche di mitigazione degli impatti negativi prodotti dall’uomo sull’ambiente»? Bla bla bla! (cit.)
Ecco.

Una confessione

Devo confessare una cosa che non mi era mai successa prima e, forse con troppa sufficienza, pensavo non mi sarebbe mai accaduta… una cosa piuttosto “triste” (metaforicamente, s’intende), per un lettore avido come me, ma a suo modo emblematica, che capiterà stasera, penso: interromperò la lettura del libro che sto leggendo. Un romanzo, che avevo scelto di leggere dopo una lunga sequenza di saggi letti per necessità di studio (ma anche per passioni personali) avendolo nella libreria di casa già da qualche tempo, e del quale sono giunto ormai alla centesima pagina delle 300 circa che lo compongono senza che si sia generata quella relazione speciale che lega il lettore al libro letto, quand’esso e la sua storia – o i suoi temi, i contenuti, le narrazioni – sappiano entrare dagli occhi nella mente, discendere nell’animo rimbalzandovi soavemente come su un cuscino per tornar su e penetrare nel cuore, illuminando da lì lo spirito. Non è accaduto, purtroppo.

Naturalmente non dirò di che libro si tratta, perché quanto sopra è il mero frutto di considerazioni personali con le quali chiunque potrebbe dissentire totalmente, e perché il libro in questione è invero assai rinomato e considerato anche da altri (grandi) autori. Da sempre, cioè da quando scrivo le “recensioni” dei libri che leggo, ho deciso di non dire nulla delle opere che non mi sono piaciute – ma che nonostante ciò ho sempre letto fino alla fine -, per rispetto verso di essi e i loro autori ma anche perché, appunto, non m’è mai capitato negli ultimi lustri di leggere un libro così poco empatico con i miei gusti, letterari e non solo. Forse anche perché i libri io li acquisto con ponderazione, cioè usando la mente, oppure seguendo l’istinto, dunque usando l’animo (o il cuore), e in entrambi i casi funziona. Il libro in questione invece è il frutto di un consiglio, comunque edotto e avveduto ma tant’è, amen.

Per inciso, la regola personale del non parlare dei libri sgraditi non vale quelli riconoscibilmente e palesemente idioti, che non sono pochi tra quelli editi da certe case editrici – quelli di Fabio Luigi Bonetti, per fare un nome fin troppo “facile” – ma che d’altro canto evito accuratamente da subito.

Ecco, sta di fatto che stasera quel libro lo ripongo nuovamente sugli scaffali della libreria di casa. Reparto “libri da leggere”, dacché non è detto che tra qualche tempo non mi torni la voglia di riaffrontarlo. Meglio così, ora. D’altronde doveva capitare, prima o poi: sarà per la prossima volta, chissà.