Le Alpi sono un “paesaggio industriale”

Vista su Lucerna intorno al 1800 dal Felsberg. Immagine tratta da chapel-bridge.ch.

Sapete – e, se non lo sapevate, ora sì – che sulla città svizzera di Lucerna, alla quale sono “antropologicamente” molto legato, ho scritto un libro (lo vedete lì sotto, fateci clic) che rimarca, tra le altre cose, la particolare e costante sensibilità personale verso quel luogo e il suo paesaggio peculiare.

Ecco, in un bell’articolo su “SwissInfo.ch” il professor Valentin Groebner, storico austriaco che insegna proprio all’Università di Lucerna, parla della città elvetica, del suo legame con le Alpi e in generale dello sviluppo del paesaggio turistico alpino, rimarcando alcune osservazioni interessanti circa la sua origine, che è sì radicata nel Romanticismo sette-ottocentesco (quello che in pratica ha “inventato” le Alpi in quanto luogo e meta di viaggio) ma non solo nel modo in cui ordinariamente si crede. Ad esempio, Groebner dice che

Nei resoconti di viaggio del XVIII secolo, Lucerna viene descritta come una cittadina triste, antiquata, repressiva e arretrata. Arthur Schopenhauer lo ha espresso in modo sintetico: “Una piccola città deserta e mal costruita. Ma la vista è divina”. Perché questo è ciò che Lucerna aveva da offrire: la vista. Ci sono poche città da cui si può guardare direttamente a sud, attraverso un lago, verso le montagne coperte di neve quasi tutto l’anno. Lo si può fare a Ginevra, lo si può fare a Montreux e proprio qui a Lucerna. E questo lago corrispondeva particolarmente bene allo sguardo romantico sviluppatosi nel XIX secolo.
Questo sguardo è stato importato in Svizzera dai turisti inglesi che hanno visitato il paese dalla fine del XVIII secolo. Uno di loro era il pittore William Turner, il quale ritraendo paesaggi svizzeri primordiali e incontaminati, ha saputo creare per la prima volta sensazioni profonde e romantiche – per i suoi ricchissimi clienti britannici.
In precedenza, la Svizzera era una regione che i viandanti esitavano ad attraversare, a causa delle montagne e del maltempo. Oltretutto gli abitanti usavano lingue strane e incomprensibili. Ma i viaggiatori colti del XIX secolo hanno trasformato il paesaggio della Svizzera centrale in una sorta di compensazione per i danni dell’industrializzazione. L’aria buona e l’acqua pulita erano diventate una merce rara nel resto d’Europa; le Alpi – che si riteneva fossero rimaste “come un tempo” – hanno assunto il ruolo di polo opposto all’Europa industrializzata.
Nel corso del XIX secolo, la Svizzera, i laghi, le montagne sono diventati il luogo dove i fenomeni negativi dell’industrializzazione potevano essere temporaneamente corretti – sempre che ci si potesse permettere di andarci. Birmingham, Manchester e Lucerna sono in qualche modo unite: nelle sporche fabbriche tessili nel nord dell’Inghilterra si guadagna il denaro e i proprietari delle fabbriche lo spendono in Svizzera per riposarsi – in alberghi che sono a loro volta una sorta di fabbriche rosa, costruite in cemento armato come le fabbriche tessili dell’Oberland zurighese e di altri luoghi.

Tali considerazioni (che poi il professor Groebner sviluppa nel corso dell’intervista: leggetela nella sua interezza per coglierne meglio il messaggio) si legano a doppio filo a quanto potete leggere nel mio libro, nelle cui prime pagine non a caso cito quel modo di dire per il quale la Svizzera è considerata “il giardino d’Europa”: ecco, proprio in questo senso lo è, come contraltare naturalmente artificioso, o artificiosamente naturale (la definizione può valere in entrambi i sensi), appositamente concepito per compensare il degrado ambientale e urbanistico verso il quale già nell’Ottocento stavano andando le grandi città industrializzate europee e così preservare la realtà di un territorio, la concezione di un paesaggio nonché il senso di un luogo dall’evoluzione ben più perniciosa del restante continente europeo, proprio come un giardino urbano appare una piacevole oasi di naturalità e di bellezza in mezzo palazzi, strade, piazze e industrie.

Sono considerazioni che peraltro valgono benissimo anche oggi per l’intero territorio alpino, sia quando concepito nella sua interezza, sia quando analizzato nelle varie realtà locali, dove di frequente la stessa particolare relazione tra gli spazi antropizzati e industrializzati e gli spazi mantenuti allo stato naturale e rurale, se non del tutto liberi da segni umani, determina molta parte del senso antropologico e dell’identità culturale di quei territori, determinando di conseguenza anche la relazione delle genti che li abitano ma pure di chi li visita saltuariamente e per breve tempo – in primis il turista, appunto. Una relazione che il professor Groeber delinea in modo ancor più dettagliato nel prosieguo dell’intervista.

In ogni caso, va da sé che se volete approfondire le riflessioni dell’articolo di “SwissInfo.ch” contestualizzandole al luogo che ne è il soggetto, ovvero alla città di Lucerna – ma, ribadisco, quale luogo emblematico per numerosi altri, nelle Alpi – vi invito a leggere il mio libro e a farmi sapere che ne pensate, oppure – anche meglio senza dubbio! – a visitare Lucerna, una città che sotto ogni punto di vista, materiale e immateriale, non smette mai di sorprendere, innanzi tutto con la sua presenza e l’essenza urbana nel territorio e nel paesaggio nei quali si trova – e, appunto, è una sorpresa tanto grande e costante quanto per nulla meramente e banalmente turistica. Sono certo che, se ci andrete e quale “guida” di viaggio (che non è tale, peraltro, ma forse anche sì!) leggerete il mio libro, mi darete ragione. Già.

Il principio iconoclasta

[Rimozione della grande croce di Stadelhofer, Zurigo, nel periodo dell’iconoclastia calvinista. Da Illustrierte Reformations-Chronik di H. Bullingers, 1605. Immagine di Roland Fischer, Zürich; Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]
E se invece lo stesso principio iconoclasta che oggi abbatte i monumenti di personaggi dalla storia più o meno opinabile fosse applicato agli stati, oppure alle religioni?

Proprio gli Usa, ad esempio: nella loro forma istituzionale contemporanea ci hanno portato sulla Luna e hanno “inventato” internet, ma quante guerre sporche e quante azioni politiche deprecabili hanno messo in atto nel frattempo?

Oppure le religioni monoteiste, appunto, cattolicesimo in primis, la cui storia, a fronte di innegabili opere di bene, presenta una lista di misfatti che all’inferno così lunga e articolata se la sognano!

Se dovessimo utilizzare il classico metodo della bilancia, ponendo su un piatto le cose buone e sull’altro quelle cattive, temo che buona parte delle istituzioni umane avrebbe la sorte segnata, e sarebbe giustissimo che ciò avvenisse. Di contro, io credo, più ancora che l’iconoclastia fanno sempre molto bene alla causa della giustizia la conoscenza e la consapevolezza, gli strumenti che l’intelligenza, la memoria e la coscienza umane hanno a disposizione per giudicare, capire, reagire, accettare o rifiutare e adeguare la relazione di ciascuno con quelle istituzioni.

Non sono gli eroismi, le santità, le venerabilità e i prestigi di sorta che racchiudono la realtà dei fatti, rappresentandone quasi sempre un’iperbole distorsiva creata ad arte, ma l’equilibrio della verità oggettiva e obiettiva che non può ammettere estremismi celebrativi oppure denigratori, a loro volta iperboli irrazionali e devianti. Un equilibro che è pure la condizione migliore grazie alla quale praticare la libertà di pensiero e d’azione, quella che ogni individuo dovrebbe saper esercitare e che spesso proprio certe simbologie iconiche, ovvero il modo con il quale sono state narrate e imposte, hanno contribuito – a volte pur indirettamente – a impedire.

 

Lucerna ancestrale

[…] Sbucando sulla affollatissima Falkenplatz, arrivo pure a pensare come potrebbe presentarsi Lucerna se, per assurdo ovvero per una tutta personale dissipatio humani generis, mi ritrovassi solo a vagare in una città senza più vita umana… Più nessun individuo in circolazione, nessun residente, nessun turista o viaggiatore, le strade senza auto, il lago senza battelli che ne solcano le acque, nessun rumore se non quelli della Natura – lo scrosciare impetuoso della Reuss, il vento fresco che cala dalle Alpi, il fruscio delle chiome arboree sul lungolago… tutto perfetto eppure tutto fermo, silente, immobile. Che impressione ne avrei? Di un luogo inopinatamente ma finalmente assiso ad una condizione ideale, ad una sorta di sospensione ultradimensionale estetica-estatica indisturbata e indisturbabile nella quale nulla più possa ostacolare in qualche modo la sua bellezza assoluta? O forse di una specie di meraviglioso giocattolo urbano abbandonato, lasciato a far bella e inutile mostra di sé in uno stato di desolata e inquietante magnificenza? Oppure ancora sentirei fin da subito la spaventosa mancanza della sua vitalità umana, rendendomi conto di quanto una città non possa non vivere, nel bene e nel male, della vita dei suoi abitanti e di coloro che decidono di visitarla – o forse, in forza di un’antropologica, urbana Sindrome di Stoccolma, come il rapito che non può più fare a meno del suo rapitore, quand’anche questo non si faccia scrupoli a maltrattarlo e disprezzarlo?
Fantasie, lo so. Non accadrà mai nulla del genere, certamente. Di donne e uomini che ovunque manifesteranno la voglia di visitarla, Lucerna, io credo che ve ne saranno sempre. Città come Lucerna, in fondo, sono “divinità” fatte a immagine e somiglianza degli uomini – che le abitano e non solo – emblema di un’antropoteologia pagana che si fonda su principi ancestrali propri dell’intera civiltà umana per tutto il pianeta, i quali richiamano direttamente istinti, percezioni e sentori altrettanto antichi, almeno quanto il nostro stesso patrimonio genetico – il codice umano di cui dice Davide Sapienza, prima citato. Città come Lucerna, una volta conosciutane l’esistenza, sollecitano quegli istinti e sentori, quelle percezioni ancestrali – le stesse, in fondo, grazie alle quali da sempre generiamo il concetto profondo e il più ampio senso del termine “bellezza”. In fondo è questa evidenza che mi ripone il cuore in pace, quando il sentire qualcuno che mi dice “mi hai proprio fatto venir voglia di visitarla, Lucerna!” mi istiga le riflessioni di cui vi ho detto. Vi saranno innumerevoli visioni, esperienze, impressioni, sensazioni, considerazioni, fantasie, farneticazioni – una per ciascun individuo che sarà in città – e innumerevoli lessici per altrettanti dialoghi e conversazioni… ma alla fine di tutto, credo che il messaggio che ne scaturirà sarà articolabile da una sola voce.

Sì, certo: di questi tempi il “mio libro” per antonomasia è Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmime urbano, da poco pubblicato nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica. Invece il brano che – mi auguro – avete appena letto è tratto dal precedente libro, la cui copertina vedete qui sopra, a sua volta edito nella stessa collana da Historica (cliccateci sopra per saperne di più), e mi serve per denotarvi che sono molto legato a questo libro, tanto quanto alla città che racconto tra le sue pagine. Dunque, se non l’avete e volete “visitare” in maniera alquanto originale un’altra meta certamente non ordinaria, be’, insieme a Tallinn potreste anche leggervi Lucerna, ecco.

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Lucerna, la vita letteraria di una città

C’è, forse, un modo letterario per cercare di capire, o almeno di percepire, se un luogo – una città o un altro nucleo di forte presenza antropica, in particolar modo – sta smettendo di essere vivo: quando la sua “vita” viene narrata sempre meno dagli scrittori e sempre più dai cronisti, ecco.
Gli scrittori possono narrare la realtà ovvero la fantasia, a volte entrambe debitamente amalgamate, e possono raccontare del passato, del presente ma pure, immaginandolo con più o meno creatività, del futuro; i cronisti devono sostanzialmente narrare il presente-presente, riportandone le evidenze con la maggiore obiettività e la minore creatività possibili. Sono due attività diverse, certo, ma a ben vedere la loro diversità si manifesta soprattutto nel risultato finale e nella relativa funzionalità, che altrove: entrambi raccontano, in fondo, al punto che vi possono essere cronisti del tutto attinenti alla realtà dei fatti e profondamente letterari, nel racconto offerto, così come scrittori che pongono in secondo piano il valore letterario del testo al fine di conseguire la massima razionalità narrativa possibile.
Tuttavia ciò che conta è il racconto, la narrazione che non sia vincolata al mero resoconto di una realtà del tutto ordinaria, talmente ordinaria da palesare la propria ristagnante insignificanza, anche quando così non sembri. La città è primariamente un racconto, di natura realista ma pure immaginativa: contiene certamente anche la cronaca, che riferisce della sua realtà oggettiva quotidiana, ma non credo vi possa essere una tale realtà senza un racconto urbano dal quale possa scaturire. In altre parole: non vi potranno essere cronisti che riferiscono della realtà cittadina senza scrittori che l’abbiano costruita e plasmata, raccontandone le storie e, in tal modo, determinandone l’identità del momento.

(Autore ignoto, “Veduta della città di Lucerna con sullo sfondo la Rigi”, 1820-1825 circa. Fonte: Biblioteca Nazionale Svizzera, GS-GUGE-ANONYM-B-2.)

Lucerna non ha tale problema, inutile che lo denoti – non avreste questo libro in mano, d’altra parte. Da secoli ha ispirato scrittori, sia indigeni che forestieri, che hanno trovato indispensabile raccontarla ovvero narrarla attraverso le storie che in essa ambientavano. Ciò ha contribuito a costruire la sua aura cittadina, la sua essenza estetica, culturale, antropologica, dalla quale scaturisse la più ordinaria vita urbana quotidiana i cui fatti sono divenuti campo d’azione e di relazione dei cronisti. Ma, in fondo, non c’entra che Lucerna possa godere e far godere chiunque d’una strabiliante bellezza paesaggistica e architettonica – o meglio: conta, senza dubbio, ma non è ciò che possa realmente spingere gli scrittori a scriverne. Contano di più altre cose: conta di più, ad esempio, che prima che dagli scrittori la città venga narrata nelle storie private degli innamorati che la percorrano mano nella mano e, sulle sue forme architettoniche come disegnate dal vibrare delle loro emozioni, vedano rispecchiata la fervida passione che li infiamma. O che la racconti a sé stesso e ai suoi piccoli amici il bambino che nelle vie cittadine si senta un antico cavaliere conquistatore di quel reame fantastico protetto da un grande fossato liquido entro cui faccia buona guardia lo stesso drago che all’alba del 26 maggio 1499, dopo un temporale terrificante, emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke – come racconta la leggenda. Oppure ancora che Lucerna venga descritta, perché no, dall’immigrato giunto in città da chissà quale lontano e diversissimo paese – per cultura, costumi, usi, visioni e quant’altro – il quale nella propria descrizione a sua volta diversa dacché basata su metri di giudizio differenti e ancora vibrata da inquietudini, timori o incertezze, consapevolmente o meno cominci a mettervi una primigenia, confusa eppure percepibile sensazione di casa, di parvenza domestica, di nascente reciprocità urbana prima ancora che sociale e culturale.
Se tutto ciò avviene, se tutte queste e tante altre narrazioni elementari scaturiranno da chi, in un modo o nell’altro, avrà a che fare con la città e ne dovrà riferire il personale dialogo, allora potrà scaturire ogni altra narrazione più strutturata, approfondita, articolata ovvero letteraria. Perché dalla città scaturirà vita, appunto, fatta non tanto di meri e ordinari accadimenti quanto di frementi istinti vitali e di sentimenti, emozioni, passioni, fantasie, illusioni: allora gli scrittori racconteranno la città e ne continueranno la “costruzione” materiale e immateriale, preservando nel tempo la sua bellezza, il fascino, l’attrattiva, il mistero. A beneficio di tutti quelli che, lettori o meno, decideranno di visitarla, conoscerla e venirne quanto più intensamente ravvivati.

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Brano tratto da
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più!

P.S.: voglio ringraziare Marco Piras Keller, lettore «italo-lucernese» che mi ha scritto ricordandomi come il Rigi, il monte ritratto nel dipinto sopra riprodotto, è in realtà identificato dagli svizzeri al femminile, die Rigi, dunque «la Rigi», quasi a definirne la grande simbolicità culturale e antropologica nell’immaginario alpino elvetico che la rende LA montagna (al femminile, appunto) per eccellenza. Ho così corretto la didascalia dell’immagine.

Paolo Nori, “La grande Russia portatile”

C’è ne sono di posti al mondo ricchi di contraddizioni, senza dubbio, ma come la Russia credo pochi, forse nessuno. Voglio dire, anche gli Stati Uniti – per citare un paese di paragonabile “taglia” geopolitica – ne hanno, ma di natura per così dire più superficiale, più legata alla quotidianità di una dimensione socioculturale di recente formazione e tutto sommato uniforme anche nelle sue diversità più spiccate, quella coi poi a volte si definisce ancora “sogno americano” nonostante negli ultimi tempi la sua connotazione onirica sia sempre più scivolata versi ambiti tenebrosi, da incubo insomma.

La Russia invece, in quanto nazione e in quanto luogo peculiarmente antropologico, sociale, sociologico e culturale, presenta contraddizioni molto più profonde e più psicologiche, se così posso dire, legate a un’anima nazionale da secoli irrequieta e divisa, in primis “psicogeograficamente” tra Europa e Asia ovvero tra due culture generalmente differenti e in certi casi radicalmente diverse. Qualcuno ha imputato al popolo russo una certa tendenza all’autolesionismo, alla depressione “antropologica” e relativa remissione politica, o l’incapacità di concepirsi in maniera compiuta come “potenza”, in senso geopolitico e non solo, mancanza che la Russia svilupperebbe anche solo in forza dell’estensione del suo territorio e che invece, quando nel corso della storia sembra finalmente definirsi, finisce nuovamente per sgretolarsi e prostrarsi su se stessa. Già Diderot la definì «un colosso dai piedi di argilla», e uno dei russi più grandi di sempre, Tolstoj, così scrisse al riguardo dei propri connazionali: «“Noi non vogliamo prendere parte al peccato del governare. Se voi non lo considerate come un peccato, venite e governate”. Questa psicologia dei russi spiega la loro docilità verso gli autocrati più crudeli, o più pazzi, da Ivan il Terribile fino a Nicola II. È così che il popolo russo considerava il potere nei tempi antichi, ed è così che lo considera ancora oggi.»

Ecco: Tolstoj, ovvero la grande letteratura russa, forse l’unica cosa realmente potente, in fin dei conti, che la Russia abbia saputo preservare dentro i propri confini nel corso della sua tribolata storia politica. E a parlare di letteratura russa, in Italia, uno dei primi nomi che devono venire in mente è quello di Paolo Nori, che al mondo russo-sovietico ha dedicato buona parte della sua vita e dei suoi studi, impiegando la restante parte a scrivere libri che, a mio modo di vedere, lo rendono uno degli scrittori migliori e più concretamente originali del panorama letterario italiano – in ciò una cosa rara, se posso aggiungere. In alcuni di quei suoi libri, poi, Nori racconta proprio della sua “Russia”, paese che ha visitato più volte da appena dopo che l’URSS collassò, vivendone la trasformazione in un paese “(pseudo)occidental-capitalista” e, appunto, cogliendo tuttavia il gran fiorire di contraddizioni che quel cambiamento radicale aveva risvegliato e persino esaltato anche più di prima. Di questi suoi particolari “diari di viaggio” (definizione quanto mai esigua, in tal caso) ho già letto quello scritto a quattro mani con Daniele Benati, Baltica 9. Guida ai misteri d’Oriente, cronaca on the road di un viaggio e d’un’avventura umana dall’Italia a San Pietroburgo; ne La grande Russia portatile (Salani Editore, 2018), invece, il viaggio si stende nel tempo più che nello spazio e nella dimensione russa che, appunto, Nori conosce meglio di e come pochissimi altri, quella letteraria []

(Leggete la recensione completa de La grande Russia portatile cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)