Auguri, Anna!

Buon compleanno, signora Annelies! Oggi compie 90 anni ma ne dimostra sempre 15, per come la sua presenza sia ancora così vitale e le sue idee tanto illuminanti! Ed è bello sapere che sarà così anche in futuro, anche tra 50 o 100 o magari 1.000 anni, quando tutto al mondo sarà diverso e speriamo in meglio: nel caso, sarà anche per merito suo, dacché pure allora lei resterà sempre la ragazzina vivace e arguta d’un tempo e in quanto tale capace di rendere altrettanto vivace e arguto chiunque avrà la fortuna di conoscerla.

Auguri di cuore ancora!

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E la “Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali”?

Con tutto l’assoluto rispetto per le motivazioni e le cause a favore delle quali vengono indette, e condividendone nel principio e soprattutto nella sostanza i valori, vorrei proporre la promulgazione della Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali. Sì, perché alla fine c’è sul serio il rischio che le necessarie e fondamentali attenzioni che tali eventi intendono sollecitare nei confronti delle proprie cause si concentrino nelle relative date, e nei giorni d’intorno, e poi svaniscano nell’oblio della noncuranza e della superficialità che dominano le opinioni pubbliche un po’ ovunque fino all’anno successivo, quando la pur nobile (ribadisco) tiritera riparte, le luci si riaccendono e poi di nuovo si rispendono inesorabilmente.

E poi questi assembramenti di Giornate-Mondiali-di-Qualcosa, accidenti! Per dire: ieri, 21 marzo, era: la Giornata internazionale delle Foreste, la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, la Giornata mondiale della pace interiore, la Giornata mondiale della Poesia, la Giornata mondiale della Sindrome di Down nonché, dulcis in fundo (è proprio il caso di dirlo), la Giornata Mondiale del Tiramusù! Per la cronaca, c’è, un sito web che fa da diario e calendario per tutte queste “Giornate”, fate clic qui.

Insomma: tante nobilissimi cause (be’, a parte l’ultima, almeno nei principi) ammassate in un’unica data che, convenzionalmente, segna l’inizio della primavera – suppongo sia questo il motivo di siffatta calca celebrativa. Ecco, mi pare un non indifferente ingarbugliamento (cronologico e tematico) che, appunto, toglie evidenza e valore non tanto alle “Giornate” quanto alle motivazioni e agli scopi mirati. Posto che domani, poi, ci saranno altre celebrazioni giornaliere e ulteriori cause di cui dire e disquisire, dopodomani altre ancora e così via. Qualche “buco” nel calendario c’è, a dire il vero, ma temo non resterà libero a lungo, vista la quantità di cause importanti da mettere in luce che questo nostro mondo contemporaneo presenta. Senza contare che poi, a qualcuno, la cosa sfugge di mano: date un po’ un occhio qui.

Dunque, appunto, chiedo che venga indetta la Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali. E se nessuno appoggerà tale mia richiesta, state certi che indirò la Giornata Mondiale di quelli che non vengono ascoltati nel chiedere di non celebrare più Giornate Mondiali. Ecco.

Perché, ribadisco pure questo, certe questioni vanno considerate, riflettute, dibattute e magari risolte sempre, finché la relativa problematica non venga eliminata o finché la considerazione diffusa al riguardo non sia finalmente adeguata al loro valore. In fondo non è un caso che ad esempio non esista, nel modo in cui ne esistono tante altre, la “Giornata Mondiale del Calcio” (dacché quella indetta nel giorno 4 di maggio dalla FIFA in verità rappresenta soprattutto un omaggio al “Grande Torino” perito nell’incidente aereo di Superga del 4 maggio 1949). D’altro canto, appunto, sarebbe bello che la stessa attenzione rivolta al calcio (per continuare con lo stesso esempio) fosse rivolta – dai media in primis – alla Sindrome di Down, alla discriminazione razziale o (per dire di un’altra celebre “Giornata”) alla violenza sulle donne, e con la stessa frequenza durante tutto l’anno, non soltanto in un’unica giornata. No?

(In testa al post: vignetta di Cinzia Poli, tratta da qui.)

Giordano Conti, “Nel paese delle grotte. Viaggio in Slovenia”

Se si osserva la posizione della Slovenia su una carta geografica o, meglio, geopolitica, ci si rende conto di come il piccolo stato ex jugoslavo rappresenti una sorta di ponte, o di “connettore”, tra tre culture parecchio diverse: quella italiana e mediterranea, quella mitteleuropea e quella slava. È una posizione che trova ben pochi altri riscontri, nel continente europeo, e per questo risulta assai emblematica anche in forza della storia recente del paese e di questa parte di Europa ex comunista e ultimo campo di battaglia sul continente (anche se il grosso del conflitto jugoslavo fece i peggiori danni altrove), e che dunque rende la Slovenia un posto senza dubbio interessante e intrigante da conoscere.

Se poi un tale viaggio avviene a bordo di una Lambretta  modello 125 Special del 1966, ovvio che il fascino dello stesso – e, in fondo, pure dei luoghi attraversati – si accresca ancor di più. Giordano Conti, docente di “Progettazione Ambientale” alla Facoltà di Architettura dell’Università di Bologna e autore di numerosi saggi in tema di recupero edilizio e ambientale, ha deciso di esplorare da par suo la Slovenia proprio in questo modo tanto vintage (direbbero molti), e il resoconto che ne è scaturito è Nel paese delle grotte. Viaggio in Slovenia, ennesimo tassello “geonarrativo” della prestigiosa collana dei Cahiers di Viaggio di Historica []

Giordano Conti

(Leggete la recensione completa di Nel paese delle grotte. Viaggio in Slovenia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Flaiano semper docet!

Tornare a leggere il grandissimo Ennio Flaiano (lo sto facendo con il suo Diario Notturno, come forse avrete notato) in questo particolare periodo per il paese – periodo di campagne elettorali e votazioni imminenti, nel quale l’Italia riesce sempre (e sempre più) a dare il peggio di sé – è veramente significativo. Non solo ci si rende nuovamente e inequivocabilmente conto di come la situazione politica in Italia è sempre più grave ma sempre meno seria (Flaiano scrisse quel suo famoso aforisma nel Taccuino del 1954!), anzi: ci si capacità del fatto che non c’è alcuna via di salvezza, da essa. Almeno per chi o cosa continui a esserne sottoposto, per necessità o (peggio) per scelta. Semmai, come già dissi qui, l’unica possibilità di salvezza è dalla parte opposta. Totalmente opposta.

“Anna Frank chi?”

Ma veramente c’è qualcuno capace di credere che dalla questione “ultrà/Anna Frank” ne uscirà una maggiore consapevolezza nazional-popolare verso certe meschinità in salsa antisemita (ovvero nazista o fascista ovvero comunista o stalinista, non è questo che conta e nemmeno conta il calcio e gli stadi, strumenti più che fonti della parte più escrementizia della GGente comune) e che finalmente la cosiddetta società civile saprà porre un freno a tali così biechi fenomeni con punizioni esemplari che ne infine provochino l’estinzione?

Povero illuso, quello, nel caso esista veramente! – ed esiste, lo so bene.

Il problema non è che tali fatti siano così frequenti da diventare ormai “normalità”, semmai che la normalità dell’italica “società civile” (virgolette quanto mai necessarie) li permetta senza batter ciglio (lasciamo stare le grottesche manfrine di queste ore che sono come polvere al vento, lo asserisce con encomiabile schiettezza Alessandro Piperno qui), come fossero dei classici “effetti collaterali” che ci possono essere e quando accadono amen! – “sono ragazzate”, “roba da tifosi scalmanati”, “opera di solo pochi teppisti” e domani è un altro giorno con in tavola serviti gli ennesimi piatti di tarallucci e vino. Perché domani o poco dopo, statene certi, di Anna Frank, del suo diario letto in campo come fosse un annuncio pubblicitario in mezzo a urla e schiamazzi, delle deposizioni corone di fiori più o meno “sceneggiate” e di quanto la (sempre tra virgolette) “società civile” italiana sia in sue ampie parti palesemente xenofoba e razzista – o geneticamente fascista, come sosteneva Giorgio Boccanon fregherà più nulla a nessuno o quasi. Nuovamente i potenziali anticorpi di civiltà e cultura saranno fagocitati dalla preponderante massa tumoral-sociale che sta debilitando sempre più la parte sana del paese e tutto sarà come prima, bell’e pronto per una nuova, ennesima dimostrazione di barbarie. Anzi no: non sarà come prima, sarà peggio di prima, perché una tale situazione di degrado culturale profondo non può che avvicinare sempre più il paese all’orlo del baratro finale. Meritatissimo, peraltro.

A meno di usare contro la suddetta massa tumoral-sociale gli stessi drastici mezzi – ovvero quelli dei suoi riferimenti “storico-culturali” – che essa invoca nei confronti dei suoi nemici, ecco. A costo di sentirsi epitetare degli stessi “titoli” di cui quella massa si fregia ma, come si usa dire (e qui, per me, parafrasare), occhio per occhio, merda per merda.