“Anna Frank chi?”

Ma veramente c’è qualcuno capace di credere che dalla questione “ultrà/Anna Frank” ne uscirà una maggiore consapevolezza nazional-popolare verso certe meschinità in salsa antisemita (ovvero nazista o fascista ovvero comunista o stalinista, non è questo che conta e nemmeno conta il calcio e gli stadi, strumenti più che fonti della parte più escrementizia della GGente comune) e che finalmente la cosiddetta società civile saprà porre un freno a tali così biechi fenomeni con punizioni esemplari che ne infine provochino l’estinzione?

Povero illuso, quello, nel caso esista veramente! – ed esiste, lo so bene.

Il problema non è che tali fatti siano così frequenti da diventare ormai “normalità”, semmai che la normalità dell’italica “società civile” (virgolette quanto mai necessarie) li permetta senza batter ciglio (lasciamo stare le grottesche manfrine di queste ore che sono come polvere al vento, lo asserisce con encomiabile schiettezza Alessandro Piperno qui), come fossero dei classici “effetti collaterali” che ci possono essere e quando accadono amen! – “sono ragazzate”, “roba da tifosi scalmanati”, “opera di solo pochi teppisti” e domani è un altro giorno con in tavola serviti gli ennesimi piatti di tarallucci e vino. Perché domani o poco dopo, statene certi, di Anna Frank, del suo diario letto in campo come fosse un annuncio pubblicitario in mezzo a urla e schiamazzi, delle deposizioni corone di fiori più o meno “sceneggiate” e di quanto la (sempre tra virgolette) “società civile” italiana sia in sue ampie parti palesemente xenofoba e razzista – o geneticamente fascista, come sosteneva Giorgio Boccanon fregherà più nulla a nessuno o quasi. Nuovamente i potenziali anticorpi di civiltà e cultura saranno fagocitati dalla preponderante massa tumoral-sociale che sta debilitando sempre più la parte sana del paese e tutto sarà come prima, bell’e pronto per una nuova, ennesima dimostrazione di barbarie. Anzi no: non sarà come prima, sarà peggio di prima, perché una tale situazione di degrado culturale profondo non può che avvicinare sempre più il paese all’orlo del baratro finale. Meritatissimo, peraltro.

A meno di usare contro la suddetta massa tumoral-sociale gli stessi drastici mezzi – ovvero quelli dei suoi riferimenti “storico-culturali” – che essa invoca nei confronti dei suoi nemici, ecco. A costo di sentirsi epitetare degli stessi “titoli” di cui quella massa si fregia ma, come si usa dire (e qui, per me, parafrasare), occhio per occhio, merda per merda.

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Anna Frank è qui, sempre

Ingresso dell’Anne Frank Zentrum, Berlino (https://www.berlin.de/it/musei/3108938-3104087-anne-frank-zentrum.it.html)

C’è negli uomini un impulso alla distruzione, alla strage, all’assassinio, alla furia, e fino a quando tutta l’umanità, senza eccezioni, non avrà subíto una grande metamorfosi, la guerra imperverserà: tutto ciò che è stato ricostruito o coltivato sarà distrutto e rovinato di nuovo; e si dovrà ricominciare da capo.

(Anna FrankIl diario di Anna Frank, XV ediz., Mondadori 1966, traduzione di Arrigo Vita, pag.199.)

Banale oggi pubblicare una citazione di Anna Frank? Probabilmente sì. Facile, prevedibile, ovvio, senza dubbio.
O forse, “banalità” è pensare che non sia il caso di pubblicarla sempre, cioè che Anna Frank non sia sempre ben presente tra di noi e particolarmente oggi, quando certe dimostrazioni di infame ignoranza, per mera superficialità diffusa, vengono facilmente scambiate per “cose banali” perpetrandone in tal modo la malvagità, immateriale e latente solo all’apparenza. Quella che ci costringe ogni volta a ricominciare da capo, nell’inesorabile illusione che sia l’ultima.

Di contro, è ancora più facile – ancorché comprensibile – oggi scrivere “siamo tutti Anna Frank”. No, non siamo affatto Anna Frank. Molto di più, siamo tutti quei trogloditi travestiti da tifosi di calcio (e di quale squadra proprio non importa, tanto meno se sia sportiva o che altro) dacché, se la “società civile” di cui con loro facciamo parte non riesce ancora a non contemplare tali manifestazioni di meschina barbarie, la colpa è inevitabilmente di tutti. Nessuno escluso.

“Nel cuore della Svizzera”… a Lecco! Venerdì prossimo 17/03 il mio ultimo libro (e il suo autore) al “Cafè Blondel”!

Quando la “meta” è il viaggio, e il “viaggio” un libro – che non è solo un libro di viaggio ma molto, molto altro, su una città che non è solo una città… Venerdì 17 marzo, alle ore 18.00, sarò ospite di Cafè Blondel, bellissimo e accogliente caffè letterario di Lecco, per “partire” con chi sarà presente in un intrigante viaggio letterario alla scoperta di Lucerna e del mio ultimo libro Lucerna, il cuore della Svizzera, tra narrazioni, letture, visioni, emozioni, stupori… Cliccate qui per saperne di più e… non mancate: vi farò scoprire una meta inaspettata e incredibilmente ricca di suggestioni attraverso un viaggio che non ci porterà solo a Lucerna, ma in tanti altri e impensati luoghi. Insomma, un viaggio che vi sorprenderà, anche perché…

Viaggiare per partire, partire per arrivare e fermarsi e poi rimettersi in viaggio. Il viaggio è la meta solo se vi è una meta verso cui viaggiare, che poi la si raggiunga o meno. Io l’ho raggiunta, e la raggiungerò ancora – ritornare per ritornare, appunto: e ritornerò. Lucerna è ormai l’inevitabile meta, lo so per certo, di tanti miei viaggi futuri, e allo stesso modo farà dei miei viaggi una meta. La fine di un viaggio come il principio del ritorno – che sia domani, tra un anno o tra dieci: veramente il tempo diventa relativo, qui, e sottoposto allo spazio, viceversa di quanto postulato dalla fisica. Ciò anche perché è un viaggio – forse dovrei dire un viaggiare, come pratica vitale sistematica – che ogni volta inizia esattamente dal primo passo fatto nella direziona opposta.

Venerdì prossimo, 17 marzo, ore 18.30, Cafè Blondel, Lecco: save the date e non mancate!

Solo un quadernetto per appunti?

ads5245_csw_rlSe c’è una cosa affine al libro per la quale trovo altrettanto meritati i soldi spesi per acquistarla, è un quaderno per scrivere. Dei più semplici, non importa che sia di qualche marca in voga o che altro: qualche foglio di carta rilegato, magari in un formato comodo, da tasca, così da poterlo avere sempre con sé, per scriverci qualsiasi cosa ci frulli per la mente. Appunti, idee, intuizioni, dubbi da dirimere, ricordi da tener presenti, nomi di cose e persone interessanti, follie varie e assortite… qualsiasi cosa, ribadisco, ma scritta a mano su carta.

A parte il triste fatto che, nel nostro mondo webizzato e tastierizzato in modo più o meno touch (niente di male, per carità, anzi!), ci stiamo dimenticando come si fa a scrivere a mano e la bellezza di questo gesto tanto antico eppure così preziosamente antropologico e profondamente culturale… inoltre, avere la possibilità di appuntarsi qualche cosa di interessante che si è visto o che è comparso in testa, facendo di ciò un’abitudine consapevole, sia un appunto più o meno utile, più o meno profondo o che altro, è come rendere un po’ più chiara, più determinata la vita che stiamo vivendo, è come mettere agli atti qualche suo elemento più importante di altri, è – prendendo come senza dubbio condivisibile ciò che tanti dicono della lettura in quanto sfogo ovvero fuga dal mondo ordinario quotidiano e dalle sue incombenze spesso grevi – come avere l’opportunità di tracciare da soli la strada da seguire per quella nostra fuga, o almeno di mettere per iscritto alcune delle deviazioni intraprese, ecco.
Eppoi, ogni tanto è bene fissare la memoria delle cose su un supporto reale e fisico, non affidare sempre tutto alle memorie virtuali, meravigliose, comodissime, utilissime ma a volte – paradossalmente – così tanto al punto da diventare causa prima della dimenticanza e dell’oblio!

Jules Renard sosteneva che “Si dovrebbe scrivere come si respira. Un respiro armonioso, con le sue lentezze e i suoi ritmi all’improvviso affrettati, un respiro naturale, ecco, il simbolo del bello stile.” Io, più semplicemente e certo senza proporre un personale indegno paragone con lo scrittore francese, sostengo che si dovrebbe scrivere come si deve respirare. Un qualcosa di naturale, di spontaneo, di umano. Una forma semplice di intelligenza assoluta. E non importa cosa o quanto si scriva, lo ribadisco: bastano poche parole, qualche appunto, una traccia scritta. In fondo, è un segno della nostra presenza attiva nel mondo, anche quando essa resti confinata alla nostra mera personale conoscenza. Una traccia su un foglio di carta che, nel suo piccolo e significativo percorso alfabetico, può riprodurre almeno in parte la traccia della nostra vita, rendendola anche più importante di quanto non sia, più di valore. Anche su un quadernetto acquistato per poco o niente.

David Sedaris, “Mi raccomando: tutti vestiti bene”

cop_mi raccomandoE’ ormai luogo comune sostenere che sovente la realtà supera la fantasia, e che le storie inventate e all’apparenza impossibili che si possono leggere nei romanzi vengono spesso superate, se non doppiate, dalle circostanze della realtà di questo nostro bizzarro mondo sul quale stiamo. Vero, senza dubbio: le cronache quotidiane ci presentano e raccontano fatti che solo il miglior romanziere saprebbe inventarsi e narrare ovvero, di contro, che senza alcuno sforzo chiunque potrebbe mettere per iscritto e ricavarne un romanzo – in fondo è ciò che fa ormai per “regola di marketing” la TV, coi suoi tanti programmi di spettacolarizzazione dei fatti di cronaca più disparati, reality e docu-fiction spesso di infima qualità
E invece la realtà ordinaria? Quella fatta da tutte le piccole, minime, insignificanti azioni quotidiane, comuni a buona parte degli essere umani sul pianeta, dai soliti gesti, le solite parole, i più ordinari e “classici” luoghi comuni – questi sì, tali da un sacco di tempo – quella che, insomma, è la vita di tutti i giorni e di tutti (o quasi) noi? Qui si possono trovare spunti letterari? Verrebbe da rispondere di no, e con piglio piuttosto deciso. Cosa potrebbe accadere nella vita quotidiana ordinaria che uno scrittore nemmeno tanto creativo non potrebbe facilmente inventarsi?
Ecco: qui – e lo affermo subito – sta la dote principale di David Sedaris, autore americano ritenuto da molti “il miglior umorista americano vivente” che, bisogna ammetterlo, in questo Mi raccomando: tutti vestiti bene (Mondadori, 2006, traduzione del solito bravo Matteo Colombo; orig. Dress you family in corduroy and denim, 2004) offre al lettore una bella prova a sostegno di tale impegnativa definizione…

Leggete la recensione completa di Mi raccomando: tutti vestiti bene cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!