Se gli alberi parlassero, cosa direbbero all’uomo?

Sempre a proposito di genere umano e Natura… sono state anche registrate ulteriori prove scientifiche su come le piante respirino, reagiscano agli stimoli esterni, parlino, comunichino tra di loro, ascoltino il mondo che hanno intorno e inviino ad esso messaggi in molteplici modi, ovviamente del tutto differenti dai nostri e sovente alquanto fenomenali.

La cosa mi fa venire in mente le parole di un grande personaggio che con boschi e alberi aveva una relazione autentica e speciale, Mario Rigoni Stern, il quale disse che

Il bosco è vivo, noi consideriamo gli alberi come oggetti che non sentono, invece sono sensibili, gli alberi. Addirittura si è scoperto recentemente che si consociano tra di loro per aiutarsi a vicenda e si scambiano alimenti attraverso le radici.

(Carlo Mazzacurati, Marco Paolini, Dialoghi in Ritratti. Mario Rigoni Stern, Fandango Libri, Roma 2006, pag.65.)

…dimostrando di sapere già anni prima, grazie a quella sua armoniosa relazione “silvestre” – e parimenti a chiunque sappia formulare una particolare e percettiva sensibilità verso l’ambiente naturale grazie a un’altrettanto particolare forma mentis culturale -, quello che poi la scienza sta confermando col tempo.

Delle recenti scoperte ne parla in questo articolo dell’Agi il giornalista scientifico Renato Reggiani, chiedendosi in chiusura alla sua dissertazione quando arriverà «il primo traduttore universale per il linguaggio delle piante». Ecco, non so quanto possa essere conveniente per l’“Homo Sapiens” (virgolette inevitabili) poter capire quello che le piante ci potrebbero dire. Temo che la razza umana, i cui membri fanno una gran fatica a parlarsi e capirsi persino tra di loro, per sua gran parte verrebbe coperta da insulti e infine non capirebbe nulla di tutto ciò che di virtuoso le piante potrebbero comunicare. Con questo dimostrando una volta ancora che l’aggettivo di quella definizione tassonomica, “Sapiens”, è in molti casi del tutto pretenzioso e ingiustificato. Purtroppo, già.

Fretta leggendaria

Leggendario era il modo dei Mohicani di orientarsi nelle più intricate foreste, anche al buio. Del resto non molti anni fa un pellerossa di Springs, Steve Talkhouse, a un bianco in automobile che gli offriva un passaggio, rispose «No, grazie, vado di fretta»; intendendo che, lungo sentieri attraverso boschi e campi che solo l’indiano riconosce, era sicuro di arrivare a destinazione prima dell’automobilista.

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.77-78.)

Luna piena

[Foto di Florian Kurz da Pixabay]
Certe notti di Luna piena, da me, sono talmente luminose e chiare – come quella di ieri sera durante la quotidiana camminata con Loki, agevolata da un cielo limpido e stellato al punto da non aver alcun bisogno di luce artificiale – che appena fuori le ombre degli alberi, negli spazi campestri aperti tra le zone di bosco illuminati da una luce azzurrina avvolgente e intima che disegna le forme ma sfuma leggermente i contorni quasi come in un paesaggio dipinto ad acquerello, non è raro individuare la sagoma e il passo leggero di una volpe che si muove nei campi da un’ombra all’altra in cerca di prede e persino incrociare il suo sguardo, osservandola fermarsi e guardare fissamente verso di voi per studiarvi meglio. In quella luce lunare così delicata che tutto avvolge e armonizza, si compie pure il prodigio di non far fuggire quella volpe curiosa, perché col chiarore diffuso riesce a guardarvi negli occhi e a capire che no, voi, lì, non siete e non sarete ostili con lei e nemmeno quel suo simile peloso che avete accanto, d’altro canto a sua volta sorpreso dall’incontro inatteso e intento a osservare la scena.

Allora, sempre con grande tranquillità, la volpe si guarderà intorno, poi getterà per qualche attimo un ultimo sguardo verso di voi e infine riprenderà il suo trotterellare di caccia, sparendo in breve dentro un’altra macchia boscosa sul limitare del prato e lasciandovi ammaliati dall’aver goduto di una così rara e preziosa opportunità.

 

La pioggia

(Immagine tratta da https://pixabay.com/it/.)

Ribadisco (dacché l’ho già detto altre volte, qui): trovo che la pioggia sia bellissima.
Niente affatto triste, malinconica, deprimente – sono cose che può pensare solo chi le genera e le ha già nell’animo, a prescindere dalle condizioni meteo – e giammai fastidiosa, se non per le mammolette.
Lo è, bellissima, perché dopo tornerà il sereno e, quando di sereno ne ha fatto fin troppo, è bello vedere che si mette a piovere. D’altro canto, il ritorno del cielo sereno è ancor più gradevole dopo la pioggia, no?
Ecco.

Primo giorno d’autunno

(Photo credit: Murray Foubister – https://www.flickr.com/photos/mfoubister/15103087623/, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=51743515)

Sto già leggendo sui social non pochi commenti di gente che si dice “depressa” perché oggi è il primo giorno di autunno, e magari dalle loro parti c’è pure brutto tempo.

Be’, devo dire che leggere di questa gente depressa per un momento dell’anno che in verità è tra i più belli, luminosi e ricchi di vitalità che ci siano (basta aprire gli occhi, la mente e il cuore per vederli, lasciando stare i soliti idioti luoghi comuni sulle foglie che cadono eccetera), è veramente deprimente. Ecco.