Montagne “valorizzate”, cioè degradate

Come anticipavo nel post dello scorso 30 dicembre, voglio tornare ad approfondire l’emblematica questione relativa a certe opere a fini presuntamente turistici piazzate in luoghi di particolare pregio ambientale e paesaggistico, questione dalla quale sorgono spontaneamente domande che non si possono evitare, se realmente si tiene a quei luoghi e al loro grande valore.

La prima e principale di queste domande è: ma la montagna, ambito unanimemente riconosciuto come fonte di bellezza e di fascino naturali – a prescindere che la si frequenti o meno – veramente deve avere bisogno di manufatti ludici così simili a giostre per adulti come panchinone giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche, certi impianti di risalita o quant’altro di simile affinché quella sua bellezza possa essere riconosciuta? Cioè, senza questi manufatti non si è in grado di riconoscere quant’è bella la montagna e apprezzarne il fascino? Veramente senza quelle cose non si sale sui monti per goderne lo spettacolo, veramente sono necessarie per portarci così tante persone?

Ma se la bellezza delle montagne così evidente da diventare metro di paragone nell’immaginario estetico condiviso da tutti non viene riconosciuta, il problema non è certo delle montagne ma di chi non le sa riconoscere! E dunque perché bisogna imporre ai territori montani quelle opere quasi sempre decontestuali, banalizzanti, impattanti, tanto più che di frequente vengono piazzate in luoghi particolarmente ameni tanto quanto preziosi e delicati, se la colpa non è loro? Se io non sono in grado di riconoscere il valore artistico di un capolavoro riconosciuto di Raffaello (un nome tra tanti), è forse colpa del quadro? E quindi bisogna modificarlo affinché diventi più “comprensibile” a quelli come me?

Capite bene, dunque, che tutti quei manufatti ludico-turistici con i quali si pretende di “valorizzare” la montagna in realtà la degradano sotto ogni punto di vista. Parimenti capirete bene che il problema non è nella montagna ma è in chi la frequenta senza saper maturare una consona consapevolezza culturale circa il valore del luogo e circa la sua autentica bellezza, nonché verso la fortuna e il godimento dello starci generando di conseguenza una relazione genuina con esso, non imposta da qualcuno e mediata da qualcosa. Come se molte persone senza panchinone giganti o altre simili “amenità” non siano in grado di poter apprezzare la montagna, come se fossero talmente “stupide” da non saper fare ciò. Cosa che mi rifiuto totalmente di poter sostenere, nonostante tutto.

D’altro canto, c’è assolutamente bisogno di sovvertire quanto prima certi immaginari turistici così profondamente deleteri e pericolosi, certe idee di fruizione dei territori montani totalmente basate sul più bieco marketing, su slogan privi di qualsiasi rispetto per i monti e certi modus operandi della politica locale che pur di ottenere tornaconti più o meno elettorali accetta di svendere le proprie montagne come fossero beni di consumo da ipermercato, creando dove ciò succede dei “non luoghi” quando ovunque la montagna è luogo nel senso più pieno e potente del termine. Ove questo accade, e si è tanto scellerati da farlo accadere e da non capire il danno che si sta perpetrando, è mille volte meglio che in un “non luogo montano” del genere – lo dico molto rudemente ma francamente – nessuno più di non capisce ci possa andare. A tal punto è molto meglio il silenzio, il vuoto, i soli suoni naturali, il “nulla” che in realtà è il “tutto” che certuni non sanno più riconoscere, la piena bellezza che così non viene più identificata.

Dove invece si capisce quanto sia fondamentale ricostruire un’autentica relazione consapevole con le montagne, e su tale base ineluttabile si costruisca una frequentazione di esse del tutto armonica ai loro territori e ai relativi meravigliosi paesaggi, ben venga chiunque: tutto comporrà quella bellezza inestimabile che la montagna sa naturalmente offrire e che rappresenta il presente più appagante da vivere e il futuro migliore da costruire, per i monti e per tutti noi.

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Una clava a forma di panchina gigante

Come ha fatto l’amico Pietro Lacasella sulla sua pagina Facebook “Alto-rilievo / Voci di montagna”, anch’io qui sopra ripubblico quel suo intervento di un anno fa sulle “panchine giganti” (o Big Bench) che, come ha scritto Pietro, ha dato il via a un dibattito molto interessante, durato diverse settimane e dal quale sono emersi pareri per gran parte avversi al fenomeno delle panchinone. A mia volta ho più volte rimarcato (vedi qui un elenco parziale dei miei scritti sul tema) la personale netta opposizione a questi manufatti, sorta di giostre per adulti che vengono imposte a luoghi particolarmente ameni con la scusa di valorizzarli ma in verità banalizzandoli e per molti versi degradandoli, diffondendo quella rozza incultura da “luna park alpino” che sta generando non pochi danni sulle nostre montagne, in primis mercificando la loro bellezza e il valore culturale del loro ambiente a “vantaggio” del turismo massificato nonché, ovviamente, di chi le promuove pensando di ricavarci propri tornaconti. E se le panchine giganti rappresentano orridi “sintomi” del più banale e fugace costume turistico destinati a diventare rapidamente nuovi rottami purtroppo deturpanti le montagne (ma spero che vi sarà chi provvederà alla loro rimozione, nel caso), visto l’andazzo ovvero la forma mentis alla base dell’azione di certe amministrazioni pubbliche di località turistiche, c’è da temere che qualcosa di ancor peggiore andrà a sostituirli, nel becero tentativo di scavare sul fondo del barile turistico oltre ogni limite di decenza ambientale e culturale.

Ecco, questo è il punto: è una questione culturale, di immaginario diffuso deviato che deve essere “raddrizzato”, di cultura e di consapevolezza civica verso le montagne che vanno ripristinate, allontanandole nettamente da un certo bieco marketing turistico tanto allettante quanto perverso e pericoloso. C’è bisogno di più cura, di più sensibilità e di attenzione maggiore verso la bellezza delle montagne, predisposizioni culturali che peraltro consentono a chiunque di vivere in maniera ben più profonda, completa e certamente molto più gratificante la frequentazione turistica dei monti. Panchine giganti e altre opere similari regalano divertimenti superficiali effimeri, proprio come quelli di un parco giochi, producendo fin da subito un distacco culturale dei visitatori dal luogo e dunque, paradossalmente ma solo all’apparenza, il disimpegno e il disinteresse verso di esso. Vengono imposte come attrazioni turistiche che sviluppano il luogo nel quale vengono installate quando invece ne avviano o contribuiscono ad accelerarne il declino.

Visto che siamo a fine 2022, c’è veramente da augurarci che il prossimo futuro, a partire dall’anno che sta cominciando, veda concretizzarsi quel mio presagio sul rapido passaggio della “moda” che ha provocato la diffusione delle panchinone e al contempo che sempre più frequentatori delle montagne e degli ambienti naturali si rendano conto che non sono e non saranno tali manufatti ad assicurare un buon futuro ai territori montani, alle loro comunità e a chiunque ci vada, per viverci o per divertirsi ma saranno le più autentiche economie sociali non più meramente turistiche, relazionate e contestuali ai luoghi e alle loro peculiarità, a poter costruire il miglior futuro delle montagne. Certo sembra più facile e rapido piazzare qui e là delle panchinone colorate e sperare che attirino turisti, d’altro canto è sempre più facile distruggere che costruire. Per fare la seconda cosa ci vogliono intelligenza, competenza e lungimiranza, per fare la prima basta una clava. Anche a forma di panchinona, già.

N.B.: tornerò a breve sul tema con altre riflessioni, spero interessanti e proficue al dibattito.

Una legge sulla montagna? Sicuri?

L’ho sentita ieri, nelle news di qualche radio mentre ero in auto, la notizia riguardante le dichiarazioni di tal ministro per gli affari regionali e le autonomie (?) del governo italiano in carica, il quale (citato ad esempio in questo articolo) ha detto che

L’appuntamento per la Giornata internazionale della Montagna ci ha fornito l’occasione per ribadire un concetto fondamentale: l’impegno per questi territori deve tradursi in interventi strutturali e perfettamente su misura, visto che la montagna è un contesto ricco di opportunità e non una zona di marginalità. Da parte mia ribadisco l’impegno a presentare una legge sulla montagna che sia di iniziativa governativa, con l’obiettivo di garantire un iter parlamentare che possa giungere a positiva conclusione.

Ah, ma guarda, la famosa e fantasmatica “legge sulla montagna” della quale si sente parlare da tempo senza vedere nulla di concreto! Che sia la volta buona? – mi chiedo. Che sul serio si mettano in atto interventi strutturali e non incidentalmente raffazzonati «nell’ottica di favorire lo sviluppo sostenibile di questi territori»?

Approfondisco e leggo:

Abbiamo inoltre deciso di mettere in campo interventi concreti nell’interesse dei territori montani e dei cittadini che vi abitano, attraverso diverse iniziative. Stiamo lavorando per erogare rapidamente la quota parte statale di 15 milioni di euro del FONSMIT, con l’obiettivo di garantire 11 milioni per il sostegno in questo momento complicato agli impianti di risalita con innevamento artificiale e contemporaneamente investire 4 milioni nell’imprenditoria femminile a supporto di start-up innovative di quelle donne che muovono la montagna.

Ah, ecco. Mi sembrava strano.

Undici milioni di Euro per l’innevamento artificiale sono un intervento concreto nell’interesse dei territori montani e dei cittadini che vi abitano? E lo è anche prevedere una cifra quasi tre volte inferiore per sviluppare forme di economia femminile di montagna, un contentino (4 milioni sono il nulla per gli scopi annunciati) evidentemente obbligato dal tema della Giornata Internazionale della Montagna di quest’anno dedicato alle donne di montagna?

Questo non è solo analfabetismo funzional-istituzionale incrollabile come potrebbe essere il caso di chi a tali personaggi dà fiducia. In verità queste figure politiche capiscono benissimo cosa stanno facendo, e sanno perfettamente che la montagna non la stanno aiutando ma la stanno degradando, svilendo, distruggendo per ricavarne tornaconti per se stessi e per i loro sodali. E di tutto ciò ne vanno profondamente fieri.

Già. Poi certo, si dice sempre che “la speranza è l’ultima a morire” ma mi pare che, in questo contesto, si stiano già montando i paramenti per celebrarne il funerale. Piuttosto, chiunque ormai sa di non poter più dare fiducia ai suddetti personaggi (e fortunatamente il numero di quelli che non credono più ai loro ipocriti slogan aumenta sempre di più), che continui a promuovere, sostenere e lavorare per il bene autentico e il miglior futuro delle nostre montagne restandone ben distanti!

Marcello Marchesi, “Sette zie”

Una delle cose più belle e preziose che l’Italia abbia saputo “creare”, dal Novecento in poi, è stata quella mirabile schiera di autori letterari che in qualche modo è riuscita a salvare il paese e la sua cultura dalle cose invece più deplorevoli che hanno caratterizzato quel periodo. Tra di essi, se ne sono contraddistinti alcuni che, a fronte dell’evidente natura assai colta della loro produzione letteraria (declinate la definizione nei modi più vari), l’hanno immersa nell’ironia più potente e pungente, facendone un’indispensabile e acutissima “voce morale” del progresso socioculturale italiano del tempo e in generale l’espressione scritta di una visione trasversale acuta e illuminante della società nostrana. Ennio Flaiano, Achille Campanile, Giorgio Manganelli, Giovanni Guareschi, Leo Longanesi, Aldo Buzzi, Enrico Vaime… – inutile dire che l’elenco è lungo e assai pregiato: in esso entra con pieno diritto e grandi onori Marcello Marchesi, il quale seppe declinare la propria letteratura umoristica nei modi più diversi: come autore radiotelevisivo, pubblicitario, giornalista, sceneggiatore, paroliere musicale nonché, ovviamente, come scrittore.

Sette zie (Bompiani, 2001-2017, prefazione di Gianni Turchetta; 1a ediz. 1977) è uno dei suoi libri più famosi e dei pochi testi in forma di “romanzo” che abbia pubblicato. D’altro canto, definirlo così, come un “romanzo”, quantunque formalmente lo sia, è qualcosa che abbisogna di non pochi distinguo. Il libro racconta la storia di Amedeo, ragazzo milanese costretto a trasferirsi a Roma in casa di sette bizzarre zie una delle quali manca sempre all’appello e non si capisce perché, nel mentre cerca col tempo di scrivere un libro che tuttavia non gli riesce proprio di scrivere. Nel frattempo una seconda voce narrante racconta quanto accade a Amedeo offrendo una sorta di visione laterale delle sue vicissitudini, e verso la fine del romanzo una terza voce, assolutamente “non convenzionale”, entra a dire la sua, offrendo per qualche pagina una ulteriore narrazione della storia []

[Immagine di A.C. Marcello Marchesi, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa di Sette zie cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Gran Paradiso: i principi sull’elicottero, i princìpi a ramengo!

Leggiamo e sentiamo ormai costantemente sui media dichiarazioni e proclami a favore della salvaguardia dell’ambiente da parte delle istituzioni pubbliche, lo sapete bene: parole e definizioni come “sostenibilità”, “sviluppo sostenibile”, “green”, “difesa ambientale”, “impegno” eccetera, sono ormai vocabolario corrente nelle dichiarazioni suddette, al punto che verrebbe da credere che sul serio abbiano compreso la gravità della questione ambientale e climatica e si siano messe d’impegno al riguardo, quelle varie istituzioni.

Bene: la recente vicenda della Regione Valle d’Aosta che per «rinnovare l’impegno verso un futuro di sostenibilità e salvaguardia della natura» e darvi lustro mediatico accompagna sul Gran Paradiso il Principe Alberto II di Monaco trasportandolo fino a poco sotto la vetta con un elicottero, per giunta riservato al Soccorso Alpino (dunque pagato dai contribuenti), in territorio del Parco Nazionale e contravvenendo a qualsiasi regolamento vigente sui voli in tale ambito nonché ai pareri negativi del Corpo di Sorveglianza del Parco, per di più cercando goffamente di tenere nascosto il tutto, ovviamente non riuscendoci – racconta bene la vicenda Mountain Wilderness International, leggete qui – fa capire bene quale sia la reale predisposizione mentale e politica di quelle istituzioni nei riguardi della salvaguardia ambientale in relazione ai cambiamenti climatici. Cioè quanto realmente interessa alle istituzioni, questo tema.

«Per un solo volo d’elicottero! Cosa volete che sia?!» sosterrà qualcuno. Eh, in effetti perché non dare il buon esempio nella lotta all’alcolismo bevendo solo un paio di superalcolici invece che cinque o sei o dieci? Che saranno mai? Poi, be’, non c’è due senza tre, si sa, comunque fino a cinque li reggiamo bene, magari anche sei. O sette…

«Salvaguardia della natura»? Bla bla bla! (cit.)
«Impegno verso un futuro di sostenibilità»? Bla bla bla! (cit.)
«Innescare buone pratiche di mitigazione degli impatti negativi prodotti dall’uomo sull’ambiente»? Bla bla bla! (cit.)
Ecco.