“Luoghi in attesa”, giovedì 21/03, a Milano

Giovedì 21 marzo, alla Galleria HQ Mario Giusti di Milano, si inaugura Luoghi in Attesa, una mostra fotografica tanto intrigante quanto inedita concepita e realizzata da ALPES – già questa firma un sigillo per la mostra di certa e grande qualità, sia artistica che culturale.

“Luoghi in attesa”: luoghi in disuso, abbandonati, a volta vere e proprie rovine, bisognose di sguardi e di attenzione. Siti che spesso attraggono perché spiragli di un mondo che non si è ancora perduto, uno spazio che conserva ancora le memorie di un passato prossimo, la rappresentazione di una storia, sospesa tra presente e futuro. La loro storia non si spegne con l’abbandono e la distruzione: sono luoghi di interesse, stimolanti perché, pur non avendo più la loro destinazione d’origine, nel contempo non ne hanno ancora trovato una nuova.

Oggi questo tema ha una sempre crescente rilevanza e interesse, anche se a volte tale attenzione vira in sguardi fin troppo superficiali e banalizzanti. In verità, davanti a tali resti di epoche passate, ciò che risulta stimolante è che non abbiamo più la loro destinazione d’origine ma non ne abbiano comunque trovato una nuova. Rimangono così in uno stato semi-definito che permette di mantenere legami inattesi tra loro, formando reti inedite ed inattese, con un nuovo significato, per i valori (oggettivi) e le esigenze che rappresentano.

Nel momento in cui la rovina o i resti di strutture abbandonate riescono ad essere reinventati, allontanandosi dagli stereotipi di eco-mostri o di problemi od ancora di tipicità locali, si realizza quella convinzione per cui esiste, nel luogo ospitante, una cultura viva da inventare e non solamente da conservare: un proprio Genius Loci.

Un edificio lasciato andare, una rovina, un rudere, un casolare abbandonato rappresenta una storia non finita, sospesa tra presente e futuro, una traccia che ritrae anche il segno del tempo attuale e rivela come una grande contraddizione di un cosmo moderno oggi incapace di avere cura dei luoghi che ha in apparente sforzo ha faticosamente creato. I ruderi architettonici degradano allo stato di eterni cantieri che incontriamo sulla nostra strada.

La rassegna fotografica, a cura di Luciano Bolzoni, è il primo di tre atti dell’indagine promossa su questi luoghi da ALPES, che ha chiesto a quattro fotografi di interpretare con i loro scatti alcuni di questi luoghi (urbani e non), uno dei quali recuperato recentemente e ritornato a vivere, preparando un calendario di incontri e racconti durante le giornate della rassegna – dei quali incontri anche chi vi scrive sarà “protagonista”, in relazione a un luogo resiliente sul quale con ALPES si sta intessendo e strutturando un progetto di rinascita culturale e sociale. Ma al riguardo ne saprete di più, a breve.

Cliccate invece sulle immagini per saperne di più su Luoghi in Attesa. È una mostra assolutamente affascinante, per certi versi già una prima forma di “nuova vita” per luoghi abbandonati in fondo solo dalla considerazione diffusa e svagata imposta dal modus vivendi contemporaneo ma non certo dalla realtà, dalla storia, dalla geografia e dalle emozioni. Ovvero dal loro imperituro Genius Loci, appunto.

Visitatela, ne vale la pena.

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Visitando e raccontando le “cliniche dell’abbandono”… con Jussin Franchina questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 11 febbraio duemila19, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 9a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE, intitolata “Di altre cliniche dell’abbandono!

Ci sono, sono tanti, sono un po’ ovunque, ma spesso non li vediamo o da essi scansiamo lo sguardo, nella sensazione che la loro decadenza possa essere in qualche modo contagiosa. Eppure, se effettivamente l’oblio attanaglia i muri, le pareti, i fregi quando ve ne siano, le suppellettili all’interno e tutto il resto di materiale, la parte immateriale c’è ancora, rimane sempre, e spesso conserva “pezzi di umanità” di raro pregio e simbolicità. Sono i luoghi abbandonati, dei quali il nostro mondo massimamente antropizzato abbonda ma che sembrano buchi temporali, ambiti di sospensione dal tempo mentre tutt’intorno la vita continua a correre freneticamente. Ma c’è che qualcuno che ancora sa puntare lo sguardo verso di essi e “vederli”, sa riconoscerne la presenza, la storia, il retaggio umano. Ad esempio Jussin Franchina, scrittrice, ghostwriter, autrice letteraria “bergamasca ascendente veneta”, la quale sostiene che i luoghi abbandonati siano bellissimi proprio perché sfuggono ad ogni tentativo di imbrigliarli, e perché solo grazie allo stupore che puntualmente afferra chi ne varchi la soglia con la giusta sensibilità si può svelare e scoprire il loro contenuto di storie, di sensazioni, di umanità, di sogni svaniti, o forse non ancora del tutto. Jussin questi posti li definisce “le cliniche dell’abbandono”, e in questa puntata, dopo la precedente dello scorso anno, ci guiderà nuovamente alla scoperta di alcuni di essi, vicini a noi e particolarmente emblematici, in un cammino fatto di parole e musica affascinante, illuminante e vivace di quella vita “sospesa” ma ancora vibrante che in quei luoghi si conserva e aspetta solo di essere percepita.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 25 febbraio, sempre alle ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Per una “reiterata” cura dei luoghi abbandonati… lunedì 11/02 in RADIO THULE, su RCI Radio!

Nel nostro sempre più antropizzato, frenetico, svagato mondo contemporaneo, spesso vicino a noi, a volte ai margini delle nostre città e altre volte dentro di esse, ormai ignorati dai più ma in verità sempre ben visibili e presenti, ci sono alcuni posti bellissimi e disperanti che sfuggono ad ogni tentativo di imbrigliarli perché solo nello stupore che puntualmente afferra chi ne varchi la soglia consentono di sperimentare la particolare magia dell’abbandono. Nonostante il silenzio estremo, questi luoghi desueti sono posti intensamente empatici oltre che alquanto affascinanti, i cui muri raccontano – a chi li sappia ascoltare – infinite storie, emozioni, angosce, desideri e ricordi degli esseri umani che li hanno vissuti o che in qualsiasi modo vi ci sono correlati, generando da tutto ciò ulteriori storie, narrazioni, invenzioni, fantasie. Perché spesso in essi “abbandono” non significa assenza, semmai significa quiescenza, una condizione di sospensione nella quale tuttavia basta poco a riportarvi piena vita.

Questi posti qualcuno li ha chiamati, con una definizione suggestiva ed emblematica, “le cliniche dell’abbandono”: luoghi da curare, che hanno curato, che possono ancora farlo. Di essi andremo nuovamente alla scoperta, nella prossima puntata di RADIO THULE, lunedì 11 febbraio alle ore 21 live su RCI Radio, guidati da un ospite speciale che forse già conoscete o che intuirete ma, in caso contrario, che dovete scoprire e conoscere…

A breve ne saprete di più: save the date & stay tuned!

Claudio Ferrata, “La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano”

Credo che chiunque avrà presente il celeberrimo dipinto di René Magritte intitolato La Trahison des images, quello che raffigura una pipa e una sottostante didascalia che dice “Ceci n’est pas une pipe”, «questa non è una pipa». Con tale opera Magritte volle sottolineare la differenza tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione, sovente presente e pesante tanto quanto incompresa o ignorata: in effetti quella di Magritte non è una pipa ma un dipinto che ne raffigura una. L’equivoco pare banale ma, in verità, sottintende una profonda riflessione di natura semiologica circa la percezione umana della realtà, la relativa comunicazione e i suoi codici.

Bene: lo stesso principio potrebbe valere per la raffigurazione di un paesaggio sotto la quale si leggesse la didascalia «questo non è un paesaggio». In effetti, quello raffigurato su qualsivoglia supporto ovvero visibile direttamente in loco, nella realtà, da un eventuale visitatore, non sarebbe e non è un “paesaggio” ma un territorio con le sue forme geografiche naturali. Il paesaggio è semmai la percezione e l’interpretazione che possiamo ricavare dalla visione di quel territorio in base al nostro bagaglio culturale, alla relativa meditazione, alla sensibilità, al gusto, allo stato emotivo e ad altri elementi facenti parte della sfera personale di ciascuno. È una confusione assai comune e certamente bonaria nel parlato comune quotidiano, quella tra territorio e paesaggio, con il secondo termine utilizzato per intendere il primo elemento, ma diventa una distinzione fondamentale nell’analisi degli spazi antropizzati compiuta dalle scienze umane o dalle discipline che agiscono su tali spazi. Il paesaggio, si può dire, non esiste se non dentro di noi, e solo noi lo possiamo poi “poggiare” sul territorio con cui interagiamo e dal quale lo percepiamo, facendone il principale elemento di identità del luogo o, per dirla in modo più suggestivo, l’habitat del Genius Loci. D’altro canto, ciò comporta che il paesaggio sia una costruzione prima immateriale e poi sovente materiale (o indirettamente tale) che l’uomo applica al territorio, una sostanziale artificializzazione e una fonte per la territorializzazione di esso che da sempre – e in maniera crescente col crescere delle possibilità tecnologiche – hanno risposto a esigenze funzionali agli scopi umani più che alle possibili consonanze territoriali locali. In parole povere: l’uomo ha adattato i territori ai propri bisogni più o meno nobili più che adattare questi bisogni ai contesti territoriali in cui si sono manifestati, dunque con una costante “ignoranza” – ribadisco, non necessariamente negativa – del Genius Loci del posto e dunque della relazione antropologia naturale tra i territori e le genti che li abitavano.

Modello profondamente emblematico di tale artificializzazione e della profonda mutazione di un territorio in origine molto diverso è quello che è stato messo in atto dall’Ottocento in poi nella zona dei laghi prealpini del Nord Italia, in particolare di quelli a cavallo con il Canton Ticino in territorio svizzero. Un modello che viene analizzato da Claudio Ferrata, geografo e docente ticinese, in La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano (Edizioni Casagrande, 2008), corposo e completissimo saggio multidisciplinare – quantunque la sua base sia assolutamente e significativamente geografica – che analizza a fondo il periodo tra primo Ottocento e primo Novecento nel quale le rive dei laghi lombardo-ticinesi sono state letteralmente reinventate ex novo come nessuno (a parte i diretti interessati al tema) direbbe sia accaduto []

Claudio Ferrata

(Leggete la recensione completa di La fabbricazione del paesaggio dei laghi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)