Slow is beautiful

Strade da percorrere ad alta velocità, treni ad alta velocità, internet ultraveloce, cibo veloce (si chiama proprio fast food, no?), il tempo che pure lui corre (più) veloce, tutti di fretta, tutti di corsa, non c’è un istante da perdere… perché? Dove stiamo andando tutti quanti così di fretta? Per quale motivo corriamo così forsennatamente? Cosa stiamo facendo di così vitale e fondamentale per farlo?
Veramente crediamo che la lentezza sia un “male”? O meglio: veramente siamo riusciti a convincerci/ci siamo lasciati convincere che andare sempre il più veloce possibile sia la cosa più bella e giusta da fare? Siamo così stupidi, sul serio?

L’unica cosa di legittimamente veloce, qui, sarebbero le (ineluttabili) risposte a tutte queste domande, semmai.

Al di là della vita che scorre in fretta, tra ritardi e ore di punta, c’è il ritmo lento della Natura, con l’alternarsi dei cicli e le regole delle stagioni. La calma quotidianità che ogni giorno si ripete richiede impegno e fatica ma la collaborazione, la convivialità, la partecipazione e la condivisione dello sforzo conferiscono al tempo maggior valore. Un ritmo lento con il quale sincronizzarsi per vivere meglio.
Fuori dalla città, oltre il traffico e lo stress, il tempo non si ferma ma rallenta: proprio come raccontano le immagini di Slow is beautiful, il cortometraggio realizzato dal videoartist Vitùc, in cui si riscopre l’importanza di dare valore all’indispensabile invece di correre dietro al superfluo.
(Da un articolo tratto da La Rivista Culturale, l’originale è qui.)

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La polenta di mais (una storia un po’ vera e un po’ verosimile)

Ora vi racconto una breve storia, per la gran parte vera e per una piccola parte, se così posso dire, verosimile.

C’era una volta la polenta – ma proprio letteralmente, nel senso che c’era la polenta come una volta (cinquecento anni fa, suppergiù) la facevano: generalmente con farina di segale o di farro, cereali tipici delle zone rurali e montane. La gente di allora la mangiava e gli piaceva, anche perché non è che ci fosse granché d’altro di cui cibarsi, ai tempi. Quella c’era e quella andava bene, senza pensarci più di tanto.

Poi, un giorno (del XV secolo), dal Nuovo Continente detto “America” cominciò a giungere un’altra farina, mai vista prima: la farina di mais, o “granoturco”. Inizialmente tale novità passò quasi inosservata, anche perché si pensò che il mais servisse solo a divenire buon foraggio per gli animali e nulla più; per di più lo si poteva coltivare negli orti, esenti da canoni e decime quindi direttamente utilizzabile da chi lo coltivasse senza altri passaggi “politico-daziari”, ed era in grado di assicurare una produzione maggiore rispetto a quella dei cereali tradizionali. Si diffuse così assai rapidamente e ben presto qualcuno intuì che, soprattutto per la popolazione meno abbiente, il mais poteva rappresentare una risorsa alimentare assolutamente importante, se non vitale. Lo si macinò, se ne produsse farina di varia granatura e subito si comprese che quella farina poteva risultare adatta proprio a cucinare il piatto principale di tante comunità del tempo, la polenta: si provò a cucinarla e – sorpresa delle sorprese! – non solo se ne produceva molta di più rispetto a prima ma la polenta di mais, d’un bel colore giallo vivo, era pure molto più gustosa di quelle ottenute dalle farine rustiche tradizionali. Certo, le prime volte il sapore risultava diverso, strano, d’altro canto per secoli s’era gustata tutt’altra polenta e si sa, le abitudini consolidate è duro accantonarle, ma non ci voleva molto che il palato si concordasse con il “nuovo” sapore, anzi, che lo trovasse assolutamente buono, appunto.

«Apriti cielo! Qual sacrilegio si vuol porre in atto!» qualcuno sbottò. Ma come?! La “nostra” polenta la si cucina con segale o farro, tutt’al più con farina di castagne o di miglio! Come si può offendere tale secolare tradizione subendo l’invasione di quella bizzarra pianta esotica? Si difendano i “nostri” valori culinari, si diffidi da ogni farina immigrata, si fermi subito l’invasione! Prima le nostre farine! Quella polenta giallastra se la cucinino a casa loro!
Proteste varie e a volte veementi si levarono da più parti eppure, nonostante ciò, la farina “immigrata” di mais si diffuse in misura sempre maggiore: d’altro canto contribuiva parecchio a sfamare contadini e montanari, era molto buona e, con un minimo di buona sapienza culinaria (sovente frutto delle risorse e delle necessità quotidiane ovvero del più pragmatico buon senso), si poteva integrare bene e proficuamente con altre pietanze tipiche e tradizionali dei territori in questione – formaggi, selvaggina e carni varie, latte, patate e così via – affinandone sempre di più la prelibatezza.

Così, pur tra le grida dei vari detrattori, la polenta di mais divenne sempre di più un elemento fondamentale della dieta rurale alpina (e non solo), al punto che giunse il giorno in cui qualcuno in viaggio in terre lontane da quelle natie, alla domanda su quale pietanza fosse la più mangiata tra la sua gente, rispose senza esitazione: «La polenta!». Ed erano sempre di più, anno dopo anno, a rispondere in quel modo: ormai la polenta gialla non era più solo un cibo tra tanti altri, ma era diventata un vero e proprio simbolo identitario delle genti che se ne cibavano, distintivo nei confronti dei forestieri e accomunante verso gli altri abitanti dei territori similari e con affini saperi, capace di identificarli e indicarne a suo modo il proprio bagaglio culturale ed etno-antropologico così come diventando, la polenta stessa, una specie di carta d’identità gastronomica (ma non solo) di inconfondibile valore.

Insomma: da pietanza “invasiva” e “calpestante” le tradizioni e le identità originarie, a nuovo e forte simbolo identitario nonché altrettanto forte e strutturata tradizione culturale – nel senso più ampio del termine – dacché, come disse Oscar Wilde, la tradizione è un’innovazione ben riuscita. E la polenta lo fu, e lo è, alla massima potenza, al punto che oggi siamo in molti a difenderne il valore culturale e identitario tradizionale (sic et simpliciter), con tanta passione, nessun pericolo di ideologismi di sorta e un’antropologica golosità.

Ecco, fine della storia breve.

Nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità, o anche non per tutta la vita ma per un periodo di tempo molto lungo, è un’impresa rischiosa. Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro.

(Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza 2003, pag.87.)

Vota chi legge?

Questo manifesto “elettorale” di SEM, Società Editrice Milanese, è bellissimo, sul serio.

Fors’anche perché, se venisse applicato tale e quale – ovvero in forza del messaggio principale di cui si fa latore – al panorama politico italico che si presenta al voto imminente, sarebbe la migliore promozione possibile a favore dell’astensionismo.

Probabilmente è per questo che è così bello, già. E comunque: resistere, resistere, resistere, leggere. Sempre.

Homo homini ovium


Letto qui sopra? (Cliccate sull’immagine per leggere la notizia completa in originale.)
Bene: ora converrete che quel famoso motteggio in forma di affermazione retorica, “meglio un giorno da leoni che cento da pecora”, ha finalmente trovato un’attestazione scientifica netta e definitiva. D’altro canto i “leoni”, al riguardo, sono diventati più rari dell’aria pura in Val Padana.

Peraltro si noti pure che, come il sottotitolo della notizia ricorda, l’anno scorso negli USA era stato sintetizzato un embrione uomo-maiale e, guarda caso sempre dagli USA, è venuto fuori lo scandalo delle molestie sessuali, il movimento #metoo e tutto il resto.
E poi dicono che la scienza non sappia prevedere il futuro!

P.S.: il tutto, sia chiaro, con il massimo rispetto verso gli animali citati, moralmente del tutto incolpevoli – loro sì.

Le promesse elettorali

Sentita qualche giorno fa alla radio in una rassegna stampa, purtroppo perdendomi l’autore: il dibattito politico italiano, soprattutto in vista di elezioni, è talmente infimo e così ricco di panzane che,

mentre negli altri paesi i cittadini si devono preoccupare che i politici mantengano le promesse elettorali, in Italia i cittadini si devono preoccupare SE i politici mantengono le promesse elettorali.

Verità fulminante e assoluta, purtroppo, al punto che – come troppo spesso accade per le buone verità – ben in pochi la comprenderanno, temo.