Assembramenti

Domenica scorsa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, siamo tornati a camminare per boschi che non attraversavamo da quando è iniziato il lock down per il coronavirus. E abbiamo notato – be’, forse più io che lui che è normalmente più interessato ad altri argomenti, suppongo – che c’era un gran assembramento, appena a fianco dei sentieri percorsi: di alberi, non di umani. E c’è venuto da constatare – ma sempre più a me che a lui, penso – che la situazione era inversa a quella che gli umani hanno dovuto subire negli ultimi due mesi: sui monti, dove agli umani era vietato andare sempre in forza delle restrizioni per il coronavirus, gli alberi sono potuti (si fa per dire) restare ben assembrati; nelle città, dove agli umani era consentito stare ma con tutti gli accorgimenti di sicurezza del caso, peraltro spesso non troppo rispettati (e non sempre per colpa di chi li avrebbe dovuti rispettare ma non poteva farlo), agli alberi è spesso proibito creare assembramenti, preferendo ad essi asfalto e cemento (entro i quali poi, quando prendono la forma di megacentri commerciali con relativi superparcheggi, gli umani si assembrano in modi francamente folli).

Mi auguro che ora, con l’allentamento delle restrizioni, siano riviste anche queste bizzarre limitazioni: che gli umani possano tornare ad “assembrarsi” nei boschi (cosa peraltro alquanto improbabile, vista la vastità delle foreste a disposizione) e che agli alberi sia consentito di assembrarsi nelle città e nelle zone urbanizzate molto più che in passato. Sarebbe un’opportunità preziosa e di cui giovarsene parecchio, io credo – e se ne gioverebbe anche Loki, il mio segretario personale a forma di cane, quando in città abbia certi bisogni fisiologici da espletare senza doverli gioco forza fare sui selciati delle pubbliche vie. Ecco.

 

Manifestare senso civico

Ma alla fine, manifestare senso civico, significa solo mettere in atto «quell’insieme di comportamenti e atteggiamenti che attengono al rispetto degli altri e delle regole di vita in una comunità» – in base alla definizione tratta dal sito dell’Istat, qui, da dove viene anche l’immagine in testa al post – oppure significa anche, se non forse soprattutto, adoperarsi attivamente al fine di cambiare quelle regole di vita della comunità imposte o istituzionalmente emanate ma all’atto pratico palesemente malfatte, perniciose, illogiche (anche ove perseguenti fini “particolari” contrari all’interesse comune) e sbagliate?

E dall’altra parte, le istituzioni democratiche hanno soltanto il compito di “esigere” le manifestazioni di senso civico dagli individui ad esse sottoposti atte al rispetto delle regole imposte ed emanate, oppure (anche, se non forse soprattutto) quello di favorire e sostenere le azioni che possano continuamente cambiare e migliorare quelle regole, così da renderle sempre più logiche e contestuali alla vita della comunità (e delle stesse istituzioni) nonché al rispetto reciproco dei suoi membri, dunque sempre meno soggette a violazioni e relative azioni repressive?

No, perché in giro qualcuno in questi giorni tira in ballo, tra millemila altre cose, anche il “senso civico”, che è una di quelle che spesso si cita senza che quasi mai chi la cita dica anche cosa intenda, con tale definizione – o sappia cosa significhi, vorrei pure aggiungere. Una di quelle belle definizioni da buttar lì nei propri discorsi su come va il mondo per farsi vedere colto e “figo”, sostanzialmente, e amen.

Ma non è soltanto una definizione, il “senso civico”, è una pratica quotidiana, costante. Incessante, anche perché mai del tutto “finita”, sempre perfettibile. Che ovviamente c’entra col non buttare le cartacce in terra e col non farsi raccomandare per ottenere favori non meritati, ci mancherebbe, ma non è solo questo, assolutamente. Essendo una pratica quotidiana ovvero metodica, potenzialmente, se più viene citata a parole è perché meno viene attuata nei fatti.

Chissà se pure per il senso civico, dunque, «niente sarà come prima», o se il mettere fianco a fianco le due cose serva solo per far che, al solito, si annullino a vicenda. Chissà.

La libertà al tempo del coronavirus

[Foto di Nicole Köhler da Pixabay ]
I provvedimenti di limitazione dei movimenti individuali messi in atto dalle istituzioni pubbliche in questo periodo emergenziale, a prescindere che possano essere più o meno giusti e poco o tanto efficaci, arrivano inevitabilmente a mettere in discussione la libertà dell’individuo, la sua definizione sociale (e sociologica) contemporanea, il suo senso e il valore in relazione all’appartenenza ad una collettività. Libertà significa sempre responsabilità, e la responsabilità è sempre la struttura fondamentale sulla quale si costruisce il condiviso senso civico e “politico” (termine che uso qui in riferimento alla “cosa comune” materiale e immateriale della quale tutti facciamo parte) necessario a poterci definire compiutamente “società” e “civiltà”. Senso civico condiviso, ribadisco, cioè ben presente sia nell’ambito pubblico-istituzionale che nell’ambito privato-sociale-individuale, l’uno a sostegno dell’altro e viceversa. Ovvero, se la società civile ha senso civico ma non le istituzioni, o il contrario, la comunità sociale-nazionale-statale sarà sempre traballante; se entrambi gli elementi ce l’hanno, progresso e prosperità sociali, politici e culturali sono pressoché garantiti; se non ne hanno, o ne manifestano sempre meno, che accada una catastrofe socio-politica è solo questione di tempo.

Posto ciò, sono usciti negli ultimi giorni due interessanti e prestigiosi contributi sul tema, che vi voglio proporre citandovene qui un passaggio e augurandomi che possano aiutarvi nell’importantissima, ineludibile riflessione individuale al riguardo. Il primo è di Gianluca Briguglia, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Venezia Ca’ Foscari, è tratto da “Il Post” e si intitola Cosa ci succederà dopo il coronavirus? – cliccate qui per leggerlo nella sua interezza:

[…] Gli eventi ci hanno imposto delle limitazioni e delle possibilità inedite di intervento sulle nostre vite che noi abbiamo accettato (e, ripeto, va bene e meno male).
Ma tutto ciò ha colonizzato la nostra mente come orizzonte di possibilità. Tutto questo entrerà nei dibattiti futuri come realtà possibile, come precedente riapplicabile anche in casi diversi. Fino a un mese fa era roba da Netflix, oggi è uno strumento, che qualcuno vorrà usare perché lo abbiamo già usato. E noi, che abbiamo già visto tutto questo all’opera e ci è stato utile, cosa diremo?
È questo un pericolo potenziale per le nostre libertà? Il concetto stesso di libertà, nel mondo che si prospetterà, cambierà? Del resto la libertà degli antichi non è uguale alla libertà dei moderni, e la libertà classica non sarà forse uguale alla libertà dei postmoderni. Sta per cambiare la nostra idea di libertà? È questo uno dei nodi storici al quale assisteremo?
Non ho la risposta, ma per trovarla e per fare in modo che sia una risposta che ci piace, bisognerà impegnarsi molto e, come diceva quel tale, ci sarà bisogno di tutta la nostra intelligenza, di tutto il nostro entusiasmo, di tutta la nostra forza.

Il secondo contributo è di Nadia Urbinati, professoressa di Scienze Politiche alla Columbia University di New York, è tratto da “HuffPost” e si intitola Non arrendiamoci a “tacere e obbedire” – cliccate qui per leggerlo nella sua interezza:

[…] Vi è anche un risvolto etico in questa politica della minaccia: non possiamo come cittadini accettare di portare sulle nostre spalle tutto il peso dei limiti del sistema sanitario – del resto deleghiamo le funzioni di governo, non governiamo noi direttamente. E le scelte dei governi, nazionali e regionali, devono essere contemplate nell’attribuzione dei livelli di responsabilità. E invece, non abbiamo sentito ancora una parola di autocritica.
Non dovremmo vergognarci di mettere in dubbio questa logica di un’escalation della repressione. Se la nostra libertà è il problema, allora c’è poco altro da dire.
Ci viene detto che reprimere e chiuderci in casa è una soluzione temporanea. Ma quanto durerà il “temporaneo”?  […] Più delle norme emergenziali, si deve temere l’espansione di questa mentalità dispotica, che vorrebbe neutralizzare dubbi e domande.  Tacere e obbedire. Ma non è un male fare le pulci al vero se, sosteneva J.S. Mill, il vero si atteggia a dogma – se poi è un ‘vero’ in costruzione, allora i dubbi e le domande sono perfino un bene!

 

Due passi fuori e un equilibrio vitale

[Foto di blanca_rovira da Pixabay ]
Il seguente testo è del caro e prezioso amico Davide Sapienza, scrittore mirabile che cito spesso, qui sul blog. È un articolo che ha pubblicato sul suo sito in data 17 marzo e che si intitola La responsabilità e l’equilibrio – di seguito ve ne riporto una parte, cliccate invece qui per leggerlo nella sua interezza. Lo trovo estremamente obiettivo e saggio in relazione a un tema fondamentale che di questi tempi viene e verrà parecchio discusso, quello sulla libertà.
Ne discuterò anch’io, nei prossimi giorni qui sul blog. Ma, ora, leggete Davide Sapienza, che ringrazio di cuore per avermi concesso di pubblicare le sue considerazioni.

[…] Il nostro benessere dipende anche da un equilibrio il cui perno è il rapporto con il nostro spazio vitale. Questa relazione intima permette di processare al meglio il nutrimento che proviene dal cibo che mangiamo e dalle informazioni che riceviamo. Un equilibrio che fornisce “ossigeno pulito” all’organismo e che serve per stare bene in tempi difficili, rinforzando il sistema immunitario aggredito dal forte stress che stiamo subendo. Relazione utile per testare anche il nostro senso di responsabilità. In realtà, non esiste il “divieto di passeggiata”, è stato scritto e anche detto da fonti ufficiali: uscire sotto il cielo permette di mantenere un equilibrio e di non sentire il territorio lontano e distaccato. Serve a evitare l’assalto dei fantasmi della mente. Esiste però il divieto di essere irresponsabili. Essere umani non significa abdicare al più elementare diritto naturale di evoluzione spirituale e culturale, propellente ecologico per esercitare il senso di responsabilità. In questo tempo difficile, dopo il quale nulla sarà uguale a prima, aiutarci a svilupparlo significa prepararci a ciò che verrà dopo. Lasciateci fare due passi, saremo cittadini migliori e più responsabili. Grazie.

Il senso civico, ora

Il senso civico può essere definito come un atteggiamento di fiducia negli altri orientato alla disponibilità a cooperare per il miglioramento della società in cui si vive. La fiducia ha effetti benefici a tutta la società. In particolare il livello di benessere è più alto (Fukuyama, 1995. Putnam, 1993:176-190), le istituzioni (comuni, province, regioni) funzionano meglio (Putnam, 1993:73-96), la sanità (e in generale i servizi pubblici) funzionano meglio (Cartocci, 2007:103-107), i cittadini sono mediamente più soddisfatti della propria esistenza (Putnam,1993:132). La sfiducia al contrario provoca indifferenza e in alcuni casi addirittura atteggiamenti predatori verso gli altri e le risorse pubbliche.

È una buona (e scientifica, come si può notare dai riferimenti) definizione di senso civico, questa, che si può leggere e approfondire meglio qui.

Certo il “popolo” italiano (si notino le virgolette) non è che brilli nel dimostrarne, di senso civico, con un apparente crescente “impegno” nel palesarne sempre meno, al punto che autorevoli voci estere – si veda l’articolo lì sopra del “New York Times”, cliccate sull’immagine per leggerlo – si possono permettere di dubitare (in modo del tutto fondato, purtroppo) che gli italiani sappiano e sapranno rispettare le misure per il contenimento dell’epidemia di coronavirus messe in atto di recente.

Ma, soprassedendo su certi episodi parecchio indegni – come le fughe dal Nord Italia di sabato e domenica scorsi – che non fanno altro che addensare fango sul buon nome della società civile italiana, è proprio questa una “buona” (ancorché per nulla gradita) occasione, vista l’attenzione mediatica del mondo sul paese, per dimostrare che in Italia di senso civico ce n’è ancora, che sia diffuso e non confinato in piccole e anguste “riserve” socioculturali, e che finalmente la nazione possa in tal senso provare di stare al passo con le società civili più evolute. Il che significa pure di poter dimostrare di avere un futuro, quanto meno sociale e civico; che lo possa avere anche politicamente non credo proprio, ma penso pure che questo non sarebbe un gran problema, in presenza di una società civile adeguatamente e consapevolmente dotata di civismo, appunto. E il paese, da un periodo così difficile, ne verrebbe fuori realmente rinforzato e culturalmente più forte.

D’altro canto, il senso civico non costa nulla e prevede solo benefici, tanto più ampi quanto più siano condivisi. Dunque conviene farne un valore indiscutibile e irrinunciabile, senza alcun dubbio.