Vade retro “panchine giganti”! Sulla nuova, singolare seduta d’autore al Pian delle Masche, in Piemonte

Quando ho letto sul web la notizia di una nuova «seduta d’autore per fermarsi ad ammirare il paesaggio» installata ai 1953 metri di quota del Pian delle Masche, nei pressi della Bocchetta di Rosta tra la Valle Soana e la Valle di Ribordone (Piemonte, ai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso), confesso di aver pensato: ecco, un nuovo segno antropico invasivo e inutile che deturpa un luogo montano! Un pensiero immediato e impulsivo, certo, ma d’altro canto motivato dalle tante, troppe opere banalissimamente turistiche piazzate qui e là sulle montagne in preda alla solita, fasulla “valorizzazione” dei luoghi perpetrata senza alcun rispetto per essi e tanto meno senso logico e gusto estetico.

Poi, continuando la lettura della notizia, ho saputo che «L’opera porta una firma illustre: è stata infatti disegnata dal Professor Arch. Antonio De Rossi, architetto del Politecnico di Torino e firma d’autore nel campo delle strutture architettoniche di montagna». De Rossi, uno dei maggiori esperti di territori e architetture montane, che firma una panchina turistica? – mi sono chiesto. No, impossibile, ci deve essere dell’altro.

Ho dunque approfondito la questione e infatti ho potuto appurare che c’era – c’è dell’altro, anche grazie ai dettagli che mi ha raccontato lo stesso Antonio De Rossi, che ho la gran fortuna di conoscere.

[Una veduta di Pian delle Masche. Immagine tratta da www.facebook.com.]
L’iniziativa è nata da un’intuizione dei proprietari degli alpeggi del Vallone di Guaria, sul versante valsoanino, desiderosi di offrire ai visitatori un punto di sosta speciale per ammirare lo straordinario panorama circostante; ma in principio l’idea effettivamente mirava a un ennesimo manufatto in stile “panchina gigante”. Il luogo scelto, tuttavia, non è dei più ordinari: il Pian delle Masche, come si evince dal nome, è legato alle leggende delle streghe della tradizione piemontese, le masche o mahque in patois, che lassù – si racconta – arrivavano volando per celebrare i loro sabba notturni, ballare, preparare incantesimi e stabilire quali disgrazie portare a valle. Eppure quello stesso pianoro, alla luce del giorno, diventava un luogo di festa: già nell’Ottocento si raccontava che, in occasione della festa del sottostante santuario di Prascondù, gli abitanti salissero fin lassù per ballare e divertirsi. Altre ricostruzioni ricordano un appuntamento tradizionale alla fine di agosto. Dunque, secondo i racconti popolari, di notte al Pian delle Masche, danzavano le streghe mentre di giorno danzavano i montanari, ed è questa una delle suggestioni più affascinanti del luogo: per generazioni la gente è andata a festeggiare nelle belle giornate lì dove non avrebbe mai avuto il coraggio di passare da sola dopo il tramonto.

In un luogo così particolare, simbolico e culturalmente identitario per il territorio circostante, De Rossi, i margari e gli amministratori locali, in testa il sindaco di Ronco Canavese Lorenzo Giacomino (che per primo in loco ha rifiutato l’idea di una big bench dimostrando una volta ancora il suo notevole buon senso e la relazione autentica con la propria valle), hanno dunque ragionato su una seduta dalle dimensioni ridotte che riprende il tema ottocentesco dei piloni trigonometrici per le misurazioni cartografiche, con la suggestiva aggiunta di simboli di magia bianca che un fabbro ha interpretato alla sua maniera. Ne è venuto fuori un oggetto dimensionalmente molto contenuto, come detto, certamente originale e suggestivo: non una semplice panchina, né una ennesima, orribile “Big Bench”, ma una vera e propria opera d’arte integrata nel paesaggio, pensata per celebrare il tempo lento, la contemplazione e le leggende alpine. Un manufatto che, se da un lato invita all’attenzione, alla contemplazione e alla conoscenza delle montagne e delle valli che chi sale lassù può osservare, dall’altro fa da catalizzatore alle suggestioni popolari e alla cultura tradizionale locale, facendosi strumento di dialogo e di relazione tra genti, territori, paesaggi, storie, saperi, leggende, superstizioni e in ciò trovando senza dubbio un senso logico e una contestualizzazione compiuta con il luogo: doti che quei tanti altri manufatti banalmente turistici quasi mai presentano, diventando per ciò elementi inquinanti se non degradanti i luoghi che vorrebbero “valorizzare”.

Certo, qualcuno potrebbe continuare a pensare che, nonostante ciò che ho osservato finora, la seduta di Pian delle Masche rappresenti comunque un segno antropico inutile e invasivo. Può essere e ogni opinione consapevole e articolata al riguardo è legittima (non nego che pure a me qualche dubbio resta), ma è innegabile che alla base della sua realizzazione sia stato messo un senso, una logica e una congruità tanto con il luogo e le sue peculiarità quanto con la realtà storia di quei manufatti alpini – i segnali trigonometrici, o vertici geodetici, che sono serviti per mappare montagne e valli ovvero per riconoscere il mondo abitato e viaggiato dagli uomini – che, in modo più o meno apprezzabile aiutano da secoli a entrare in relazione con i luoghi, i paesaggi circostanti, la geografie fisiche e antropiche locali, le storie e culture che li caratterizzano. Tutte peculiarità che le “big bench” nemmeno si sognano e parimenti saprebbero manifestare!

La “querelle” tra il Parco Nazionale del Gran Paradiso e Valsavarenche: sintomatica, bizzarra, desolante, emblematica

[Panorama di Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sto seguendo, come forse molti di voi, la questione in corso sulla richiesta del comune di Valsavarenche di uscire dai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso al fine di – semplifico molto il suo nocciolo ma coerentemente ai fatti – snellire la burocrazia alla quale l’essere parte del Parco lo sottoporrebbe. La questione è ben coperta e analizzata dal “GognaBlog”, di Alessandro Gogna, e da “Lo Scarpone”, il notiziario on line del Club Alpino Italiano, ai quali vi rimando se volete saperne di più; ulteriori approfondimenti li trovate nel sito web di Mountain Wilderness Italia.

Personalmente, allo stato attuale delle cose (che tuttavia suppongo evolveranno ancora, nei prossimi giorni), sulla questione mi vengono un paio di riflessioni che non mi sembra siano state ancora contemplate, se non marginalmente (almeno tra le testimonianze da me lette), nel dibattito in corso.

La prima: il senso autentico e compiuto di un Parco Nazionale qual è? Mi sembra che da sempre, e in modo crescente nella contemporaneità, un’area naturale protetta venga sempre e solo vista o come un dispositivo di protezione dell’ambiente ma non del paesaggio, nel senso della relativa Convenzione Europea, oppure come uno strumento molesto e vessatorio per chi ci vive dentro. Cose entrambi vere per molti versi, sia chiaro: se è fondamentale proteggere la biodiversità di un territorio montano assolutamente emblematico in tal senso, lo è anche agevolare entro i limiti più sensati la vita di chi ci vive magari da generazioni ed è a sua volta parte della biodiversità locale. Invece, mi sembra che sempre pochissimo si rifletta sulle numerose opportunità che il far parte di un Parco Nazionale per giunta così prestigioso come quello del Gran Paradiso può offrire: per il sempre più crescente turismo sostenibile, per lo sviluppo delle economie locali che proprio nelle specificità del territorio trovano il proprio valore, per la distinzione culturale e identitaria che un luogo così noto e apprezzato determina, eccetera. L’appartenenza al Parco dovrebbe essere una preziosa e luccicante medaglia da appuntarsi al petto, da parte di chi vi fa parte, viceversa viene spesso considerata una macchia da ripulire al più presto. D’altro canto, pensare di poter fare, nei confini di un’area protetta o nelle zone contigue, ciò che fanno altri territori non tutelati, spesso male e con danni notevoli che tutti constatiamo, è una insensatezza bella e buona, in sé e per quanto ho rimarcato poco sopra.

[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La seconda riflessione è legata proprio a questa insensatezza, e mi sorge leggendo – su “Lo Scarpone”, l’opinione di un “cittadino” di Valsavarenche interpellato sulla questione, il quale immagino manifesti un pensiero diffuso tra molti suoi conpaesani e dunque sia particolarmente emblematica: «Il nostro piano regolatore, in ogni caso, è approvato dalla natura. Se costruisci un metro più a monte una valanga ti porta via tutto, se lo fai un metro a valle, lo fa la prossima piena del fiume». Così ha detto il “cittadino” esprimendo a mio parere una stupidaggine sesquipedale e confondendo gli elementi politici e ancor più antropologici che determinano l’atto di abitare e vivere nei territori come quello in questione. Cosa vorrebbe dire con quelle parole, che se non ci sono pericoli di valanghe o di alluvioni si può costruire ciò che si vuole? Che si possa cementificare, asfaltare, edificare mostruosità d’ogni sorta nei fondivalle perché tanto gli stambecchi e le stelle alpine sono in alto sulle vette? È una formula differente per riaffermare il bieco slogan “La montagna è nostra e ci facciamo quel che vogliamo” che purtroppo certi montanari “sovranisti” tutt’oggi affermano, e che è stata alla base della devastazione di molti territori di montagna dal boom economico in poi, in cambio di un benessere apparente, invero infido e rapidamente svanito?

[Volume presentato dal Parco nel 1951 che attesta l’esclusione del “Budello” di Valsavarenche. Foto di Claudio Vicari tratta da https://gognablog.sherpa-gate.com.]
D’altro canto, pure un’affermazione dell’attuale Presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso – di nuovo riportata dai media citati – mi pare sulla stessa falsariga di fondo: «Il Parco che asfalta le comunità locali, con me, è finito» ha detto. Ora, a parte il lessico pittoresco utilizzato (ma il termine “asfalto” nel parlato su un’area naturale protetta, poi?), la questione non è, non può essere così rozzamente basata sull’asfaltare o meno le comunità locali ma, come ha giustamente denotato l’amica Mariagrazia Gavazza, Presidente della Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano (CCTAM) del CAI, «sull’insuccesso dovuto al fatto che, fino a oggi, i due enti (cioè il Parco e il Comune di Valsavarenche nonché i soggetti pubblici ad esso superiori – n.d.L.) non sono riusciti a trovare una soluzione a una diatriba storica. Il rischio è che in un periodo in cui ci viene chiesto anche dall’Unione Europea di aumentare le aree tutelate, procedure come questa possano incentivare alcuni Comuni a procedere con la ridefinizione dei confini in altri Parchi Nazionali».

[Veduta della testata della Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
E, aggiungo, non è solo e non tanto l’Unione Europea a chiedere di aumentare le tutele naturali ma lo chiede il pubblico sempre più ampio del turismo lento e consapevole nonché, e soprattutto, ce lo chiede la realtà in divenire la quale, tra le conseguenze della crisi climatica e le crescenti criticità legate alla fragilità delle aree naturali montane, appare sempre più problematica e bisognosa di una gestione politica, amministrativa e civica attenta, intelligente, coerente. Il che non significa affatto imporre catene e recinti burocratico-amministrativi agli abitanti di queste aree ma, parimenti, nemmeno pretendere che in esse le tutele più eque e sensate non debbano avere valore, come se gli abitanti stessi non volessero essere e non si sentissero parte delle loro montagne, del loro paesaggio, della sua storia, dell’identità peculiare che ne deriva e della loro biodiversità. Ma anche in montagna i “Sapiens”, siano essi ambientalisti o cementificatori, fortunatamente restano animali, per certi versi non dissimili da stambecchi, marmotte e nemmeno, in quanto organismi viventi, da stelle alpine e genziane: è bene non scordarlo, se vogliamo salvaguardare veramente e a lungo tutte le montagne, tutelate o meno che siano.

Tuttavia, come accennato, credo che la questione avrà ulteriori sviluppi. Vedremo quali.

Un progetto che provare a ridare “vihta” a una valle alpina

[Una veduta del centro di Ronco Canavese.]
In Val Soana, valle piemontese posta sul versante sud del massiccio del Gran Paradiso e quasi interamente inserita nell’omonimo Parco Nazionale (è la valle che ospita il Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra” dell’omonimo progetto), è partita un’interessante e ammirevole iniziativa che tenta di attivare una dinamica di ripopolamento del proprio territorio attirandovi nuovi abitanti e cercando di inserirli nel tessuto socioeconomico locale.

Il progetto si chiama “VIHTA – Wild working in Valle Soana”, prende il nome dal termine vihta che nel patois francoprovenzale locale significa “stai”, ed è curato dall’associazione Comunità Sassifraga APS nell’ambito del Piano di Azione per l’Abitabilità della Valle Soana, un progetto reso possibile dal sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo attraverso il programma APICE. Unisce i tre comuni della valle, Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana, i quali dal 20 settembre al 18 ottobre prossimi aprono le porte della proprie comunità a lavoratori, ricercatori, studenti universitari, professionisti, nomadi digitali e nuclei familiari, offrendo alloggi condivisi e spazi di co-working a tariffe agevolate per combattere lo spopolamento con la prima esperienza di residenza temporanea organizzata. Rappresenta il primo progetto integrato di residenzialità e lavoro flessibile ai piedi del Gran Paradiso e si pone l’obiettivo di dimostrare come la Valle Soana non sia soltanto una meta per ospiti di uno o pochi più giorni, ma un territorio vivo, dotato di servizi e infrastrutture, capace di attrarre nuovi abitanti a lungo termine.

[Scorcio di Valprato Soana. Immagine tratta da www.facebook.com/UnaValleFantastica.]
Il progetto mette a disposizione dei partecipanti un pacchetto completo: alloggi in case condivise dislocate nei tre comuni e nelle borgate, postazioni di co-working attrezzate con connessione internet e un ricco calendario di attività comunitarie per entrare in contatto diretto con la popolazione locale, le tradizioni e l’enogastronomia della valle. La partecipazione prevede un contributo agevolato (a partire da 200 Euro per due settimane e 300 Euro per quattro settimane, con ulteriori sconti per i soci di Comunità Sassifraga), mentre per incentivare l’arrivo di famiglie è stata pensata una formula speciale: quota azzerata per i figli fino a 10 anni e possibilità di usufruire della didattica, favorendo una reale integrazione nel tessuto sociale della valle.

Le domande di partecipazione possono essere inviate fino al 20 luglio 2026. Il bando completo, i requisiti di selezione e il modulo di candidatura li trovate qui. I posti sono limitati e la selezione premierà la motivazione a integrarsi attivamente nella vita della comunità locale.

Senza alcun dubbio “VIHTA” è un progetto importante e lodevole, un’iniziativa concreta e emblematica che, pur nel suo piccolo, lavora attivamente per tentare di rigenerare il dinamismo socioeconomico di un territorio montano marginale, fortunatamente poco interessante per il turismo di massa eppure ricco di notevoli potenzialità e per questo bisognoso di un progetto e di una visione organica, sensibile, e di lungo termine.

Ma per fare in modo che “VIHTA” non resti un mero tentativo di portare in Val Soana persone che non solo risiedono nel luogo ma che lo abitano veramente e lo vivono compiutamente insieme a tutta la comunità locale credo servano altre due cose: la prima, che si attivi e sia ben alimentata anche la relazione culturale dei nuovi residenti con il luogo e il suo Genius Loci, che vi si sentano legati, che lo sappiano identificare come casa e di contro che anch’essi diventino rappresentanti consapevoli della sua identità culturale. E per fare questo serve che l’intero territorio sappia far diventare i nuovi residenti parte della sua comunità non solo attraverso le iniziative pensate al riguardo, che sappia “alimentarli” di quel senso di comunità grazie al quale i nuovi arrivati si sentano non solo accolti ma che percepiscano il ben-essere di stare nel luogo e nel suo paesaggio.

[La borgata di Boschietto, nel comune di Ronco Canavese, con sulla sinistra la piramide del Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra“.]
La seconda è che il territorio nel quale si sviluppa il progetto “VIHTA” sia adeguatamente supportato dalla politica nei suoi servizi di base a supporto della residenzialità stanziale. Cioè, in parole semplici, che la politica sappia dotare la Val Soana dei servizi necessari a viverci in modo dignitoso invece di tagliarli come succede da anni, parimenti tagliando risorse vitali per questi territori e trascurando pure l’ascolto e l’interlocuzione con le comunità, dunque la conseguente rappresentatività politica. Perché si possono anche promettere le case più belle e i lavori più gradevoli ai nuovi abitanti, ma se questi per recarsi al più vicino ambulatorio medico o alla scuola primaria dovranno sobbarcarsi mezz’ore d’auto in andata e in ritorno senza peraltro una valida alternativa di trasporto pubblico, ci penseranno ben più di due volte prima di andare lassù. Ed è questo secondo aspetto che a me preoccupa di più, viste le cronache politiche nostrane al riguardo.

In ogni caso “VIHTA” è un progetto sicuramente da sostenere e seguire con grande attenzione, che mi auguro vivamente possa avere pieno successo.

Per chi volesse saperne ancora di più, può contattare i responsabili del progetto alla mail wildworking@visitvallesoana.it

Lo stop alla strada nel Vallone di Sea è un caso esemplare per tutte le nostre montagne

Mentre su certe montagne alcuni amministratori pubblici privi di sensibilità verso i propri territori realizzano – o vogliono realizzare – nuove strade a gogò prive di utilità ma con fini meramente turistici, su altre montagne fortunatamente strade simili vengono fermate da sentenze giuridiche e, ancor prima, dalla massa critica e dalla cittadinanza attiva di molti appassionati di montagna, del luogo e non.

È il caso esemplare del Vallone di Sea, in Piemonte, straordinario esempio di scenario incontaminato delle Alpi italiane il cui territorio dalla frazione Forno Alpi Graie del Comune di Groscavallo (Torino) giunge ai 3.100 m del Colle di Sea, segnando il confine di stato con il dipartimento francese della Savoia. Il Vallone rappresenta uno degli angoli più suggestivi e selvaggi dell’intero arco alpino, peraltro molto vicino a realtà naturalistiche di grande fama come il Parco Nazionale del Gran Paradiso e il Parc National de la Vanoise in territorio francese. Grazie alle sue pareti ricche di fessure e di spigoli strapiombanti, Sea è considerato uno dei più rinomati paradisi dell’arrampicata delle Alpi occidentali, sempre più conosciuto a livello nazionale e internazionale.

Nel Vallone il Comune di Groscavallo avevo progettato una strada forestale larga due metri e mezzo che avrebbe permesso di raggiungere un alpeggio situato a 1500 metri di quota: ma si trattava di un terreno non più utilizzato e difficilmente recuperabile a fini di pastorizia, il che fa immaginare che vi fossero altri fini, molto meno consoni al luogo, alla base della strada. La Regione Piemonte aveva espresso un parere tecnico contrario all’opera per i pericoli di frane, valanghe e smottamenti presenti in loco, ma il Comune si era appellato ad una recente legge (n. 10 del 4 aprile 2024) sempre emanata dalla stessa Regione (!) che ha trasferito ai sindaci la competenza per autorizzare interventi su aree inferiori ai 10000 metri quadrati o scavi sotto i 5000 metri cubi.

Fortunatamente il TAR del Piemonte ha invece bloccato definitivamente la strada in forza dei numerosi errori progettuali e delle contraddizioni nelle valutazioni tecniche condotte dall’amministrazione di Groscavallo, oltre che per vari cavilli burocratici. I giudici amministrativi hanno accolto il ricorso dell’Associazione Tutela Ambientale (ATA), che aveva riunito sotto il proprio ombrello una larga fetta non solo della comunità, ma anche degli appassionati di alpinismo ed escursionismo, tra cui il Gruppo Valli di Lanzo in Verticale, il Collettivo Workless, Mountain Wilderness, le sezioni Torino e UGET Torino del Club Alpino Italiano, la Scuola di Alpinismo Giusto Gervasutti, il Club Alpino Accademico Italiano Gruppo Occidentale. Un merito fondamentale va dato alla tenacia dei rappresentanti dell’ATA, piccolissima associazione che ha saputo scardinare il troppe volte perverso meccanismo dei fondi pubblici erogati a pioggia per opere prive di utilità e dall’impatto inaccettabile: un meccanismo visto da certe amministrazioni come la manna dal cielo senza che venga posto il benché minimo dubbio sui reali bisogni che il territorio e la cittadinanza invece richiedono.

La notizia, dunque, è ottima sotto molti punti di vista, ma non tutti. Già, perché in realtà è triste constatare che troppo spesso sulle nostre montagne vi siano amministrazioni pubbliche che impongono opere palesemente sbagliate e nocive per i territori manifestando la carenza di sensibilità, competenze, attenzione e visioni verso le loro stesse montagne. E se è bellissimo ciò che le comunità civile che ha fatto massa critica ha saputo ottenere, è triste pensare che dove non vi sia una tale mobilitazione dal basso e la volontà di agire attivamente contro certe opere, i loro promotori hanno ben pochi ostacoli da affrontare e sovente al riguardo possono fare il bello e il cattivo tempo. Inoltre, è altrettanto triste accertare che in Italia, per contrastare tali opere così sbagliate quando non disastrose per i territori cui vengono imposte, si debba essere assistiti da studi legali e andare per le vie legali, dunque che la voce della ragione di coloro che veramente hanno a cuore le sorti dei territori in questione rimanga spesso inascoltata e magari pure sbeffeggiata o censurata. Dov’è la democrazia, in questi casi? Che fine fa la rappresentanza politica? E tutte le belle parole istituzionali sulla sostenibilità e la salvaguardia ambientale?

In ogni caso quella che giunge dal Vallone di Sea è una bellissima notizia e un caso esemplare, come dicevo, perché dimostra che certi disastri sulle montagne si possono fermare se lo si vuole e ci si impegna con passione per ottenerlo. Per questo ulteriore motivo da oggi Sea diventa un luogo ancora più emblematico delle e per le montagne italiane, da guardare con grande ammirazione e dal quale farsi fattivamente ispirare.

N.B.: le informazioni per la redazione di questo articolo le ho tratte dalle seguenti fonti:

Le foto sono tratte dal sito web del FAI – Fondo Ambiente Italiano.

MONTAG/NEWS #16: notizie recenti e interessanti dalle montagne (in attesa che le Olimpiadi passino, come l’influenza!)

Già: come mi ha scritto un amico con brillante sagacia, le Olimpiadi di Milano Cortina sono “arrivate” e passeranno come l’influenza, dalla quale una volta guariti ci si può dimenticare rapidamente (speran do che non lascino strascichi troppo pesanti, ovviamente). Nel frattempo sulle montagne succedono molte altre cose significative, dunque ecco a voi una nuova mini-rassegna stampa settimanale delle notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete e sulla stampa più interessanti da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. È una piccola ma spero stimolante selezione utile a non perdere alcune delle notizie più significative tra le innumerevoli (spesso per nulla interessanti) che escono tra la stampa e il web. Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


UNA GRANDE SCULTURA TRA I MONTI DELL’ENGADINA

Dal 27 gennaio scorso fa bella mostra di sé (e lo farà per tre anni) sulle rive del lago di Silvaplana, a Sils Maria (Engadina), “STRIP TOWER (962)”, una grande scultura in piastrelle di ceramica a strisce luminose del noto artista tedesco Gerhard Richter. L’installazione è pensata affinché i visitatori, immersi all’interno di essa in campi di colore e luce, incontrino un lavoro che coinvolge la percezione e la materialità mentre entrano in dialogo con il paesaggio alpino di Sils Maria. La sua presenza riconferma le Alpi come sede di seria produzione culturale, dove la sperimentazione artistica può dispiegarsi con profondità e responsabilità. Ovviamente molti la troveranno brutta e invasiva, molti altri ne saranno entusiasti e la ameranno. L’arte deve fare (anche) questo, in fondo.


C’È TROPPO TRAFFICO NELLE ALPI (MA L’ITALIA NE VORREBBE ANCHE DI PIÙ!)

Mentre le istituzioni governative continuano a parlare – o forse più blaterare – di sostenibilità, l’Italia ha chiesto all’Austria di abolire le misure di gestione del traffico in vigore in Tirolo: una pretesa insensata che, se accolta, provocherebbe impatti ambientali pesantissimi su quella regione delle Alpi creando un pericoloso precedente. Per questo 67 organizzazioni alpine, con la CIPRA International primo firmatario, hanno indirizzato una lettera aperta al Commissario europeo e ai Ministri dei trasporti dei paesi alpini per mantenere le misure di gestione e anzi implementarle, potenziando il traffico merci su rotaia per salvaguardare l’ambiente e proteggere la qualità della vita della popolazione delle Alpi.


[Foto ANSA/Daniel Dal Zennaro.]
IL SUCCESSONE DELLE OLIMPIADI

Milano Cortina un successone? Mica tanto! A partire dall’inizio, dalla cerimonia inaugurale che è lontana dal sold out: ci sono ancora 10mila biglietti invenduti, gli sconti a under 26 e volontari, uniti ai biglietti gratis per i politici, non sono riusciti a riempire lo stadio. E così la Fondazione Milano Cortina ha lanciato una nuova promozione, il “prendi due e paghi uno”, nemmeno fossimo al supermercato. Ciò a confermare un fatto ormai evidente: lo scarso entusiasmo verso queste Olimpiadi, così male organizzate e rese invise a molti nonostante quanto affermato dalla propaganda istituzionale. Un ennesimo aspetto del disastro olimpico, insomma.


«A CORTINA CI VUOLE L’AEROPORTOOOOO!»

Non è una notizia recentissima, questa (viene da “GuidaViaggi” del 28 novembre scorso), ma lo sconcerto che ne deriva resta costante nel tempo: la pittoresca Ministra del Turismo in carica continua a pensare che a Cortina d’Ampezzo serva l’aeroporto. «Non cambio idea. Senza aeroporto non faremo il salto di qualità» sostiene. Vista la realtà attuale di Cortina e la sua esasperata turistificazione, viene spontaneo chiedersi di che “qualità” e di quale “salto” stia parlando e, ancor più, come ne parlerebbe alla comunità ampezzana per imporle questa sua “idea”. Come se la pista di bob, la cabinovia Apollonio-Socrepes e tutto il resto di più o meno “olimpico” non fossero già troppo. Oppure hanno ragione quelli che dicono che a Cortina ormai vale tutto?


SENZA SCI LA MONTAGNA MUORE? NO!

Mentre i reggenti dell’industria dello sci, e la politica ad essi sodale, continuano a sostenere che solo i comprensori sciistici possano salvare le montane italiane, aumentano di continuo le località che invece dimostrano il contrario. Su “Montagna.tvEttore Pettinaroli racconta l’esperienza di Valsavarenche, che quattro anni fa dismise la propria seggiovia rinunciando consapevolmente al turismo sciistico per valorizzare tutto il resto: cascate di ghiaccio, sci di fondo, skialp e itinerari con le ciaspole nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. E da allora i visitatori continuano a aumentare, mantenendo vivo il territorio e la sua economia.