La “querelle” tra il Parco Nazionale del Gran Paradiso e Valsavarenche: sintomatica, bizzarra, desolante, emblematica

[Panorama di Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sto seguendo, come forse molti di voi, la questione in corso sulla richiesta del comune di Valsavarenche di uscire dai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso al fine di – semplifico molto il suo nocciolo ma coerentemente ai fatti – snellire la burocrazia alla quale l’essere parte del Parco lo sottoporrebbe. La questione è ben coperta e analizzata dal “GognaBlog”, di Alessandro Gogna, e da “Lo Scarpone”, il notiziario on line del Club Alpino Italiano, ai quali vi rimando se volete saperne di più; ulteriori approfondimenti li trovate nel sito web di Mountain Wilderness Italia.

Personalmente, allo stato attuale delle cose (che tuttavia suppongo evolveranno ancora, nei prossimi giorni), sulla questione mi vengono un paio di riflessioni che non mi sembra siano state ancora contemplate, se non marginalmente (almeno tra le testimonianze da me lette), nel dibattito in corso.

La prima: il senso autentico e compiuto di un Parco Nazionale qual è? Mi sembra che da sempre, e in modo crescente nella contemporaneità, un’area naturale protetta venga sempre e solo vista o come un dispositivo di protezione dell’ambiente ma non del paesaggio, nel senso della relativa Convenzione Europea, oppure come uno strumento molesto e vessatorio per chi ci vive dentro. Cose entrambi vere per molti versi, sia chiaro: se è fondamentale proteggere la biodiversità di un territorio montano assolutamente emblematico in tal senso, lo è anche agevolare entro i limiti più sensati la vita di chi ci vive magari da generazioni ed è a sua volta parte della biodiversità locale. Invece, mi sembra che sempre pochissimo si rifletta sulle numerose opportunità che il far parte di un Parco Nazionale per giunta così prestigioso come quello del Gran Paradiso può offrire: per il sempre più crescente turismo sostenibile, per lo sviluppo delle economie locali che proprio nelle specificità del territorio trovano il proprio valore, per la distinzione culturale e identitaria che un luogo così noto e apprezzato determina, eccetera. L’appartenenza al Parco dovrebbe essere una preziosa e luccicante medaglia da appuntarsi al petto, da parte di chi vi fa parte, viceversa viene spesso considerata una macchia da ripulire al più presto. D’altro canto, pensare di poter fare, nei confini di un’area protetta o nelle zone contigue, ciò che fanno altri territori non tutelati, spesso male e con danni notevoli che tutti constatiamo, è una insensatezza bella e buona, in sé e per quanto ho rimarcato poco sopra.

[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La seconda riflessione è legata proprio a questa insensatezza, e mi sorge leggendo – su “Lo Scarpone”, l’opinione di un “cittadino” di Valsavarenche interpellato sulla questione, il quale immagino manifesti un pensiero diffuso tra molti suoi conpaesani e dunque sia particolarmente emblematica: «Il nostro piano regolatore, in ogni caso, è approvato dalla natura. Se costruisci un metro più a monte una valanga ti porta via tutto, se lo fai un metro a valle, lo fa la prossima piena del fiume». Così ha detto il “cittadino” esprimendo a mio parere una stupidaggine sesquipedale e confondendo gli elementi politici e ancor più antropologici che determinano l’atto di abitare e vivere nei territori come quello in questione. Cosa vorrebbe dire con quelle parole, che se non ci sono pericoli di valanghe o di alluvioni si può costruire ciò che si vuole? Che si possa cementificare, asfaltare, edificare mostruosità d’ogni sorta nei fondivalle perché tanto gli stambecchi e le stelle alpine sono in alto sulle vette? È una formula differente per riaffermare il bieco slogan “La montagna è nostra e ci facciamo quel che vogliamo” che purtroppo certi montanari “sovranisti” tutt’oggi affermano, e che è stata alla base della devastazione di molti territori di montagna dal boom economico in poi, in cambio di un benessere apparente, invero infido e rapidamente svanito?

[Volume presentato dal Parco nel 1951 che attesta l’esclusione del “Budello” di Valsavarenche. Foto di Claudio Vicari tratta da https://gognablog.sherpa-gate.com.]
D’altro canto, pure un’affermazione dell’attuale Presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso – di nuovo riportata dai media citati – mi pare sulla stessa falsariga di fondo: «Il Parco che asfalta le comunità locali, con me, è finito» ha detto. Ora, a parte il lessico pittoresco utilizzato (ma il termine “asfalto” nel parlato su un’area naturale protetta, poi?), la questione non è, non può essere così rozzamente basata sull’asfaltare o meno le comunità locali ma, come ha giustamente denotato l’amica Mariagrazia Gavazza, Presidente della Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano (CCTAM) del CAI, «sull’insuccesso dovuto al fatto che, fino a oggi, i due enti (cioè il Parco e il Comune di Valsavarenche nonché i soggetti pubblici ad esso superiori – n.d.L.) non sono riusciti a trovare una soluzione a una diatriba storica. Il rischio è che in un periodo in cui ci viene chiesto anche dall’Unione Europea di aumentare le aree tutelate, procedure come questa possano incentivare alcuni Comuni a procedere con la ridefinizione dei confini in altri Parchi Nazionali».

[Veduta della testata della Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
E, aggiungo, non è solo e non tanto l’Unione Europea a chiedere di aumentare le tutele naturali ma lo chiede il pubblico sempre più ampio del turismo lento e consapevole nonché, e soprattutto, ce lo chiede la realtà in divenire la quale, tra le conseguenze della crisi climatica e le crescenti criticità legate alla fragilità delle aree naturali montane, appare sempre più problematica e bisognosa di una gestione politica, amministrativa e civica attenta, intelligente, coerente. Il che non significa affatto imporre catene e recinti burocratico-amministrativi agli abitanti di queste aree ma, parimenti, nemmeno pretendere che in esse le tutele più eque e sensate non debbano avere valore, come se gli abitanti stessi non volessero essere e non si sentissero parte delle loro montagne, del loro paesaggio, della sua storia, dell’identità peculiare che ne deriva e della loro biodiversità. Ma anche in montagna i “Sapiens”, siano essi ambientalisti o cementificatori, fortunatamente restano animali, per certi versi non dissimili da stambecchi, marmotte e nemmeno, in quanto organismi viventi, da stelle alpine e genziane: è bene non scordarlo, se vogliamo salvaguardare veramente e a lungo tutte le montagne, tutelate o meno che siano.

Tuttavia, come accennato, credo che la questione avrà ulteriori sviluppi. Vedremo quali.

Lo stop alla strada nel Vallone di Sea è un caso esemplare per tutte le nostre montagne

Mentre su certe montagne alcuni amministratori pubblici privi di sensibilità verso i propri territori realizzano – o vogliono realizzare – nuove strade a gogò prive di utilità ma con fini meramente turistici, su altre montagne fortunatamente strade simili vengono fermate da sentenze giuridiche e, ancor prima, dalla massa critica e dalla cittadinanza attiva di molti appassionati di montagna, del luogo e non.

È il caso esemplare del Vallone di Sea, in Piemonte, straordinario esempio di scenario incontaminato delle Alpi italiane il cui territorio dalla frazione Forno Alpi Graie del Comune di Groscavallo (Torino) giunge ai 3.100 m del Colle di Sea, segnando il confine di stato con il dipartimento francese della Savoia. Il Vallone rappresenta uno degli angoli più suggestivi e selvaggi dell’intero arco alpino, peraltro molto vicino a realtà naturalistiche di grande fama come il Parco Nazionale del Gran Paradiso e il Parc National de la Vanoise in territorio francese. Grazie alle sue pareti ricche di fessure e di spigoli strapiombanti, Sea è considerato uno dei più rinomati paradisi dell’arrampicata delle Alpi occidentali, sempre più conosciuto a livello nazionale e internazionale.

Nel Vallone il Comune di Groscavallo avevo progettato una strada forestale larga due metri e mezzo che avrebbe permesso di raggiungere un alpeggio situato a 1500 metri di quota: ma si trattava di un terreno non più utilizzato e difficilmente recuperabile a fini di pastorizia, il che fa immaginare che vi fossero altri fini, molto meno consoni al luogo, alla base della strada. La Regione Piemonte aveva espresso un parere tecnico contrario all’opera per i pericoli di frane, valanghe e smottamenti presenti in loco, ma il Comune si era appellato ad una recente legge (n. 10 del 4 aprile 2024) sempre emanata dalla stessa Regione (!) che ha trasferito ai sindaci la competenza per autorizzare interventi su aree inferiori ai 10000 metri quadrati o scavi sotto i 5000 metri cubi.

Fortunatamente il TAR del Piemonte ha invece bloccato definitivamente la strada in forza dei numerosi errori progettuali e delle contraddizioni nelle valutazioni tecniche condotte dall’amministrazione di Groscavallo, oltre che per vari cavilli burocratici. I giudici amministrativi hanno accolto il ricorso dell’Associazione Tutela Ambientale (ATA), che aveva riunito sotto il proprio ombrello una larga fetta non solo della comunità, ma anche degli appassionati di alpinismo ed escursionismo, tra cui il Gruppo Valli di Lanzo in Verticale, il Collettivo Workless, Mountain Wilderness, le sezioni Torino e UGET Torino del Club Alpino Italiano, la Scuola di Alpinismo Giusto Gervasutti, il Club Alpino Accademico Italiano Gruppo Occidentale. Un merito fondamentale va dato alla tenacia dei rappresentanti dell’ATA, piccolissima associazione che ha saputo scardinare il troppe volte perverso meccanismo dei fondi pubblici erogati a pioggia per opere prive di utilità e dall’impatto inaccettabile: un meccanismo visto da certe amministrazioni come la manna dal cielo senza che venga posto il benché minimo dubbio sui reali bisogni che il territorio e la cittadinanza invece richiedono.

La notizia, dunque, è ottima sotto molti punti di vista, ma non tutti. Già, perché in realtà è triste constatare che troppo spesso sulle nostre montagne vi siano amministrazioni pubbliche che impongono opere palesemente sbagliate e nocive per i territori manifestando la carenza di sensibilità, competenze, attenzione e visioni verso le loro stesse montagne. E se è bellissimo ciò che le comunità civile che ha fatto massa critica ha saputo ottenere, è triste pensare che dove non vi sia una tale mobilitazione dal basso e la volontà di agire attivamente contro certe opere, i loro promotori hanno ben pochi ostacoli da affrontare e sovente al riguardo possono fare il bello e il cattivo tempo. Inoltre, è altrettanto triste accertare che in Italia, per contrastare tali opere così sbagliate quando non disastrose per i territori cui vengono imposte, si debba essere assistiti da studi legali e andare per le vie legali, dunque che la voce della ragione di coloro che veramente hanno a cuore le sorti dei territori in questione rimanga spesso inascoltata e magari pure sbeffeggiata o censurata. Dov’è la democrazia, in questi casi? Che fine fa la rappresentanza politica? E tutte le belle parole istituzionali sulla sostenibilità e la salvaguardia ambientale?

In ogni caso quella che giunge dal Vallone di Sea è una bellissima notizia e un caso esemplare, come dicevo, perché dimostra che certi disastri sulle montagne si possono fermare se lo si vuole e ci si impegna con passione per ottenerlo. Per questo ulteriore motivo da oggi Sea diventa un luogo ancora più emblematico delle e per le montagne italiane, da guardare con grande ammirazione e dal quale farsi fattivamente ispirare.

N.B.: le informazioni per la redazione di questo articolo le ho tratte dalle seguenti fonti:

Le foto sono tratte dal sito web del FAI – Fondo Ambiente Italiano.

MONTAG/NEWS #14: cosa è successo di interessante (nel bene e nel male) sulle montagne la scorsa settimana?

Ovviamente sono successe tantissime cose e non servivano certo le Olimpiadi di Milano Cortina per animare la realtà quotidiana dei territori montani! Eccovi dunque un nuovo numero della mini-rassegna stampa a cadenza domenicale di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella scorsa settimana parecchio interessanti da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Come ricordo sempre, di notizie concernenti le montagne ne escono a bizzeffe tutti i giorni sui media d’informazione, alcune parecchio superficiali e conformistiche, altre più obiettive e dunque valide: questa mini-rassegna stampa è un tentativo di non perdere alcune delle notizie più significative. Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


LO SCI E LA CASSA INTEGRAZIONE “CLIMATICA”

Il sito d’informazione “GRI.media” riferisce che, a causa della scarsità di precipitazioni nevose che interessa anche parte delle Alpi svizzere, sei aziende, cinque nel settore della ristorazione sulle piste e un’attività mista di impianti di risalita e esercizi pubblici, hanno richiesto l’indennità per lavoro ridotto all’Ufficio grigionese per l’industria, arti e mestieri e lavoro (UIAML), un equivalente della cassa integrazione italiana. Una necessità che la crisi climatica, e di conseguenza la crisi dello sci, sta rendendo sempre più frequente e emblematica circa la transizione turistica ormai ineludibile per molte stazioni sciistiche.


LO STORDIMENTO CULTURAL-OLIMPICO

Su “AltraeconomiaPaolo Pileri riflette sulla «macchina dello stordimento culturale e del consumismo» che, indossata la divisa olimpica di Milano Cortina, viene imposta anche in luoghi impensabili. Lo dimostra il caso, emblematico quanto bizzarro, di Loro Ciuffena, nel cuore della Valdarno, nel cui centro è stata inaugurata “una suggestiva Ski-Station a cielo aperto”, per “portare nel cuore del paese tutto il fascino e l’energia delle più celebri località alpine”. Non è folklore paradossale, rileva Pileri, ma è una tendenza nazionale a piegare il patrimonio pubblico ed è un grosso problema: per il patrimonio stesso e per l’identità culturale del paese.


ALLA MONTAGNA SERVE CULTURA AMMINISTRATIVA

Paolo Piacentini su “Italia che cambia” torna a riflettere su ciò «che manca alla montagna italiana e in generale alle aree interne per essere tutelate: una formazione politica e amministrativa capace. Non bastano leggi e soldi». Quindi rilancia: «E se la montagna, in quanto spina dorsale del Paese, diventasse il luogo privilegiato di sperimentazione di nuove forme dell’abitare basate sulla cura del territorio e su un’economia sobria e solidale?» Una proposta quanto mai condivisibile e paradossalmente “rivoluzionaria” nonostante la sua ovvietà: eppure sembra che la politica nostrana continui pervicacemente a ignorarla, se non a avversarla.


QUANTI SONO I LUPI NELLE ALPI?

Il progetto LIFE WolfAlps EU ha diramato i dati aggiornati sulla presenza del lupo nelle Alpi, e ne dà notizia “Lo Scarpone”. La stima attendibile al 95% è di 1.124 lupi (meno di quanti spesso si ritenga), ma con una dinamica evolutiva a due velocità: nel settore centro-occidentale (Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta) ci sono 768 individui stimati, con una presenza consolidata tra i monti e la tendenza a muoversi verso le pianure; nel settore centro-orientale (Lombardia, Triveneto) gli individui stimati sono 356 e si registra il tasso di crescita montano più elevato. Inoltre i dati rimarcano l’estrema mobilità transfrontaliera della popolazione alpina di lupi, che rende necessaria la gestione collaborativa organica tra tutti i paesi delle Alpi.


MA SONO OLIMPIADI IN CUI SI SCIA O SI CORRE?

Manca sempre meno all’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina e sulla stampa la definizione più usata al riguardo è «corsa contro il tempo», un linguaggio più da gare di atletica che di sci! Tuttavia obiettivo, visto che quasi tutte le opere, anche quelle destinate a ospitare le gare, sono in ritardo. E lo sono non per gli imprevisti di un normale processo di realizzazione ma per la superficialità, l’incompetenza, il dilettantismo di chi sta organizzando i Giochi. Non solo: c’è anche la corsa contro i debiti, perché molte opere hanno sforato i budget di spesa e abbisognano di ulteriori soldi per coprire i costi. Chi li metterà questi soldi, secondo voi?


GLI SCI A MOTORE NON SONO UNO SCHERZO (PURTROPPO!)

Quando lo scorso anno sono stati presentati gli e-Skimo, i primi sci con motore e cingoli per risalire i pendii nevosi con meno sforzo – una sorta di versione sciistica delle e-bike, in pratica – in tanti hanno pensato a una sorta di scherzo, di pesce d’aprile. Invece la start-up italosvizzera che li ha proposti insiste, con il fine di «rendere lo sci, e in generale la montagna, più accessibile per tutti.» Costo per tale “fine”: 5.000 Euro al paio. Ora, al netto del senso di una proposta simile e del termine “accessibile” – uno altro di quelli ormai iper-abusati, anche sui monti – la domanda che sorge spontanea è: veramente c’è gente che spenderebbe quella cifra per un paio di sci bizzarramente motorizzati pensando di “godersi” in questo modo le montagne?


 

MONTAG/NEWS #12: un po’ di altre cose interessanti (nel bene e nel male) successe sulle montagne

Torna anche oggi la mini-rassegna stampa a cadenza domenicale di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente parecchio interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne e su ciò che vi accade ne escono a bizzeffe, e ovviamente non ci sono solo quelle che riferiscono dell’imminente disastro (organizzativo) olimpico: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


OVINDOLI RILANCIA IL TURISMO… SÌ, MA VERSO DOVE?

Il nuovo Consorzio “Abruzzo-Montur-Ovindoli” lancia un progetto ambizioso per trasformare la località montana abruzzese in una destinazione turistica moderna e competitiva tutto l’anno, basandolo «su cinque pilastri strategici che definiscono l’identità del progetto: Neve, Wilderness, Green, Smart e Sostenibilità». Tra buone idee, solite banalità (vedi i termini appena citati) e contraddizioni evidenti (nel progetto la neve artificiale diventa «consortile»!), l’iniziativa è interessante ma al momento sembra ancora confusa. Vedremo se e come si svilupperà.


OLIMPIADI: MEDAGLIA D’ORO… AI PREZZI!

Sono sempre più alle stelle i prezzi per una stanza nelle località turistiche interessate dalle Olimpiadi: a Bormio e Livigno si arriva fino a 19mila Euro a settimana. Ma a meno di un mese dall’inaugurazione dei Giochi sono ancora molti gli appartamenti rimasti sfitti: gli operatori sperano nelle prenotazioni last minute e intanto i proprietari rivedono le tariffe. Tra marketing, speculazione e imperizia, il disastro olimpico si sta palesando ancora prima dell’inizio dei Giochi.


IL MONTE BIANCO SI È ABBASSATO (SÌ, C’ENTRA IL CLIMA)

La crisi climatica “si mangia” le montagne, in primis quelle dotate di una vetta ghiacciata. È una delle tante conseguenze deleterie del riscaldamento globale e a farne le spese è anche la cima più alta delle Alpi, il Monte Bianco: la sua quota ora si attesta a 4.807,3 metri con una perdita di quasi 3 metri di altezza, da imputarsi al cambiamento climatico che sta promuovendo, su scala globale, una progressiva e accelerata fusione dei ghiacci. Nota bene: ci sono (solo) ancora 20 metri circa di ghiaccio prima che la vetta del Bianco diventi rocciosa. Una sorte ormai segnata?


È DAVVERO ORA DI PENSARE A UNA MONTAGNA DIVERSA

Su “Montagna.tvPaolo Paci si chiede se davvero non sia ora di pensare a una montagna invernale diversa da quella ancora sovente propinataci. «Contro il cambiamento climatico non possiamo più nulla. A favore di economie più sostenibili, qualcosa ancora sì. Per esempio, possiamo seguire i suggerimenti della natura. Sciare (ciaspolare, mettere le pelli…) solo se c’è neve vera, altrimenti dedicarsi ad altro […] E poi, affidarci ad amministratori lungimiranti, che non straparlino di costosi e inutili impianti di arroccamento, ma che facciano lavorare la fantasia.»


L’HIMALAYA RESTA UNA GRANDE DISCARICA

Non solo le nostre montagne sono alle prese con i danni del turismo di massa. Per certi versi, vista la zona e le sue specificità, sull’Himalaya va anche peggio, per colpa delle nefaste spedizioni alpinistiche commerciali che da decenni lasciano ai piedi degli Ottomila enormi quantità di rifiuti. Il Nepal ha provato ha risolvere il problema, ma ora ammette il fallimento e cerca di mettere in campo nuove soluzioni. Ma una domanda resta senza risposta: che ignobile razza di barbari travestiti da alpinisti (benestanti, peraltro) frequenta le più alte montagne della Terra?

Di cose belle e buone per le montagne: la Cooperativa JustMo, in Molise

[Veduta del versante molisano della catena delle Mainarde, posta tra Molise e Lazio. Immagine tratta da www.escursionismo.it.]
Come ho già detto altre volte, trovo sia necessario e inesorabile parlare delle cose sbagliate che vengono imposte alle nostre montagne, vista la frequenza con la quale accadono e posta la manifestazione di sensibilità ambientale e senso civico che dà valore e forza alla loro denuncia.

D’altro canto ciò spesso toglie spazio al racconto delle altrettante cose belle e importanti che vengono realizzate nelle e per le terre alte italiane: una rete capillare di iniziative, progetti, opere, realizzazioni che aiutano veramente e concretamente la montagna a vivere dignitosamente e non a sopravvivere precariamente, come invece tante cose sbandierate spesso in maniera mediaticamente “urlata” dalla politica impongono alle comunità montane. Anche qui come in altri ambiti il “bene” non sbraita come il “male”, che d’altro canto dietro le proprie urla nasconde i danni che provoca e al contempo cerca di coprire la voce di chi opera in maniera veramente proficua per le montagne, che dunque ha bisogno di essere conosciuto e ascoltato. Anche per rendere ancora più palesi l’insensatezza e l’ipocrisia di tutte quelle cose sbagliate nonché i danni cagionati di conseguenza.

La Cooperativa “JustMo’” rappresenta un ottimo esempio di cose veramente buone e utili per le montagne, in tal caso quelle molisane, al punto da essere stata insignita del Premio nazionale “Custodi delle Terre Alte” edizione 2025 (nell’immagine qui sopra) promosso dal Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano attraverso il Gruppo di Lavoro Terre Alte.

Nata nel 2018 e con sede a Campobasso, “JustMo’” è un’impresa culturale che nasce dalla volontà di unire le diverse professionalità e mettere in campo idee, progetti e opportunità che abbiano al centro del loro interesse e della loro forza la crescita culturale delle comunità e dei territori.

[I monti Predicopeglia (1946 m) e Forcellone (2030 m), nelle Mainarde. Immagine di Alberto Nardi tratta da www.montagna.tv.]
«Portiamo nel nome le nostre radici: il Molise» si legge nel sito web della Cooperativa. «Dalla sua storia e dalla sua cultura millenaria abbiamo imparato che è l’uomo, con il suo patrimonio di conoscenze e saperi, a determinare la forma e la sostanza dei territori e della propria cultura. Vogliamo contribuire a definire la sostanza del nostro futuro e quello delle nostre comunità accompagnandole nella fusione delle nuove conoscenze con gli antichi saperi, nella scoperta di nuovi linguaggi e nell’apertura verso altre culture. Da qui partiamo per offrire una serie di servizi e spazi che creano reti, offrono opportunità di incontri, migliorano la qualità dell’esperienza, accrescono la comprensione e aprono le prospettive. Con i piedi sulla terra, le mani su una tastiera e lo sguardo oltre la siepe.»

La Cooperativa ha già collaborato più volte con il CAI, condividendone motivazioni, modalità operative e sviluppando con il sodalizio iniziative di studio, valorizzazione e promozione del territorio e delle montagne del Molise, della loro storia e della loro eredità culturale.

“JustMo’” rappresenta insomma una realtà assolutamente importante e preziosa per il territorio molisano, una delle tante che sulle montagne italiane e per le comunità che le abitano ne sta elaborando e costruendo il futuro possibile e necessario, non quello improbabile e superfluo per di più decadente che altri pretendono di imporvi, a mero beneficio dei propri interessi e senza alcuna attenzione verso la cultura e l’anima dei territori.

N.B.: qui trovate anche “cose belle e buone” fatte in e per la montagna delle quali ho scritto in passato.