[Panorama di Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Sto seguendo, come forse molti di voi, la questione in corso sulla richiesta del comune di Valsavarenche di uscire dai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso al fine di – semplifico molto il suo nocciolo ma coerentemente ai fatti – snellire la burocrazia alla quale l’essere parte del Parco lo sottoporrebbe. La questione è ben coperta e analizzata dal “GognaBlog”, di Alessandro Gogna, e da “Lo Scarpone”, il notiziario on line del Club Alpino Italiano, ai quali vi rimando se volete saperne di più; ulteriori approfondimenti li trovate nel sito web di Mountain Wilderness Italia.
Personalmente, allo stato attuale delle cose (che tuttavia suppongo evolveranno ancora, nei prossimi giorni), sulla questione mi vengono un paio di riflessioni che non mi sembra siano state ancora contemplate, se non marginalmente (almeno tra le testimonianze da me lette), nel dibattito in corso.
La prima: il senso autentico e compiuto di un Parco Nazionale qual è? Mi sembra che da sempre, e in modo crescente nella contemporaneità, un’area naturale protetta venga sempre e solo vista o come un dispositivo di protezione dell’ambiente ma non del paesaggio, nel senso della relativa Convenzione Europea, oppure come uno strumento molesto e vessatorio per chi ci vive dentro. Cose entrambi vere per molti versi, sia chiaro: se è fondamentale proteggere la biodiversità di un territorio montano assolutamente emblematico in tal senso, lo è anche agevolare entro i limiti più sensati la vita di chi ci vive magari da generazioni ed è a sua volta parte della biodiversità locale. Invece, mi sembra che sempre pochissimo si rifletta sulle numerose opportunità che il far parte di un Parco Nazionale per giunta così prestigioso come quello del Gran Paradiso può offrire: per il sempre più crescente turismo sostenibile, per lo sviluppo delle economie locali che proprio nelle specificità del territorio trovano il proprio valore, per la distinzione culturale e identitaria che un luogo così noto e apprezzato determina, eccetera. L’appartenenza al Parco dovrebbe essere una preziosa e luccicante medaglia da appuntarsi al petto, da parte di chi vi fa parte, viceversa viene spesso considerata una macchia da ripulire al più presto. D’altro canto, pensare di poter fare, nei confini di un’area protetta o nelle zone contigue, ciò che fanno altri territori non tutelati, spesso male e con danni notevoli che tutti constatiamo, è una insensatezza bella e buona, in sé e per quanto ho rimarcato poco sopra.
[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]La seconda riflessione è legata proprio a questa insensatezza, e mi sorge leggendo – su “Lo Scarpone”, l’opinione di un “cittadino” di Valsavarenche interpellato sulla questione, il quale immagino manifesti un pensiero diffuso tra molti suoi conpaesani e dunque sia particolarmente emblematica: «Il nostro piano regolatore, in ogni caso, è approvato dalla natura. Se costruisci un metro più a monte una valanga ti porta via tutto, se lo fai un metro a valle, lo fa la prossima piena del fiume». Così ha detto il “cittadino” esprimendo a mio parere una stupidaggine sesquipedale e confondendo gli elementi politici e ancor più antropologici che determinano l’atto di abitare e vivere nei territori come quello in questione. Cosa vorrebbe dire con quelle parole, che se non ci sono pericoli di valanghe o di alluvioni si può costruire ciò che si vuole? Che si possa cementificare, asfaltare, edificare mostruosità d’ogni sorta nei fondivalle perché tanto gli stambecchi e le stelle alpine sono in alto sulle vette? È una formula differente per riaffermare il bieco slogan “La montagna è nostra e ci facciamo quel che vogliamo” che purtroppo certi montanari “sovranisti” tutt’oggi affermano, e che è stata alla base della devastazione di molti territori di montagna dal boom economico in poi, in cambio di un benessere apparente, invero infido e rapidamente svanito?
[Volume presentato dal Parco nel 1951 che attesta l’esclusione del “Budello” di Valsavarenche. Foto di Claudio Vicari tratta da https://gognablog.sherpa-gate.com.]D’altro canto, pure un’affermazione dell’attuale Presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso – di nuovo riportata dai media citati – mi pare sulla stessa falsariga di fondo: «Il Parco che asfalta le comunità locali, con me, è finito» ha detto. Ora, a parte il lessico pittoresco utilizzato (ma il termine “asfalto” nel parlato su un’area naturale protetta, poi?), la questione non è, non può essere così rozzamente basata sull’asfaltare o meno le comunità locali ma, come ha giustamente denotato l’amica Mariagrazia Gavazza, Presidente della Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano (CCTAM) del CAI, «sull’insuccesso dovuto al fatto che, fino a oggi, i due enti (cioè il Parco e il Comune di Valsavarenche nonché i soggetti pubblici ad esso superiori – n.d.L.) non sono riusciti a trovare una soluzione a una diatriba storica. Il rischio è che in un periodo in cui ci viene chiesto anche dall’Unione Europea di aumentare le aree tutelate, procedure come questa possano incentivare alcuni Comuni a procedere con la ridefinizione dei confini in altri Parchi Nazionali».
[Veduta della testata della Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]E, aggiungo, non è solo e non tanto l’Unione Europea a chiedere di aumentare le tutele naturali ma lo chiede il pubblico sempre più ampio del turismo lento e consapevole nonché, e soprattutto, ce lo chiede la realtà in divenire la quale, tra le conseguenze della crisi climatica e le crescenti criticità legate alla fragilità delle aree naturali montane, appare sempre più problematica e bisognosa di una gestione politica, amministrativa e civica attenta, intelligente, coerente. Il che non significa affatto imporre catene e recinti burocratico-amministrativi agli abitanti di queste aree ma, parimenti, nemmeno pretendere che in esse le tutele più eque e sensate non debbano avere valore, come se gli abitanti stessi non volessero essere e non si sentissero parte delle loro montagne, del loro paesaggio, della sua storia, dell’identità peculiare che ne deriva e della loro biodiversità. Ma anche in montagna i “Sapiens”, siano essi ambientalisti o cementificatori, fortunatamente restano animali, per certi versi non dissimili da stambecchi, marmotte e nemmeno, in quanto organismi viventi, da stelle alpine e genziane: è bene non scordarlo, se vogliamo salvaguardare veramente e a lungo tutte le montagne, tutelate o meno che siano.
Tuttavia, come accennato, credo che la questione avrà ulteriori sviluppi. Vedremo quali.
[Una veduta del centro di Ronco Canavese.]In Val Soana, valle piemontese posta sul versante sud del massiccio del Gran Paradiso e quasi interamente inserita nell’omonimo Parco Nazionale (è la valle che ospita il Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra” dell’omonimo progetto), è partita un’interessante e ammirevole iniziativa che tenta di attivare una dinamica di ripopolamento del proprio territorio attirandovi nuovi abitanti e cercando di inserirli nel tessuto socioeconomico locale.
Il progetto si chiama “VIHTA – Wild working in Valle Soana”, prende il nome dal termine vihta che nel patois francoprovenzale locale significa “stai”, ed è curato dall’associazione Comunità Sassifraga APS nell’ambito del Piano di Azione per l’Abitabilità della Valle Soana, un progetto reso possibile dal sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo attraverso il programma APICE. Unisce i tre comuni della valle, Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana, i quali dal 20 settembre al 18 ottobre prossimi aprono le porte della proprie comunità a lavoratori, ricercatori, studenti universitari, professionisti, nomadi digitali e nuclei familiari, offrendo alloggi condivisi e spazi di co-working a tariffe agevolate per combattere lo spopolamento con la prima esperienza di residenza temporanea organizzata. Rappresenta il primo progetto integrato di residenzialità e lavoro flessibile ai piedi del Gran Paradiso e si pone l’obiettivo di dimostrare come la Valle Soana non sia soltanto una meta per ospiti di uno o pochi più giorni, ma un territorio vivo, dotato di servizi e infrastrutture, capace di attrarre nuovi abitanti a lungo termine.
[Scorcio di Valprato Soana. Immagine tratta da www.facebook.com/UnaValleFantastica.]Il progetto mette a disposizione dei partecipanti un pacchetto completo: alloggi in case condivise dislocate nei tre comuni e nelle borgate, postazioni di co-working attrezzate con connessione internet e un ricco calendario di attività comunitarie per entrare in contatto diretto con la popolazione locale, le tradizioni e l’enogastronomia della valle. La partecipazione prevede un contributo agevolato (a partire da 200 Euro per due settimane e 300 Euro per quattro settimane, con ulteriori sconti per i soci di Comunità Sassifraga), mentre per incentivare l’arrivo di famiglie è stata pensata una formula speciale: quota azzerata per i figli fino a 10 anni e possibilità di usufruire della didattica, favorendo una reale integrazione nel tessuto sociale della valle.
Le domande di partecipazione possono essere inviate fino al 20 luglio 2026. Il bando completo, i requisiti di selezione e il modulo di candidatura li trovate qui. I posti sono limitati e la selezione premierà la motivazione a integrarsi attivamente nella vita della comunità locale.
Senza alcun dubbio “VIHTA” è un progetto importante e lodevole, un’iniziativa concreta e emblematica che, pur nel suo piccolo, lavora attivamente per tentare di rigenerare il dinamismo socioeconomico di un territorio montano marginale, fortunatamente poco interessante per il turismo di massa eppure ricco di notevoli potenzialità e per questo bisognoso di un progetto e di una visione organica, sensibile, e di lungo termine.
Ma per fare in modo che “VIHTA” non resti un mero tentativo di portare in Val Soana persone che non solo risiedono nel luogo ma che lo abitano veramente e lo vivono compiutamente insieme a tutta la comunità locale credo servano altre due cose: la prima, che si attivi e sia ben alimentata anche la relazione culturale dei nuovi residenti con il luogo e il suo Genius Loci, che vi si sentano legati, che lo sappiano identificare come casa e di contro che anch’essi diventino rappresentanti consapevoli della sua identità culturale. E per fare questo serve che l’intero territorio sappia far diventare i nuovi residenti parte della sua comunità non solo attraverso le iniziative pensate al riguardo, che sappia “alimentarli” di quel senso di comunità grazie al quale i nuovi arrivati si sentano non solo accolti ma che percepiscano il ben-essere di stare nel luogo e nel suo paesaggio.
[La borgata di Boschietto, nel comune di Ronco Canavese, con sulla sinistra la piramide del Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra“.]La seconda è che il territorio nel quale si sviluppa il progetto “VIHTA” sia adeguatamente supportato dalla politica nei suoi servizi di base a supporto della residenzialità stanziale. Cioè, in parole semplici, che la politica sappia dotare la Val Soana dei servizi necessari a viverci in modo dignitoso invece di tagliarli come succede da anni, parimenti tagliando risorse vitali per questi territori e trascurando pure l’ascolto e l’interlocuzione con le comunità, dunque la conseguente rappresentatività politica. Perché si possono anche promettere le case più belle e i lavori più gradevoli ai nuovi abitanti, ma se questi per recarsi al più vicino ambulatorio medico o alla scuola primaria dovranno sobbarcarsi mezz’ore d’auto in andata e in ritorno senza peraltro una valida alternativa di trasporto pubblico, ci penseranno ben più di due volte prima di andare lassù. Ed è questo secondo aspetto che a me preoccupa di più, viste le cronache politiche nostrane al riguardo.
In ogni caso “VIHTA” è un progetto sicuramente da sostenere e seguire con grande attenzione, che mi auguro vivamente possa avere pieno successo.
Per chi volesse saperne ancora di più, può contattare i responsabili del progetto alla mail wildworking@visitvallesoana.it
In molti, troppi luoghi montani ci sono persone, tra le quali purtroppo si annoverano numerosi politici, che al termine “sviluppo” associano immediatamente “ruspe”. E a seguire ogni altra cosa che possa indicare tornaconti e vantaggi particolari, invece di associare a “sviluppo” il termine “comunità”, e a seguire “luoghi”, “paesaggi”, “ambiente naturale”, “beni comuni”.
Che accada per superficialità, leggerezza, incompetenza, ignoranza o per mera scelleratezza, o che in ciò non vi sia nulla di formalmente illegittimo, la sostanza che ne deriva è un costante, irrefrenabile sfruttamento dei territori montani ancora intatti, spesso con autentiche devastazioni di ambienti naturali peculiari e identitari per quei territori, considerati né più né meno come spazi vuoti da riempire e mettere a valore (questa è la loro “valorizzazione”) per applicarvi un prezzo di vendita (uno skipass, ad esempio) e trarne una rendita.
Tutto ciò senza porsi limiti, senza farsi domande, senza porsi dubbi sulla legittimità politica, civica, culturale di tali interventi, come fossero la manifestazione di una verità assoluta che fa di un patrimonio collettivo e dei suoi beni comuni un ambito sostanzialmente privatizzato da sfruttare a piacimento – visto come quasi sempre tali opere commissionate da enti pubblici producano vantaggi soprattutto a soggetti privati.
È un assalto ormai costante, tambureggiante, apparentemente irrefrenabile. Già, perché solo la sensibilità diffusa derivante dal nostro senso civico di cittadini, persone, donne e uomini sinceramente appassionati di montagne può contrastare quell’assalto e impedirlo, come molti vicende hanno dimostrato. Forse dobbiamo solo fermarci un attimo e riflettere su ciò che vediamo e constatiamo, capendo che cose del genere sono sempre “affare nostro”, ci coinvolgono sempre e comunque perché toccano e consumano un nostro patrimonio collettivo e perché ogni indifferenza al riguardo è uno stimolo in più regalato a quei soggetti per perpetrare il loro assalto e la devastazione alle montagne. Fermarci un attimo, osservare, comprendere, riflettere. E agire non con «cieca opposizione al progresso ma in opposizione al progresso cieco» come disse già un secolo fa John Muir. Senza più remore, se queste nostre montagne le vogliamo salvare da un degrado altrimenti inevitabile e, forse, irreversibile.
Una società si dimostra particolarmente ingiusta e squilibrata non solo quando lascia che chi la governa commetta delle azioni palesemente sbagliate senza che nessuno possa intervenire per fermarle fino a che il danno conseguente sia ormai fatto, ma pure quando dà la possibilità a chi ha commesso quello azioni di restare impunito, giustificandone così l’incompetenza e l’arroganza manifestate. Questo è un principio che vale per i massimi sistemi come per i piccoli, e ancor più se a subire il danno è un patrimonio inestimabile e collettivo, di noi tutti. Noi che altrimenti, insieme quel patrimonio, rischiamo di subire una bieca doppia – se non tripla – ingiustizia.
Il principio sopra esposto è perfettamente applicabile al Lago Bianco del Gavia – ricordate? Un bellissimo lago alpino a 2600 metri di quota a poca distanza dal Passo del Gavia, tra Valtellina e Valle Camonica il quale, nonostante presenti un biotopo di raro valore naturalistico e sia posto nella zona di massima tutela del Parco Nazionale delle Stelvio, tra il 2023/2024 è stato preso d’assalto da un cantiere che doveva prelevarne l’acqua al fine di alimentare i cannoni sparaneve del comprensorio sciistico di Santa Caterina Valfurva. Un cantiere illegittimo e palesemente criminale che solo grazie all’appassionato impegno di alcuni amici, Marco Trezzi in primis, e ad una mobilitazione “dal basso” che ha avviato diffide, esposti finanche alla UE e una battaglia legale autofinanziata – e senza alcun supporto dalle istituzioni politiche, è bene rimarcarlo – è stato fermato, ma già dopo che sono stati causati danni evidenti alle rive del lago.
Bene: nonostante tutto ciò, solo di recente è emerso che la Procura di Sondrio, competente sull’iter giudiziario avviato dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, ha archiviato l’esposto a luglio 2025, senza avvisare il legale del Comitato come la legge prevede e senza rispondere alle infinite richieste di audizione che negli anni sono state fatte. Oltre a questo ha continuato a far aggiornare l’esposto con perizie e documenti che, per quanto sopra, finivano all’insaputa dei promotori su un binario morto. Come ha scritto il Comitato sulla propria pagina Facebook, «Prendiamo dunque atto che secondo la “giustizia” Italiana devastare un habitat naturale protetto da svariati livelli normativi nazionali ed internazionali non costituisce reato alcuno.»
Viene da esclamare «Che schifo!», già. Ma non basta. Per presentare formale reclamo davanti alla giustizia Italiana contro il comportamento della Procura di Sondrio il Comitato ha deciso, previo assenso popolare raccolto in poche ore, di integrare la petizione UE e far ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione delle norme sull’accesso alla giustizia. Citando ancora il Comitato, «Soccombere a questo punto ci pare vergognoso e irrispettoso rispetto quanto di buono ed efficace fatto sin ora. Chiediamo quindi ancora una volta il vostro aiuto, per aiutarci a dare giustizia al nostro amato Lago Bianco. Per noi e per lasciare un segno che potrà essere visto anche dalle prossime generazioni.» Servivano infatti ulteriori 2.500 Euro oltre a quelli raccolti in precedenza per sostenere la causa di difesa del Lago: ma io ne sto scrivendo con qualche giorno di ritardo per cause di forza maggiore e la cifra necessaria è già stata rapidamente raccolta.
Tuttavia, posta tale assurda, vergognosa vicenda, io credo che ogni autentico appassionato di montagna e qualsiasi persona sensibile al futuro delle nostre terre alte e alla loro ineludibile bellezza, nonché consapevole che non esista alcuna società propriamente detta senza giustizia vera, anche nelle cose apparentemente secondarie come questa che in realtà non lo sono affatto – anzi, sovente sono ancora più emblematiche al riguardo – non possa non sostenere questa ulteriore, fondamentale battaglia del Comitato in difesa del Lago Bianco: donando qualcosa alla raccolta fondi, restano sensibile alla questione, facendo massa critica e pressione sulle figure istituzionali coinvolte, pretendendo che territori di inestimabile valore e bellezza come quello del Lago Bianco e ogni altro sulle nostre montagne non possa e non debba subire assalti tanto criminali da parte di soggetti pubblici o privati evidentemente incapaci di comprendere quel valore e interessati solo ai propri tornaconti, alle spalle dell’intera società civile.
La prima giustizia è proprio questa, in fondo: non quella che può sancire un tribunale o altro soggetto affine dopo un’azione giudiziaria, ma quella che noi tutti, singoli cittadini che siamo società civile e ancor prima comunità civica, dobbiamo pretendere prima che qualsiasi sopraffazione, prepotenza, illegalità, si manifestino e vengano avviate. Ancor più se coinvolge qualcosa di così bello, importante e delicato come le montagne: che sono nostre, di noi tutti, non di qualche miserrimo arrogante e dei suoi sodali. La cui impunità, sia chiaro, sarebbe un’ignobile sconfitta non solo per il Lago Bianco ma per l’intera nostra società.
Lunga e serena vita al Lago Bianco e a tutte le nostre montagne!
Un bell’articolo di Veronica Vismara, Presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia, che riassume con chiarezza il “caso” del Lago Bianco: https://veronicavismara.it/lago-bianco-passo-gavia…/
[Tutti i premiati con i candidanti dell’edizione 2025 e gli organizzatori del Premio.]Il Premio “Marcello Meroni” non è un “semplice” premio. Non lo è perché intitolato a una persona veramente eccezionale come era Marcello Meroni, astrofisico, alpinista di livello eccelso, istruttore Nazionale di Alpinismo, persona di grandissima intelligenza e di altrettanta modestia. E non lo è perché dedicandosi a persone “eccezionalmente normali” che si sono contraddistinte per aver portato a termine iniziative di puro volontariato legate alla montagna e caratterizzate da originalità, valenza sociale, dedizione e meriti etici e culturali, ne riconosce le grandi qualità, che sono anche se non soprattuttoumane.
Una prerogativa della quale mi sono nuovamente potuto rendere conto sabato scorso a Milano, partecipando alla premiazione dei vincitori del “Meroni” 2025 nella prestigiosa cornice della Sala Alessi di Palazzo Marino, e ritrovandomi in mezzo a gran belle persone, di valore prezioso, dai talenti molteplici, capaci di fare cose realmente eccezionali ma come fossero “normali” – tutta gente di montagna o sulla quale è di casa, per giunta, garanzia di consonanza intellettuale e spirituale. Donne e uomini, insomma, che è un inestimabile privilegio conoscere e frequentare, persone eccezionalmente normali – ma potrei dire per loro è l’eccezionalità a essere “norma” – che per ciò ringrazio di gran cuore: Nicla Diomede, Laura Posani, Luca Calvi, Flavia Cellerino, Anna Staffini Cammelli, Anna Giorgi, Claudio Gasparotti, tutti i vincitori delle varie categorie e le persone che hanno ricevuto la menzione d’onore e, last but non least, Marco Soggetto e Annamaria Gremmo la quale con me ha candidato e presentato il vincitore della sezione “cultura” del Premio, Giovanni Baccolo.
Perché ho deciso insieme ad Annamaria di candidare proprio lui? Be’, banalmente (per così dire) potrei rispondere perché ha scritto un libro fenomenale come “I ghiacciai raccontano”, dove la narrazione della glaciologia e del fascinoso mondo dei ghiacci terrestri articolata da Giovanni è proprio “eccezionalmente normale”, cioè capace di raccontare cose a volte anche complicate con una chiarezza e comprensione divulgative più uniche che rare, che pure le persone “normali” (espressione sciatta ma comune, come sapete) possono comprendere.
Ma sarebbe una risposta fin troppo facile, appunto; in realtà c’è di più, dal mio punto di vista.
Nel 1994, il primo di agosto ai “Colloqui di Dobbiaco”, Alexander Langer (altra figura eccezionale, senza dubbio alcuno) proferì quella famosa riflessione, in verità una domanda: «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. Ma come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?» Conversione che già allora appariva necessaria per come le avvisaglie del cambiamento climatico in corso fossero sempre più evidenti. Be’, sono passati più di trent’anni ma quella riflessione, quella domanda di Langer è ancora senza una buona risposta. O per meglio dire: le risposte ci sarebbero, ormai ben definite, ma ancora non desideriamo di considerarle veramente.
Forse, questa nostra mancanza di responsabilità collettiva ci deriva anche dal fatto che non sappiamo e non vogliamo ancora renderci conto di ciò che da decenni fino a oggi ci dice la scienza, con i suoi dati tanto inequivocabili quanto scomodi, fastidiosi, indesiderati appunto. E forse è stata un po’ una mancanza della scienza, il fatto che ancora non si desideri ascoltare le sue verità nonostante siano le nostre verità, ciò che noi siamo e che è il nostro mondo.
Ecco, Giovanni Baccolo è uno scienziato che, proprio con uno degli elementi geografici del nostro mondo e delle nostre montagne fondamentale quale è il ghiaccio, ha proprio la capacità di farci desiderare di saperne sempre di più, di essere sempre più consapevoli di ciò che ci sta accadendo intorno e dunque di rimetterci in relazione autentica con il mondo che viviamo così da essere un elemento finalmente benefico, per quanto ci è possibile, e non più negativo come troppo spesso siamo stati, noi genere umano, fino a oggi. Se un cambio di paradigma potrà avvenire, riguardo la nostra presenza nel mondo e l’impronta antropica che vi generiamo, così determinante anche per la storia recente e futura dei ghiacciai, è anche grazie a persone “eccezionalmente normali” come Giovanni.
Per questo sono stato veramente felice che la giuria del “Premio Meroni” abbia accettato la candidatura di Giovanni ritenendola meritevole del riconoscimento. Perché se lo è meritato lui e, se così posso dire, ce lo siamo meritati noi che abbiamo la fortuna di poterlo ascoltare e di saper imparare da lui.
Ecco anche perché il “Premio Meroni” non è soltanto un “semplice” premio. È un premio eccezionale, perché riconosce – e fa conoscere – persone all’apparenza normali che viceversa fanno cose “fuori dal mondo”, da quel mondo ordinario dove invece troppo spesso viene ritenuta eccezionale la vacuità e che tuttavia potrà salvarsi – dostoevskijanamente – proprio grazie alla bellezza profusa da certe persone normalmente eccezionali.
Di nuovo grazie di cuore a tutti quelli che hanno contribuito in ogni modo, attivamente ma anche solo con la presenza nel pubblico in sala, a rendere l’evento così bello e potente.
P.S.: su “Fatti di Montagna” trovare un bel resoconto della cerimonia di premiazione, mentre nella sezione “Altri Spazi” del blog di Alessandro Gogna trovate le motivazioni dei premi assegnati.