[La conca glaciale del Vadret Pers, sotto le tre sommità del Piz Palü.]Il fotografo svizzero Jürg Kaufmann ha dato il via nel 2023 al progetto “Glaciers.Today“, per il quale, negli ultimi tre anni, ha scattato oltre 50.000 fotografie ad alta definizione del Piz Palü, del ghiacciaio del Morteratsch e del Pers, sul lato elvetico del massiccio del Bernina, una delle conche glaciali più imponenti e famose delle Alpi. Uno scatto ogni mezz’ora da tre anni, in pratica, sempre dalla stessa angolazione, sempre con l’obiettivo rivolto verso le montagne e i ghiacciai suddetti, che ora è diventato un sito web e un archivio pubblico nel quale è documentato giorno per giorno, stagione dopo stagione, tanto la bellezza assoluta del luogo quanto lo stato di salute dei suoi ghiacciai, emblematico per quelli di tutte le Alpi. Le immagini si possono navigare e ingrandire per goderne dell’elevata risoluzione, esplorando il luogo e constatandone in tempo reale le trasformazioni dovute ai cicli stagionali e, ancor più, agli effetti della crisi climatica.
«Sui social un’immagine dura in media un secondo e mezzo – dice Kaufmann, – Il cambiamento vero non si vede in così poco tempo, richiede pazienza. Per questo il valore del progetto cresce ad ogni scatto. Il ghiacciaio è come un termometro e dice sempre la verità». Kaufmann si definisce un cronista, non un attivista. Con le sue foto spera di risvegliare convinzione sul tema nelle persone di tutte le generazioni. «Stiamo vivendo un cambiamento di lungo periodo e adattarsi richiede una convinzione solida, non attivismo. La convinzione nasce dal voler capire un processo e, grazie alle immagini, rimane ancorata nelle persone in modo più profondo.»
[Ingrandimento sulla parte sommitale del Piz Bernina con la celeberrima Biancograt (o Crast’Alva), una delle vie di ghiaccio più note delle Alpi.]“Glaciers.Today” è un progetto importante, affascinante e necessario, il cui sito web vi invito a visitare e navigare. Tanto per capacitarsi di quanta bellezza naturale si possa trovare in alta montagna, quanto per comprendere l’estrema delicatezza degli ambienti glaciali, le criticità che oggi li caratterizzano e la necessità collettiva di salvaguardarli, individualmente e chiedendone in massa la tutela a qualsiasi soggetto istituzionale o meno preposto.
N.B.: le informazioni utilizzate per questo articolo le ho ricavate dal sito “GRI.media”; le immagini che vedete ovviamente ricavate da “Glaciers.Today”, sono di oggi, mercoledì 5 agosto 2026, ore 13.30.
[Tutti i premiati con i candidanti dell’edizione 2025 e gli organizzatori del Premio.]Il Premio “Marcello Meroni” non è un “semplice” premio. Non lo è perché intitolato a una persona veramente eccezionale come era Marcello Meroni, astrofisico, alpinista di livello eccelso, istruttore Nazionale di Alpinismo, persona di grandissima intelligenza e di altrettanta modestia. E non lo è perché dedicandosi a persone “eccezionalmente normali” che si sono contraddistinte per aver portato a termine iniziative di puro volontariato legate alla montagna e caratterizzate da originalità, valenza sociale, dedizione e meriti etici e culturali, ne riconosce le grandi qualità, che sono anche se non soprattuttoumane.
Una prerogativa della quale mi sono nuovamente potuto rendere conto sabato scorso a Milano, partecipando alla premiazione dei vincitori del “Meroni” 2025 nella prestigiosa cornice della Sala Alessi di Palazzo Marino, e ritrovandomi in mezzo a gran belle persone, di valore prezioso, dai talenti molteplici, capaci di fare cose realmente eccezionali ma come fossero “normali” – tutta gente di montagna o sulla quale è di casa, per giunta, garanzia di consonanza intellettuale e spirituale. Donne e uomini, insomma, che è un inestimabile privilegio conoscere e frequentare, persone eccezionalmente normali – ma potrei dire per loro è l’eccezionalità a essere “norma” – che per ciò ringrazio di gran cuore: Nicla Diomede, Laura Posani, Luca Calvi, Flavia Cellerino, Anna Staffini Cammelli, Anna Giorgi, Claudio Gasparotti, tutti i vincitori delle varie categorie e le persone che hanno ricevuto la menzione d’onore e, last but non least, Marco Soggetto e Annamaria Gremmo la quale con me ha candidato e presentato il vincitore della sezione “cultura” del Premio, Giovanni Baccolo.
Perché ho deciso insieme ad Annamaria di candidare proprio lui? Be’, banalmente (per così dire) potrei rispondere perché ha scritto un libro fenomenale come “I ghiacciai raccontano”, dove la narrazione della glaciologia e del fascinoso mondo dei ghiacci terrestri articolata da Giovanni è proprio “eccezionalmente normale”, cioè capace di raccontare cose a volte anche complicate con una chiarezza e comprensione divulgative più uniche che rare, che pure le persone “normali” (espressione sciatta ma comune, come sapete) possono comprendere.
Ma sarebbe una risposta fin troppo facile, appunto; in realtà c’è di più, dal mio punto di vista.
Nel 1994, il primo di agosto ai “Colloqui di Dobbiaco”, Alexander Langer (altra figura eccezionale, senza dubbio alcuno) proferì quella famosa riflessione, in verità una domanda: «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. Ma come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?» Conversione che già allora appariva necessaria per come le avvisaglie del cambiamento climatico in corso fossero sempre più evidenti. Be’, sono passati più di trent’anni ma quella riflessione, quella domanda di Langer è ancora senza una buona risposta. O per meglio dire: le risposte ci sarebbero, ormai ben definite, ma ancora non desideriamo di considerarle veramente.
Forse, questa nostra mancanza di responsabilità collettiva ci deriva anche dal fatto che non sappiamo e non vogliamo ancora renderci conto di ciò che da decenni fino a oggi ci dice la scienza, con i suoi dati tanto inequivocabili quanto scomodi, fastidiosi, indesiderati appunto. E forse è stata un po’ una mancanza della scienza, il fatto che ancora non si desideri ascoltare le sue verità nonostante siano le nostre verità, ciò che noi siamo e che è il nostro mondo.
Ecco, Giovanni Baccolo è uno scienziato che, proprio con uno degli elementi geografici del nostro mondo e delle nostre montagne fondamentale quale è il ghiaccio, ha proprio la capacità di farci desiderare di saperne sempre di più, di essere sempre più consapevoli di ciò che ci sta accadendo intorno e dunque di rimetterci in relazione autentica con il mondo che viviamo così da essere un elemento finalmente benefico, per quanto ci è possibile, e non più negativo come troppo spesso siamo stati, noi genere umano, fino a oggi. Se un cambio di paradigma potrà avvenire, riguardo la nostra presenza nel mondo e l’impronta antropica che vi generiamo, così determinante anche per la storia recente e futura dei ghiacciai, è anche grazie a persone “eccezionalmente normali” come Giovanni.
Per questo sono stato veramente felice che la giuria del “Premio Meroni” abbia accettato la candidatura di Giovanni ritenendola meritevole del riconoscimento. Perché se lo è meritato lui e, se così posso dire, ce lo siamo meritati noi che abbiamo la fortuna di poterlo ascoltare e di saper imparare da lui.
Ecco anche perché il “Premio Meroni” non è soltanto un “semplice” premio. È un premio eccezionale, perché riconosce – e fa conoscere – persone all’apparenza normali che viceversa fanno cose “fuori dal mondo”, da quel mondo ordinario dove invece troppo spesso viene ritenuta eccezionale la vacuità e che tuttavia potrà salvarsi – dostoevskijanamente – proprio grazie alla bellezza profusa da certe persone normalmente eccezionali.
Di nuovo grazie di cuore a tutti quelli che hanno contribuito in ogni modo, attivamente ma anche solo con la presenza nel pubblico in sala, a rendere l’evento così bello e potente.
P.S.: su “Fatti di Montagna” trovare un bel resoconto della cerimonia di premiazione, mentre nella sezione “Altri Spazi” del blog di Alessandro Gogna trovate le motivazioni dei premi assegnati.
Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.
Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.
[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.
Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.
[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.
E nel mentre che qualcuno si vanta di “salvare i ghiacciai” piazzandoci sopra quegli orribili teli geotessili che invero non salvano nulla ma spargono microplastiche ad alta quota – vedi l’articolo di stamattina qui nel blog – ecco qual è la situazione dei ghiacciai del pianeta in seguito alla crisi climatica antropogenica in corso, riassunta in questa chiara ed efficace infografica tratta da qui:
È sempre più il caso di rifletterci sopra, inutile rimarcarlo.
Nel suo libro I ghiacciai raccontano, Giovanni Baccolo tra mille altre cose affascinanti traccia, più o meno succintamente, le figure e l’attività scientifica di alcuni personaggi fondamentali nello studio dei ghiacciai della Terra.
Una di quelle che ho trovato più emblematiche – e tra poco lo capirete subito anche voi perché – è John Mercer (1922-1987), brillante scienziato inglese, geografo di formazione, pressoché sconosciuto al grande pubblico. Durante la sua carriera Mercer lavorò in Inghilterra, Canada, Australia e Stati Uniti, occupandosi dei più disparati temi: dall’uso delle risorse ambientali da parte delle popolazioni dell’Oceano Pacifico alla glaciologia, campo nel quale si distinse particolarmente producendo una serie impressionante di risultati. Fu tra i primi a indagare la vulnerabilità delle grandi calotte polari al cambiamento climatico e a studiare l’Antartide come un sistema glaciale capace di profondi sconvolgimenti per l’intero pianeta.
[John Mercer in Perù nel 1976. Fonte: byrd.osu.edu.]Così Giovanni Baccolo traccia la sua figura, alle pagine 70-71 del libro:
Nel 1978 il glaciologo inglese John Mercer pubblicò un pionieristico lavoro sulla potenziale instabilità dei ghiacciai dell’Antartide occidentale. Inutile dirlo, a impensierire lo scienziato furono le modifiche apportate dalla nostra specie al clima del pianeta. In quattro succinte pagine, lo studioso ammoniva sul rischio che l’aumento della temperatura provocato dall’utilizzo dei combustibili fossili potesse compromettere i fragili equilibri che assicurano l’esistenza della calotta antartica occidentale. Mercer predisse che, se non avessimo ridotto le emissioni di anidride carbonica, sarebbero bastati pochi decenni per osservare le prime avvisaglie di instabilità. La scomparsa della calotta antartica occidentale porterebbe a un innalzamento di oltre 5 metri del livello del mare. Il valore sembra poca cosa rispetto ai 50 metri di risalita potenzialmente prodotti dalla fusione dell’Antartide orientale. Mentre però la fusione di quest’ultima è improbabile grazie alla sua intrinseca stabilità climatica e glaciologica, per l’Antartide occidentale non è così. Quei 5 metri di aumento sono una possibilità tutt’altro che remota.
Quando Mercer pubblicò il suo studio sulla prestigiosa rivista “Nature”, l’accoglienza da parte della comunità scientifica fu quantomeno tiepida. Solo una sparuta minoranza riconobbe l’importanza del lavoro. Tanti altri lo bollarono come inutilmente allarmistico e al limite del fantascientifico. Lo studioso tentò di ottenere ulteriori fondi per finanziare le ricerche, ma non riuscì nell’impresa. Le sue idee erano troppo in anticipo sui tempi. All’epoca, la scienza del cambiamento climatico era ai suoi esordi e si cominciava solamente in quegli anni a ipotizzare che il massiccio impiego di combustibili fossili avrebbe portato a una sostanziale perturbazione del sistema climatico. Era poi opinione diffusa che le grandi calotte glaciali polari fossero strutture pressoché eterne, impossibili da perturbare in modo significativo. Oggi sappiamo però che tale visione non era in realtà giustificata da solide evidenze scientifiche. Mercer aveva ragione, l’Antartide occidentale è un sistema intrinsecamente instabile e il cambiamento climatico antropogenico la sta intaccando. Le sue previsioni si stanno avverando con sorprendente puntualità.
Ecco: Mercer fu tra gli scienziati che prima di altri e con particolare forza evidenziò la correlazione tra l’impiego dei combustibili fossili, i cambiamenti climatici e la fusione dei ghiacci terrestri, polari e non solo. Eppure, scrive Baccolo, in tanti – colleghi inclusi – bollarono il suo studio come «inutilmente allarmistico e al limite del fantascientifico».
Invece Mercer aveva ragione.
Ora capirete di sicuro, appunto, perché la sua figura sia così emblematica.
[Scorcio della Barriera di Ross, in Antartide, che fu oggetto degli studi glaciologico-climatici di Mercer. Foto di Michael Van Woert, NOAA Photo Library, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]Quante volte la scienza, presentando prove assolutamente rigorose, mette in guardia l’umanità dai pericoli piccoli e grandi derivanti da certe attività antropiche, senza tuttavia essere ascoltata?
Oggi ancora più di qualche decennio fa, pare che il razionalismo scientifico sia antitetico e inviso tanto alla geopolitica che governa su scala planetaria quanto alla politica locale e alle proprie azioni nei territori di riferimento: basti pensare – per citare un esempio “montano” – alla continua realizzazione di impianti sciistici in zone dove qualsiasi report scientifico-climatico mette nero su bianco l’assenza di condizioni ambientali adatte allo scopo. Anche oggi in questi relativamente “piccoli” casi la scienza viene bollata di diffondere inutili allarmismi, così da giustificare quei progetti e i relativi stanziamenti milionari di soldi pubblici.
Dove sta dunque la “fantascienza”, in realtà? In ciò che la scienza a volte cerca di rivelarci o che certa politica ci impone di credere? Ovvero, a proposito di quanto appena scritto: sta nei report climatici o in certi progetti sciistici?
E quando dovremo dare inesorabilmente ragione a quelli a cui oggi viene dato torto, che fine avranno ormai fatto le nostre montagne e la vita delle loro comunità?
Credo sia bene tenerla presente, la storia di John Mercer. Già.