Un progetto che valorizza in modo sostenibile e integrato montagne e comunità della Valle Camonica

Non è vero che la montagna può vivere solo con il turismo massificato o venendo trasformata in luna park da attrazioni meramente ludico-ricreative che ne banalizzano l’anima e la condannano ad una inesorabile decadenza. La montagna è bellezza, cultura, benessere, socialità, libertà – innanzi tutto libertà da quei modelli con i quali si dice di «valorizzarla» puntando invece a sfruttarla a più non posso. Ci vuole altro, i monti meritano altro.

Ecco, ad esempio meritano un progetto come “Val CamUnica”, che nasce con l’obiettivo di valorizzare la Val Camonica (in provincia di Brescia, uno dei territori in assoluto più importanti e emblematici delle Alpi italiane) attraverso un calendario strutturato di più di 40 escursioni, distribuite nel periodo da aprile a ottobre.

L’iniziativa coinvolge una rete di partner locali – tra cui accompagnatori di media montagna, strutture ricettive e produttori del territorio – creando un ecosistema collaborativo capace di offrire esperienze autentiche e di qualità.

Le attività proposte spaziano dal trekking naturalistico a brevi esperienze enogastronomiche, fino a percorsi storici e artistici, pensati per diversi livelli di preparazione e interesse. Ogni escursione è progettata per favorire un’immersione completa nel territorio, con un’attenzione particolare alla scoperta di luoghi meno conosciuti e alla valorizzazione delle tradizioni locali.

Val CamUnica promuove un modello di turismo sostenibile, attento al rispetto dell’ambiente e alla crescita delle realtà locali, incentivando pratiche responsabili e consapevoli e il coinvolgimento dei più giovani. Il progetto mira a rafforzare l’identità della valle, creando sinergie tra operatori e generando valore condiviso per la comunità.

Le esperienze saranno guidate da professionisti qualificati e arricchite da momenti esperienziali distintivi, capaci di rendere ogni uscita unica. L’iniziativa si rivolge sia a turisti che a residenti, con l’obiettivo di stimolare una nuova forma di fruizione del territorio.

Val CamUnica si propone infine come un modello replicabile di turismo integrato, basato su collaborazione, qualità e valorizzazione autentica del patrimonio locale.

Quale ulteriore valore aggiunto al progetto, la stagione 2026 delle escursioni gode anche della partnership con l’Officina Culturale ALPES, che conferisce un ulteriore marchio di indubitabile qualità all’iniziativa. E domenica prossima, 19 aprile, la stagione si apre con una giornata in cammino insieme a Franco Michieli, figura di grande prestigio internazionale da tempo parte di ALPES, che guiderà i partecipanti tra gli alpeggi di Villa Dalegno, per conoscere da vicino il progetto di recupero culturale del luogo e del suo paesaggio peculiare che circonda a nord la conca di Ponte di Legno.

Il percorso si propone, anche mediante l’app creata per la localizzazione dei toponimi, di rivisitare i luoghi del passato con la preziosa compagnia di Franco Michieli, geografo, alpinista, esploratore, divulgatore culturale e garante di Mountain Wilderness International, che i partecipanti potranno conoscere meglio nelle pause ristoratrici attraverso i suoi racconti e i preziosi aneddoti sulle sue spedizioni e i libri, con nozioni circa l’ambiente che circonda il percorso e la sua lettura e interpretazione del paesaggio.

Per informazioni sull’escursione e iscrizioni, oltre alle locandine sopra pubblicate potete dare un occhio qui, mentre in generale l’invito che vi caldeggio è quello di supportare e seguire il progetto “Val CamUnica” nonché, ovviamente, di partecipare alle iniziative proposte. Lo meritano senza alcun dubbio!

N.B.: le foto in testa al post sono tratte da https://sentiericamuni.wordpress.com (altro bellissimo sito, da visitare e frequentare) e si riferiscono al percorso dell’escursione guidata da Franco Michieli.

MONTAG/NEWS #22, la rassegna stampa di alcune delle più interessanti e utili notizie recenti dalle montagne

Il 2025 anno nero degli incidenti in montagna, un sondaggio sulla percezione delle Olimpiadi invernali, una ricerca che rivela chi sono i frequentatori dei rifugi del Trentino, il cibo alpino candidato a “Patrimonio Unesco”, un ottimo e completo resoconto del dossier “Nevediversa 2026“… queste sono solo alcune delle notizie che compongono la rassegna stampa n°22 di “MONTAG/NEWS”, che torna dopo una pausa forzata a proporvi alcuni dei fatti di montagna più interessanti sui quali si è scritto in rete e sulla stampa nei giorni scorsi, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. Le notizie più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra, costantemente aggiornata; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Come sempre, buone letture e buoni approfondimenti!


TRENTINO: PIANI REGOLATORI AGGIRATI PER FAVORIRE IL TURISMO INDUSTRIALE

Il Trentino viene spesso raccontato come un “territorio-modello”: efficienza amministrativa, equilibrio tra sviluppo e tutela, una montagna che avrebbe saputo trovare la propria misura nel tempo della crisi climatica. Ma sotto questa superficie ordinata e rassicurante si muove una realtà ben diversa, fatta di deroghe sistematiche, accelerazioni silenziose e trasformazioni profonde del territorio. È qui, nelle pieghe meno visibili delle scelte politiche e urbanistiche, che emerge un’altra storia: quella di una montagna progressivamente adattata alle logiche della crescita, più che ai suoi limiti, e sostanzialmente svenduta alla turistificazione più esasperata. Ne scrive con la consueta esemplare chiarezza Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italiaqui.


2025, MAI COSÌ TANTI INCIDENTI IN MONTAGNA

Spiacevole da dire, ma evidentemente sempre più persone frequentano la montagna senza averne la dovuta conoscenza e consapevolezza. Ecco dunque che il 2025 è stato l’anno con il più alto numero di interventi di sempre in montagna da parte del soccorso alpino. Le missioni del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico sono state 13mila, con un aumento dell’8% rispetto al 2024. In aumento anche i decessi: +13% ovvero ben 528, oltre a 9.624 feriti. Maggiormente coinvolti gli escursionisti: il 43,6% degli interventi del Soccorso è per loro, seguiti da chi pratica mtb e sci con rispettivamente il 7,6% e il 7,4% del totale. Il quadro complessivo conferma la necessità di investire in prevenzione, sensibilizzazione e formazione, contrastando qualsiasi narrazione fuorviante e banalizzante sulla montagna e la sua frequentazione.


IL CIBO ALPINO CANDIDATO A PATRIMONIO DELL’UNESCO

È stata depositata ieri la candidatura multinazionale “Patrimonio alimentare alpino: programmi culturali di salvaguardia promossi dalle comunità” al Registro delle Buone Pratiche di Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. La candidatura, coordinata dalla Svizzera e presentata con Francia, Italia e Slovenia, non chiede il riconoscimento di singole tradizioni, ma valida programmi di salvaguardia gestiti direttamente dalle comunità alpine: dai Parchi naturali regionali francesi delle Bauges alla Valchiusella in Piemonte con la cultura delle erbe selvatiche, dalla cucina tradizionale slovena nell’Alta Carniola al modello Valposchiavo Smart Valley Bio. La decisione dell’Unesco al riguardo arriverà non prima del dicembre 2027.


CHI FREQUENTA I RIFUGI ALPINI DEL TRENTINO (“MERENDEROS” A PARTE)?

La ricerca “I frequentatori dei rifugi del Trentino”, realizzata da TSM-Accademia della Montagna, ha analizzato il profilo di quanti pernottano nei rifugi, approfondendone le caratteristiche sociodemografiche, le modalità di fruizione della montagna e le aspettative nei confronti dei servizi e dei gestori, nonché il livello di consapevolezza rispetto alle tematiche ambientali e alla sostenibilità. Ne scaturisce il profilo di un frequentatore “maturo”, dal punto di vista anagrafico ma anche in relazione all’esperienza e alle modalità di frequentazione della montagna, con un alto livello di istruzione, che ricerca consapevolmente un’esperienza di immersione e distacco. E poi ci sarebbero i “merenderos”: ma sono altra cosa, per fortuna.


DEIMPERMEABILIZZARE I SUOLI ALPINI È UNA PRIORITÀ

Anche nelle Alpi il suolo rappresenta una risorsa spesso trascurata: i terreni alpini immagazzinano acqua, raffreddano l’ambiente circostante e offrono habitat a innumerevoli specie, ma spesso vengono cementificati, impermeabilizzati o danneggiati. Con il progetto “Ground:breaking” la CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi ha mostrato perché è urgente procedere alla deimpermeabilizzazione e come farlo con successo: quattro comuni pilota in Austria, Germania, Italia e Slovenia hanno posto al centro dell’attenzione i temi della deimpermeabilizzazione e del miglioramento del suolo con approcci adeguati alle realtà locali.


REGIO RETICA, COLLABORAZIONE ALPINA TRA ITALIA E SVIZZERA

A poco meno di un anno dal lancio, il progetto Interreg Regio Retica è entrato nella fase operativa. Il comitato che pilota l’iniziativa di cooperazione transfrontaliera fra Bregaglia, Valposchiavo, Engadina e Valtellina ha definito gli indirizzi strategici e operativi. L’obiettivo del progetto è sviluppare strategie condivise per migliorare la qualità di vita dei cittadini e delle imprese su entrambi i lati del confine. Si tratta di circa 200’000 persone fra la Provincia di Sondrio e le Regioni Maloja e Bernina. Un territorio di oltre 4.000 chilometri quadrati che condivide cultura e storia, ma anche incognite e problemi.


UN SONDAGGIO SULLA CONSIDERAZIONE DELLE OLIMPIADI

Anche la Sezione CAI di Bergamo ha prodotto un questionario aperto a tutti riguardante le ultime Olimpiadi invernali appena terminate, che vuole essere un modello base per analizzare a livello centrale il meccanismo proposto come “sostenibile” che avrebbe caratterizzato i Giochi. In concreto, il sondaggio vuole capire quanto i Soci hanno seguito l’evento, dal suo annuncio fino alla conclusione dei giochi; in che proporzione conoscono la posizione espressa in merito dal CAI Centrale; conoscerne l’opinione sulla realizzazione delle infrastrutture necessarie allo svolgimento dei giochi e sul loro impatto sui territori montani; capire in che proporzione i Soci sono a conoscenza delle linee guida contenute nel Bidecalogo. Il sondaggio lo trovate qui.


UN PREMIO A CHI CREA VALORE AGGIUNTO IN MONTAGNA

Dal 2011 in Svizzera il Prix Montagne/Premio Montagna viene assegnato a progetti di aziende, cooperative o associazioni che contribuiscono direttamente alla diversificazione economica e alla creazione di valore aggiunto nelle regioni di montagna. La condizione è che le iniziative abbiano successo economico da almeno tre anni. Insieme al Prix Montagne, dal 2017 viene conferito un ulteriore premio di 20’000 franchi stabilito da una giuria popolare. Per l’edizione 2026 le candidature possono essere inoltrate da subito al sito prixmontagne.ch. Il termine di invio è il 30 aprile prossimo, dopodiché la giuria sceglierà i sei finalisti. I nomi dei vincitori saranno resi noti in occasione della cerimonia di premiazione il 3 settembre a Berna.


IL DOSSIER “NEVE DIVERSA 2026” RACCONTATO BENE

Con un articolato editoriale su “Fatti di Montagna”, Luca Serenthà offre uno dei più completi resoconti sulla presentazione del dossier “Nevediversa 2026”, avvenuta mercoledì 11 scorso a Milano. Scrive Serenthà: «Se si considerano i dati non per difendere il “business as usual”, se si ragiona con le comunità, se ci si confronta con chi fa impresa in montagna, se la politica non guardasse solo all’orizzonte elettorale, allora si raccoglieranno elementi che possono aiutare a tracciare strade nuove che portino a migliorare la vita nelle terre alte, per chi già c’è e per chi vorrebbe tornare o arrivare. Oppure possiamo rimanere ancorati al “si è sempre fatto così”, pensare ostinatamente che all’industria dello sci non c’è alternativa e vedere che succede.»


UN SITO PREISTORICO A OLTRE TREMILA METRI DI QUOTA

Nel 2017, durante un’ordinaria escursione in quota, un escursionista che si trovava a camminare ai piedi del ghiacciaio del Pizzo Tresero, in comune di Valfurva nel Parco Nazionale dello Stelvio, notò qualcosa di insolito sulla superficie di una roccia levigata dal ghiaccio. Non si trattava di una semplice frattura o di un segno naturale: erano figure antropomorfe, zoomorfe e di genere rituale di chiara fattura umana. Fu scoperto così il sito di incisioni rupestri del Pizzo Tresero, la cui quota di oltre 3000 metri lo rende il più elevato d’Europa mai identificato, ufficialmente reso pubblico solo nel novembre 2024 dopo sette anni di studi, analisi e verifiche scientifiche che lo hanno datato a circa 3500 anni fa attestandone tanto l’eccezionalità quanto i numerosi “misteri”.

Il Lago Bianco del Gavia, un luogo ricco di bellezza in una società povera di giustizia

Una società si dimostra particolarmente ingiusta e squilibrata non solo quando lascia che chi la governa commetta delle azioni palesemente sbagliate senza che nessuno possa intervenire per fermarle fino a che il danno conseguente sia ormai fatto, ma pure quando dà la possibilità a chi ha commesso quello azioni di restare impunito, giustificandone così l’incompetenza e l’arroganza manifestate. Questo è un principio che vale per i massimi sistemi come per i piccoli, e ancor più se a subire il danno è un patrimonio inestimabile e collettivo, di noi tutti. Noi che altrimenti, insieme quel patrimonio, rischiamo di subire una bieca doppia – se non tripla – ingiustizia.

Il principio sopra esposto è perfettamente applicabile al Lago Bianco del Gavia – ricordate? Un bellissimo lago alpino a 2600 metri di quota a poca distanza dal Passo del Gavia, tra Valtellina e Valle Camonica il quale, nonostante presenti un biotopo di raro valore naturalistico e sia posto nella zona di massima tutela del Parco Nazionale delle Stelvio, tra il 2023/2024 è stato preso d’assalto da un cantiere che doveva prelevarne l’acqua al fine di alimentare i cannoni sparaneve del comprensorio sciistico di Santa Caterina Valfurva. Un cantiere illegittimo e palesemente criminale che solo grazie all’appassionato impegno di alcuni amici, Marco Trezzi in primis, e ad una mobilitazione “dal basso” che ha avviato diffide, esposti finanche alla UE e una battaglia legale autofinanziata – e senza alcun supporto dalle istituzioni politiche, è bene rimarcarlo – è stato fermato, ma già dopo che sono stati causati danni evidenti alle rive del lago.

Bene: nonostante tutto ciò, solo di recente è emerso che la Procura di Sondrio, competente sull’iter giudiziario avviato dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, ha archiviato l’esposto a luglio 2025, senza avvisare il legale del Comitato come la legge prevede e senza rispondere alle infinite richieste di audizione che negli anni sono state fatte. Oltre a questo ha continuato a far aggiornare l’esposto con perizie e documenti che, per quanto sopra, finivano all’insaputa dei promotori su un binario morto. Come ha scritto il Comitato sulla propria pagina Facebook, «Prendiamo dunque atto che secondo la “giustizia” Italiana devastare un habitat naturale protetto da svariati livelli normativi nazionali ed internazionali non costituisce reato alcuno.»

Viene da esclamare «Che schifo!», già. Ma non basta. Per presentare formale reclamo davanti alla giustizia Italiana contro il comportamento della Procura di Sondrio il Comitato ha deciso, previo assenso popolare raccolto in poche ore, di integrare la petizione UE e far ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione delle norme sull’accesso alla giustizia. Citando ancora il Comitato, «Soccombere a questo punto ci pare vergognoso e irrispettoso rispetto quanto di buono ed efficace fatto sin ora. Chiediamo quindi ancora una volta il vostro aiuto, per aiutarci a dare giustizia al nostro amato Lago Bianco. Per noi e per lasciare un segno che potrà essere visto anche dalle prossime generazioni.» Servivano infatti ulteriori 2.500 Euro oltre a quelli raccolti in precedenza per sostenere la causa di difesa del Lago: ma io ne sto scrivendo con qualche giorno di ritardo per cause di forza maggiore e la cifra necessaria è già stata rapidamente raccolta.

Tuttavia, posta tale assurda, vergognosa vicenda, io credo che ogni autentico appassionato di montagna e qualsiasi persona sensibile al futuro delle nostre terre alte e alla loro ineludibile bellezza, nonché consapevole che non esista alcuna società propriamente detta senza giustizia vera, anche nelle cose apparentemente secondarie come questa che in realtà non lo sono affatto – anzi, sovente sono ancora più emblematiche al riguardo – non possa non sostenere questa ulteriore, fondamentale battaglia del Comitato in difesa del Lago Bianco: donando qualcosa alla raccolta fondi, restano sensibile alla questione, facendo massa critica e pressione sulle figure istituzionali coinvolte, pretendendo che territori di inestimabile valore e bellezza come quello del Lago Bianco e ogni altro sulle nostre montagne non possa e non debba subire assalti tanto criminali da parte di soggetti pubblici o privati evidentemente incapaci di comprendere quel valore e interessati solo ai propri tornaconti, alle spalle dell’intera società civile.

La prima giustizia è proprio questa, in fondo: non quella che può sancire un tribunale o altro soggetto affine dopo un’azione giudiziaria, ma quella che noi tutti, singoli cittadini che siamo società civile e ancor prima comunità civica, dobbiamo pretendere prima che qualsiasi sopraffazione, prepotenza, illegalità, si manifestino e vengano avviate. Ancor più se coinvolge qualcosa di così bello, importante e delicato come le montagne: che sono nostre, di noi tutti, non di qualche miserrimo arrogante e dei suoi sodali. La cui impunità, sia chiaro, sarebbe un’ignobile sconfitta non solo per il Lago Bianco ma per l’intera nostra società.

Lunga e serena vita al Lago Bianco e a tutte le nostre montagne!

Per passare all’azione:

Rumore, ovunque

Seggiovie che sferragliano sulle montagne, musica ad alto volume nei rifugi e negli apres-ski, motoslitte che corrono sulla neve anche di sera, biciclette che sfrecciano a gran velocità nei boschi e a volte pure le motociclette, i grandi parcheggi nel fondovalle, le strade in quota… Insomma: rumore. Proprio non ce la facciamo a starne senza al punto che lo spargiamo ovunque, anche in alta quota, lì dove ogni cosa che non sia un suono naturale risulta comunque alieno, anche quando non sia impattante. E se impattante lo diventa, oltre che alieno diventa degradante.

Proprio non ce la facciamo a godere il silenzio, persino dove sarebbe normale, necessario, meraviglioso come sulle montagne perché condizione diversa da quelle che troviamo pressoché ovunque altrove, non solo in città. Ci dà fastidio, ci inquieta, ci spaventa. Forse perché il silenzio ci obbliga a restare soli con noi stessi e a pensare.

Pensare, già. Una cosa che sta diventando rara proprio come il silenzio. E se sapessimo fermarci solo qualche attimo a pensare – una cosa che sarebbe normale per noi “Sapiens”, no? – probabilmente molti, forse tutti quei rumori fastidiosi sparirebbero rapidamente. Chissà.

Sull’argomento si è espressa di recente anche Chiara Pesenti, che con il marito gestisce in quel meraviglioso angolo delle montagne della Val Brembana che è Sussia (lo vedete nelle immagini lì sopra) un altrettanto meraviglioso posto, Cà del Tòcio (lo raccontai qui), e che di vita in/di montagna scrive sul proprio blog su Substack. Qualche giorno fa vi ha pubblicato delle belle e franche riflessioni in un articolo intitolato Silenzi e rumori in montagna. Riflettere su motoslitte, turismo facile e il bisogno di cura e misura nei luoghi che amiamo. Ve ne offro di seguito due passaggi significativi e molto vicini alle mie considerazioni sopra espresse:

Questa mattina, un amico, mi ha inviato il link di una nuova proposta sulle montagne dell’alta valle. Tramonti, aperitivi e cene in motoslitta. Ho guardato le immagini e ho sentito quel disagio familiare. Non è solo il rumore, né il fascino del brivido facile. È l’idea che la montagna diventi una scena pronta da consumare, mordi e fuggi per chi ha soldi. Le motoslitte portano adrenalina e foto spettacolari, ma lasciano rumore, inquinamento, disagio per gli animali e per chi abita il luogo. Trasformano il paesaggio in esperienza rapida, istantanea, replicabile. La montagna diventa sfondo. È questo che mi inquieta: non il divertimento, ma l’indifferenza verso ciò che rende un luogo unico.
[…]
Per me la montagna è sempre stata un luogo che ridimensiona. Ti ricorda che non sei il centro, che devi adattarti, che a volte devi tornare indietro. Se la trasformiamo in qualcosa che si adatta sempre e solo a noi, cosa perdiamo? Forse perdiamo proprio quella frizione che ci fa crescere.
Non voglio una montagna-museo, immobile e inaccessibile. Ma nemmeno una montagna addomesticata fino a diventare innocua. Vorrei che restasse un po’ scomoda, un po’ esigente, capace di dire no.
E forse questa non è solo una riflessione sulla montagna. È una riflessione sul nostro modo di stare al mondo. Su quanto spazio lasciamo a ciò che non controlliamo. Su quanto siamo disposti a rinunciare per non trasformare tutto in qualcosa che serve soltanto a noi.

L’articolo di Chiara lo trovate per intero qui. Leggetelo: è veramente bello, emoziona e fa riflettere.

«Le più sostenibili di sempre!»

Le immagini che vedete in questo post, risalenti a mercoledì 7 gennaio e gentilmente concessemi dall’amico Savio Peri che le ha realizzate (e che ringrazio molto, anche per il costante impegno sul tema), mostrano lo stato dei lavori in corso a Livigno nella zona deputata a ospitare le gare olimpiche.

Al netto del giudizio sulle opere in sé, sulla trasformazione del versante montuoso interessato dalle gare e delle aree circostanti, è significativo constatare il massiccio e d’altro canto inevitabile utilizzo di mezzi a motore altamente inquinanti, che da mesi in gran numero operano in loco. Inevitabile, ripeto, ma solo perché non lo si è voluto evitare “alla fonte”, innanzi tutto evitando il “gigantismo” di cui ormai soffrono questi grandi eventi che ancora si vogliono organizzare sulle montagne.

È qualcosa di significativo non tanto per la circostanza in sé, quanto per ciò che si legge nel dossier olimpico, il testo che indica le linee guida in base alle quali si sono svolti e si svolgeranno i lavori olimpici. «Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 si presentano come le più sostenibili di sempre» si legge nel dossier e in mille altri testi diffusi ovunque: un’affermazione palesemente menzognera, come le immagini qui proposte e innumerevoli altre testimonianze hanno ormai sancito. Dietro la retorica del “più sostenibile di sempre” si nasconde non solo il green washing più sfacciato ma pure la grande ipocrisia che sta caratterizzando fin dall’inizio l’evento olimpico italiano. Come si può affermare che un’Olimpiade, concepita, organizzata e gestita come è stato fatto, sia “la più sostenibile di sempre” se non decidendo consciamente di dichiarare una falsità?

Di sicuro non basta che alcune opere siano temporanee e verranno smontate alla fine dei Giochi a renderle “sostenibili”: come se fosse solo ciò a determinare il loro impatto ambientale materiale e immateriale, come se ad esempio la modificazione intenzionale e accidentale dei suoli naturali o l’inquinamento atmosferico derivante dai mezzi di cantiere fossero un nonnulla tranquillamente trascurabile – e, per giunta, come se Livigno, nonostante la propria geografia, non subisca già un notevolissimo impatto ambientale generato dal turismo di massa che costantemente (e consapevolmente) attira. D’altro canto è proprio grazie a circostanze del genere, ovvero alle convinzioni relative, che l’idea di sostenibilità è sempre più spesso travisata e privata di senso e di valore autentici, esattamente come viene dimostrato da quello slogan sulle Olimpiadi «più sostenibili di sempre».

Sfortunatamente, in una situazione del genere, la gran parte delle conseguenze nocive si paleseranno non immediatamente ma con il passare del tempo: anche questo le fa ritenere “sostenibili” a molti che le osservano e giudicano con superficialità. È un’altra manifestazione di quella mancanza di cura e di sensibilità verso le montagne e il loro futuro con i cui effetti dovremo presto fare i conti, ben più di ora.