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Benvenuti nel blog di Luca Rota. Uno che esplora paesaggi e poi scrive. O viceversa.

Benvenuti nel blog di Luca Rota. Uno che esplora paesaggi e scrive. E viceversa. Per saperne di più, clic.

CEMENTIFICAZIONE SELVAGGIA A BRUNICO (MA È L’HOTEL DEL SINDACO!)

L’Hotel Heinz di Plan De Corones, fino a oggi con 70 posti letto, li raddoppierà a 140 trasformandosi in una vera e propria cittadella turistica di quattro piani fuori terra e tre interrati con area wellness, piscine, negozi, bar, ristoranti, pub con 700 posti a sedere. La costruzione prevede l’abbattimento di decine di alberi, la trasformazione di circa 1.330 metri quadrati di bosco e un fabbisogno stimato in circa 60 mila litri di acqua potabile al giorno. Tutto quanto senza “VIA”, la Valutazione d’Impatto Ambientale. Come può essere possibile? Be’, semplice: il comproprietario dell’Hotel è Bruno Wolf, il sindaco di Brunico, che fino a oggi ha scaltramente saputo evitare i conflitti d’interesse in gioco. Ma, grazie all’intervento di un combattivo avvocato, ora sul progetto e sui tanti ricorsi si dovrà pronunciare inevitabilmente il TAR.


L’ALLENZA STRATEGICA TRA SVIZZERA E ITALIA CHE ATTRAVERSA LE ALPI

Quando si parla di rapporti tra Italia e Svizzera, il dibattito si concentra spesso su frontalieri, fiscalità o trasporti e a volte su antagonismi nazionali(stici) più o meno polemici. Meno visibile, ma altrettanto strategico, è il legame energetico tra i due Paesi: un’alleanza silenziosa, fatta di cavi ad alta tensione, accordi di solidarietà, scambi quotidiani di grandi quantità di elettricità che hanno le Alpi come contesto emblematico e ambientalmente problematico. È un’alleanza vitale per entrambi i paesi: l’Italia è storicamente un grande paese consumatore e continua a dipendere significativamente dalle importazioni, in primis dalla Svizzera; di contro la Confederazione ha bisogno dell’energia italiana nei periodi di calo produttivo, soprattutto invernali.


SUL SOMMEILLER, A 3000 METRI, NEL TRAFFICO COME IN TANGENZIALE

Su “L’AltraMontagna” Vanda Bonardo, Presidente di Cipra Italia e responsabile di Legambiente Alpi, racconta la propria recente esperienza ciclistica lungo la strada del Colle del Sommeiller, una delle più alte d’Europa, invasa da mezzi motorizzati d’ogni sorta. «Una scena surreale e malinconica, un episodio emblematico, un caso reale che racconta il contrasto tra vecchi modelli di fruizione e il futuro delle Alpi che cambiano. Davvero immaginiamo che il futuro della montagna sia questo? Un luogo dove si sale per consumare un panorama che sta svanendo, contribuendo, metro dopo metro, alla sua scomparsa? La domanda non riguarda soltanto il traffico, le moto o i fuoristrada. Riguarda il nostro modo di stare nei luoghi».


I CORPI E LE VOCI CHE CREANO PAESAGGI SONORI

L’1 e 2 agosto prossimi a Berbenno, sulle Prealpi bergamasche, si terrà un workshop di ricerca vocale estremamente affascinante, dal titolo “Tra la casa e la pioggia” e condotto da Michela Benaglia e Beatrice Arrigoni. Il laboratorio attraversa la voce come strumento di ricerca e di ascolto, capace di far affiorare memorie e forme identitarie dell’abitare. A partire da frammenti sonori, ricordi e percezioni legate alla casa che ospita il laboratorio, le persone partecipanti saranno guidate nella costruzione di forme vocali essenziali: timbri, richiami, note, respiri, che attraverso pratiche vocali, corporee e registrazioni situate, daranno forma a mappe e paesaggi sonori condivisi. Per altre info e iscrizioni (entro domani 30 luglio!) cliccate sulle locandine lì sopra.


I BOSCHI ITALIANI VANNO SEMPRE PIÙ IN FUMO

Il nuovo report di Legambiente “Italia in fumo” offre un quadro parecchio triste della situazione “incendi boschivi”: da inizio anno al 15 giugno 2026, in quelli che dovrebbero essere i mesi a bassa intensità e antecedenti all’avvio della stagione antincendio boschivo, sono ben 469 i roghi registrati segnando un aumento del 36,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (344 i roghi ad inizio 2025) e 9.545 gli ettari andati in fumo pari a 13.368 campi da calcio. Di questo passo a fine anno si potrebbe arrivare a superare il triste primato del 2025, un annus horribilis, che ha visto bruciare in tutto in Italia 96.517 ettari, quasi il doppio del 2024. Ormai non si tratta più di episodi straordinari, concentrati in poche settimane estive, ma come la manifestazione ricorrente di una fragilità territoriale ormai strutturale per la quale servono sempre maggiore prevenzione, cura dei territori, adattamento.

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I MIEI ULTIMI LIBRI:

OLTRE IL GIURAMENTO. RACCONTI PER VISITARE PONTIDA

OLTRE IL GIURAMENTO. Racconti per visitare Pontida è il nuovo prestigioso volume della collana “Oltre”, dedicato al comune bergamasco della Val San Martino e al suo peculiare territorio: 568 pagine, 6 presentazioni, 13 saggi tematici, 6 contributi di appendice, il tutto corredato da documenti e immagini fotografiche inedite oltre che interamente tradotto in inglese. Contiene un mio saggio dal significativo titolo Psicogeografie pontidesi. Esplorando l’identità culturale del territorio di Pontida nella relazione interiore tra i Pontidesi e il suo Genius Loci.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, leggete qui.


MONTAGNE

Da marzo 2024 è finalmente disponibile in libreria Montagne, edito da Topipittori, con le fenomenali illustrazioni di Regina Gimenez e il testo del quale ho curato la revisione scientifica e l’edizione italiana.
Cosa sono le montagne? Come si formano? Perché hanno diverse forme e colori? Cosa sono le placche tettoniche? E, ancora, qual è la montagna più alta del mondo? Come si misurano le altitudini? A queste e altre domande lettori grandi e piccoli troveranno risposta in questo bellissimo libro-atlante ricco di contenuti e curiosità sull’ambiente montano e i fenomeni naturali della Terra.
Per saperne di più, cliccate qui.


IL MIRACOLO DELLE DIGHE

Da maggio 2023 è nelle librerie Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, pubblicato da Fusta Editore. Lungo le sue pagine vi racconto un viaggio – poco tecnico, molto emozionale, sovente autobiografico e, me lo auguro, comunque affascinante – attraverso le Alpi osservandone il paesaggio da un punto di vista particolare e inaspettatamente “prodigioso”: quello offerto da alcune delle più grandi e importanti dighe alpine.
Per saperne di più, cliccate lì sopra sull’immagine della copertina.

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Tag: Bidecalogo

La nuova, imbarazzante via ferrata “Compagnoni” in Valfurva

La nuova via ferrata ai Forni “Jacopo Compagnoni”, aperta nei pressi del Ghiacciaio dei Forni sopra Santa Caterina Valfurva, in pieno Parco Nazionale dello Stelvio, è un’opera veramente imbarazzante. Lo è per chi l’ha realizzata, innanzi tutto, e lo affermo con tutto il rispetto per il fine di commemorazione che le è stato conferito – Jacopo Compagnoni, guida alpina e fratello della pluricampionessa olimpica Deborah, scomparve travolto da una valanga proprio in Valfurva nel dicembre 2021.

Ribadito dunque il rispetto più assoluto per la rimembranza, non si può non restare basiti di fronte a un’opera del genere, e ciò per diversi motivi. Elenco di seguito i più lampanti:

1) Si realizza una nuova via ferrata in ambiente d’alta quota, dunque un importante segno antropico in un territorio naturale intatto, nel bel mezzo di un parco nazionale, area di massima tutela ambientale e naturalistica prevista dalle leggi nazionali vigenti, che «non nasce per moltiplicare le occasioni di consumo turistico della montagna ma per conservare gli ecosistemi, proteggere il paesaggio e limitare le trasformazioni antropiche. La sua funzione è rappresentare un limite alla continua artificializzazione del territorio, non esserne il laboratorio»[1]. Dunque come può essere ammissibile una nuova ferrata in quel sito protetto?

2) Vengono spese risorse pubbliche al riguardo il che evidenzia la molteplice ipocrisia di fondo dell’opera, che viene realizzata dove non si dovrebbe spendendo per essa soldi dei contribuenti che sarebbero da destinate ad altri scopi, innanzi tutto proprio al sostegno della tutela ambientale della zona, viste le sue riconosciute peculiarità, da parte degli stessi enti pubblici che invece decidono di spenderli in tal modo.

3) Si sostiene che la ferrata nasce per «rendere la montagna accessibile». A parte che accessibile la montagna lo è già in innumerevoli modi, ma si dimentica che la montagna è accessibile a chi è in grado di accedervi in forza delle proprie capacità e delle varie difficoltà da affrontare. Su un sentiero pianeggiante vi possono accedere tutti, su una parete verticale vi accede chi ha l’attrezzatura individuale e le capacità tecnico-atletiche per superarla. Il concetto di “montagna accessibile” è un mero inganno funzionale a infrastrutturare la montagna il più possibile – con ferrate, ciclovie, funivie e quanto altro di simile – che svilisce e degrada l’idea stessa di montagna e della sua frequentazione consapevole e intelligente.

4) Si sostiene che «questa ferrata rappresenterà un grande elemento di attrattività per i turisti e per gli amanti della natura»: ma, come già rimarcato, in un’area di tutela ambientale di interesse nazionale non vanno creati elementi di attrattività turistica, e gli “amanti della Natura” autentici non chiedono e non fruiscono di sicuro di un’infrastruttura artificiale come una via ferrata, elemento antitetico a qualsiasi amore per la Natura!

5) Si sostiene che la nuova via ferrata colma «un vuoto nell’offerta escursionistica locale e dotando il comprensorio di una struttura moderna e attrezzata»: ma, di nuovo, un parco nazionale in quanto area di tutela ambientale trova il proprio senso e il valore esattamente nei vuoti che invece altri territori privi di tutela non hanno, e non devono essere dotati di strutture ludico-ricreative di questo genere, perché se questo accade è il segnale che non si è capito nulla di ciò che è e che rappresenta un parco nazionale!

6) Il Club Alpino Italiano, massimo sodalizio di montagna nazionale, nel proprio “Bidecalogo” sulle vie ferrate parla chiaro, al punto 12: «Nel passato si è assistito alla proliferazione di sentieri attrezzati e vie ferrate che spesso perseguono obiettivi estranei a un corretto spirito sportivo nell’affrontare le difficoltà. Tuttora si deve costatare come in molte zone si continui ad attrezzare nuovi itinerari e/o nell’ampliamento di quelli esistenti. Ciò provoca grave danno all’ambiente di alta montagna, dove prevalentemente questi itinerari si collocano. Il CAI si pone sempre in un atteggiamento di confronto costruttivo con l’obiettivo di disincentivare i soggetti coinvolti e/o in procinto di realizzare nuove vie e/o percorsi attrezzati o di ampliarne uno esistente.» È bene aggiungere che l’Associazione Guide Alpine Italiane (AGAI) è una sezione nazionale del Club Alpino Italiano, la quale dunque dovrebbe osservare quanto prescritto dal sodalizio, non agire all’opposto.

[Il post pubblicato su Facebook dall’Assessore alla Montagna di Regione Lombardia,]
7) Comunque, a riguardo del fine commemorativo della nuova ferrata, come evidenzia bene Mountain Wilderness Italia in questo articolo sulla questione, «La memoria di una persona non si onora perforando una parete di un Parco nazionale per installare decine di metri di cavo d’acciaio, staffe e ancoraggi. La memoria vive nelle opere, nell’esempio, nella cultura, nella trasmissione dei valori. Se ogni alpinista, guida o amministratore che ha lasciato un segno dovesse essere ricordato con una nuova infrastruttura, le Alpi diventerebbero un immenso museo di ferraglia. Esistono molti modi per ricordare una persona: sostenere la formazione delle giovani guide, finanziare progetti di ricerca, restaurare sentieri storici, promuovere iniziative educative, pubblicare studi e testimonianze. Tutti strumenti che lasciano crescere la cultura della montagna senza impoverire la montagna stessa.»

8) Dunque un’opera del genere che “idea” elabora della montagna? Di un luogo selvaggio ma che l’uomo può addomesticare quanto e come vuole, che la si può rendere artificiale pur di concedere a chiunque di fare ciò che altrimenti non saprebbe e potrebbe fare, che non conta più la volontà di elaborare le capacità tecniche e atletiche – ovvero alpinistiche qui – per salire dove altrimenti non si riuscirebbe perché tanto con cavi e pioli lo si può fare comunque, che anche le tutele legali e giuridiche di un’area montana compresa in un parco nazionale non contano nulla, che pure la crescente sensibilità diffusa per l’eccessiva invasività antropica nei territori naturali e la necessità di elaborare il può logico “senso del limite” in ambiti così meravigliosi e delicati non conta nulla. E che una tal degradata “idea” di montagna sia «pienamente condivisa» e dunque sostenuta tanto dalla politica locale quanto dalle guide alpine, con il solito silenzio-assenso del Parco Nazionale dello Stelvio è una delle cose in assoluto più imbarazzanti della questione.

[Il Ghiacciaio dei Forni nell’agosto 2015. Foto di Vanderlei Bissiato, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ecco. Potrei andare avanti ancora, ma credo che quanto avete letto fino a qui sia già ampiamente sufficiente a provare perché la nuova via ferrata della Valfurva sia talmente imbarazzante e parimenti sia utile al vostro parere personale al riguardo.

[1] La citazione è tratta da questo articolo pubblicato sul sito di Mountain Wilderness Italia; è linkato anche in un altro dei miei punti.

Scritto il 10 luglio 20269 luglio 2026Categorie Battaglie,Magazzino,Montagne,OpinioniTag AGAI,Alta Valtellina,aree protette,basta ferrate,Bidecalogo,Bormio,Cai valtellinese,Club Alpino Italiano,Comitato Glaciologico Italiano,Deborah Compagnoni,distruzione delle montagne,Ferrata ai Forni,Ferrata Compagnoni,ghiacciaio dei Forni,Gran Zebrù,Gran Zembrù,guide alpine,Jacopo Compagnoni,kit da ferrata,Lago Bianco,Livigno,montagna svenduta,montagna svilita,Monte Cevedale,Mountain Wilderness International,Mountain Wilderness Italia,Ortles Cevedale,Parco dello Stelvio,Parco Nazionale dello Stelvio,Passo di Gavia,politica locale,progressione in ferrata,Regione Lombardia,Rifugio Branca,Rifugio Casati,Rifugio dei Forni,Rifugio Pizzini,Santa caterina Valfurva,senso del limite,sentiero glaciologico,Servizio Glaciologico Lombardo,Tredici cime,turisti in montagna,turistificazione,tutela ambientale Natura protetta,Valfurva,Valtellina,via ferrata2 commenti su La nuova, imbarazzante via ferrata “Compagnoni” in Valfurva

Se non si va più in montagna come una volta

Nei giorni scorsi Enrico Camanni, in una delle sue sempre ottime analisi in tema di montagne e cose affini pubblicate sulle sue pagine social, si è chiesto – e ha chiesto ai lettori – a cosa serva oggi il CAI, il Club Alpino Italiano. E non soltanto perché gli ideali ottocenteschi alla base della sua fondazione siano ormai evidentemente superati ma pure perché sia similmente superata, ovvero notevolmente mutata, la realtà odierna della frequentazione dei monti rispetto a solo vent’anni fa o pure meno. Tra le altre cose, Camanni scrive:

Forse ci sfugge il mutamento degli ultimi 10-20 anni. Penso a come s’è fatto facile l’accesso – ormai quasi tutti trovano i modi e i mezzi per camminare, scalare e fare alpinismo, se ne hanno voglia – e a come s’è fatta delicata la frequentazione, perché siamo in tanti, sempre di più, e incidiamo su equilibri terribilmente precari. La montagna, con il mare, è il posto più fragile che esista, ma è anche quello che ha più bisogno di competenza e fantasia progettuale, appunto perché i vecchi modelli non reggono più. Credo che il CAI, che è ancora il primo riferimento per le terre alte, più che portare la gente in montagna dovrebbe educare chi ci va già, e anche chi non ci va, favorendo ogni occasione di crescita culturale.

Nel mio piccolo, in un articolo di quasi tre anni fa mi chiedevo una cosa assimilabile alle osservazioni di Camanni, ovvero se l’alpinismo del quale il CAI si fa per statuto rappresentante, promotore e “custode” sia ancora considerabile una fruizione di matrice fondamentalmente culturale delle montagne, o di contro se debba essere ormai considerata – salvo rarissimi casi – una pratica di natura sportiva e di matrice prettamente ricreativa, dunque qualcosa che non sia più così attinente agli scopi dai quali un sodalizio come il Club Alpino Italiano tragga la propria identità (culturale, appunto, e non solo). Dunque, ricollegandomi a quanto scrive Camanni, mi chiedevo e chiedo se l’alpinismo – e l’andar per monti in generale, con tutte le sue numerose modalità – contemporaneo non sia diventato qualcosa di, non dico antitetico ma quanto meno divergente rispetto alle forme di educazione, acculturazione e cognizione che i fruitori della montagna di oggi dovrebbero apprendere e coltivare – anche grazie all’opera di soggetti come (soprattutto) il CAI, appunto.

Ve lo ripropongo di seguito, quell’articolo. Se vi va di leggerlo, fatemi poi sapere che ne pensate, grazie!

UN CAMBIO DI PARADIGMA PER LA CULTURA DI MONTAGNA

Occupandomi (nel mio piccolo e per quanto possibile) di cultura di montagna, e avendo dunque lo sguardo costantemente attento sui rumors pubblici provenienti da tale ambito ma pure sui sentori che vi aleggiano in modo più o meno determinato oppure sussurrato, vorrei qui sottoporre agli altri soggetti che come me si occupano del tema suddetto una riflessione interrogativa che da qualche tempo mi frulla in testa: non siamo ormai giunti nel momento in cui, per il bene e lo sviluppo futuro della cultura alpina e delle Terre Alte in genere, da questo ambito debba essere definitivamente svincolata la pratica alpinistica, da considerarsi in tutto e per tutto come un’attività sportiva sostanzialmente priva, nelle forme in cui è praticata oggi, di qualsiasi matrice culturale?

Attenzione, lo dico da subito: non è una critica a come oggi vengano alpinisticamente frequentate le montagne – una pratica, quella dell’alpinismo, che vive fin dalla sua nascita della propria naturale libertà d’azione e che dunque chiunque può liberamente interpretare per salire come preferisce sui monti, su questo non ci piove.

Semmai, è una questione – per così dire – di sensibilità d’interpretazione di essa, e di scopo concreto per la quale venga praticata, fermo restando l’aspetto ricreativo (in modo anche “sommo”) che generalmente la può contraddistinguere. Penso al primo articolo dello Statuto della principale associazione di montagna nazionale, il CAI[1], nel quale più di 150 anni fa si sancì che il Club

ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.

legando così a doppio filo la pratica alpinistica al contesto culturale che, allora risultava primario nella sua manifestazione: come attività di esplorazione e “conquista” del territorio alpino (prendo le Alpi come esempio e modello, ma il discorso non ha limiti geografici), come antropizzazione e conseguente territorializzazione di esso e come creazione dell’immaginario comune con i relativi simbolismi, quale elemento fondamentale nella genesi della frequentazione turistica delle Alpi, di diffusione delle culture, dei saperi, delle usanze e delle tradizioni che gli alpinisti conoscevano durante i loro vagabondaggi montani così come, al contrario, di importazione nei territori alpini di modelli culturali “alieni” che, sovente, hanno poi modificato o sostituito quelli autoctoni.

Ecco, ora io mi chiedo e chiedo ai citati soggetti: in tema di cultura di montagna vale ancora, tutto ciò? Io credo di no. Lo credo perché mi sembra che la pratica alpinistica sia diventata sempre più una branca del turismo montano, o che di esso abbia assunto molte delle sue caratteristiche, per giunta assumendo pure peculiarità di carattere meramente sportivo-prestazionale o comunque ricreativo mainstream (passatemi la parolaccia inglese), che hanno sostanzialmente disgiunto l’atto contemporaneo del salire sui monti da una relazione di matrice culturale coi monti stessi: appunto ciò che in molti casi ha comportato la frequentazione turistica delle Terre Alte nei tempi recenti, molto più legata al marketing, ai servizi, agli aspetti ludici anziché agli elementi culturali del territorio nel quale si manifesta.

Posto che – inutile rimarcarlo – come in ogni cosa nemmeno qui si possa fare di tutta l’erba un fascio, ma pure che le eccezioni mi sembrano obiettivamente piuttosto rare (e sovente limitate al semplice “sfioro” con l’ambito culturale, quasi mai propositrici e generatrici di nuova cultura o, quanto meno, di un’attenzione approfondita verso di essa) mi chiedo se, ribadisco, per far sì che la cultura di montagna possa continuare a svilupparsi quale massima e più virtuosa manifestazione relazionale nei confronti del territorio da cui scaturisce – che sia per esso qualcosa di utile e proficuo, insomma – d’ora in poi si debba considerare l’alpinismo come uno sport ponendolo su un binario parallelo rispetto a quello culturale, solo raramente convergente (ma più attraverso degli scambi, funzionali a ciò, non tramite una fusione dei due binari). In questo modo la cultura, svincolata dal gesto prestazionale, diventerebbe (tornerebbe a essere) l’elemento espressivo fondamentale delle montagne e delle loro genti, e non più un elemento accessorio alla fruizione meramente ludico-sportiva di esse.

In soldoni, considerando che al grande pubblico poco o nulla potrebbe interessare di tale riflessione ma per l’ambito della montagna rappresenterebbe un cambio di paradigma fondamentale, questa scissione comporterebbe ad esempio una revisione storica della pratica alpinistica con un nuovo atteggiamento (di concetto e di azione) verso di essa, un’indipendenza concreta dei due ambiti – sui media[2] o negli eventi pubblici, ad esempio – con un conseguente nuovo linguaggio interpretativo, la possibilità per entrambi gli ambiti di ampliarsi verso ulteriori elementi pertinenti ma senza reciproche confusioni, il diritto e dovere di entrambi di aggiornare la propria relazione con il territorio montano, focalizzandola meglio alle reciproche peculiarità, alle visioni, agli scopi, agli obiettivi, e così via. Il tutto, ovviamente, mantenendo un dialogo “geograficamente” naturale (si è sempre “in montagna”, alla fine dei conti) che possa risultare a entrambi culturalmente costruttivo, in modo materiale e immateriale.

Ovvero il tutto – dal punto di vista opposto – per evitare che questi due ambiti oggi così distinti e non di rado contrastanti, con l’uno che avversa e soffoca l’altro e viceversa, finiscano non solo per danneggiarsi a vicenda ma, soprattutto, per danneggiare le montagne in generale.

Insomma, per riassumere e concludere: un tempo l’alpinismo era anche una pratica culturale, a volte senza che gli alpinisti se ne rendessero conto; oggi quando si pratica alpinismo si fa quasi sempre sport, in un modo che risulta sostanzialmente disgiunto dagli aspetti culturali delle montagne salite. È una contraddizione francamente poco sensata, ormai, e in quanto tale forse perniciosa per il futuro delle Terre Alte, ergo da meditare nei suoi aspetti concreti e probabilmente ripensare.

Ecco. E chiedo venia per aver molto drasticamente riassunta la questione, così da non rubare troppo spazio e tempo.

Qualsiasi osservazione d’ogni sorta che chiunque vorrà manifestare al riguardo sarà naturalmente ben gradita.

* * *

Note:

[1] Che peraltro già da qualche tempo, almeno come indirizzo e modus operandi centrali, ha riacceso le luci sugli aspetti culturali dell’andar per monti, in verità poi poco seguito dalle sue sezioni locali.

[2] Per fare un esempio concreto, le riviste che occupandosi di montagna mettono fianco a fianco recit d’ascension con articoli di natura culturale: è un “andare in coppia” che funziona ancora, oppure è un “pestarsi i piedi” l’un l’altro, perdendo alla fine entrambi i pubblici potenzialmente interessati?

Scritto il 30 luglio 202229 luglio 2022Categorie Magazzino,Montagne,OpinioniTag abbandono,activities,Alpi,alpina,alpinismo,alpinisti,ambientalismo,ambiente,antropologia,Appennini,associazioni,attività,attività sportiva,Bidecalogo,Borghi,bouldering,CAI,cambiamenti climatici,cambiamenti lcimatici,canyoning,cime,Cipra,clima,climbing,conoscenza,cultura,culturale,didattica,difesa,dimensione,ebike,ecologia,educazione ambientale,Enrico Camanni,escursioni,escursionismo,etica,facebook,free climbing,frequentazione,futuro,genti,geografia,guide alpine,hiking,impianti,innovazione,libri,montagna,Montagne,montani,mountain sport,Mountain Wilderness,mtb,nuovo,outdoor,paesaggio,paesi,paradigma,paragliding,Pinelli,piste,popolazioni,pratica,presente,pressione antropica,progetti,realtà,resilienza,salvaguardia,saperi,scalata,sci,sci alpinismo,sentieri,social,sociologia,spaesamento,sport,statuto,storia,studio,sviluppo,terre alte,territorio,tradizione,trail running,turismo,turismo turismo montano,turisti,vette,villaggi,visioneLeave a comment on Se non si va più in montagna come una volta
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