Di plastica vestire, o di plastica perire

Ma se da più parti giungono denunce su come la plastica stia inquinando il mondo e soprattutto i mari del pianeta, su come uccida numerosi organismi viventi, su come sia ormai inderogabile la necessità di diminuirne l’uso e il consumo fino ad azzerarlo, se sono ormai innumerevoli le ricerche scientifiche che con dati inoppugnabili palesano tutto ciò… perché sui media compaiono ancora articoli come questo, nel quale si afferma “allegramente” che «la “plastica” sarà il tessuto più gettonato della nuova stagione. Dimenticatevi della pelle, del cotone e dei soliti tessuti: il futuro è di plastica. […] Non solo borse, infatti, anche cappelli, scarpe e cinture e abbigliamento. La nuova frontiera del cool è fatta di plastica e segna un nuovo stile che farà tendenza molto presto» senza peraltro che vi sia alcuna indicazione sull’uso di plastiche ecosostenibili, anzi, precisando che si tratti di “pvc mania” – che suona sicuramente meglio di “cloruro di polivinile mania” e non fa pensare ai suoi vari pericoli?

Perché ciò accade, con che logica può accadere, per inseguire quale folle e pericoloso tornaconto ovvero in forza di quale spaventosa ignoranza?
O forse che la “logica” di tale follia stia nel principio “moriremo tutti soffocati, però vestiti in modo super cool!”?

N.B.: in testa al post, a destra una foto tratta dal web, a sinistra un’immagine della campagna di SeaShepherd sugli effetti dell’inquinamento da plastica nei mari (lo slogan dice: «La plastica che usi una sola volta tortura gli oceani per sempre»). Per mera “decenza” non ho tratto immagini dal servizio di “moda” citato nel post.

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Persi nel nulla

Siamo sempre più persi nel “nulla” che ci circonda, un nulla fatto anche di innumerevoli falsi riferimenti di posizione e direzione che nulla indicano, appunto, come miraggi in un deserto piatto e arido senza nemmeno un Sole o un cielo stellato che ci indichi un Nord. D’altro canto, se non sappiamo nemmeno dove vogliamo andare, come facciamo a percorrere “giuste” direzioni, a sapere che siano realmente tali? E verso cosa, verso quale meta? Con quale logica?

Così ci arroghiamo il diritto e la libertà di tracciare “vie” che crediamo corrette, ben dirette e orientate, sicure, e non ci chiediamo nemmeno verso dove conducano – o se una qualche meta la raggiungano, poi, oppure se si avviluppino inesorabilmente e c’ingannino in un costante moto circolare attorno a un punto fermo, incapaci di capirlo perché, appunto, privi e privati di ogni buon riferimento. E non c’entra che sovente ci mettano una bussola in mano che indichi il “Nord”, se poi non sappiamo cosa ciò significhi, cosa possa comportare, a cosa possa servire un’indicazione del genere – sempre che sia corretta, e che quella bussola messaci in mano non sia in qualche modo contraffatta.

Eppure, quel nulla di cui dicevo in verità non esiste: altro non è che l’effetto di una ormai cronica incapacità di navigare, di viaggiare, di muoverci in quello che sarebbe il nostro spazio vitale ma nel quale siamo realmente come naufraghi in un deserto infinito. Potremmo anche essere circondati di innumerevoli riferimenti di direzione e orientamento, di cartelli, indicatori, frecce, segnali, potremmo anche avere la mappa più dettagliata tra le mani: ma se abbiamo perso la facoltà di leggere le informazioni che essa rivela, nessun moto e nessuna direzione avranno alcuna meta, e il paesaggio non avrà orizzonte che non sia una indefinita linea piatta. Continueremo a convincerci di sapere perfettamente dove siamo e dove stiamo andando, continueremo a restare sperduti e confusi in una dimensione sempre più priva di riferimenti, sempre più ristretta e limitata, sempre più imprigionante.

Libero è colui che libera

Libero è solo colui che vuole rendere libero tutto ciò che lo circonda e che effettivamente lo rende libero mediante un certo influsso del quale non sempre si percepisce la causa.

(Johann Gottlieb Fichte, Lezioni sulla missione del dotto – orig. Einige Vorlesungen über die Bestimmung des Gelehrten –, 1794, pag.32.)

L’uomo esiste per migliorare

L’uomo esiste per migliorarsi sempre più dal punto di vista morale e per rendere migliore tutto ciò che lo circonda: sia nella sfera della sensibilità, sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della sensibilità. sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della società, dal punto di vista etico e così facendo, per rendere se stesso sempre più felice.

(Johann Gottlieb Fichte, Lezioni sulla missione del dotto – orig. Einige Vorlesungen über die Bestimmung des Gelehrten –, 1794, pag.18.)

La (mala)fede nell’editoria

Dalla pagina facebook di Tiziano Fratus:

Ora racconto un episodio che dimostra alcune dinamiche dell’attuale mondo editoriale. Alcuni anni fa ho avuto un incontro con due editor storici di una importante casa editrice italiana. Una delle più importanti. Parlammo. E fu anche simpatico. Credo che qualsiasi scrittore italiano si sentirebbe lusingato di intavolare un discorso per un eventuale nuovo libro con questa fondamentale casa editrice. Orbene. Si parlò di diverse eventuali ipotesi, ed io arrivai, bello bello, con un’idea che custodivo da lungo tempo e a cui tenevo moltissimo. Una delle esperienze per me più significanti, lo era al tempo e continua ad esserlo, tutt’ora. Citai anche un’autrice che a me piace e che c’entra con questo “tema”. Appena lo dissi vidi quello sguardo, quello sguardo che mette insieme, che apre un nuovo varco ma, che non ti riguarda. E infatti l’idea a me venne respinta, ma a quella autrice venne affidata. Sono contento che lei abbia poi fatto bene, ma non ne avevo alcun dubbio. Però non esiste, nell’Italia di oggi, che io possa rivendicare giustizia per un torto del genere, per questo tradimento di fiducia. Io ti consegno qualcosa di così delicato, prezioso, intimo, tu lo prendi e ne fai quel che vuoi e guai a dirlo, perché a quel punto ti minacciano, ti annientano. Ti vorrebbero azzerare. Io poi ho scritto e pubblicato quel che avevo da dire su quel percorso, ma mi è rimasto un vuoto. Ho smesso di fidarmi degli editori, degli editor, di tanta gente che abita questo minuscolo universo che è l’editoria. Tutto questo, secondo me, è un gran peccato. E non è affatto un bel segno.

Non ho molto da aggiungere a queste imprescindibili osservazioni di Fratus. Mi viene solo da dire che, sovente, noi autori abbiamo smesso di fidarci degli editori perché gli editori hanno smesso di fidarsi di loro stessi e della buona letteratura. Solo che noi lo facciamo a ragion veduta, loro invece l’hanno fatto più o meno inconsciamente e, non di rado, per ragioni ben più basse e bieche.

Inutile dire, poi, che non tutti gli editor-i sono così. Tuttavia, nell’attuale stato delle cose, sapere che ve ne siano ancora di quelli capaci di non farsi trascinare oltre il limite dell’oscuro burrone nel quale da tempo molta editoria nostrana si è gettata è ormai motivo di sempre più magra consolazione, ahinoi… (e con “noi” intendo tutti noi appassionati di libri e buona letteratura in genere, non solo gli autori o chi è parte più o meno interessata del mondo editoriale. Ergo, ahinoi tutti! – ribadisco.)