Aldo Leopold, “Pensare come una montagna. A Sand County Almanac” (Piano B Edizioni)

Cosa facciamo noi, esseri umani e in generale creature viventi, per relazionarci con il mondo nel quale viviamo e con cui interagiamo? Ci muoviamo in esso e cerchiamo di cogliere ogni suo dettaglio attraverso i sensi, in primis con la vista. Di contro è risaputo che noi non osserviamo con gli occhi ma con il cervello, dacché i primi sono solo lo strumento attraverso il quale raccogliamo la visione delle cose: è poi il secondo, grazie a tutte le informazioni che contiene, che a quelle cose cerca di dare un senso. Tuttavia, se il processo si ritenesse concluso così, probabilmente dalle cose del mondo ricaveremmo un senso molto dozzinale, eccessivamente sistematico, un po’ come se guardassimo un capolavoro artistico, un dipinto ad esempio, e dalla sua visione ricavassimo solo la quantità di colori presente, le forme di ciò che vi è ritratto, l’andamento dei segni grafici, eccetera. Mancherebbe tutta la parte percettiva della visione, quella che al senso razionalmente elaborato dal cervello conferisce pure un valore culturale e, ancor più, antropologico. Senza la percezione, insomma, le nostre pur spiccate capacità sensoriali diverrebbero qualcosa di parziale, di limitato e sostanzialmente sterile. A ben vedere, se l’essere umano, che si è definito Sapiens al fine di mettersi al vertice della gerarchia biologica del pianeta Terra rimarcando la propria (presunta) superiorità evolutiva intellettuale, non usasse la sua percezione, se ne trascurasse le facoltà o, peggio, se fosse persino inconsapevole di detenerla, continuare a definirlo in quel modo, “Sapiens”, sarebbe qualcosa di francamente ingiustificato e fuori luogo. Al punto che, ove nella relazione tra l’uomo e la Terra vengano tralasciate dal primo le facoltà di percezione, i danni al pianeta si fanno subito evidenti e assai perniciosi, in primis proprio per colui che si è riservato per se stesso e i suoi simili il titolo di razza dominante sul pianeta. E se invece ben più dell’altezzoso Homo Sapiens fossero altre le entità sul pianeta in grado di pensare a livelli ben più alti e nobili? Se fossero addirittura le montagne a saper pensare meglio di tanti umani?

Da questo punto di vista è quasi un invito – e pure pressante, se lo vogliamo in tal modo considerare pur se espresso in forma verbale infinita – quello che dà il titolo italiano (cogliendolo da un capitolo interno) al grande classico di Aldo Leopold A Sand County Almanac: Pensare come una montagna, appunto, rieditato da Piano B Edizioni (con traduzione, ottima, di Andrea Roveda) a settant’anni dalla prima pubblicazione nel 1949, un anno dopo la morte del grande ecologo americano.

Leopold non abbisogna di presentazioni per chiunque abbia una pur minima e superficiale conoscenza dei temi ambientali: considerato il padre del moderno ambientalismo associazionistico nonché del concetto contemporaneo di wilderness – purtroppo tra i più abusati e travisati, oggi – raccolse negli Sketches Here and There, come recita il titolo originale del libro, una messe notevole tanto quanto organica di pensieri, riflessioni, annotazioni, elucubrazioni, indicazioni e intenzioni sugli argomenti afferenti all’ambiente, alla Natura e soprattutto al rapporto tra la biosfera, nel senso più completo del termine, e gli umani con la loro civiltà fortemente evoluta ma, sempre e comunque, parte integrante del mondo animale. Tra narrazioni dei propri vagabondaggi attorno a Sand County, territorio del Wisconsin nel quale Leopold acquistò una fattoria che divenne il suo buen retiro nonché la geografia fisica che conformò anche quella interiore facendone il contesto dal quale trarre le proprie idee ambientaliste, ad altri in numerose zone selvagge del continente americano, e testi sovente pubblicati su varie testate e non di rado di carattere sostanzialmente filosofico, anche quando riportati in forme più tipiche dell’appunto messo per iscritto su due piedi –anche per questo definiti “sketches” –  nei quali definì in modo sempre più compiuto quelle sue idee e le concezioni alla base di una relazione armonica tra uomo e Natura che tutt’oggi, ribadisco, risulta fondamentale per qualsiasi movimento di pensiero ecologico-ambientalista, Leopold ci regala un “manuale” di etica ambientalista potente e del tutto attuale, spesso in modo sorprendente se si considera che il testo ha ormai più di settant’anni, che ha ancora moltissimo da insegnare a chiunque in tema di rapporti tra il genere umano e il pianeta. Anche a tanti ambientalisti contemporanei, ai quali predecessori del suo tempo Leopold non risparmia qualche precisa frecciata (scrive ad esempio riguardo la sparizione degli orsi grizzly da certe parti dell’Ovest americano: «Dove si trova il grande orso? Sarà triste rispondere che esso è scomparso mentre gli ambientalisti guardavano da un’altra parte.», p.208) il cui senso è a sua volta validissimo anche per i loro epigoni odierni.

Ma soprattutto, come mette bene in evidenza David Jérôme nella prefazione del volume, Pensare come una montagna è un testo di rara potenza sulla percezione. Quella dote di cui dicevo poco fa che dovrebbe essere pienamente attiva e sensibile in una creatura evoluta come l’uomo, e che risulta imprescindibile per dare un senso compiuto e virtuoso alla relazione tra esso e il pianeta, facendo dell’uomo un elemento perfettamente integrato e benefico del “biota” – parola che Leopold usa spesso e in modo marcante nelle sue dissertazioni e il cui concetto scientifico oggi viene espresso con il termine biocenosi, la comunità delle specie di un ecosistema che vive in un determinato ambiente ovvero in un determinato biotopo. Un concetto che, è facile intuirlo, non è in fondo solo scientifico ma pure profondamente culturale e, proprio per questo, impossibile da trascurare o ignorare per la creatura più “culturale” che viva sul pianeta – l’uomo, certamente; eppure, oggi, l’impossibile accade veramente e l’Homo Technologicus contemporaneo, che avrebbe a disposizione ogni possibile strumento per esaltare e utilizzare al meglio la sua percezione, la butta alle ortiche per seguire modus vivendi totalmente basati sull’ignoranza e sulle pulsioni più biecamente corporali. «La facoltà di percepire non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la Natura è futile, oltreché dannosa.» scrive Leopold (p.183) a proposito della fruizione dell’ambiente naturale da parte dell’uomo contemporaneo, in pagine che, nuovamente, risultano perfette anche per il presente – e drammaticamente tali, mi viene da dire, per come da esse si possa intuire che in settant’anni e passa poco o nulla si è imparato in tema di Natura. Poco prima (p.181), Leopold chiarisce il grande valore della percezione per l’uomo nei riguardi della Natura: «La caratteristica eccezionale della percezione è che essa non comporta alcun consumo e nessun impoverimento. La discesa in picchiata di un falco, per esempio, sarà percepita da qualcuno come l’incarnazione vivente del dramma dell’evoluzione; qualcun altro ci vedrà solo una minaccia per la selvaggina che dovrebbe finire nella sua padella. Se considerato come un dramma, sarà in grado di emozionare centinaia di testimoni successivi; se considerato come una minaccia, solo uno – poiché tale reazione culminerà con un colpo di fucile. Promuovere la percezione è l’unico ramo veramente creativo dell’industria dello svago all’aria aperta.» Solo così, sostiene Leopold, in un mondo nel quale, oggi come allora, l’uomo va alla Natura quasi esclusivamente per scopi ludico-ricreativi (siano poi questi di matrice turistica o meno), si può pensare di intessere una relazione veramente virtuosa tra la civiltà umana e il mondo naturale; senza la percezione, la Natura – che poi è come dire l’intero pianeta – continuerà a essere incompresa, impoverita, sfruttata, creduta un ambito oggettivo di esclusiva proprietà antropica e per questo, dall’uomo che non usa la propria facoltà di percezione, inesorabilmente devastata.

Un libro di grande e imperituro valore, Pensare come una montagna, ma credo non serva nemmeno rimarcarlo. Grandi lodi a Piano B Edizioni per averlo riproposto in un’edizione veramente ottima sotto tutti i punti di vista.