Perdere tempo / prendere tempo

[Foto di Pasja1000 da Pixabay.]
Il modus vivendi che – volenti o nolenti – facciamo nostro nel mondo quotidiano, spesso ci porta a pensare, a ritenere o a credere che, nelle cose compiute durante le nostre giornate, siano quelle ordinarie o meno, stiamo perdendo tempo. Andiamo sempre di fretta, tutto deve essere veloce, abbiamo sempre meno pazienza e siamo sempre più esagitati al punto che, a impiegarci qualche momento in più nel fare qualcosa, abbiamo l’impressione che la vita ci scappi via, che ci stiamo smarrendo, che rimarremo indietro rispetto alla forsennata e irrefrenabile corsa del mondo.

Abbiamo così paura di perdere tempo che, paradossalmente, ciò che abbiamo realmente perso è la facoltà di prendere tempo.

Invece: prenderci il tempo necessario per fare le cose con la giusta calma, la più adeguata ponderatezza e senza la perniciosa superficialità (forzata ma che di frequente per alcuni diventa abituale) che spesso le contraddistingue, prenderci il tempo per fermarci ogni tanto a riflettere su cosa stiamo facendo e come lo stiamo facendo, su dove siamo, su ciò che abbiamo intorno, recuperare la necessaria lentezza che è naturale in molte azioni compiute, la facoltà di avere pazienza, di saper attendere – magari, come dice il Tao, attendere senza doversi sempre aspettare qualcosa… prenderci il tempo per pensare veramente, nel senso più compiuto del termine, contro la tendenza odierna di crede che a “pensare” troppo si perda del tempo, appunto. E infatti le conseguenze di tale tendenza, così malauguratamente diffusa, le vediamo un po’ ovunque intorno a noi.

D’altro canto: se fosse proprio questa nostra permanente paura di perdere tempo a farci sostanzialmente perdere il vero tempo, quello che scandisce il moto della vita realmente e pienamente vissuta e, di conseguenza, che ci rende altrettanto pienamente vivi? Oggi noi corriamo, corriamo, corriamo, esagitati e stressati come se da ogni ora di tempo ne dovessimo ricavare tre o quattro… ma per far che, e con quale risultato concreto? Forse con quello di farci correre ben più velocemente del dovuto verso la fine?

Dunque, di contro: se fosse proprio la capacità di saperci prendere tutto il tempo necessario a vivere al meglio la nostra quotidianità, quella veramente in grado di trasformare – come recita il noto motteggio popolare – «il tempo in denaro», cioè in qualcosa di grande valore e di utilità fondamentale per ciascuno di noi in questo nostro troppo scalmanato mondo?

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Il popolo degli alberi

[Foto di Chris Lawton da Unsplash.]
Kahlil Gibran affermò che «Se un albero scrivesse l’autobiografia, non sarebbe diversa dalla storia di un popolo.» Gli alberi come un popolo, già, ovvero boschi e foreste come “collettività”. Non siamo certamente adusi a definizioni del genere, per gli alberi, e invero già fatichiamo a non considerarli meri oggetti, a riconoscere a essi un valore vitale come quello di ogni altra creatura che dimora sul pianeta ed è dotata di moto.

D’altro canto, cosa definiamo noi “popolo”, normalmente? Una comunità umana, non altro; semmai a volte lo utilizziamo per certe comunità animali ma, al nostro solito, con accezione e punto di vista del tutto antropocentrici, come forma imitativa del nostro vivere sociale o per mera definizione funzionale se non pittoresca. E perché gli alberi non lo sarebbero, invece? Solo perché non si muovono come noi, non hanno occhi, bocche, arti, non si cibano come noi e non emettono suoni o versi? Perché non ci assomigliano in nulla, insomma? Ma se un albero per assurdo parlasse e sostenesse dal suo punto di vista la stessa cosa di noi umani, che non saremmo un “popolo” dacché siamo così diversi dalle loro comunità, non ce la prenderemmo e non ci sentiremmo offesi?

Lo so, potreste considerare tali mie elucubrazioni come quelle sul sesso degli angeli; in verità credo che non sia granché diffusa una consapevolezza adeguata su cosa siano gli alberi ovvero, in generale, su quante forme di vita differenti dalla nostra e da quelle a essa affini abbiamo intorno che non sappiamo identificare come meriterebbero. Per l’appunto, gli alberi sono l’esempio migliore di una forma di vita diversa, che assimilare alla nostra risulta fuori luogo ma con la quale relazionarsi come con ogni altra di tipo animale è fondamentale – tanto più che, come dimostra con sempre maggior compiutezza la scienza, trattasi a suo modo di una vita intelligente, cioè con modalità anche qui differenti dalle nostre ma non per questo meno considerabili. Credo sia importante conseguire questa consapevolezza riguardo la presenza degli alberi nello spazio-tempo mondano e tra di noi, ovvero sia necessario considerarne la peculiare importanza: sovente gli alberi, tanto più quelli che da tempo (magari anche da millenni) dimorano nei rispettivi spazi vitali non sono soltanto divenuti parte del paesaggio naturale dei luoghi che li ospitano ma pure delle geografie umane e sociali lì presenti e storicamente consolidate, presenze identitarie e culturali che con tutte le altre hanno costruito il luogo e la sua vitalità in ogni aspetto di essa. Bisogna assolutamente considerare non solo la nostra visione antropica verso di essi, c’è da capire a fondo anche la loro “visione” verso di noi umani, comprendere quanto la loro presenza nel tempo – e nel loro tempo, a sua volta diverso da quello degli uomini e più affine a quello della Terra – ha influito sullo sviluppo delle comunità umane, delle relazioni in esse e con la specifica realtà del luogo, sulla definizione del paesaggio locale e su come, in esso, la presenza arborea sia (nel passato e nel presente) assolutamente in equilibrio con quella degli uomini, degli animali e di qualsiasi altro elemento che quel paesaggio forma.

Un’autentica cura e sensibilità verso i territori in cui viviamo, i loro ambienti naturali e il paesaggio che se ne percepisce credo necessiti della consapevolezza suddetta: non solo per meglio salvaguardare il bosco – o per relazionarsi meglio ad esso negli spazi antropizzati ove sia presente – ma più in generale per comprendere meglio la dimensione ecosistemica della quale facciamo parte e comprenderci adeguatamente in essa, come elementi armoniosi e virtuosi. È una piccola azione, peraltro meramente immateriale e culturale, richiede pochissimo sforzo e solo un poco di attenzione ma può conseguire grandi risultati, già.

P.S.: sono considerazioni, queste che avete appena letto, ispirate dalle lunghe e belle chiacchierate con l’amico Tiziano Fratus, Homo Radix e cercatore di alberi, raffinato scrittore di libri sul tema e spirito tra i più affini alla meravigliosa dimensione silvestre.

(Ri)pensare l’abitare

[Foto di Federica Zappalà, CC BY-SA 3.0 it, fonte qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

(A proposito e seguito di quanto ho scritto qui…)

“Abitare”: un concetto fondamentale nell’analisi della nostra presenza nel mondo – di noi come civiltà umana, intendo dire; anzi, IL concetto par excellence, visto che la nostra relazione con i luoghi in cui viviamo si manifesta principalmente proprio con l’atto dell’abitarli, eppure ancora molto poco pensato, meditato, analizzato, elaborato, se non attraverso i suoi aspetti più concretamente tecnici. Quello dell’abitare è invece un concetto che io concepisco in senso ben più umanistico – filosofico, sociologico e antropologico in primis – che tecnico, anche per come, in mancanza di una ponderata consapevolezza del primo aspetto, facilmente il secondo ne risulta zoppicante se non proprio fallimentare – di esempi al riguardo ve ne sono innumerevoli, non serve rimarcarlo e uno lo vedete nell’immagine lì sopra. Ma, appunto, di dissertazioni di genere filosofico et similia, salvo il Costruire abitare pensare di Heidegger (del 1951, in Italia pubblicato da Mursia nel 1976) oppure il più recente Costruire e abitare. Etica per la città del sociologo Richard Sennett e pochi altri brevi scritti (tra cui certi lavori di Marc Augé, seppur non direttamente mirati al tema), non ve ne sono, mentre l’antropologia ha affrontato in vari modi la questione ma forse mai in modo veramente organico e strutturato, ovvero riconoscendo al tema e al suo valore fondamentale la relativa e necessaria valenza pratica, oltre che teorica. L’architettura, invece, è quasi sempre rimasta sul lato tecnologico della questione, mentre l’urbanistica più su quello logistico (nel senso primario del termine): forse inevitabilmente, forse per mancanza di verve culturale, a parte alcune illuminanti eccezioni (Alberto Magnaghi e la Società dei Territorialisti, ad esempio – ma questa e le altre sono le prime cose che mi vengono in mente) e denotando che comunque vi sono interessanti “segnali di ripresa”.

In ogni caso, voglio ribadire che la più profonda, articolata e strutturata riflessione culturale, in senso ampio, sul concetto e sul senso dell’abitare è realmente un qualcosa di ineludibile alla concezione e, bisogna dire, alla rivitalizzazione dell’altrettanto fondamentale relazione tra l’uomo e i luoghi ovvero, se preferite, tra gli spazi abitati/antropizzati e le genti che li abitano. Perché se manca questa relazione che in primis è culturale, non tecnologica o economica o ecologica (è anche tutto questo ma sulla base del primo valore), se non è viva, attiva e consapevole, se non è costantemente coltivata e contestualizzata allo spazio e al tempo vissuti cioè mai data per scontata e conseguita, ancor più in periodi difficili come quello che stiamo vivendo su scala planetaria (ciò rappresenterebbe la sua rapida estinzione, nel caso), be’, l’uomo potrà costruire le più belle e funzionali città, i più suggestivi villaggi, i più ordinati e ameni territori  e in generale le più fantastiche architetture ma tutti questi spazi mai diventeranno luoghi autentici e saranno condannati a una veloce e inesorabile decadenza, prima culturale, poi ambientale e infine architettonica, rovine prive di identità di un’archeologia della postmodernità o, tutt’al più, scenografie artificiose per paesaggi fake.

Ecco, a proposito dei citati interessanti “segnali di ripresa” da parte dell’architettura circa la riflessione culturale sul tema dell’abitare, ho trovato un recente articolo (dell’ottobre 2020) su “weArch” a firma Mariola Peretti, intitolato Rigenerare l’abitare, il quale riflette in particolar modo su come sta cambiando, o potrebbe cambiare, lo spazio abitato a seguito degli stravolgimenti imposti dalla pandemia in corso. Tuttavia, pur in modo obbligatoriamente poco approfondito, vista la sua brevità, il testo propone anche alcune stimolanti osservazioni sul tema dell’abitare, come nel seguente passaggio:

[…] E sono altri i temi fondamentali che abbiamo potuto capire attraverso l’esperienza di questi giorni.
Il primo, fondamentale, che quando si parla di abitare nessun punto è in sé, isolabile e autonomo rispetto al resto del territorio. Ogni punto è parte di un sistema di relazioni all’interno di una logica che è quella dei vasi comunicanti. Nessuna parte dell’hardware territoriale può essere considerata semplicemente come un dato statico, ma deve essere approcciata come elemento dinamico, collegato alle strade, ai sistemi di trasporto, ai flussi che genera. La sua esistenza e il suo funzionamento creano onde che si propagano come quelle di un sasso gettato nel lago. La riapertura delle scuole ci ha fatto ben comprendere che sostituire e diradare i banchi all’interno delle aule non può di certo bastare se non si affronta il tema dei trasporti e dello scaglionamento dei turni di entrata e uscita dall’edificio, laddove si manifestano le principali azioni dinamiche.

Insomma, è una succinta ma buona lettura (cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza) che può certamente servire per stimolare la riflessione riguardo l’abitare e l’approfondimento dei suoi vari, fondamentali aspetti. I quali, lo ribadisco, non sono solo “roba” da architetti, urbanisti, filosofi, antropologi e così via ma sono cultura di tutti noi, in quanto base “intrinseca” e chiaramente ineluttabile del nostro vivere il mondo.

Una consapevolezza fondamentale che la montagna ci dà

[La Grigna Settentrionale, o Grignone. Foto di Luca Casartelli, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La recente, drammatica scomparsa in montagna di una persona conosciuta, mi ha fatto nuovamente riflettere su queste circostanza tanto tristi e, inevitabilmente per chi frequenti i monti, non così rare, su quanto risultino sempre così sgomentanti e scombussolanti – il caso in questione soprattutto, visto che la persona è mancata per un incidente su una montagna che aveva salito più di 5.600 volte e, dunque, della quale conosceva veramente ogni sasso.

Sono eventi che colpiscono in modo particolare perché siamo abituati ad associare alla montagna sensazioni di bellezza paesaggistica, di incanto geografico, di qualcosa che per i più vari motivi non fatichiamo a pensare come a un Eden sulla Terra, e ciò nonostante chiunque sia quanto meno edotto dei rischi che la frequentazione della montagna nei suoi versanti più scoscesi, e in certi casi non solo in quelli, impone di affrontare. Eppure, anche se la triste casistica degli incidenti in zone montane deve essere aggiornata con frequenza costante, in un ambito così bello fatichiamo, quasi ci rifiutiamo di considerare il pericolo nella sua forma più fatale: giustamente, d’altro canto, ma forse anche per questo la morte in montagna, anche quando accade in zone obiettivamente pericolose, lascia sempre sgomenti, ancor più perché di frequente, nei casi che coinvolgono persone che la montagna la conoscono e frequentano, accade non per imprudenza, imperizia o per chissà quale sfortunato gioco di probabilità ma per qualcosa di realmente imprevedibile, di ineluttabile o imponderabile, ciò che di solito definiamo un po’ superficialmente “fatalità”. Il tutto, ribadisco, in luoghi che altrimenti ci appaiono come le più gioiose manifestazioni del “bello” che la Terra ci sa donare, apparentemente lontanissimi da qualsiasi pensiero di morte.

D’altro canto, è anche vero che dal mondo che noi osserviamo ricaviamo una visione e un’idea mediate da noi stessi e dalla nostra sensibilità, emotiva, intellettuale e culturale – il “paesaggio”, appunto – alle quali conferiamo una forma culturale e per questo rendiamo passibili di ulteriori associazioni di uguale natura, che nel complesso determinano l’immaginario comune e condiviso al riguardo. Da sempre alle montagne associamo dunque impressioni di bellezza, di soavità e parimenti di pericolo, di paura; visioni che accomuniamo direttamente alla nostra idea di “vita” e altre che invece ci richiamano più o meno direttamente la sua fine, la morte. A volte tali naturali e comprensibili associazioni, al di là della loro congenita retorica d’altro canto vernacolare, vengono esagerate al punto da diventare mere stupidaggini, come quando – proprio nei casi di cronaca – la montagna, magari in altre sedi “bellissima”, “affascinante”, “scuola di vita”, si trasforma in “traditrice”, “assassina” o altri vaneggiamenti del genere. Ripeto: ciò non è sbagliato, anzi è comprensibile, tuttavia, che lo sia poco o tanto, giustamente o no, è comunque un processo culturale di matrice univoca, nel senso che la montagna resta lì, rimane ciò che è nel suo spazio e nel suo tempo – uno spazio che l’uomo cerca di far proprio senza mai riuscirci del tutto e un tempo che è quello della Terra, non degli uomini – e siamo noi a decidere tutto quanto, a dire, ingiungere, definire, credere.

Per tutto questo mi viene da pensare che la reale ineluttabilità, sui monti e in relazione ai noi e le montagne, è proprio la difficoltà permanente di capire che lassù vi è la vita nella sua più completa manifestazione, che inesorabilmente contempla la morte – è ciò che dà valore alla vita, d’altro canto – e questa cosa va compresa a fondo per far che noi si possa affrontare certe tragedie così infauste, certi lutti tanto improvvisi e laceranti, che forse non riusciremo ad accettare in senso emotivo (ognuno può e deve vivere circostanze così difficili come preferisce) ma intellettualmente sì, conferendoci un rapporto più equilibrato, più sensibile e più consapevole con la montagna e la sua realtà. Gli alpinisti – quelli che “rischiano la vita” come si usa dire in questi casi in modo alquanto banale e assolutamente fuorviante – lo sanno bene, non per questo sono pronti all’evento estremo ma lo accettano in quanto elemento ineluttabile del loro “paesaggio montano”, compendio di materiale e immateriale (come ogni paesaggio del mondo, ma in montagna ovvero negli spazi meno vocati alla presenza umana anche di più e in modo più stretto). Se la montagna è una scuola di vita, come quel vecchio detto tanto retorico quanto obiettivo recita, è – deve anche essere – un “esercizio alla morte”, o meglio deve comprendere anche questa prerogativa. Lo so, certamente detta così sembra una cosa terribile ma, a ben vedere, rappresenta un insegnamento universale, valido per qualsiasi circostanza della nostra vita, del nostro agire nel mondo, del nostro esistere in esso. Che non significa affatto cercare o sfidare la morte, nessun essere vivente sano di mente può realmente farlo, significa piuttosto avere coscienza che la vita, in quanto tale e in tutta la meraviglia che è quando la si vive pienamente, viene definita e diventa compiuta anche in forza della sua fine. Rifiutare questa verità, seppur possa essere comprensibile, rappresenta comunque a sua volta una devianza mentale, il frutto di una cultura diffusa che non esiterei a definire ipocrita oltre che superficiale.

D’altro canto, prendere coscienza della fine della vita diventa uno stimolo fondamentale a viverla nel modo più virtuoso (non nel senso moralista del termine, ovvio) e proficuo possibile, ricercando costantemente la più profonda relazione tra spazio vissuto, ogni altro soggetto che con noi convive quello spazio, il tempo, il paesaggio – nuovamente inteso nella sua più ampia accezione antropologica, quella che ci definisce nel mondo e definisce il mondo per noi con tutto ciò che contiene. La montagna è certamente un ambito che offre ogni prerogativa immaginabile e non per perseguire quello scopo, e lo è proprio anche nel metterci di fronte l’intero spettro vitale quale parte di quella dimensione duale che determina molta parte dell’essenza montana: basso/alto, terra/cielo, orizzontale/verticale, morbido prato/dura roccia/ spazio antropizzato/spazio selvaggio, umano/animale, orrido/sublime, serenità/paura, sicurezza/pericolo e così via… fino a vita/morte. Il nostro immaginario mediato, anche quando poggiato sulla più ampia e fervida retorica, qui non può farci nulla, non può propendere solo per una delle due parti, non può non riconoscere la compresenza e la correlazione tra di esse: non sarebbe un immaginario ma un inganno, altrimenti. Deve riconoscere, contemplare, meditare, comprendere, assimilare. Anche se pare qualcosa di scomodo e di irritante oltre che di angosciante: ma lo è proprio quando la necessaria presa di coscienza non si attiva, non avviene e si lascia che vinca una visione artefatta e meramente funzionale alle nostre convinzioni e alle apprensioni. Quella presa di coscienza che, ribadisco, la montagna richiede, affinché la si possa vivere pienamente e profondamente, nei momenti belli e meno belli, fino a che le vette dei monti e le stelle in cielo sfavillando supremamente diventeranno una cosa sola così che, in una così compiuta e accogliente luce, chiunque lassù possa essere – sostantivo e forma verbale al contempo -, anche chi non c’è più ma resta, sulle montagne, a manifestarlo nell’assenza che si fa presenza percepibile e imperitura.

Quando si abbattono i grandi alberi

[Il Ficus macrophylla dei Giardini Garibaldi nel centro di Palermo, considerato l’albero più grande d’Europa. Foto di Carlocolumba – Galleria Fotografica Siciliana, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

«Il continuo abbattimento dei plurisecolari e maestosi “alberi padre”, Patriarchi della Natura, nei boschi, nelle campagne e persino nei viali e nei parchi cittadini, costituisce un “crimine ecologico” che non può avere giustificazione di sorta, e questo proprio nel momento in cui ogni Paese del mondo riscopre il valore inestimabile dei “Patriarchi verdi” sul piano non solo naturalistico, ma anche economico, sociale e culturale.»

(Franco Tassi, Alberi Sacri, citato in Tiziano Fratus, Alberi Millenari d’Italia, Gribaudo – Idee Editoriali Feltrinelli, 2021, pag.26.)

Quante volte leggiamo notizie che riferiscono del taglio, nei nostri paesi e nelle nostre città, di grandi alberi per far posto a nuovi parcheggi, strade o cantieri d’ogni genere! E spesso le amministrazioni pubbliche coinvolte rispondono dicendo che i tagli previsti sono “inevitabili”  e verranno compensati dalla messa a dimora di tot nuove piante, rivendicando che alla fine saranno più quelle nuove di quelle abbattute. Va bene, la risposta è nel principio anche apprezzabile, se seguita da fatti concreti e interventi ben fatti (cosa non automatica, dalle italiche parti). Il problema però è un altro: è il tagliare certi alberi che non sono alberi come altri ma autentici e fondamentali pezzi di paesaggio, marcatori referenziali (magari da secoli) di luoghi e punti di interesse socioculturale per la città, elementi identitari che determinano l’immagine e la percezione di un angolo cittadino addensando su di sé l’intera storia vissuta in loco. Sono “Patriarchi verdi” tanto quanto urbani, capaci di aver trovato nel tempo un equilibrio ecosistemico (pur circoscritto) con l’ambiente antropico e urbano d’intorno e con tutta la territorializzazione lì realizzata. Ma ancor più, ribadisco, sono creature con le quali il luogo nel tempo ha intessuto una relazione di natura geoidentitaria e culturale, magari pure spirituale oltre che affettiva: eliminare tali alberi da questi luoghi significa in qualche modo eliminare i luoghi stessi e il loro vissuto nel tempo. Se ne crea uno nuovo, di “luogo”, magari non più brutto ma certamente diverso e sicuramente meno vitale – o potrei dire meno vivo, cioè poco o per nulla dotato di evidente, percepibile vitalità come quella che un grande albero sa trasmettere a chiunque se lo trovi davanti agli occhi e nella propria visione del paesaggio locale.

Ha ragione Tassi: il taglio di un grande albero è quasi sempre la manifestazione di un crimine ecologico e pure culturale, sociologico, ambientale e paesaggistico, tanto più che non di rado questi tagli potrebbero essere tranquillamente evitati con meno intransigenza e più intelligenza da parte dei progettisti e degli uffici tecnici. Opporsi a tali azioni è un atto di senso civico, di difesa del paesaggio e di salvaguardia identitaria del luogo e della sua vivibilità. E non ultimo, di protezione della sua bellezza – la bellezza che i grandi alberi manifestano ovunque vivano e suscitano in noi.