Luci (quasi) nordiche

Amo il freddo, i climi autunnali e invernali e ho una particolare predilezione per le condizioni meteo difficili, ma devo ammettere che queste lunghe giornate estive, con le tante ore di luce che regalano, possiedono per certi versi un fascino dal quale è difficile non farsi ammaliare. Ad esempio la luminosità del cielo crepuscolare, dei momenti all’imbrunire che in questo periodo giunge intorno alle 22: una luce che sui monti sopra casa, con gli orizzonti aperti e vasti e col cielo magari deterso da un’adeguata brezza, mi dona – almeno per qualche minuto – percezioni e sensazioni quasi iperboree, da latitudini estremamente nordiche, di terre ove di questi tempi il Sole non tramonta mai e la luce diurna, per qualche straordinaria settimana, riesce a tenere lontana la notte sconfiggendo all’apparenza il dispotico passare del tempo e sovvertendo le leggi astronomiche che regolano la normale quotidianità. Una cosa meravigliosa, per chi lassù non viva e non ne goda per geografica normalità.

Invece poi, inesorabilmente, passata la magia di quei momenti suddetti, a queste latitudini la notte conserva ancora una parte del suo tenebroso vigore e prende possesso del cielo, scacciando la luce oltre l’orizzonte di ponente. Ma se, come accade a me, si riesce a cogliere e contemplare quella così particolare “luce nordica” godendosela sui monti fino a che diventa necessario illuminare i passi con la pila frontale per tornare a valle, il sublime, delicato spettacolo luminoso resta “acceso” nella mente e nell’animo, alimentando con la sua luce vivificante una sensazione di piacere e di soddisfazione che è raro cogliere con uguale intensità altrove. Secondo me, almeno.

La fine imminente del “non inverno”

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Questa mattina mi sono ritrovato il locale in cui lavoro, dotato di una finestra rivolta a Oriente, inondato di colpo da una luce possente e calda che ha illuminato ogni cosa, come se qui fuori avessero d’improvviso acceso un potente faro che ha disperso l’ombrosità fino a ieri presente. In pratica, il Sole che nelle scorse settimane non riusciva a spuntare oltre la linea dei monti qui intorno, alzandosi sempre più sull’orizzonte ha finalmente ritrovato la breccia – una sella tra due dorsali montuose – dalla quale far passare la sua luce e così donare nuovamente la possente luminosità al territorio al di qua anche nelle prime ore del mattino. Fino a ieri c‘era da aspettare fin quasi mezzogiorno affinché il Sole, nella sua rivoluzione diurna, superasse i monti e si facesse vedere ma ormai già verso Sud e Ovest, non più a Oriente.

Ecco, questa minima cosa ha sempre rappresentato – per me che resto sempre massimamente sensibile a tali piccoli “prodigi” naturali, ricercando con essi la più benefica armonia – uno dei segnali evidenti della prossima fine dell’inverno e del nuovo arrivo della bella stagione, della luce diffusa e via via dominante a vincere le ombre invernali nonché, ovviamente, il loro clima gelido. La rappresenterebbe anche quest’anno, la fine dell’inverno, se non fosse che l’inverno quest’anno non si è praticamente mai visto, svanito tra un autunno prolungato e troppo caldo e una primavera terribilmente anticipata.

“Terribilmente”, sì, perché l’inquietante situazione climatica che stiamo vivendo – e vivremo sempre più nel prossimo futuro – stempera in parte la delicata bellezza del momento che vi ho raccontato, caricandola di una non troppo vaga angoscia che rende il cambiamento climatico ancora più allarmante. Proprio per non aver più voluto restare in armonia con la Natura e con l’ecosistema della Terra siamo finiti in questa inquietante situazione; forse – io penso – sarebbe il caso di restare almeno in consapevole armonia con l’insuperabile bellezza naturale: anche in tal caso potrebbe essere quella a salvare il mondo, e così salvare tutti noi.

Luna piena

[Foto di Florian Kurz da Pixabay]
Certe notti di Luna piena, da me, sono talmente luminose e chiare – come quella di ieri sera durante la quotidiana camminata con Loki, agevolata da un cielo limpido e stellato al punto da non aver alcun bisogno di luce artificiale – che appena fuori le ombre degli alberi, negli spazi campestri aperti tra le zone di bosco illuminati da una luce azzurrina avvolgente e intima che disegna le forme ma sfuma leggermente i contorni quasi come in un paesaggio dipinto ad acquerello, non è raro individuare la sagoma e il passo leggero di una volpe che si muove nei campi da un’ombra all’altra in cerca di prede e persino incrociare il suo sguardo, osservandola fermarsi e guardare fissamente verso di voi per studiarvi meglio. In quella luce lunare così delicata che tutto avvolge e armonizza, si compie pure il prodigio di non far fuggire quella volpe curiosa, perché col chiarore diffuso riesce a guardarvi negli occhi e a capire che no, voi, lì, non siete e non sarete ostili con lei e nemmeno quel suo simile peloso che avete accanto, d’altro canto a sua volta sorpreso dall’incontro inatteso e intento a osservare la scena.

Allora, sempre con grande tranquillità, la volpe si guarderà intorno, poi getterà per qualche attimo un ultimo sguardo verso di voi e infine riprenderà il suo trotterellare di caccia, sparendo in breve dentro un’altra macchia boscosa sul limitare del prato e lasciandovi ammaliati dall’aver goduto di una così rara e preziosa opportunità.

 

La testa tra le nuvole, e oltre

A volte bisogna avere la testa tra le nuvole. Perché è l’unico modo per passarvi attraverso, sbucarvi oltre e finalmente tornare a essere illuminati dal Sole e dalle stelle.

Altrimenti da quella coltre nuvolosa riguardo alla quale ci si convince (o si è convinti) che infilarci la testa sia inopportuno, sbagliato, azzardato, si finirà per essere costantemente limitati e, infine, per restarne oppressi, laggiù in basso, privi di luce e di energia.

(L’immagine è mia, ed è di qualche giorno fa.)

Inquinamento luminoso (e antropologico)

Comunque, nel nostro mondo quotidiano ci sono assurdità talmente evidenti e drammatiche che, se fossimo veramente una civiltà, una società urbana, evoluta, progredita, ci impegneremmo a fondo e senza remore per eliminarle nel più breve tempo possibile. Ad esempio la tragica negazione della visione della volta celeste per via di frequentissime e scellerate illuminazioni artificiali notturne. Una visione di valore antropologico ancestrale e assoluto che ormai non sappiamo più cogliere, dalla quale ormai ci siamo separati senza renderci conto di quanto questo deprima il nostro essere creature intelligenti e, appunto, civilizzate.

Per quanto mi riguarda, sarei pronto a scommettere – se mai una scommessa del genere avesse un senso – che se noi umani avessimo mantenuto il legame atavico con il cielo stellato e l’infinito cosmico (“Ogni uomo è una stella” sosteneva Aleister Crowley – del quale non a caso ho detto nel post precedente), oggi vivremmo in un mondo migliore. E se anche non ci posso scommettere sopra, credo fermamente in ciò.

Come già scrivevo qui, quasi un anno fa: incantatevi a osservare le stelle, regalatevi questa emozione insuperabile. Sintonizzatevi sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa avrete la luce delle stelle.
E non quella di tanti immondi lampioni, ecco!

P.S.: per saperne di più sul tema, cliccate qui.