PIL (Professionalità Irrimediabilmente Lesive)

[Il PIL nella zona UE nel 2019. Fonte: https://www.corriere.it/economia/finanza/19_luglio_10/pil-2019-italia-01percento-fanalino-coda-dell-europa-male-anche-germania-669e41b8-a2fa-11e9-a4d9-199f0357bdd6.shtml ]
Mi sia concessa la dura e acida chiosa, ma col tempo sono sempre più fermamente convinto che la scarsissima capacità produttiva – intesa non solo nella mera accezione economica ma come generale e concreta capacità di (saper) fare, di essere civiltà di veri Homini Faber – dell’Italia, dalla quale poi si determinano dati disdicevoli come quello indicato nell’infografica sopra pubblicata, è anche cagionata dalla altrettanto disdicevolmente scarsa professionalità che molti lavoranti dimostrano quotidianamente, gente (in quantità cospicua e crescente) a cui poco o nulla interessa di far bene il proprio mestiere, qualsiasi esso sia, ciò nonostante portandosi a casa ogni mese il proprio buon emolumento. Individui che vanno al lavoro la mattina solamente per tirar sera, facendo il minimo necessario senza nemmeno aver cura che sia fatto in modo decente e che dell’etica professionale o dell’onestà intellettuale e morale oppure del valore socioculturale del lavoro non frega un bel niente, alla faccia dell’articolo 1 della Costituzione.

E credo che tutto ciò sia anche frutto – spiace dirlo ma tant’è – di genetica o di predisposizione antropologica, peraltro ben alimentata (ovvero mai “rieducata”) da istituzioni pubbliche che agiscono in base allo stesso modus operandi, anzi, accrescendone la perniciosità e palesandosi quale “modello” da imitare. Per la serie «Be’, se loro sono così cialtroni, perché io dovrei sbattermi tanto?»

Ecco.

Peccato, perché la classifica dell’immagine potrebbe tranquillamente essere ribaltata, ve ne sarebbero tutte le potenzialità. Invece, in Italia si continua allegramente a cantare «Ma che ce frega, ma che ce ‘mporta…» e amen, avanti così. Già.

 

Il gioco del presepe

Lo capisco bene l’appello del “Papa” ai fedeli cattolici per «fare sempre un piccolo presepe a casa».
D’altro canto la chiesa ha ormai trasformato la fede e la spiritualità cattoliche in un gioco con delle belle statuine di plastica, facili da maneggiare e da vendere, senza nemmeno bisogno di studiarci sopra troppo a come funziona, tale gioco. Anzi, per nulla.

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

(Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992. Sempre lui, sì. Imprescindibile, in questi giorni tanto biecamente festosi.)

Camus, Silone e la (mancante) cultura “europea”

P.S. – Pre Scriptum: questo di seguito è un articolo che scrissi quattro anni fa, nel dicembre 2015. Me lo sono ritrovato davanti e riletto, di recente, e credo (o temo) che resti del tutto attuale, anzi, più oggi di allora. Ve lo ripropongo, dunque.

camus-siloneSovente sui media ci capita di sentire parlare in modo critico di “Europa”, da parte di coloro i quali, per parte politica, interesse, convinzione più o meno giustificata e giustificabile o altro,  ne avversano concetto, forma e sostanza.
Certamente tali pulsioni anti-europeiste pescano nella (spesso più bieca e vuota) politicaggine partitica, pugnace in quel senso solo per mera convenienza di potere – o di relativa opposizione ad esso nel tentativo di ribaltare la situazione a proprio favore, ovvio. Tuttavia non posso non vedere un serio pericolo in questo anti-europeismo populista, per come in esso e con esso si finisca per confondere l’Europa in quanto istituzione politica e l’Europa in quanto territorio di storia, cultura e tradizioni comuni, oltre che di valori condivisibili per genesi antropologica e sociologica comune. Sia chiaro, il pericolo (ugualmente di carattere populista) esiste anche in senso opposto, ove l’Europa sia identificata meramente come entità politica e non come compendio comunitario dei caratteri sopra esposti. Il tutto, poi, scivola inesorabilmente o nel provincialismo campanilista più retrivo e antistorico ovvero, dall’altra parte, nel globalismo ideologico più massificante e culturalmente omologante.
Su tale questione, ho letto di recente una citazione di Albert Camus che a sua volta cita Ignazio Silone – due grandi della letteratura del Novecento, inutile rimarcarlo. Citazione tratta da un numero di qualche tempo fa (ottobre 2015, per la precisione) del mensile Montagne360, inserita in un articolo che presenta il sentiero dedicato allo scrittore abruzzese tracciato attorno a Pescina, suo borgo natale, e che in poche parole svela cosa significhi essere veramente europei (prima che europeisti così come anti-, naturalmente) ovvero cosa manchi a livello culturale, purtroppo, nel distorto concetto oggi diffusosi di “Europa”:
Così dunque scrisse Camus – nel 1957, tenetelo ben conto:

E’ perché amo il mio paese che mi sento europeo. Guardate Silone, che parla a tutta Europa. Se io mi sento legato a lui è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione.

E si tenga conto come da parte sua Silone, nell’introduzione a Fontamara, confermasse questa visione glocalista (per usare un termine tanto brutto quanto modaiolo) della propria letteratura:

Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui.

Ecco: brevemente tanto quanto profondamente Camus, già quasi 60 anni fa e prendendo a modello tale visione nostranamente cosmopolita (mi si passi l’ossimoro, opinabile ma è per fini di sintesi) di Silone circa la propria scrittura, ha saputo spiegare quale forma e sostanza possa e debba avere un’Europa autenticamente comunitaria e identificante per chiunque vi faccia parte, dal Circolo Polare Artico al Mar Mediterraneo. Un concetto massimamente culturale che contiene l’identità locale e l’identificazione continentale, questa seconda come logica e inevitabile somma delle prime. Un concetto antropologico, semplicissimo eppure ignorato da tanti, volutamente o meno, se non proprio rifiutato, combattuto, oltraggiato: per egoismo, anacronismo, ottusità, ignoranza, follia.
Un concetto che finché non sarà finalmente compreso nel modo più ampio possibile, non consentirà alcuna effettiva unità europea, ne dal punto di vista politico-istituzionale, ne (cosa per certi aspetti pure più grave) da quello culturale, civico e antropologico. Con le conseguenze che abbiamo già da tempo sotto gli occhi.

Basta lamentele!

(Immagine tratta da qui: https://scienzaesalute.blogosfere.it/post/577055/lamentarsi-fa-male-alla-salute)

Ho deciso che non mi lamenterò più.
Giammai per cose personali, e solo attraverso l’ironia per altre cose, ma sempre formulando osservazioni che siano – provino a essere – concrete e costruttive. Se notate che stia contravvenendo a questa decisione, denotatemelo subito e con vigore.

Mi sono veramente rotto le scatole di tutta questa gente che non fa altro che lamentarsi di tutto, gente a cui non manca nulla di ciò che gli serve nella quotidianità ma si lamenta, si lamenta, si lamenta, si lamenta, gente che non ha veri e seri problemi e nonostante questo si lamenta, si lamenta, si lamenta… Sono gli individui che in questo articolo di qualche tempo fa ho definito lamentatori seriali: gente che si lamenta “di default”, per la quale non conta di cosa ci si lamenta, conta lamentarsi e stop, credendo così di mostrarsi “diversi”, quelli che “non si fanno mica mettere i piedi in testa”, che hanno capito che “li stanno fregando” o che certe cose “non vanno bene così, è una vergogna” eccetera. E che, con le loro lamentele, non solo non fanno nulla per risolvere la situazione della quale si lamentano ma la peggiorano sempre più, spandendo intorno a sé tanto di quel bieco e cieco livore che per la salute è quasi peggio del pm10.

Insomma, basta. Mi allontano quanto più possibile dall’essere o apparire come gente del genere, a costo di dover tenere per me anche circostanze parecchio problematiche; d’altro canto, ribadisco, se è palese che comunque lamentarsi non serve a nulla, al contempo credo che ogni persona debba cercare e trovare in sé la forza per risolvere piccole o grandi situazioni avverse che possano capitarle nella quotidianità, e solo se non vi sia nulla da fare in tal senso si possa pensare in altro modo. Ma certamente, ribadisco, mai e poi mai atteggiandosi nel modo in cui si comporta quella gente. Per carità!

Suicidi neuronali

Ogni volta che viene proferita in pubblico un’espressione del tipo «valori cristiani», qualche neurone si suicida gettandosi dal ponte dell’intelligenza dentro il baratro dell’ipocrisia.

P.S.: i valori che salvaguardano, sostengono e sviluppano l’umanità e la sua civiltà non sono né “qualcosa” né “di qualcuno”, ma sono valori umani. Punto.