Perché ci serve la Natura selvaggia

La capacità di comprendere il valore culturale della natura incontaminata si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale. La superficialità degli uomini di oggi, che hanno già perso le proprie radici con la terra, fa supporre loro di aver già scoperto ciò che è importante; li fa cianciare di imperi economici destinati a durare secoli. Solo lo studioso riconosce che tutta la storia consiste di successive escursioni da un unico punto di partenza, a cui l’uomo ritorna – ancora e ancora – per organizzare sempre nuovi viaggi, alla continua ricerca di una durevole scala di valori. Solo lo studioso comprende perché l’autentica natura selvaggia definisce e dà significato all’impresa umana.

(Aldo Leopold, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.209-210; ed.orig.1949.)

Aldo Leopold, “Pensare come una montagna. A Sand County Almanac”

Cosa facciamo noi, esseri umani e in generale creature viventi, per relazionarci con il mondo nel quale viviamo e con cui interagiamo? Ci muoviamo in esso e cerchiamo di cogliere ogni suo dettaglio attraverso i sensi, in primis con la vista. Di contro è risaputo che noi non osserviamo con gli occhi ma con il cervello, dacché i primi sono solo lo strumento attraverso il quale raccogliamo la visione delle cose: è poi il secondo, grazie a tutte le informazioni che contiene, che a quelle cose cerca di dare un senso. Tuttavia, se il processo si ritenesse concluso così, probabilmente dalle cose del mondo ricaveremmo un senso molto dozzinale, eccessivamente sistematico, un po’ come se guardassimo un capolavoro artistico, un dipinto ad esempio, e dalla sua visione ricavassimo solo la quantità di colori presente, le forme di ciò che vi è ritratto, l’andamento dei segni grafici, eccetera. Mancherebbe tutta la parte percettiva della visione, quella che al senso razionalmente elaborato dal cervello conferisce pure un valore culturale e, ancor più, antropologico. Senza la percezione, insomma, le nostre pur spiccate capacità sensoriali diverrebbero qualcosa di parziale, di limitato e sostanzialmente sterile. A ben vedere, se l’essere umano, che si è definito Sapiens al fine di mettersi al vertice della gerarchia biologica del pianeta Terra rimarcando la propria (presunta) superiorità evolutiva intellettuale, non usasse la sua percezione, se ne trascurasse le facoltà o, peggio, se fosse persino inconsapevole di detenerla, continuare a definirlo in quel modo, “Sapiens”, sarebbe qualcosa di francamente ingiustificato e fuori luogo. Al punto che, ove nella relazione tra l’uomo e la Terra vengano tralasciate dal primo le facoltà di percezione, i danni al pianeta si fanno subito evidenti e assai perniciosi, in primis proprio per colui che si è riservato per se stesso e i suoi simili il titolo di razza dominante sul pianeta. E se invece ben più dell’altezzoso Homo Sapiens fossero altre le entità sul pianeta in grado di pensare a livelli ben più alti e nobili? Se fossero addirittura le montagne a saper pensare meglio di tanti umani?

Da questo punto di vista è quasi un invito – e pure pressante, se lo vogliamo in tal modo considerare pur se espresso in forma verbale infinita – quello che dà il titolo italiano (cogliendolo da un capitolo interno) al grande classico di Aldo Leopold A Sand County Almanac: Pensare come una montagna, appunto, rieditato da Piano B Edizioni (con traduzione, ottima, di Andrea Roveda) a settant’anni dalla prima pubblicazione nel 1949, un anno dopo la morte del grande ecologo americano. []

(Leggete la recensione completa di Pensare come una montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La bellezza, e la salvezza

C’è così tanta bellezza assoluta nel mondo, nei suoi vari ambienti, nelle sue forme naturali – nei monti, tra le colline, nei mari, nei deserti roventi e nelle distese ghiacciate, nella volta del cielo stellato – e nel paesaggio che noi vi concepiamo ma che, io temo, troppo spesso non comprendiamo veramente e giudichiamo soltanto per meri “valori” superficiali – bello, non bello, piacevole o meno, caldo, freddo eccetera – che sarebbero ammissibili solo se poi si sapesse andare oltre – e non si fa quasi mai, appunto – insomma, c’è così tanta bellezza al mondo, dicevo, che se avessimo la facoltà e la volontà di comprenderla e di scaturirne una paritetica bellezza emotiva, culturale, intellettuale, antropologica, umana, da introiettarci nel profondo dell’animo e dello spirito rendendola la nostra (cioè di tutti) “psico-biosfera” fondamentale e imprescindibile, be’, credo che buona parte dei mali del mondo svanirebbero di colpo.

Già, subitamente.

Invece no, non ne siamo capaci. Non lo siamo ancora pur dopo millenni di evoluzione anche intellettuale ergo culturale. Continuiamo a restare indifferenti a questa bellezza così infinita, continuiamo a sottovalutarla, a osservarla come fosse qualsiasi altra “cosa” ordinaria, a ignorarla quando, non di rado, a disprezzarla e oltraggiarla. Come fossimo in un meraviglioso museo colmo di preziose, inestimabili opere d’arte e utilizzassimo i suoi spazi per giocare a pallone, con la palla che immancabilmente colpirà e rovinerà di continuo quei capolavori. Alla fine, o di fronte ai danni ormai irreparabili ci renderemo finalmente conto della nostra colossale stupidità ma, appunto, sarà ormai troppo tardi, oppure, per la nota Teoria delle finestre rotte, tutte quelle macerie ci spingeranno irrefrenabilmente a produrne sempre di più, riducendo in macerie anche la nostra essenza umana e condannandoci alla sorte più nefasta.

Ma non voglio affatto essere così catastrofista. Anche perché, affinché con la bellezza del mondo ci succeda quanto ho scritto poco sopra, ci vuole veramente pochissimo. La bellezza potrà veramente salvare il mondo, ma solo se il mondo saprà salvare – e finalmente comprendere – la (sua) bellezza. Un’azione per la cui messa in atto, ribadisco, non occorre quasi nulla: solo un po’ di occhi aperti e intelletto attivo, tutto qui.

VHEMT: e se alla fine avessero ragione loro? (Un post di antropologia culturale)

Senza nome-congiunto-01Sì, proprio così: antropologia culturale.
Lo conoscete, il VHEMT?
Beh, se non lo conoscete, cominciate a leggere qui (brano tratto dal sito del suddetto):

Il VHEMT (che si pronuncia vehement, parola inglese che significa veemente) è un movimento, non un’organizzazione. È un movimento portato avanti da gente che ha a cuore la vita sul pianeta Terra. Non siamo un gruppo di disadattati maltusiani misantropi e asociali che provano un piacere morboso ogni volta che qualche disastro colpisce gli umani. Non potrebbe esserci nulla di più distante dalla realtà. L’estinzione umana volontaria è piuttosto l’alternativa umanitaria ai disastri che colpiscono la gente.
Non insistiamo sul modo in cui la specie umana si è dimostrata un parassita avido ed amorale su un pianeta che era in buona salute. Una negatività di quel genere non offre soluzioni per gli orrori inesorabili che l’attività umana sta provocando.
Piuttosto, il Movimento propone un’alternativa incoraggiante alla distruzione impietosa e completa dell’ecologia della Terra.
Come sanno bene i Volontari del VHEMT, la speranza che si presenta come alternativa all’estinzione di milioni di specie vegetali ed animali è l’estinzione volontaria di una sola specie: l’Homo sapiens, …la nostra estinzione.
Ogni volta che qualcuno decide di non generare altri umani da aggiungere ai miliardi brulicanti che già si accalcano su questo pianeta devastato, un nuovo raggio di speranza attenua le tenebre.
Quando ogni essere umano deciderà di non riprodursi, la biosfera della Terra potrà tornare alla sua gloria di un tempo, e ognuna delle creature che rimarranno potrà essere libera di vivere, morire, evolversi e forse scomparire, come nel corso dei millenni hanno già fatto così tanti “esperimenti” di Madre Natura. L’ecologia della Terra tornerà in buona salute… tornerà in buona salute quella “forma di vita” nota a molti col nome di Gaia.
Perché ciò possa accadere è necessaria la nostra scomparsa.

Ecco.
Inetti? Pazzi? Goliardi? Illuminati? Razionalisti? Beh, fate voi.
Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa all’articolo, oppure visitate il sito principale del VHEMT (in inglese), qui.