Altro che nevi eterne!

[Foto di Simon Fitall da Unsplash.]

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno CamenischUltima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

In viaggio con le mucche, e con Calvino

Con la stagione primaverile ormai piena che conta a breve di raggiungere maggio e avanza rapida verso la calura estiva, sta tornando il tempo della transumanza e della prima monticazione verso i maggenghi. Giusto a proposito di pascoli e mucche e dell’articolo al riguardo che ho pubblicato qui qualche settimana fa, cercando sul web alcune cose sull’argomento mi è saltato fuori il seguente bellissimo racconto di Italo Calvino Un viaggio con le mucche, datato 1954 e compreso nell’antologia I Racconti pubblicata da Einaudi nel 1958, nel quale il grande scrittore rende perfettamente l’idea del transito degli animali diretti verso i monti e della dimensione di preziosa naturalità che si portano appresso. Ve ne propongo la prima parte, alla fine della quale troverete il link per leggerlo nella sua interezza (grazie al blog traalpiepascoli.wordpress.com che l’ha pubblicato.)

[Foto di CamDib, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

I rumori della città che le notti d’estate entrano dalle finestre aperte nelle stanze di chi non può dormire per il caldo, i rumori veri della città notturna si fanno udire quando a una cert’ora l’anonimo frastuono dei motori dirada e tace, e dal silenzio vengon fuori discreti, nitidi, graduati secondo la distanza, un passo di nottambulo, il fruscio della bici d’una guardia notturna, uno smorzato lontano schiamazzo, ed un russare dai piani di sopra, il gemito d’un malato, un vecchio pendolo che continua ogni ora a battere le ore. Finché comincia dall’alba l’orchestra delle sveglie nelle case operaie, e sulle rotaie passa un tram. Così una notte Marcovaldo, tra la moglie e i quattro figli che sudavano nel sonno, stava a occhi chiusi ad ascoltare quanto di questo pulviscolo di esili suoni filtrava giù dal selciato del marciapiede per le basse finestrelle, fin in fondo al suo seminterrato. Sentiva il tacco veloce e ilare delle donne in ritardo, la suola sfasciata del raccoglitore di mozziconi dalle irregolari soste, il fischiettio di chi si sente solo, e ogni tanto un rotto accozzo di parole di un dialogo tra amici, tanto da indovinare se parlavano di sport o di ragazze. Ma nella notte calda quei rumori perdevano ogni spicco, si sfacevano come attutiti dall’afa che ingombrava il vuoto delle vie, e pure sembravano volersi imporre, sancire il proprio dominio su quel regno disabitato. In ogni presenza umana Marcovaldo riconosceva tristemente un fratello come lui inchiodato anche in tempo di ferie a quel forno di cemento cotto e polveroso, dai debiti, dal peso della famiglia, dai salari scarsi o nulli.
E come se l’idea d’un impossibile vacanza gli avesse subito schiuse le porte d’un sogno, gli sembrò d’intendere lontano un suono di campani, e il latrato d’un cane, e pure un corto muggito. Ma aveva gli occhi aperti, non sognava: e cercava, tendendo l’orecchio, di trovare ancora un appiglio a quelle vaghe impressioni, o una smentita; e davvero gli arrivava un rumore come di centinaia e centinaia di passi, lenti, sparpagliati, sordi, che s’avvicinava e sovrastava ogni altro suono, tranne appunto quel rintocco rugginoso.
Marcovaldo s’alzò, s’infilò la camicia, i pantaloni.
– Dove vai?- disse la moglie che dormiva con un occhio solo.
– C’è una mandria che passa per la via. Vado a vedere.
– Anch’io! Anch’io! – fecero i tre bambini che sapevano svegliarsi al punto giusto.
Era una mandria come ne attraversavano nottetempo la città, al principio dell’estate, andando verso le montagne per l’alpeggio. Saliti in strada con gli occhi ancora mezz’appiccicati dal sonno, i bambini videro il fiume delle groppe bigie e pezzate che invadeva il marciapiede, e strisciava contro i muri ricoperti di manifesti, le saracinesche abbassate, i pali dei cartelli di sosta vietata, le pompe di benzina. Avanzando i prudenti zoccoli giù dal gradino ai crocicchi, i musi senza mai un soprassalto di curiosità accostati ai lombi di quelle che le precedevano, le mucche si portavano dietro il loro odore di strame e di fiori di campo e latte e il languido suono dei campani, e la città pareva non toccarle, tanto erano già dentro il loro mondo di prati umidi, nebbie montane e guadi di torrenti.

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I draghi del Pilatus

[Foto di Peter Wormstetter da Unsplash.]

Nel Medioevo si credeva che tra le crepe rocciose del Pilatus fossero abitate da un drago benevolo. Nell’estate del 1421 un gigantesco drago sorvolò il Pilatus e precipitò così vicino al contadino Stempflin che egli perse i sensi. Quando si riprese trovò un grumo di sangue rappreso e la pietra di drago accanto a sé, i cui effetti guaritori furono confermati ufficialmente nel 1509. (…) Alle prime ore dell’alba del 26 maggio 1499, a Lucerna si poté ammirare uno spettacolo meraviglioso: dopo un temporale terrificante un enorme drago senza ali emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke. Probabilmente la creatura era stata sorpresa dal temporale, le cui acque l’avevano trascinata dal Pilatus al torrente Krienbach, che sfocia nella Reuss sotto la chiesa dei Gesuiti. Numerosi cittadini onorevoli ed eruditi garantirono l’autenticità di questa storia.

lucerna_book1_800Questo è un brano – ovviamente composto dalla citazione di una celebre leggenda – tratto dal mio libro

Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Il Pilatus è LA montagna di Lucerna. La si può ammirare da qualsiasi punto della città, alla quale fa da immancabile e spettacolare quinta scenografica, rappresentando al contempo un possente fulcro montano attorno al quale ruota tutto il territorio tra il centro urbano, la sua periferia e la parte nordoccidentale del Lago dei Quattro Cantoni del quale, essendo l’ultima importante vetta delle Alpi verso settentrione, caratterizza in modo decisamente alpino il paesaggio. Ma la sua prossimità alla città ha reso pure il Pilatus un generatore e un attrattore di numerose leggende e mitologie, ovvero un contesto ideale, e idealmente arcano anche grazie alle sue caratteristiche ambientali, per farne la sede di molteplici apparizioni misteriose e sovrannaturali – e quella del drago non è affatto l’unica, come potrete scoprire leggendo il mio libro…

Ecco: per saperne di più, sul libro, cliccate sull’immagine della copertina lì sopra.

I confini prima dell’alba

Cinquanta ettari di terra: ecco, secondo l’impiegato della contea, a quanto ammonta il mio dominio mondano. Ma L’impiegato è un tipo un po’ pigro, e non dà mai un’ occhiata ai suoi registri prima delle nove del mattino. Ciò che essi gli mostrerebbero al sorgere del sole è il tema ora in discussione.
Registri o no, un fatto è certo, sia per il mio cane che per me: prima dell’alba io sono l’unico proprietario di tutti gli ettari di terra sui quali riesco a camminare.
Non sono solo i confini a scomparire, ma l’idea stessa di essere confinato. Distese sconosciute agli atti o alle mappe divengono note a ogni alba, e la solitudine – che sembra non esistere più in questa contea – abbraccia ogni palmo di terra sul quale la rugiada stende il suo velo.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.58.)

Fucili di legno

Un reggimento di artiglieria della milizia di Stato fece domanda al Governatore per avere un certo numero di fucili di legno con i quali potersi esercitare. «Costano di meno», spiegarono, «di quelli veri.» «Non si dica che io sacrifico l’efficienza al risparmio», disse il Governatore. «Voi avrete dei fucili veri.» «Grazie, grazie», gridarono molto espansivi i soldati. «Ne avremo la massima cura, e in caso di guerra li riporteremo all’arsenale.

[Ambrose BierceFucili di legno, in Dizionario del diavolo – Favole avvelenate, Edizioni Falsopiano, 2019, pag.109.]