Leggo con piacere – da “Montagna.tv”, ma trovate la notizia anche su altri media d’informazione – che lo scorso 27 aprile la Provincia di Pistoia ha concluso l’iter istruttorio nell’ambito della Conferenza dei Servizi relativo al progetto di una nuova funivia tra la Doganaccia/Cutigliano e il Corno alle Scale, sull’Appennino Tosco-Emiliano, emettendo un esito negativo determinato dalle tante criticità normative e ambientali emerse nel corso delle valutazioni tecniche. Di tale progetto ne scrissi già più di tre anni fa, qui.
Il nuovo impianto, pensato per collegare il versante toscano della montagna pistoiese con quello emiliano del Corno alle Scale al fine di creare un unico comprensorio sciistico, era da tempo al centro di un ambio dibattito, sia per le numerose criticità ambientali e sia per la sua insostenibilità climatica, viste le quote, le esposizioni dei versanti interessati e il divenire costante dei cambiamenti climatici in corso, dunque anche per la sua sostenibilità economica.
[Il crinale appenninico nella zona interessata dal progetto della nuova funivia; il versante di Doganaccia è quello meridionale, a destra. Foto tratta da theoutdoormanifesto.org.]Nei pareri tecnici che hanno determinato l’esito negativo al progetto, riporta “Montagna.tv”, uno degli ostacoli principali riguarda la compatibilità con il Piano di Indirizzo Territoriale con valenza di Piano Paesaggistico Regionale della Toscana, lo strumento che disciplina in modo stringente le trasformazioni in aree di pregio paesaggistico. A questo si aggiungono i vincoli derivanti dalla presenza di una Zona Speciale di Conservazione della Rete Natura 2000, che impone verifiche particolarmente rigorose sugli impatti ambientali, soprattutto in contesti montani ad alta naturalità. Nel corso della Conferenza dei Servizi sono state inoltre evidenziate ulteriori criticità legate alla normativa nazionale, tra cui quelle relative alle aree interessate da incendi boschivi, soggette per legge a limitazioni temporanee all’edificazione. Un insieme di elementi che, nel loro complesso, ha portato a ritenere il progetto non compatibile con il quadro normativo vigente.
[Il versante settentrionale del Corno alle Scale con le piste in territorio modenese, nel comune di Lizzano in Belvedere. Foto di Giovanni M., opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Come si deduce da quanto appena esposto, il progetto della funivia del Corno alle Scale rappresenta(va) l’ennesima iniziativa prepotente da parte dell’industria dello sci a danno dei territori coinvolti, degli ambienti naturali e del paesaggio nonché indifferente alla realtà climatica in atto, presente e ancor più futura, e allo sviluppo sostenibile e coerente dei territori e delle comunità residenti: tutti elementi forzatamente soggiogati alle mire affaristiche dei soggetti che sostenevano l’opera. Un atteggiamento a dir poco irresponsabile anche perché, come ha sancito la Provincia di Pistoia, contrastante e incompatibile con le normative vigenti. Di contro, anche stavolta c’è da chiedersi: possibile che in Italia pur di fronte a opere e interventi palesemente dannosi e impattanti sui nostri territori, sul paesaggio (quello che tanto vantiamo e vendiamo come «il più bello al mondo») e sulle comunità, non basti attivare la logica e il buon senso più ordinari e si debba sempre sperare nell’intervento di qualche soggetto istituzionale?
Intervento che a volte nemmeno si manifesta, visti i numerosi casi nei quali enti politici e amministrativi si ritrovino in prima linea nel sostenere palesi scempi ambientali anche quando la società civile sia in maggioranza contraria; almeno, nel caso del Corno alle Scale, va dato merito alla Provincia di Pistoia di aver compreso – o di non aver potuto ignorare – la dannosità del progetto che si voleva realizzare. E ciò dimostra che fermare tali progetti così prepotenti, pericolosi, invasivi si può, perseverando nella difesa del buon senso, facendo massa critica, impegnandosi nella denuncia di quanto vi sia di sbagliato alla base di certe iniziative. Spero proprio che il progetto della Doganaccia resti per sempre sulla carta a favore di uno sviluppo, turistico e non solo, realmente logico e sostenibile per quella meravigliosa porzione di catena appenninica.
Come anticipato da questo precedente articolo, lo scorso sabato 25 ottobre 2025 Michele Serra, è statoa Ronco Canavese, in Valle Soana, ospite del comune, della biblioteca e della locale Associazione degli Operatori Turistici, per supportare il progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, l’iniziativa di sensibilizzazione sugli eccessi dell’invasività umana e sul conseguente rispetto del senso del limite nei territori naturali e sulle montagne in particolar modo. Progetto che ha nel Monveso, una delle vette più belle della Valle sul confine con la Valle di Cogne, il suo simbolo, e intorno al quale Serra ha dialogato con Enrico Camanni.
[Michele Serra con alcuni dei componenti del Comitato promotore della “Montagna Sacra”.]
La giornata è stata un successo, sotto ogni punto di vista. Lo è stata per la valle, per la sua comunità che ha affollato il Teatro Comunale, e per la presa di coscienza sempre più compiuta del valore del progetto “Montagna Sacra” per il proprio territorio; nel pubblico peraltro erano presenti numerosi giovani, cosa non scontata. Lo è stata per il progetto stesso e per le idee che vi stanno alla base, forti, provocatorie, “sovversive”, ad alcuni (sempre meno, in verità) invise ma, obbiettivamente, quanto mai importanti da considerare nella relazione attuale e futura tra uomini e montagne. Lo è stata proprio per le montagne, quelle che in gran numero subiscono assalti antropici sovente ingiustificabili oltre che insostenibili e per quelle altre invece “dimenticate” dalle economie preponderanti ma a loro volta dotate di proprie peculiarità, potenzialità, identità culturale nonché di comunità che vorrebbero continuare a viverci in maniera dignitosa senza dover rinunciare alla costruzione del loro futuro. Ed è stata importante, la giornata con Michele Serra, anche per continuare nell’opera di conoscenza e sensibilizzazione nei riguardo del progetto “Montagna Sacra” portata avanti dal Comitato Promotore, dalla comunità valsoanina ma pure, in potenza, da ogni sottoscrittore del progetto e da ciascun appassionato delle montagne che ne ha compreso il senso e il valore. Le idee alla base del progetto sono valide per il Monveso come per ogni altra vetta e territorio montano: perché le montagne sono spazi di libertà tanto quanto territori del limite e la cosa migliore da fare, per viverle al meglio, non è ostinarsi nel superamento di essi ma armonizzarsi alla loro anima in una società come la nostra contemporanea che sembra voler rompere ogni limite, materiale e immateriale, senza tuttavia curarsi delle conseguenze che potrebbero scaturirne. E che già di frequente possiamo constatare nella loro dannosità, sulle montagne e negli ambienti naturali.
Ma per raccontare al meglio la giornata di sabato scorso, non ci potrebbero essere parole migliori di quelle scritte dallo stesso Michele Serra oggi, lunedì 27 ottobre 2025, nella newsletter “Ok Boomer!” che cura settimanalmente per “Il Post”, e delle riflessioni a caldo, o quasi, di Toni Farina, uno dei padri del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”. Sono proposti di seguito uno dopo l’altro. Insieme ad essi avrete visto lì sopra la registrazione dell’incontro e, qui sotto, trovate una galleria fotografica.
La strada che sale da Pont Canavese, sopra Ivrea, alla Valle Soana, è micidiale. Stretta e tortuosa, in certi punti se due automobili si incontrano bisogna che una faccia marcia indietro fino al primo slargo utile per scansarsi. Si risale una gola severa, che i colori autunnali ingentiliscono appena. È di quelle strade di montagna che fanno capire a chi le percorre quanta tenacia ci vuole, per rimanere attaccati a quelle rocce, quegli alpeggi, quei boschi e non lasciarsi scivolare a valle, nell’indistinto della pianura, nel comodo delle città. Ci vogliono radici forti, per rimanere attaccati ai monti.
L’ho risalita sabato, quella strada, per andare a Ronco Canavese, centro principale della Valle Soana, dove un giovane sindaco tosto e ingegnoso, Lorenzo Giacomino, mi ha invitato per parlare, nel piccolo teatro comunale, di una iniziativa inedita e coraggiosa: proclamare “montagna sacra” il Monveso di Forzo, una bella montagna del luogo. Ovvero dichiararla inviolabile dall’uomo, inventandosi una specie di “tabù moderno” che renda indisponibile alla nostra invadente specie almeno qualche porzione del pianeta. Per dirlo con le parole di uno dei promotori, Toni Farina, scrittore e uomo di montagna: “Un’istanza provocatoria, discutibile (infatti è stata molto discussa), ma necessaria per lasciare simbolicamente quell’esiguo spazio fisico ad altri esseri viventi. Esseri ai quali sulla Terra Homo sapiens ha tolto via via lo spazio vitale. Il Monveso di Forzo è così diventato simbolo di accettazione di un limite nella società del no-limit. Nessun divieto, ma semplice e personale accettazione di un invito”.
La proposta (alla quale ho aderito, faccio parte del piccolo comitato promotore) ha diviso il mondo della montagna, a partire dai responsabili del Parco del Gran Paradiso, del quale il Monveso è parte. A me sembra importante mettere il concetto di “limite” al centro dell’attenzione in un momento storico dominato dall’accessibilità indiscriminata e dal consumo forsennato. Non tutto può essere alla portata di una carta di credito, non tutto è in vendita. Nel reticolo di funivie, impianti di risalita, percorsi facilitati, una montagna senza umani ha una luce speciale: la si può guardare solo dal basso, incorniciata dal cielo.
Ringrazio la vivace comunità della Valle Soana, le volontarie della biblioteca, il sindaco, le tante persone presenti (in sala c’era anche qualche giovane in mezzo al grande nevaio dei capelli bianchi) per la giornata davvero particolare. Suggerisco, a chi volesse approfondire l’argomento, il bel libro di Enrico Camanni La montagna sacra. Camanni conosce le Alpi come pochi, e le sa raccontare.
“Val Soana incubatore di pensieri nuovi”
Rubo questa frase a Monica Bruno (che spero mi perdonerà) perché mi pare un titolo azzeccato per sintetizzare il pomeriggio di sabato 25 ottobre a Ronco. Che poi pensieri tanto nuovi non sono: come ricordato ieri, e in molte altre occasioni, di Limite si parlava fin dagli anni ’50 del secolo scorso grazie ad Aurelio Peccei e ai suoi collaboratori del Club di Roma nel noto studio sui limiti dello sviluppo. Noto, ma dimenticato.
L’incontro con Michele Serra (grazie grazie), venuto a Ronco a sostegno del progetto “Montagna Sacra”, è stato occasione per ribadire che la Terra è un pianeta finito e dunque, molto semplicemente, una crescita infinita non è possibile. Il teatro comunale strapieno ha evidenziato che la questione è sentita.
La presenza in sala (e sul palco) dei giovani convenuti a Ronco per un seminario sulle Aree Interne, ha dato ulteriore significato all’evento. In fin dei conti è di loro che si parla.
Come spesso mi capita, nei convegni estrapolo parole che mi paiono significative. Queste sono le parole che ho evidenziato negli interventi di Ronco.
Inizio opportuno e non casuale con la parola «pace». Fra gli uomini, i componenti della specie Homo sapiens, geniale e distruttiva, e fra gli uomini e la natura. Due aspetti che in realtà sono uno solo, perché proprio la carenza di risorse naturali è alla base di molti conflitti.
La parola «montagna», Alpi e Appennini. Montagna laboratorio di sostenibilità, dove sperimentare percorsi possibili di futuro, e la Val Soana ne è esempio.
La parola «Gran Paradiso», inteso come parco, centenario e al contempo immaturo, che a 100 anni dalla nascita avrebbe bisogno di rifondazione. Il progetto Montagna Sacra voleva essere questo ma il Centenario è stato a tal fine un’occasione persa. Tanti festeggiamenti, pochi ragionamenti.
La parola «sociale», nell’avverbio socialmente. “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se socialmente desiderabile”, concetto oggi quanto mai verificato. Lo disse Alex Langer nel 1994. Alex Langer, quanto ci manca.
La parola «Europa». Citando Langer il collegamento ci sta. Continente vecchio, prospettiva che sta sfumando incalzata dai sovranismi. Nota dolente, e Michele Serra ne sa qualcosa.
La parola «sindaco». Soprattutto se di montagna. E qui un grazie a Lorenzo Giacomino, sindaco di Ronco, è doveroso. Grazie a lui e al suo coraggio.
La parola «biblioteca». Luogo di cultura certo, ma in questo caso anche di incontro e progettazione.
La parola «giovani». Che per qualche minuto ha tenuto banco citando il noto successo editoriale di Michele Serra “Gli sdraiati”. Giovani che, nel libro e nella realtà, alla fine lasciano indietro gli anziani, saggi e rompiballe. Com’è giusto che sia.
Le parole «Cogne» e «Ronco», i due volti del Monveso. Cogne con la valle omonima, la più turistica del Parco Gran Paradiso, e Ronco con Val Soana, la meno turistica e più integra. La più ricca di biodiversità. Dalla Val Soana giunsero millenni or sono i primi abitanti della Valle di Cogne, e siccome le montagne non fermano né le genti né le idee, l’auspicio è che oggi l’idea della Montagna Sacra contamini anche la valle aostana.
La parola «sacro». Termine potente e impegnativo da molti in questo caso ritenuto inopportuno, ma sabato per l’ennesima volta si è ribadito che così non è. E Monveso-Montagna Sacra è la scelta giusta. Altra non è data.
E, visto che ci siamo, la parola «Monveso». Montagna piramidale a cui sabato 25 sono fischiate le orecchie. Montagna evocata non per le imprese alpinistiche sulle sue chine, ma per l’impresa di limitarsi a guardarla dal basso. Si va oltre il settimo grado…
Potrei continuare, ma poi arriverebbe la parola noia, dunque lascio a chi legge il compito di proseguire. Concludo con la parola «democrazia». Una delle frasi più vere e significative pronunciate ieri da Michele Serra: “La democrazia è strutturalmente fondata sul limite”. “Perché necessita di contrappesi, e quindi di limiti”, ha spiegato. Per questo, aggiungo io, è in pericolo.
Chi volesse aderire al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, sappia che è assolutamente semplice. Si va sulla pagina web del progetto, www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/, si compila il modulo e si conferma poi con mail. Oppure si scrive a montagnasacra22@gmail.com indicando semplicemente «aderisco al progetto Montagna Sacra» e, se si vuole, con quale qualifica si vuole apparire in elenco. Parimenti lo si può fare con un messaggio su Facebook o un commento alla pagina della “Montagna Sacra”; se volete lo potete fare anche qui, e io avrò cura di trasmettere le adesioni ricevute e i dati relativi.
Michele Serra, personaggio che immagino non abbisogna di presentazione, sabato prossimo 25 ottobre sarà a Ronco Canavese, in Valle Soana, per supportare il progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, l’iniziativa di sensibilizzazione sugli eccessi dell’invasività umana e sul conseguente rispetto del senso del limite nei territori naturali, e sulle montagne in particolar modo, che sta guadagnando sempre più consensi, anche in forza del proprio obiettivo crescente valore nei riguardi della realtà dei territori suddetti.
Michele Serra è stato uno dei primissimisostenitori del progetto “Montagna Sacra”, ancora quando l’idea elaborata da Antonio Mingozzi e Toni Farina, all’epoca direttore e consigliere del Parco Nazionale del Gran Paradiso, era in fase embrionale – lo potete constatare dal brano sul “Venerdì” de “La Repubblica” del luglio 2020 riprodotto lì sotto. Poi il progetto è stato avviato, si è formato un Comitato di figure prestigiose del mondo della montagna e della cultura (del quale ho il privilegio di fare parte senza essere affatto prestigioso!), le adesioni hanno cominciato a diventare centinaia e poi migliaia, si sono organizzati numerosi eventi di conoscenza e sensibilizzazione sui temi e le istanze che il progetto sostiene, i critici e gli scettici sono diventati sempre meno (quelli che ancora sostengono che il progetto “proibisca” di salire il Monveso di Forzo e le montagne in generale e non vogliono capirne il senso reale e la portata simbolica sono ormai sparuti e francamente buffi) e nel frattempo, come detto, il dibattito sull’importanza del rispetto del limite alla presenza umana in certi ambiti naturali si è fatto costante e necessario, dando ancora più forza al progetto e alle azioni in suo sostegno.
L’evento di sabato prossimo a Ronco Canavese, importante anche perché dimostra la partecipazione ormai piena e consapevole della comunità della Valle Soana al progetto e ai suoi scopi, è certamente tra le azioni più prestigiose nonché, ci auguriamo noi del Comitato, valide a far conoscere ancora meglio cosa è “La Montagna Sacra” e cosa si prefigge – e pure quanto sia affascinante il Monveso di Forzo, cima poco nota ma di grande bellezza alpestre, proprio anche perché potente simbolo materiale del progetto.
Come ha scritto lo stesso Serra lunedì 20 ottobre scorso nella newsletter “Ok Boomer!” che cura settimanalmente per “Il Post”,
Sabato 25 sarò a Ronco Canavese, in Valle Soana, piccolo comune di montagna ai piedi del Gran Paradiso. Il giovane sindaco mi ha invitato per parlare del progetto “Montagna Sacra”, che sarebbe il Monveso, una piccola cima da dichiarare inviolabile e da non scalare mai più. Atto simbolico, culturale, per dire che magari qualche piccola porzione di mondo immune da noi altri umani, dai cellulari, dal goretex, dal nostro pur leggero scalpiccìo con le suole morbide che hanno preso il posto degli scarponi cingolati dei tempi andati, avrebbe un significato importante. Credo che l’idea sarebbe piaciuta a Walter Bonatti, che se ne è andato ormai da troppi anni, e di cime ne aveva calcate a centinaia, in Europa, Asia, America del Sud. A Ronco Canavese penserò a lui e a Rossana Podestà, che riposano insieme nel cimitero di Porto Venere, davanti al mare. In quel cimitero c’è una luce che riempie l’anima, e impedisce di essere tristi.
Ecco. Un atto simbolico (repetita iuvant: non ci sono cartelli di divieto d’ascensione sul Monveso!) di grande valore culturale e quanto mai emblematico, senza (più) alcun dubbio.
Trovate le informazioni sull’evento di sabato a Ronco Canavese nella locandina sopra pubblicata, mentre chi volesse aderire al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, sappia che è assolutamente semplice. Si va sulla pagina web del progetto, www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/, si compila il modulo e si conferma poi con mail. Oppure si scrive a montagnasacra22@gmail.com indicando semplicemente «aderisco al progetto Montagna Sacra» e, se si vuole, con quale qualifica si vuole apparire in elenco. Parimenti lo si può fare con un messaggio su Facebook o un commento alla pagina della “Montagna Sacra”; se volete lo potete fare anche qui, e io avrò cura di trasmettere le adesioni ricevute e i dati relativi.
Si dice che gli svizzeri si compiacciano di raccontare una storiella del genere: uno svizzero si trovò al cospetto di Dio. “Che cosa desideri?” chiese Dio. “Vorrei le belle montagne bianche, i laghi e molta neve” rispose lo svizzero. Dio, con un gesto della mano, fece apparire le montagne, i laghi e la neve, e disse: “Ma non puoi vivere di questo! Ti concedo di esprimere un altro desiderio. Bada a che sia più pratico!”. “Bene, vorrei una vacca”. La vacca comparve immediatamente. Lo svizzero la munse e offrì un bicchiere di latte a Dio. “Sei un brav’uomo, mio caro svizzero!” disse Dio, “Tutti gli altri prendono quel che do loro e se ne vanno, ma tu sei stato il solo che abbia pensato a me. Ti do la facoltà di esprimere un terzo desiderio. Che cosa vorresti?”. “Un franco e venti centesimi per il latte!”
Questo è un brano tratto dal mio libro Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00
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Oggi è la Festa Nazionale Svizzera, la Confederazione Elvetica “compie” 734 anni. Un compleanno che non posso non festeggiare ogni 1 di agosto, puntualmente.
Il Monte Rigi – o per meglio dire la Rigi, come la chiamano gli svizzeri e la denominerò io, qui – è senza dubbio una delle montagne più celebri delle Alpi e tra le più rinomate a livello mondiale, non a caso soprannominata fin dal Cinquecento Regina Montium, la “Regina delle Montagne”. Questo non per l’altitudine, che raggiunge solo i 1798 metri alla massima sommità della Rigi-Kulm, più facilmente per la bellezza assoluta del suo paesaggio: la montagna è posta praticamente al centro della Svizzera e di quel meraviglioso accrocco lacustre composto dal Vierwaldstattersee, il Lago dei Quattro Cantoni con i suoi tanti rami, dallo Zugersee, il lago di Zug, e da altri bacini minori. Un paesaggio affascinante come pochi altri che infatti ha attratto artisti, poeti, letterati – Victor Hugo, Mark Twain, William Turner, Goethe, Tolstoj, Jean-Jacques Rousseau solo per citarne alcuni – i quali poi lo hanno decantato e così eternato nelle loro opere.
Quest’anno la Rigi celebra un anniversario storico importante e emblematico: i 150 anni dalla messa in servizio della ferrovia a cremagliera Arth-Rigi nella sua linea completa che nel 1875 raggiunse la vetta, un simbolo del genio ingegneristico svizzero e del turismo alpino moderno. Ma a ben vedere la Rigi di record ne detiene parecchi altri.
Innanzi tutto la ferrovia Arth-Rigi, che quest’anno compie 150 anni, non fu la prima in assoluto sulla montagna: fu preceduta dalla Vitznau-Rigi, che entrò in servizio nel 1871 diventando così la prima ferrovia a cremagliera d’Europa. Inoltre i bagni termali di Rigi Kaltbad, a quasi 1500 metri di quota sul versante occidentale della montagna, vennero aperti nel 1574 e furono probabilmente le prime terme di concezione moderna in quota sulle Alpi. D’altro canto ciò dimostra che la Rigi già secoli fa veniva considerata una meta per lo svago, così nel 1816 lassù venne aperta la prima locanda turistica della Svizzera e tra le prime delle Alpi. Anzi, si potrebbe persino affermare che sulla Rigi si siano manifestati i primi casi di overtourism: già nel 1819 più di mille persone al giorno raggiungevano la vetta per godere della visione del suo strepitoso panorama, nel 1848 furono oltre 50mila le presenze annue, nel 1880 le sue ferrovie trasportarono quasi 140mila passeggeri che nel 1910 divennero più di 180mila.
[Souvenir della Rigi (1870 circa) con gli hotel presenti all’epoca nelle località di Rigi Scheidegg, Rigi Kaltbad, Rigi Staffel, Klösterli e Kulm.]Proprio in forza di tale ingente afflusso di turisti, solo qualche anno prima la Rigi aveva registrato un altro doppio record: nel 1848 al posto della locanda originaria venne costruito l’Hotel Rigi Kulm, primo vero albergo in quota delle Alpi, con ben 130 posti letto che in poco tempo divennero 200, quindi, nel 1875 sulla stessa vetta venne aperto il Grand Hotel Schreiber, primo albergo di lusso costruito in altura sulle Alpi (già all’epoca dotato di ristoranti, biblioteca, sala da biliardo, musica dal vivo, illuminazione e acqua corrente) che, oltre agli artisti sopra citati, ospitò regnanti, nobili e aristocratici vari, industriali e altri personaggi di spicco dell’epoca. Tutti che salivano per godere del paesaggio eccezionale e del citato strabiliante panorama, tra i più vasti dell’Europa, magari assistendo al sorgere del Sole da dietro le Alpi come riferì Mark Twain in un suo celebre racconto. Come accade ancora oggi ma senza l’uso di mezzi a motore, dei quali vige il divieto di circolazione sull’intera montagna: anche questo in effetti è un significato “primato” della Rigi.
Insomma, la Rigi se l’è ben meritato, il titolo di “Regina delle Montagne”, e tutt’oggi continua a giustificarlo con la sua grande bellezza, goduta annualmente da oltre un milione di turisti. Magari quest’estate qualcuno di voi, durante le proprie vacanze, la visiterà e vi salirà in vetta: nel caso sarà un piacere ascoltare le impressioni e le suggestioni di chi vivrà tale esperienza, molto “svizzera” eppure da sempre profondamente cosmopolita.