Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)

Alt(r)ispazi, alt(r)e riletture!

Ringrazio di cuore Alt(r)ispazi, il sito/blog dell’Associazione Culturale Ettore Pagani – un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro che opera in ambito culturale a favore della maggiore conoscenza del mondo della montagna – per aver ripostato il mio articolo Piove? Evviva! pubblicato in origine qui e nel quale raccontato dell’affascinante esperienza personale vissuta con Michele Comi nell’edizione 2021 di Alt(ro) Festival, in Valmalenco, in una giornata con condizioni meteorologiche “avverse”. Ma avverse da chi e da cosa, poi?

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere il mio racconto, e buona alt(r)a lettura!

Un certo dissenso

I redattori del sito MountCity.it, con questo articolo, osano esprimere la loro “disapprovazione” (vedi qui sopra) nei riguardi di quanto ho scritto nel mio post Piove? Evviva! nel quale ho sostenuto con la consueta passione la necessità di non farsi più condizionare dalle condizioni meteo quando si è in Natura dacché, se un acquazzone dovesse sorprenderci, alla peggio ci bagneremmo ma alla meglio ci godremmo una messe di percezioni che la pur gradita meteo favorevole nel caso ci farebbe sfuggire – ciò che in pratica ho raccontato dell’avventura montana narrata in quel mio post, vissuta con il mai abbastanza lodabile Michele Comi. «Non se la prenda dunque se una volta tanto da questo sito si leva un certo dissenso» dice (scrive) a me MountCity, riportando esempi di grandi personaggi delle avventure in Natura come ad esempio Beppe Tenti, il leggendario “camminatore con l’ombrello” (poi inventore di “Overland”), o un Riccardo Cassin particolarmente attento ad evitare le condizioni meteorologiche più avverse.

Be’, rivolto ai redattori di MountCity, dico: avercene di dissenzienti come loro! Non posso che essere onorato dell’attenzione che così spesso riservano alle cose che scrivo, e parimenti ben contento che, se debbano dissentirne, possano aggiungere interessanti e argute osservazioni sui temi disquisiti – come è loro abitudine – che per il sottoscritto in primis e poi per chi legge i nostri articoli ne ampliano, sviluppano e completano i contenuti. La citazione di quella vecchia canzone di Renato Rascel, «È arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par» proposta loro articolo è in effetti quanto mai sublime nell’evidenziare ciò che veramente conta, al riguardo, così come può venire ben utile, sotto forma di consiglio indiretto, il ricordo del citato Beppe Tenti che «si vantava di usare l’ombrello anche per prendere a legnate bovini e yak che ostruivano i sentieri impedendo alla comitiva di passare», durante le sue avventure himalayane.

Insomma: che piova o che faccia bello, ognuno sia libero di infradiciarsi oppure di ripararsi al caldo nel rifugio più vicino! L’importante, come in ogni cosa umana, è che non venga mai meno il buon senso e la consapevolezza delle proprie azioni e del contesto in cui si svolgono. Allora sì, delle previsioni meteo ce ne possiamo tranquillamente fare un baffo. Anche perché con la (non) accuratezza che offrono…

Un tempo felice

Quello era ancora un tempo felice, senza televisione e senza radio, in cui si leggevano i libri. Mio padre, per esempio, era un lettore appassionato. Mi ricordo ancora dei suoi romanzi preferiti: I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, L’eredità dei Björndal, Il castello di Umberto di Ganghofer, e poi Dostoevskij e soprattutto Gotthelf, il preferito. A casa non avevamo tanti libri ma quelli che non avevamo noi li avevano gli altri. Allora ce li imprestavamo. Bestseller che passavano di casa in casa erano ad esempio La cittadella, Com’era verde la mia valle e soprattutto uno che tutti si contendevano, intitolato I soldati della palude, scritto da un certo Langhof, dove si raccontava quello che il protagonista aveva vissuto in un campo di concentramento. A tavola allora si svolgevano animate discussioni, finché mamma diceva che dovevamo parlare d’altro.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.139. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)

Niente da tagliare

[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Nonno ogni tanto trascorre qualche giorno da una delle figlie, a San Moritz da Ottilia o a Sent da Hermina. Quando viene da noi si porta sempre anche la falce per dare una mano sui prati. Solo che ormai fa fatica, si stanca da morire, sparisce nell’erba alta e non va avanti. «Riposati un po’», gli dice mamma; lui si siede ai bordi del prato e si asciuga il sudore. Una volta arriva anche a San Moritz con la falce e la famiglia si mette a ridere. Lui sembra completamente perso: non ha pensato che là non c’è praticamente niente da tagliare. San Moritz, sebbene sia nella stessa vallata, è un altro mondo. Già i grandi alberghi come palazzi, il traffico, le fisionomie straniere. Per la strada la gente non si saluta, non si vedono mucche né capre, ma cavalli e vetturini, si sente lo scampanellio delle slitte. Ogni tanto lui si ferma e le guarda passare.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.107. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)