Perché saliamo sulle montagne?

[Foto di Félix Lam da Unsplash.]
Perché andiamo in montagna?

Penso che una domanda del genere, quelli che come me frequentano con una certa assiduità le terre alte se la saranno fatta, almeno una volta. Ma anche più d’una, probabilmente.

Perché è bello, per la sensazione di libertà, per panorami vasti e orizzonti lunghi, per mero diletto, per fare sport, perché ci vanno gli amici, per immergersi nel sublime, per respirare aria buona… di possibili risposte a quella domanda potrebbero essercene tante quante vette hanno le montagne o quasi, suppongo. Anche perché ciascuno potrebbe formulare una propria risposta che, nella sua singolarità, sarebbe valida e buona come ogni altra.

Personalmente, considerando l’andare per i monti nella sua forma più classicamente compiuta, cioè il salire fin sulle loro vette, mi si genera in mente l’immagine che la montagna rappresenti una sorta di forma capovolta che rappresenta simbolicamente me che la salgo: il corpo montuoso come un cono con il suo apice – la vetta, appunto – che capovolto diventa un imbuto con un fondo appuntito che lo conclude. Più salgo lungo i pendii del cono della montagna, più scendo all’interno dell’imbuto che, per molti aspetti, potrei identificare con la mia vita (o il mio involucro vitale) nel presente. Raggiungendo la vetta della montagna, raggiungo anche la parte più profonda di me stesso, un punto di compiutezza che nell’istante assume un valore assoluto esattamente come la vetta della montagna ascesa rappresenta un punto altitudinale assoluto per quella porzione di territorio nel quale la montagna si trova. Giungendo fino in cima, realizzo compiutamente l’ascesa sentendomi parimenti realizzato: nel sentirmi bravo, capace, forte o audace per essere arrivato fin lassù, oppure nel percepire il godimento intenso dello stare in un luogo così bello e simbolicamente potente o del dominare dall’alto il resto del mondo d’intorno. Ma quel processo di realizzazione avviene anche interiormente, per i motivi appena citati e per molti altri oppure perché, nello sforzo psicofisico speso nel compiere l’ascesa con tutti gli annessi e connessi – impegno, fatica, concentrazione, emozioni, volontà, gestione della paura, relazione con il paesaggio… – ho avuto la possibilità di percepire ovvero realizzare me stesso in maniera più profonda e intensa che in altre situazioni: d’altro canto questa è una condizione che, in senso generale, molti che vanno per monti in maniera più o meno ardimentosa segnalano e che, anche nella sua forma più semplificata, trae origine da tradizioni culturali ancestrali (le stesse che per molte religioni hanno reso le sommità montuose luoghi sacri e di manifestazione del divino/sovrumano/trascendente la cui salita rappresentava una pratica esteriore e ancor più interiore dai molteplici significati).

A chi sappia qualcosa di filosofia questa mia immagine forse ricorderà, neanche troppo vagamente, il cosiddetto Cono di Bergson. Una tale analogia invero è accidentale (non sono così dottamente aulico) ma ci potrebbe anche stare: se in Bergson la base del cono (capovolto, guarda caso) è il passato dov’è la memoria e la punta è l’istante della percezione del reale nel presente, nella mia immagine alla base del cono sta la coscienza di sé fino a quel momento acquisita (che è anche “memoria di sé”, in effetti) mentre la punta è l’istante della percezione della propria realtà – o dell’acquisizione della percezione reale di sé – nel presente, conseguita attraverso l’ascesa del cono-montagna fino alla punta-vetta, il cui raggiungimento rappresenta in tal senso un’idea assoluta di “presente” (nel senso temporale del termine) nello stesso modo in cui la vetta è un punto assoluto nello spazio. D’altro canto la fisica contemporanea insegna che il tempo esiste solo come moto nello spazio, e dunque l’intersezione della punta con il piano che per Bergson rappresenta il presente è interpretabile come il moto attraverso lo spazio con il quale si raggiunge la vetta del monte.

In ogni caso, speculazioni filosofiche più o meno appropriate a parte (sperando che i bergsoniani eventualmente leggenti non ritengano una blasfemia quanto hanno appena letto), tutto quanto sopra esposto deve contemplare il fatto che io, salendo su per la montagna fino alla vetta, proietti su di essa me stesso e il senso della mia esistenza in quel frangente di spazio e di tempo. Ma è in fondo quello che accade in vario modo a chiunque vada per monti e vette, sulle quali proietta la ambizioni personali, il bisogno di bellezza o di svago, il desiderio di successo, la necessità di fuggire dalla quotidianità, l’afflato spirituale e quant’altro. Tutte cose che, in fondo, riproducono atteggiamenti e predisposizioni proprie di quasi ogni nostra azione quotidiana e, in effetti, sovente tendiamo a frequentare le montagne attraverso un modus vivendi e una forma mentis che non si discostano granché da quelle utilizzate per vivere e affrontare la quotidianità ordinaria.

C’è dunque bisogno di tornare al multiplo senso originario del termine ascensione, che indica (tra le altre cose) tanto la scalata di un monte quanto un movimento di ascesa in genere, di elevazione spirituale. O ancora meglio, c’è bisogno di riscoprire la correlazione etimologica tra due termini che al precedente sono legati, “ascesa” e “ascesi”: il primo che deriva dal latino ascendĕre, formato da ad- e scandĕre cioè “salire”, il secondo che si origina dal latino tardo ascesis che a sua volta deriva dal greco ἄσκησις derivazione di ἀσκέω cioè “esercitare” e si ricollega al primo nell’identica voce verbale ascendere. Ovvero: salire una montagna fin sulla vetta come esercizio di (ri)scoperta, della montagna stessa in senso esteriore e di sé stessi in senso interiore, entrambi come pratiche di ascensione, di elevazione (laiche, ovviamente) sia del corpo che dell’animo per raggiungere il vertice assoluto (la vetta) del monte, con tutto ciò di materiale e immateriale che ne consegue, e così ugualmente raggiungere la profondità più assoluta di sé stessi. Si tratta di punti “assoluti” in senso relativo, come ripeto, ma per quel frangente di realtà, di spazio e di tempo effettivamente tali, dunque dimensione ideale per compiere l’ascensione.

Ecco.

Poi, sia chiaro, tutto questo nel concreto più immediato significa innanzi tutto un gran divertimento, quello che proviamo noi tutti che con appassionata (o passionale) assiduità saliamo sulle montagne. Tuttavia credo, o mi illudo di poter supporre, che in ognuno di noi questa “ascensione” si compia e si renda percepibile, consciamente o meno e a prescindere dalle forme attraverso cui saliamo sui monti (salvo quelle più turisticamente banalizzate le quali d’altro canto esulano pressoché totalmente da questa mia argomentazione). E credo anche, pur quando non ci si capaciti di essa o la si viva in modo esclusivamente esteriore e materiale, che alla fine l’andare in montagna ci faccia sentir bene proprio grazie a essa. Non so se alla fine valga pure come buona risposta alla domanda iniziale: per me lo può essere, insieme a tutte le altre possibili e immaginabili.

Ci sono i draghi, lassù?

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…
Hic sunt dracones, insomma. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi, oltre il crinale.
In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno.
Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.
Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè vidi che non c’era nulla da vedere, sul terreno, niente linee o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico con-fine era quello fisico, del passo alpino da superare.
Hic absunt dracones, già.

Questo è un brano tratto dal mio saggio Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (postmedia books 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Il Lago Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo lo si potrebbe quasi considerare un “mare di montagna” senza nemmeno il bisogno di togliere la sua acqua: in effetti il suo bacino è per tre quarti abbondanti circondato da catene montuose. In pratica solo la sponda afferente ai territori libici ed egiziani non presenta rilievi importanti mentre, per la restante circonferenza, non serve allontanarsi di molto dalle sue acque per cominciare a salire di quota. Se i mari e gli oceani del pianeta sono montagne coperte dall’acqua, il Mediterraneo è un mare d’acqua nel mezzo d’un mare di alte montagne.
Di più: non ricordo più chi abbia scritto che, in fin dei conti, lo si potrebbe considerare un grande lago d’acqua salata il quale, come tutti i laghi, è geograficamente determinato anche dalla presenza di rive montuose, appunto. E basterebbe chiudere il collegamento con l’Oceano Atlantico, come avvenne per ragioni geologiche milioni di anni fa, per fare del nostro mare un bacino a tutti gli effetti chiuso. Un lago, enorme, vastissimo, salato, ma non dissimile rispetto ad altri bacini chiusi, come il Mar Caspio, “tecnicamente” considerato il più grande lago del pianeta. In fondo lo conferma anche il suo nome: è Medi-terranĕus, sta “in mezzo alle terre” e non sono le terre che vi stanno ai lati nel modo che concerne i grandi bacini oceanici. Come i laghi, appunto.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Nella cartina qui sopra, ho evidenziato con il tratto rosso le sponde di natura montuosa del Mediterraneo (ovvero dei territori con rilievi montuosi prossimi ai litorali), e con il tratto giallo quelle sostanzialmente pianeggianti. Oltre alle prime vanno considerate anche le montagne interne al bacino, ovvero quelle della penisola italiana (gli Appennini, in pratica) e delle principali isole, che hanno rilievi che sovente superano i 2000 m di quota e i 3000 m in Sicilia, con l’Etna. In tal modo comprenderete meglio quanto ho affermato nel brano sopra riportato.

L’evidenza che il Mar Mediterraneo sia un bacino quasi chiuso, come fosse un enorme lago appunto, non rappresenta affatto una mera curiosità geografica ma è forse la peculiarità principale che ha influenzato la storia sulle sue sponde, dai tempi antichi fino ai giorni nostri. Gli stessi fenomeni migratori che da anni si registrano lungo le rotte e le sponde del Mediterraneo dipendono anche da questa geografia. Ne disquisisco – provo, almeno, a farlo – nel saggio suddetto, che peraltro è parte di un volume tanto bello quanto particolare e per molti versi preziosoConoscetelo meglio, ne vale la pena.

(Ri)pensare l’abitare

[Foto di Federica Zappalà, CC BY-SA 3.0 it, fonte qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

(A proposito e seguito di quanto ho scritto qui…)

“Abitare”: un concetto fondamentale nell’analisi della nostra presenza nel mondo – di noi come civiltà umana, intendo dire; anzi, IL concetto par excellence, visto che la nostra relazione con i luoghi in cui viviamo si manifesta principalmente proprio con l’atto dell’abitarli, eppure ancora molto poco pensato, meditato, analizzato, elaborato, se non attraverso i suoi aspetti più concretamente tecnici. Quello dell’abitare è invece un concetto che io concepisco in senso ben più umanistico – filosofico, sociologico e antropologico in primis – che tecnico, anche per come, in mancanza di una ponderata consapevolezza del primo aspetto, facilmente il secondo ne risulta zoppicante se non proprio fallimentare – di esempi al riguardo ve ne sono innumerevoli, non serve rimarcarlo e uno lo vedete nell’immagine lì sopra. Ma, appunto, di dissertazioni di genere filosofico et similia, salvo il Costruire abitare pensare di Heidegger (del 1951, in Italia pubblicato da Mursia nel 1976) oppure il più recente Costruire e abitare. Etica per la città del sociologo Richard Sennett e pochi altri brevi scritti (tra cui certi lavori di Marc Augé, seppur non direttamente mirati al tema), non ve ne sono, mentre l’antropologia ha affrontato in vari modi la questione ma forse mai in modo veramente organico e strutturato, ovvero riconoscendo al tema e al suo valore fondamentale la relativa e necessaria valenza pratica, oltre che teorica. L’architettura, invece, è quasi sempre rimasta sul lato tecnologico della questione, mentre l’urbanistica più su quello logistico (nel senso primario del termine): forse inevitabilmente, forse per mancanza di verve culturale, a parte alcune illuminanti eccezioni (Alberto Magnaghi e la Società dei Territorialisti, ad esempio – ma questa e le altre sono le prime cose che mi vengono in mente) e denotando che comunque vi sono interessanti “segnali di ripresa”.

In ogni caso, voglio ribadire che la più profonda, articolata e strutturata riflessione culturale, in senso ampio, sul concetto e sul senso dell’abitare è realmente un qualcosa di ineludibile alla concezione e, bisogna dire, alla rivitalizzazione dell’altrettanto fondamentale relazione tra l’uomo e i luoghi ovvero, se preferite, tra gli spazi abitati/antropizzati e le genti che li abitano. Perché se manca questa relazione che in primis è culturale, non tecnologica o economica o ecologica (è anche tutto questo ma sulla base del primo valore), se non è viva, attiva e consapevole, se non è costantemente coltivata e contestualizzata allo spazio e al tempo vissuti cioè mai data per scontata e conseguita, ancor più in periodi difficili come quello che stiamo vivendo su scala planetaria (ciò rappresenterebbe la sua rapida estinzione, nel caso), be’, l’uomo potrà costruire le più belle e funzionali città, i più suggestivi villaggi, i più ordinati e ameni territori  e in generale le più fantastiche architetture ma tutti questi spazi mai diventeranno luoghi autentici e saranno condannati a una veloce e inesorabile decadenza, prima culturale, poi ambientale e infine architettonica, rovine prive di identità di un’archeologia della postmodernità o, tutt’al più, scenografie artificiose per paesaggi fake.

Ecco, a proposito dei citati interessanti “segnali di ripresa” da parte dell’architettura circa la riflessione culturale sul tema dell’abitare, ho trovato un recente articolo (dell’ottobre 2020) su “weArch” a firma Mariola Peretti, intitolato Rigenerare l’abitare, il quale riflette in particolar modo su come sta cambiando, o potrebbe cambiare, lo spazio abitato a seguito degli stravolgimenti imposti dalla pandemia in corso. Tuttavia, pur in modo obbligatoriamente poco approfondito, vista la sua brevità, il testo propone anche alcune stimolanti osservazioni sul tema dell’abitare, come nel seguente passaggio:

[…] E sono altri i temi fondamentali che abbiamo potuto capire attraverso l’esperienza di questi giorni.
Il primo, fondamentale, che quando si parla di abitare nessun punto è in sé, isolabile e autonomo rispetto al resto del territorio. Ogni punto è parte di un sistema di relazioni all’interno di una logica che è quella dei vasi comunicanti. Nessuna parte dell’hardware territoriale può essere considerata semplicemente come un dato statico, ma deve essere approcciata come elemento dinamico, collegato alle strade, ai sistemi di trasporto, ai flussi che genera. La sua esistenza e il suo funzionamento creano onde che si propagano come quelle di un sasso gettato nel lago. La riapertura delle scuole ci ha fatto ben comprendere che sostituire e diradare i banchi all’interno delle aule non può di certo bastare se non si affronta il tema dei trasporti e dello scaglionamento dei turni di entrata e uscita dall’edificio, laddove si manifestano le principali azioni dinamiche.

Insomma, è una succinta ma buona lettura (cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza) che può certamente servire per stimolare la riflessione riguardo l’abitare e l’approfondimento dei suoi vari, fondamentali aspetti. I quali, lo ribadisco, non sono solo “roba” da architetti, urbanisti, filosofi, antropologi e così via ma sono cultura di tutti noi, in quanto base “intrinseca” e chiaramente ineluttabile del nostro vivere il mondo.

Una cartolina dal Grand Golliat

Quando da ragazzino, passando i pomeriggi a sfogliare mappe geografiche e libri di montagna e così ritrovandomi davanti il Grand Golliat, oronimo accompagnato da fotografie assai suggestive della sua notevole mole rocciosa, subito la fantasia mi generava nella mente l’immagine di una mitologica creatura ciclopica che qualche incantesimo avesse trasformato in monte, così celandone le enormi membra ma al contempo mantenendone il nome che a chiunque, per facile assonanza, verrebbe da associare al più famoso gigante della storia, Golia. D’altro canto, un toponimo all’apparenza così particolare, “Grand Golliat”, non stonerebbe nemmeno sul fianco di una potente nave da battaglia oppure, per restare in ambiti più o meno adolescenziali, come nome di una paurosa creatura spaziale battagliante contro qualche robottone da manga nipponico – tipo Goldrake, per dire. Di certo farebbe pensare a una montagna enorme, impressionante, tra le più alte in assoluto.

In verità la montagna è imponente ma non così elevata, raggiungendo “solo” i 3238 m, e trovandosi in fondo alla Val Ferret (italiana, ma anche di quella omonima svizzera sul versante opposto) al cospetto del Monte Bianco e dei suoi satelliti nordorientali, il Grand Golliat appare inesorabilmente subalterno a quelle ben più elevate e importanti vette. Forse è anche per questo, viene da ironizzare, che un pur tanto affascinante toponimo non rimanda affatto al Golia biblico (Goliath, sia in francese che in inglese) bensì, molto meno suggestivamente, alle parole goille in patois valdostano o gouille in francese valdostano, che indicano una pozza d’acqua o un piccolo laghetto – in effetti presente alla base della parete est, alimentato soprattutto dalla fusione nivale estiva, sul fondo di una conca un tempo occupata da un ghiacciaio (il Glacier des Bosses) ormai ridotto a piccoli brandelli nevosi.

Nessun gigante mitologico trasformato in montagna, dunque: ma il Grand Golliat resta comunque una vetta tra le più belle di quel settore delle Alpi, ben più rinomata se non avesse vicino i numerosi quattromila del Monte Bianco; un elemento fondamentale di un paesaggio montano alquanto selvaggio e altrettanto affascinante, almeno quanto il suo singolare toponimo.