Una prestigiosa citazione

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Voglio ringraziare di cuore Amref Health Africa e l’Osservatorio di Pavia, nelle persone di Paola Barretta e Giuseppe Milazzo in qualità di curatori della seconda edizione 2021 del dossier L’Africa Mediata 2021. L’Africa nella rappresentazione dei media e nell’immaginario dei giovani, per aver voluto introdurre la dissertazione sul tema del “confine” citando un brano del mio testo (dal titolo Hic absunt dracones) incluso nel libro d’artista di Francesco Bertelé Hic sunt dracones, che vi ho presentato qui.

[Cliccateci sopra per visionare l’immagine in un formato ben leggibile.]
È una citazione prestigiosa inclusa in uno studio altrettanto prestigioso e di grande valore scientifico e sociologico per la quale, ovviamente, la mia gratitudine va in primis a Francesco Bertelé, per avermi coinvolto in un progetto di così grande portata analitica, espressiva, culturale oltre che, naturalmente, artistica. Un progetto che mi auguro possa continuare a trovare consensi e generare influenza come merita e come è in grado di fare, con la rara forza comunicativa che possiede: se acquisterete il libro d’artista ve ne renderete conto senza dubbio alcuno.

Potete scaricare il rapporto L’Africa Mediata 2021 da lì sopra (la sua lettura è assolutamente interessante e didatticamente sorprendente, sappiatelo), e saperne di più su Hic sunt dracones qui e cliccando sull’immagine del libro che vedete in cima alla colonna qui a sinistra.

Buone e illuminanti letture!

Hic Sunt Dracones

Sono felicissimo e particolarmente orgoglioso di essere parte, spero fruttuosa, di Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé come opera integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), il programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura (ex Mibact).

Il libro d’artista si struttura in una prima parte che raccoglie testi scientifici e saggi critici di approfondimento sui temi proposti dall’opera e una seconda parte composta da sedici cards fronte/retro affiancabili, nelle quali, grazie a una lettura ipertestuale e stratificata, sono definiti numerosi elementi testuali, immagini, citazioni, links e codici QR che rimandano alla ricerca teorica elaborata dall’artista nei due anni di lavoro al progetto. Il libro è da considerarsi come espansione e parte integrante dell’opera Hic sunt dracones, in collezione al Museo Madre di Napoli e dunque attivabile nel momento dell’esposizione.

[HSD_f_archive © foto: Alessandro Inguglia. courtesy f’ Archive.]
Così la curatrice Chiara Pirozzi racconta il progetto:

Francesco Bertelé per Hic sunt dracones stratifica per circa due anni conoscenze e approfondimenti che procedono paralleli lungo tre filoni di ricerca: l’arrampicata, Virtual e Mixed Reality e la geopolitica del confine. […] L’artista utilizza le più avanzate tecnologie in seno alla realtà virtuale e aumentata, mixandole fra loro e generando layer di fruizione in cui la narrazione proposta è mutevole in base alle esigenze e alle resistenze di ciascun fruitore. Hic sunt dracones è un’opera immersiva e smaterializzata che si espande oltre lo spazio espositivo attraverso la connessione alla rete Internet, mediante il prelievo di contenuti random e la creazione di tweet, trigger e bot che prendono vita a partire dai movimenti e dalle scelte di chi, uno alla volta, partecipa all’opera.[…] Hic sunt dracones – con la sua tensione ipertecnologica, con l’accumulo, la dispersione e il prelievo di contenuti dal web – analizza ed estremizza un tema delicato e contemporaneo come la gestione dell’infinito flusso di dati provenienti da Internet e il relativo utilizzo, in grado di influenzare le nostre scelte, le identità e le preferenze … la visione panottica si eleva all’ennesima potenza per arrivare all’idea di Plenottico. L’osservazione plenottica in Hic sunt dracones si traduce come forma e come contenuto, nella possibilità di scomporre la struttura delle cose attraverso il linguaggio della luce e di ricomporre poi la materia proponendone un’esperienza totalizzante e multi-prospettica.

Per quanto mi riguarda, il contributo che ho elaborato per il volume si intitola Hic absunt dracones (“Qui non ci sono i draghi”) e riflette sul concetto di “confine” ovvero sui suoi significati filosofici, antropologici, culturali, geografici e geopolitici e su come gli stessi nonché i vari intrecci che con essi vengono formulati – a loro volta intrecciati con narrazioni fattuali ed esperienze personali – producano visioni differenti e non di rado opposte del “confine”. Visioni e interpretazioni che forse allontanano fin troppo la considerazione pragmatica dell’elemento “confine” nella realtà odierna dalla sua più obiettiva e fondamentale accezione, generando conseguenti storture e devianze culturali e, inevitabilmente, sociali – o, per meglio dire, sociopolitiche. E se invece il confine fosse tutt’altro rispetto a come lo consideriamo e lo “utilizziamo” nella nostra realtà contemporanea? Se al riguardo stessimo prendendo una sostanziale cantonata, apparentemente funzionale al nostro modus vivendi ordinario ma concretamente disfunzionale per ogni altra cosa?

Francesco Bertelé ha presentato più approfonditamente Hic Sunt Dracones in questa intervista al magazine “Exibart”, nella quale ad esempio si può leggere:

E.: Hic sunt dracones è il progetto con il quale hai vinto la quarta edizione di Italian Council nel 2018 e che ha origine da un’azione esplorativa, una scalata in orizzontale della costa di un’isola nel Mediterraneo (Chiara Pirozzi), condotta da te e il tuo team. Un’azione che mette in campo diversi temi tra geopolitica, tecnologie digitali e ricerca artistica, incentrata sul fenomeno della ‘spettacolarizzazione del confine’ in riferimento al testo Lo spettacolo del confine di Paolo Cuttitta. In che senso un’isola può essere trasformata in un confine e come questo fenomeno ha influito sulla tua azione esplorativo-performativa e la sua ideazione?
F.B.: Un’isola è un luogo perfetto per essere trasformato “nel palcoscenico privilegiato” (Paolo Cutitta) della messa in scena dello spettacolo delle politiche di accoglienza e controllo. La condizione dell’essere un luogo isolato ma al tempo stesso parte di quella linea immaginaria che traccia il confine della frontiera, fa sì che si possa ridefinirne continuamente la posizione amplificandone lo spazio di azione di quelle politiche ben prima e dopo l’effettiva linea cartografica. Osservando il fenomeno della migrazione e di geopolitica contemporanea ho individuato in questa Isola la metafora perfetta per una mia azione che divenisse poi strumento agente per potermi addentrare dietro le quinte di quel palcoscenico per sfogliarne i non detti e ribaltare ogni mia posizione precostituita. Ho cercato un mio modo, per portare lì il mio corpo. Mi son pensato in grado di affrontare quel muro che, “da un lembo del continente africano penetrato nel corpo politico e culturale europeo” (Luca Rota) si affaccia oltre la frontiera e da lì partire per affrontare i miei ‘draghi’. Per cui l’azione arrampicatoria, nella sua estrema realtà è divenuta essa stessa una figura retorica incarnata, perché ogni gesto di progressione che con il passare del tempo è divenuto confidente e ‘normale’, ha generato in me tracce mnestiche, in cui figure spaziali si sono associate a percorsi teorici di ricerca. Ma oltre a ciò la mia azione ha generato un immaginario condiviso con le persone che ho incontrato grazie all’isola e a cui mi sono rivolto per iniziare a capire e sapere. L’Isola da simbolo è divenuta così anche per me luogo reale, complesso e vissuto.

E riguardo il volume:

E.: Anche il libro d’artista che hai realizzato in merito al progetto può essere inteso come un’espansione dell’opera. Ce ne parli?
F.B.: Il libro d’artista fa parte di quella catena transmediale di cui è composta l’opera. Attraverso una tecnica di hyperlinks si generano una molteplicità di contenuti in continua evoluzione e in modalità randomiche. Il libro contiene inoltre rimandi e approfondimenti tematici su vari ambiti specifici di ricerca, saggi commissionati a varie professionalità con l’obiettivo di aprire lo spazio a molteplici orizzonti di conoscenza. Oltre a questo il libro è stato pensato per essere anche una sorta di vademecum un libretto di istruzioni utile alla navigazione dell’opera anche nel momento espositivo. All’interno di esso ci sono infine alcune infiltrazioni del mondo macchinico che agisce sul lettore inconsapevole informando la piramide che ne tiene traccia metodicamente, estraendo dall’uomo valore …”un dispositivo sapere/potere” (Antonio Caronia).

Hic Sunt Dracones è un progetto artistico e culturale di grande potenza tanto espressiva quanto comunicativa che genera un fascino ammaliante e a suo modo “sconvolgente”, per il quale il libro è uno strumento di preziosa divulgazione e, mi auguro, di similare e chiara espressività, oltre a un oggetto autenticamente artistico (al quale è legata una altrettanto preziosa iniziativa di solidarietà, che scoprirete nel libro stesso). Lo trovate in vendita nel sito dell’editore PostMediaBooks o sulle principali librerie on line, in attesa (fine pandemia permettendo, finalmente) di poterlo vivere anche fisicamente e in presenza oltre che, chissà, di ulteriori e affascinanti sviluppi. Sui quali non mancherò di darvene notizia, ovvio.

Alla fine della fiera (dei libri)

Leggo sull’Ansa – grazie all’amico Pasquale che ha postato l’articolo sul proprio profilo Twitter – che l’anno prossimo si farà una fiera dell’editoria anche a Firenze. Si chiamerà “Testo”, sarà organizzata da Pitti Immagine e si terrà probabilmente già a marzo 2020. Potete leggere tutti i dettagli nell’articolo cliccando sull’immagine lì sopra.

Un’altra fiera dell’editoria, già.

Be’, verrebbe da dire che in Italia c’è un tale gran mercato dei libri, così tanto effervescente e vitale, da fare che le n-mila fiere, fierette, rassegne, saloni, salotti e quant’altro dedicato ai libri e alla lettura già esistenti non siano mai a sufficienza!

Poi si leggono i dati di vendita (qui ad esempio trovate una sintesi dell’ultimo rapporto AIE sullo stato dell’editoria) e, inevitabilmente, qualche domanda sorge spontanea, come si dice, sull’effettivo valore circa quell’impressione di vitalità editoriale sopra citata.

Ad esempio: se ci sia veramente bisogno di un’altra fiera, in Italia, che si propone come di interesse nazionale, andando dunque in inesorabile concorrenza con le altre simili; se questa proliferazione di eventi legati ai libri e alla lettura, al netto della sperabile bontà delle intenzioni, sia realmente proficua per il mercato; se di contro tutti questi eventi, che alla fine della fiera (locuzione del tutto consona!) finiscono per essere dei gran mercati dei libri, non danneggino in primis gli elementi fondamentali della filiera editoriale, cioè i librai; se questa proliferazione fieristica in tema di libri e lettura ciò non sia invero legato al solito e moooolto italiano campanilismo per il quale ognuno pensa per sé e tutti sono contro tutti perché ciascuno si crede più bello e bravo degli altri.

Ecco.

Intendiamoci: nessuna preclusione e nessun preconcetto. Ben vengano tali eventi nei quali sia promossa in ogni modo la lettura dei libri – dei buoni libri, meglio sarebbe da dire. Ma non è che pure in questo ambito, come accade in altri contesti, la quantità finisce per andare a danneggiare la qualità? Non è che la realtà dei fatti rimane quella di una “Armata Brancaleone editoriale” nella quale ogni elemento si muove in modo autonomo senza alcun reale coordinamento con il resto della rete, quanto mai necessario in tale realtà e posto lo stato del mercato italiano?

Giova ricordare che non più tardi di un paio di anni fa è andata in scena un’indegna lotta fratricida tra Torino, col suo “storico” Salone, e Milano con la nuova fiera “Tempo di Libri” – che si è rivelata per ciò che non poteva che essere, un gran buco politico nell’acqua editoriale, ma che pare sarà riproposta a febbraio 2020. Dunque, se così sarà, solo un mese prima della nuova fiera di Firenze.

Ribadisco (sempre a titolo personale): ma serve veramente a qualcosa di buono e utile per i libri e la lettura, tutto questo?

Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne

Oggi, 26 novembre, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Come dite? Era ieri, invece?

Sicuri?

Sicuri che non lo sia oggi, 26 novembre, e domani 27, e il 28 e il 29 e ogni altro giorno dell’anno?

Sicuri che non debba essere sempre, una tale giornata, ovvero che non debba essere mai più registrato alcun femminicidio in nessun giorno dell’anno?

Perché finché ce ne sarà anche solo uno, di caso, la questione resterà aperta e nessuna sconfitta di una barbarie così spaventosa potrà essere annunciata – non è una questione di statistiche, in fondo, di aumenti o diminuzioni dei femminicidi, di trend e quant’altro: ne basta solo uno, di caso, per rimarcare la gravità del fenomeno.

D’altro canto l’Italia è un paese nel quale quasi il 24% delle persone pensa che i casi di violenza siano da imputare a come le donne si vestono. Quasi un quarto della popolazione, nel 2019, in un paese che si dice “progredito”. Uno schifo che va risolto in modo del tutto drastico dal punto di vista culturale, perché è evidente che qui le pene più o meno pesanti non contano ma deve contare un radicale – r-a-d-i-c-a-l-e – cambio di cultura in ogni settore della società civile.

Anche per questo ogni giorno dell’anno è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Per questo, per ogni donna e, ancor più, per ogni uomo.

La lettura rende ricchi

L’immagine lì sopra, che traggo da questo articolo de “Il Libraio”, a sua volta ricavato da Rapporto Istat sulla lettura 2018, relativo ai dati del 2017, trovo che sia assolutamente significativa di come la cultura (per la quale la lettura di libri è uno degli aspetti più identificanti ed emblematici) sia legata a doppio filo alle condizioni socio-economiche dei territori a cui i dati si riferiscono. Non solo è evidente come l’Italia non sia una nazione – una “unità nazionale”, voglio dire – nemmeno dal punto di vista della lettura dei libri, ma palesa quanto i tassi maggiori di lettura si riscontrino nelle regioni maggiormente benestanti, coerentemente con altri paesi europei ed extraeuropei: non è un caso, infatti, che gli stati nei quali si leggano più libri siano quelli scandinavi, di gran lunga i più avanzati nelle condizioni economiche e sociali.

Potrebbe anche sembra una cosa ovvia, quella da me (e da altri) evidenziata ma, io credo, la realtà illustrata nel grafico sopra pubblicato va anche oltre l’ovvietà, in qualche modo indicando pure come la cultura e il bagaglio culturale individuale – che non è solo quello certificato dal livello di istruzione, sia chiaro – siano elementi assolutamente funzionali e strutturali di/per qualsiasi società progredita e avanzata, ovvero “genetici”, per così dire, al suo elevato stato di progresso. Il che rende ancora più bieca e colpevole la mancanza di attenzione verso la cultura e la produzione culturale da parte della politica nostrana, sempre ferma a quell’ormai drammaticamente celebre (ma strategico, per “lorsingori” politicanti) «con la cultura non si mangia» che, di questo passo e paradossalmente (visto che l’Italia viene ancora considerata una delle culle della cultura mondiale), finirà per non far mangiare più nessuno, qui.