Una prestigiosa citazione

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Voglio ringraziare di cuore Amref Health Africa e l’Osservatorio di Pavia, nelle persone di Paola Barretta e Giuseppe Milazzo in qualità di curatori della seconda edizione 2021 del dossier L’Africa Mediata 2021. L’Africa nella rappresentazione dei media e nell’immaginario dei giovani, per aver voluto introdurre la dissertazione sul tema del “confine” citando un brano del mio testo (dal titolo Hic absunt dracones) incluso nel libro d’artista di Francesco Bertelé Hic sunt dracones, che vi ho presentato qui.

[Cliccateci sopra per visionare l’immagine in un formato ben leggibile.]
È una citazione prestigiosa inclusa in uno studio altrettanto prestigioso e di grande valore scientifico e sociologico per la quale, ovviamente, la mia gratitudine va in primis a Francesco Bertelé, per avermi coinvolto in un progetto di così grande portata analitica, espressiva, culturale oltre che, naturalmente, artistica. Un progetto che mi auguro possa continuare a trovare consensi e generare influenza come merita e come è in grado di fare, con la rara forza comunicativa che possiede: se acquisterete il libro d’artista ve ne renderete conto senza dubbio alcuno.

Potete scaricare il rapporto L’Africa Mediata 2021 da lì sopra (la sua lettura è assolutamente interessante e didatticamente sorprendente, sappiatelo), e saperne di più su Hic sunt dracones qui e cliccando sull’immagine del libro che vedete in cima alla colonna qui a sinistra.

Buone e illuminanti letture!

Hic Sunt Dracones

Sono felicissimo e particolarmente orgoglioso di essere parte, spero fruttuosa, di Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé come opera integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), il programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura (ex Mibact).

Il libro d’artista si struttura in una prima parte che raccoglie testi scientifici e saggi critici di approfondimento sui temi proposti dall’opera e una seconda parte composta da sedici cards fronte/retro affiancabili, nelle quali, grazie a una lettura ipertestuale e stratificata, sono definiti numerosi elementi testuali, immagini, citazioni, links e codici QR che rimandano alla ricerca teorica elaborata dall’artista nei due anni di lavoro al progetto. Il libro è da considerarsi come espansione e parte integrante dell’opera Hic sunt dracones, in collezione al Museo Madre di Napoli e dunque attivabile nel momento dell’esposizione.

[HSD_f_archive © foto: Alessandro Inguglia. courtesy f’ Archive.]
Così la curatrice Chiara Pirozzi racconta il progetto:

Francesco Bertelé per Hic sunt dracones stratifica per circa due anni conoscenze e approfondimenti che procedono paralleli lungo tre filoni di ricerca: l’arrampicata, Virtual e Mixed Reality e la geopolitica del confine. […] L’artista utilizza le più avanzate tecnologie in seno alla realtà virtuale e aumentata, mixandole fra loro e generando layer di fruizione in cui la narrazione proposta è mutevole in base alle esigenze e alle resistenze di ciascun fruitore. Hic sunt dracones è un’opera immersiva e smaterializzata che si espande oltre lo spazio espositivo attraverso la connessione alla rete Internet, mediante il prelievo di contenuti random e la creazione di tweet, trigger e bot che prendono vita a partire dai movimenti e dalle scelte di chi, uno alla volta, partecipa all’opera.[…] Hic sunt dracones – con la sua tensione ipertecnologica, con l’accumulo, la dispersione e il prelievo di contenuti dal web – analizza ed estremizza un tema delicato e contemporaneo come la gestione dell’infinito flusso di dati provenienti da Internet e il relativo utilizzo, in grado di influenzare le nostre scelte, le identità e le preferenze … la visione panottica si eleva all’ennesima potenza per arrivare all’idea di Plenottico. L’osservazione plenottica in Hic sunt dracones si traduce come forma e come contenuto, nella possibilità di scomporre la struttura delle cose attraverso il linguaggio della luce e di ricomporre poi la materia proponendone un’esperienza totalizzante e multi-prospettica.

Per quanto mi riguarda, il contributo che ho elaborato per il volume si intitola Hic absunt dracones (“Qui non ci sono i draghi”) e riflette sul concetto di “confine” ovvero sui suoi significati filosofici, antropologici, culturali, geografici e geopolitici e su come gli stessi nonché i vari intrecci che con essi vengono formulati – a loro volta intrecciati con narrazioni fattuali ed esperienze personali – producano visioni differenti e non di rado opposte del “confine”. Visioni e interpretazioni che forse allontanano fin troppo la considerazione pragmatica dell’elemento “confine” nella realtà odierna dalla sua più obiettiva e fondamentale accezione, generando conseguenti storture e devianze culturali e, inevitabilmente, sociali – o, per meglio dire, sociopolitiche. E se invece il confine fosse tutt’altro rispetto a come lo consideriamo e lo “utilizziamo” nella nostra realtà contemporanea? Se al riguardo stessimo prendendo una sostanziale cantonata, apparentemente funzionale al nostro modus vivendi ordinario ma concretamente disfunzionale per ogni altra cosa?

Francesco Bertelé ha presentato più approfonditamente Hic Sunt Dracones in questa intervista al magazine “Exibart”, nella quale ad esempio si può leggere:

E.: Hic sunt dracones è il progetto con il quale hai vinto la quarta edizione di Italian Council nel 2018 e che ha origine da un’azione esplorativa, una scalata in orizzontale della costa di un’isola nel Mediterraneo (Chiara Pirozzi), condotta da te e il tuo team. Un’azione che mette in campo diversi temi tra geopolitica, tecnologie digitali e ricerca artistica, incentrata sul fenomeno della ‘spettacolarizzazione del confine’ in riferimento al testo Lo spettacolo del confine di Paolo Cuttitta. In che senso un’isola può essere trasformata in un confine e come questo fenomeno ha influito sulla tua azione esplorativo-performativa e la sua ideazione?
F.B.: Un’isola è un luogo perfetto per essere trasformato “nel palcoscenico privilegiato” (Paolo Cutitta) della messa in scena dello spettacolo delle politiche di accoglienza e controllo. La condizione dell’essere un luogo isolato ma al tempo stesso parte di quella linea immaginaria che traccia il confine della frontiera, fa sì che si possa ridefinirne continuamente la posizione amplificandone lo spazio di azione di quelle politiche ben prima e dopo l’effettiva linea cartografica. Osservando il fenomeno della migrazione e di geopolitica contemporanea ho individuato in questa Isola la metafora perfetta per una mia azione che divenisse poi strumento agente per potermi addentrare dietro le quinte di quel palcoscenico per sfogliarne i non detti e ribaltare ogni mia posizione precostituita. Ho cercato un mio modo, per portare lì il mio corpo. Mi son pensato in grado di affrontare quel muro che, “da un lembo del continente africano penetrato nel corpo politico e culturale europeo” (Luca Rota) si affaccia oltre la frontiera e da lì partire per affrontare i miei ‘draghi’. Per cui l’azione arrampicatoria, nella sua estrema realtà è divenuta essa stessa una figura retorica incarnata, perché ogni gesto di progressione che con il passare del tempo è divenuto confidente e ‘normale’, ha generato in me tracce mnestiche, in cui figure spaziali si sono associate a percorsi teorici di ricerca. Ma oltre a ciò la mia azione ha generato un immaginario condiviso con le persone che ho incontrato grazie all’isola e a cui mi sono rivolto per iniziare a capire e sapere. L’Isola da simbolo è divenuta così anche per me luogo reale, complesso e vissuto.

E riguardo il volume:

E.: Anche il libro d’artista che hai realizzato in merito al progetto può essere inteso come un’espansione dell’opera. Ce ne parli?
F.B.: Il libro d’artista fa parte di quella catena transmediale di cui è composta l’opera. Attraverso una tecnica di hyperlinks si generano una molteplicità di contenuti in continua evoluzione e in modalità randomiche. Il libro contiene inoltre rimandi e approfondimenti tematici su vari ambiti specifici di ricerca, saggi commissionati a varie professionalità con l’obiettivo di aprire lo spazio a molteplici orizzonti di conoscenza. Oltre a questo il libro è stato pensato per essere anche una sorta di vademecum un libretto di istruzioni utile alla navigazione dell’opera anche nel momento espositivo. All’interno di esso ci sono infine alcune infiltrazioni del mondo macchinico che agisce sul lettore inconsapevole informando la piramide che ne tiene traccia metodicamente, estraendo dall’uomo valore …”un dispositivo sapere/potere” (Antonio Caronia).

Hic Sunt Dracones è un progetto artistico e culturale di grande potenza tanto espressiva quanto comunicativa che genera un fascino ammaliante e a suo modo “sconvolgente”, per il quale il libro è uno strumento di preziosa divulgazione e, mi auguro, di similare e chiara espressività, oltre a un oggetto autenticamente artistico (al quale è legata una altrettanto preziosa iniziativa di solidarietà, che scoprirete nel libro stesso). Lo trovate in vendita nel sito dell’editore PostMediaBooks o sulle principali librerie on line, in attesa (fine pandemia permettendo, finalmente) di poterlo vivere anche fisicamente e in presenza oltre che, chissà, di ulteriori e affascinanti sviluppi. Sui quali non mancherò di darvene notizia, ovvio.

Hic Sunt Dracones, step 1

«HIC SUNT DRACONES»

Tenetevi ben presente questa frase, motto, definizione o qualsiasi altra cosa sia, perché vi porterà moooolto lontano, attraverso i confini e i limiti che potete immaginare in relazione al mondo in cui viviamo, al tempo presente, al paesaggio che ci costruiamo intorno, a ciò che contiene e a come lo percepiamo e manifestiamo. E lo farà in un modo assolutamente coinvolgente – nel senso più pieno del termine.

Ma, per cominciare…

Hic Sunt Dracones è il progetto di Francesco Bertelé, a cura di Chiara Pirozzi e promosso dalla Fondazione Made in Cloistervincitore della IV edizione del bando Italian Council, concorso ideato dalla DGAAP – Direzione Generale Creatività contemporanea e Rigenerazione urbana del MIBACT.

Il primo step pubblico è andato in scena l’11 ottobre scorso  al Mediamatic di Amsterdam, in collaborazione con la Fondazione AVNode, con la première del video Walking through the walls (40’ VR 360° ambisonic), che è parte integrante del progetto e del quale lì sopra potete vedere il teaser. Ad essa fa seguito il primo step virtuale, per così dire, ovvero la possibilità di vedere il video sul canale Youtube dedicato, qui.

Ma Hic Sunt Dracones è un progetto alquanto articolato e poliedrico, fatto di varie tappe e diverse manifestazioni del suo concept: tra di esse – lo segnalo perché vi sono direttamente coinvolto – c’è il libro d’artista che affronta in modo approfondito i temi dell’opera. Fra gli autori coinvolti: Simone Arcagni, Luca Rota (ecco, appunto), Paolo Cuttitta, Andrea Staid, il gruppo Ippolita. Il progetto editoriale, realizzato con lo studio Friends Make Books, è diviso in due sezioni; una cartacea e l’altra virtuale consultabile con dispositivi mobili. Il libro è ideato come fosse un’estensione fisica all’opera e possiede anche una sezione ludico-interattiva con, tra le tante altre cose, i contributi dell’artista Armin Grader.

Il libro d’artista sarà presentato nella tappa finale (ovvero tale per questa fase del progetto) di Hic Sunt Dracones, l’esposizione al Museo Madre di Napoli, che rappresenterà un’esperienza totale a cui lo spettatore sarà invitato a sottoporsi. L’opera verrà smaterializzata e sarà fruibile da uno spettatore alla volta, si comporrà come fosse uno scacchiere in cui si sovrapporranno realtà oggettiva, realtà virtuale, mixed reality, filmati 360°, fino a comporre ambienti complessi.

Insomma, fin da ora e costantemente un progetto bellissimo, affascinante, importante, essenziale: da non perdere.

Cliccate qui per leggere l’articolo che a Hic Sunt Dracones vi ha dedicato “Exibart”, oppure qui per leggere la press release del progetto.

E ribadisco: Hic Sunt Dracones, non dimenticatevelo!

Summer Rewind #3 – Se la critica letteraria è ormai in condizioni critiche…

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine l’11 dicembre 2012.)

Qualche giorno fa, a chiudere il post intitolato Cinquanta sfumature di grigio-re editoriale, accennavo ad una questione ormai parecchio evidente in ambito letterario, anche (o soprattutto) al caso editoriale del libro a cui il titolo del post si riferisce, ovvero a come sempre più la grande editoria si stia trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore: la critica, appunto.
Ma, ancora prima, mi ero letto e appuntato un bell’articolo pubblicato sul numero 77 di Exibart.onpaper (cioè il magazine di Exibart, media tra i più noti tra quelli che in Italia si occupano di arte, contemporanea in particolare), a pagina 31, intitolato Quel che resta del giudizio, il quale contiene parecchie interessanti riflessioni su cosa sia la critica in ambito artistico visuale, che a mio parere risultano ugualmente interessanti se trasportate nell’ambito letterario.
Così recitano le parti salienti dell’articolo:
Di fronte all’esercizio della nostra facoltà di giudicare, due forze sembrano contendersi il campo del contraddittorio individualismo di massa di cui siamo parte: da un lato ci teniamo a distinguerci e a essere originali, e, specie nell’ambito di ciò che appare (moda, arte, stili di vita), non esitiamo a trinciare giudizi epidermici, come se lì si preservasse l’ultimo straccio d’individualità o si decidesse la nostra appartenenza tribale. Al contempo guardiamo al giudizio come a un peccato imperdonabile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica (“non giudicate e non sarete giudicati”), quanto per una sorta di “political correctness” che ci ingiunge di finire ogni affermazione con una sfumatura interrogativa, come per lasciarci aperta una via di fuga. (…)
In un suo fortunato pamphlet, intitolato What happened to Art Criticism (2003), James Elkins scriveva: “Negli ultimi tre o quattro decenni, i critici hanno cominciato a evitare ogni giudizio, preferendo descrivere o evocare l’arte invece di dire che cosa ne pensano. Nel 2002, un’inchiesta ha accertato che giudicare l’arte è l’obiettivo meno ambito tra i critici d’arte americani, mentre il più ambito è, semplicemente, quello di descriverla: è uno strano capovolgimento, altrettanto sorprendente di un’ipotetica rinuncia dei fisici a comprendere l’universo, per limitarsi a valutarlo”. La rinuncia al lavoro del giudizio si accompagna di solito all’immediatezza di giudizi epidemici (“mi piace/non mi piace”), magari pronunciati solo nel proprio gruppetto di appartenenza.
Considerando il tutto da un punto di vista letterario, come detto, mi pare che un paio di evidenze risaltino in maniera importante. La prima, è che probabilmente anche in letteratura è successo ciò che l’articolo denuncia nel panorama artistico, ovvero l’avvento di una ampia generazione di “critici” (o presunti tali) che hanno in buona sostanza rinunciato al loro compito istituzionale di rilevatori e segnalatori (si spera adeguatamente preparati) della bontà di un’opera letteraria, cercando quindi di divenire il più possibile funzionali – ovvero graditi – ai soggetti che dominano il mercato editoriale nostrano. Un amico gallerista chiama queste figure – con espressione assai felice e azzeccata – “critici a ritenuta d’acconto”, ovvero: tu pagami, e io farò in modo di parlar bene del tuo libro, anche se è una emerita schifezza. Ciò, ovviamente, per mirare a favori di scambio svariati e assortiti in perfetto stile italico contemporaneo: meglio disfarsi della spina dorsale ma con ciò guadagnandosi una rendita tranquilla – sociale ed economica, e magari pure una certa notorietà, finendo a scrivere per questo o quel celebre e rinomato quotidiano… – piuttosto che fare il critico barricadero, obiettivo e sincero ma, per ciò, inevitabilmente stroncante (in merito al valore letterario) buona parte dei titoli più in voga al giorno d’oggi e dunque inviso e boicottato da quegli stessi dominatori del mercato editoriale! (Magrissima consolazione: questo non è certo un fenomeno circoscritto soltanto a certi ambiti, dacché una tale categoria di “critici” è sempre più diffusa in ogni settore artistico: musica, cinema, arte visuale, letteratura…)
La seconda evidenza, sotto molti aspetti conseguenza della prima, è che oggi la critica conta sempre di meno, nella valutazione della letteratura edita. Paradossalmente, nell’era dell’informazione libera e “totale”, grazie alla quale la pluralità di voci e opinioni si può diffondere senza alcun ostacolo a tutto vantaggio del pubblico e della sua capacità cognitiva (mentre un tempo certi critici fin troppo “imponenti”, se decidevano per chissà quali motivi validi o meno di stroncare un libro, per quel libro il destino era inesorabilmente segnato!), la critica letteraria è sempre più messa al margine del panorama editoriale da quelle già citate strategie di mercato turboconsumistiche sulle quali oggi i grandi editori – branche di ancor più grandi gruppi industriali il cui solo scopo è la potenza economica e finanziaria, non certo la diffusione di cultura – basano la propria azione: così succede che (giusto per citare nuovamente ad esempio quel libro a cui mi riferivo in principio e che ha così furoreggiato, la scorsa estate) testi totalmente e indubitabilmente stroncati dalla critica, che per tale motivo un tempo non sarebbero nemmeno usciti dalla tipografia e spediti alle librerie, oggi vendano migliaia se non milioni di copie, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsiasi bontà, valore, qualità letteraria e culturale, che magari qualche critico che non alzi ancora bandiera bianca abbia citato come dimenticate se non sfregiate da testi di siffatta specie e natura, restando però totalmente inascoltato.
La domanda, dunque, sorge spontanea: ha ancora un senso la critica letteraria, se poi basta qualche bella paginona sui quotidiani nazionali e/o una sviolinata televisiva nel talk show del momento per vendere pure la peggior nefandezza in forma di libro? (Sia chiaro, ora sto parlando in senso generale, non mi sto direttamente riferendo a quel testo preso ad esempio poco fa e che non ho letto, dunque non potrei certo permettermi di definire “nefandezza”. Leggo la critica, semmai, e sul merito ne ricavo certe considerazioni personali, non di più.)
E’ una bella domanda, che segnala tutta la drammaticità di quel circolo vizioso innescato, appunto, dalla progressiva messa al bando della cultura, quella autentica e dunque fruttuosa, a favore dell’economia di mercato, il voltaspalle alla letteratura “importante” a favore di quella da hard discount, imposta con tecniche promozionali tipiche di tale industria. Da par mio, a quella domanda non posso che dare una risposta secca e fermissima: certo che serve la critica, a patto che sia vera critica, che sia libera, indipendente, obiettiva, illuminante, didattica, istruttiva. Capace, insomma, di riaffermare la propria fondamentale importanza nel processo letterario-editoriale con prestigio e carisma, e senza alcuna leccaculaggine, naturalmente! Perché è certamente vero che è il pubblico a sancire il successo di un’opera – che sia letteraria, artistica o che altro – ma è anche vero che oggi buona parte del pubblico è stato messo nella condizione di non possedere più adeguati mezzi cognitivi e valutativi, dunque di essere facilmente manipolabile – è quanto ha richiesto la società consumistica nella quale è drammaticamente decaduto il capitalismo originario, ormai la cosa è chiara a tutti, spero. Deve saper ritrovare, la buona critica, la forza che è andata svanendo con gli anni, imponendo nuovamente un’idea di letteratura (edita) che non sia mai disgiunta dal concetto di cultura. Incominciando, magari, a svincolarsi dai diktat calati dall’alto (ovvero, lo ribadisco, da chi domina oligipolisticamente o vorrebbe dominare sempre più il mercato) e finalmente a dire, sui media nazional-popolari e con valide argomentazioni a sostegno (senza atteggiamenti puerilmente manichei, dunque, come anche segnala l’articolo di Exibart.onpaper), che un libro è veramente brutto, quando è effettivamente tale, ovvero che è degno di grande attenzione, viceversa – e, sia chiaro, quand’anche venga dal più sconosciuto degli autori e sia pubblicato dalla più microscopica casa editrice.
Non ci vuole molto, bassa essere fondamentalmente onesti, con sé stessi, con il pubblico e con la società verso la quale le proprie parole vanno, nonché verso la cultura della quale si è (o si pretende di essere) paladini. Perché, alla fine, ognuno è libero di comprare e leggere qualsiasi libro voglia, anche il più orribile, ma nessuno ha il diritto di ingannare il lettore, di qualsivoglia natura sia.

Una recensione della “recensione”, ovvero: ma la critica letteraria ha ancora un senso, oggi?

4a6ed5776c2b4Vi propongo qualche articolata riflessione sulla critica letteraria, per allietarvi le afose giornate agostane e non concedervi un eccesivo relax intellettuale… Scherzi a parte, un recente articolo sulla rivista culturale Studio, dal titolo Vita e morte della recensione e a firma di Francesco Guglieri, è tornato su un argomento a me “caro”, tanto da averne disquisito più volte in passato ritenendolo parecchio emblematico circa lo stato del panorama editoriale e letterario contemporaneo – non solo nostrano.
Guglieri, scrivendo dell’ultimo lavoro cinematografico di Martin Scorsese The 50 Years Argument – docufilm dedicato alla storia della New York Review of Books, forse la più famosa e autorevole fonte di recensioni letterarie che vi sia mai stata, si è posto alcune domande sul senso e sul valore della recensione di libri oggi, e su che ancora possano avere una qualche utilità ovvero se non siano ormai qualcosa in via di estinzione per “asfissia critica”…
Questi alcuni passi interessanti dell’articolo:

L’esperienza della NYRB resta un modello. Tanto più in un momento come questo in cui la recensione come luogo di formazione di un giudizio (cosa diversa da un’opinione: quella ce l’abbiamo tutti) e articolazione della discussione pubblica non se la passa tanto bene.

È la disintermediazione, bellezza. Quando Fortini, in Verifica dei poteri, parlava «dell’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione» era il 1960, e descriveva l’imporsi dell’industria culturale in Italia paragonandola alla «motorizzazione dei centri urbani». Certo, vista da qui la temuta «industria culturale», soprattutto se paragonata a quella di altri Paesi, più che dell’industria aveva le dimensioni di una fabbrichetta di famiglia, ma fu comunque un cambiamento delle strutture e dei soggetti coinvolti nel processo di produzione del valore (letterario). Poca cosa rispetto a oggi quando, per dire, il 45% degli acquisti librari su Amazon è generato dagli algoritmi di accoppiamento del tipo “Chi ha acquistato questo articolo ha acquistato anche”.

Il fatto è che una recensione non serve a comprare un libro, non è un «consiglio per l’acquisto», neanche «il consiglio di un amico di cui ti fidi». Non serve a far leggere un libro, tanto meno a «far leggere in generale» (cosa vuole dire poi? Questa valorizzazione della lettura in sé andrebbe studiata a parte). Ho sempre pensato che una buona recensione non preceda la lettura del libro, ma la segua: la posta in gioco non è se devo o non devo leggere questo o quel libro, ma cosa fare di ciò che ho letto, come metterlo in relazione con i libri che lo precedono e con il mondo che lo seguirà.

Altrimenti è il trionfo del Mi piace/non mi piace. Il perché lasciamolo spiegare a Martin Amis: «Credo che Gore Vidal sia stato il primo a dirlo, non proprio sarcasticamente, ma senz’altro con vivace scetticismo. Secondo lui, ormai, non esistono più modi di sentire più autentici, e quindi più importanti, di altri. Questo è il nuovo credo, il nuovo privilegio. È un privilegio largamente esercitato al giorno d’oggi nel campo delle recensioni, sul web come nelle rubriche letterarie dei giornali. Il recensore accoglie con degnazione l’arrivo del nuovo romanzo o volumetto che sia, vi si addentra rimanendo sulla difensiva, si concentra su cosa prova nel corso della lettura, se cose belle o cose brutte. L’esito di questo incontro fornirà i dati su cui si baserà la sua recensione, senza alcun riferimento a quanto vi è dietro. E quanto vi è dietro, ahimè, è il talento, il canone e quel corpo di conoscenze che va sotto il nome di letteratura» (è la prefazione a “La guerra contro i clichè”, traduzione di Federica Aceto: sì, una raccolta di recensioni).

Sono sostanzialmente le stesse argomentazioni sviluppate dal sottoscritto in un articolo di più di due anni fa, significativamente intitolato Se la critica letteraria è ormai in condizioni critiche, quando partendo dallo pseudo-fenomeno editoriale del famigerato Cinquanta sfumature di grigio – allora all’apice della sua notorietà – riflettevo su come sempre più la grande editoria si stesse e si stia trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore: la critica, appunto.
Citavo – e cito di nuovo qui, ora, un altro bell’articolo sulla questione pubblicato sul numero 77 di Exibart.onpaper (cioè il magazine di Exibart, media tra i più noti tra quelli che in Italia si occupano di arte, contemporanea in particolare), a pagina 31, intitolato Quel che resta del giudizio, il quale contiene parecchie interessanti riflessioni su cosa sia la critica in ambito artistico visuale, che a mio parere risultano ugualmente interessanti se trasportate nell’ambito letterario.
Così recitano le parti salienti dell’articolo:

Di fronte all’esercizio della nostra facoltà di giudicare, due forze sembrano contendersi il campo del contraddittorio individualismo di massa di cui siamo parte: da un lato ci teniamo a distinguerci e a essere originali, e, specie nell’ambito di ciò che appare (moda, arte, stili di vita), non esitiamo a trinciare giudizi epidermici, come se lì si preservasse l’ultimo straccio d’individualità o si decidesse la nostra appartenenza tribale. Al contempo guardiamo al giudizio come a un peccato imperdonabile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica (“non giudicate e non sarete giudicati”), quanto per una sorta di “political correctness” che ci ingiunge di finire ogni affermazione con una sfumatura interrogativa, come per lasciarci aperta una via di fuga. (…)In un suo fortunato pamphlet, intitolato What happened to Art Criticism (2003), James Elkins scriveva: “Negli ultimi tre o quattro decenni, i critici hanno cominciato a evitare ogni giudizio, preferendo descrivere o evocare l’arte invece di dire che cosa ne pensano. Nel 2002, un’inchiesta ha accertato che giudicare l’arte è l’obiettivo meno ambito tra i critici d’arte americani, mentre il più ambito è, semplicemente, quello di descriverla: è uno strano capovolgimento, altrettanto sorprendente di un’ipotetica rinuncia dei fisici a comprendere l’universo, per limitarsi a valutarlo”. La rinuncia al lavoro del giudizio si accompagna di solito all’immediatezza di giudizi epidemici (“mi piace/non mi piace”), magari pronunciati solo nel proprio gruppetto di appartenenza.

Come noterete, anche in ambito artistico le conclusioni sono le stesse – non casualmente, ovvio, per come il sistema che governa l’espressività artistica in genere, sia essa visiva, letteraria, cinematografica eccetera, è comunque quello, dotato di proprie regole ben determinate, imposte e virtualmente inappellabili, se non si vuole passare per degli eretici da mettere al bando (del sistema stesso, intendo).
Infatti, considerando il tutto da un punto di vista letterario, appunto, mi pare che un paio di evidenze risaltino in maniera importante. La prima, è che probabilmente anche in letteratura è successo ciò che l’articolo denuncia nel panorama artistico, ovvero l’avvento di una ampia generazione di “critici” (o presunti tali) che hanno in buona sostanza rinunciato al loro compito istituzionale di rilevatori e segnalatori (si spera adeguatamente preparati) della bontà di un’opera letteraria, cercando quindi di divenire il più possibile funzionali – ovvero graditi – ai soggetti che dominano il mercato editoriale nostrano. Un amico gallerista chiama queste figure – con espressione assai felice e azzeccata – “critici a ritenuta d’acconto”, ovvero: tu pagami, e io farò in modo di parlar bene del tuo libro, anche se è una emerita schifezza. Ciò, ovviamente, per mirare a favori di scambio svariati e assortiti in perfetto stile italico contemporaneo: meglio disfarsi della spina dorsale ma con ciò guadagnandosi una rendita tranquilla – sociale ed economica, e magari pure una certa notorietà, finendo a scrivere per questo o quel celebre e rinomato quotidiano – piuttosto che fare il critico barricadero, obiettivo e sincero ma, per ciò, inevitabilmente stroncante (in merito al valore letterario) buona parte dei titoli più in voga al giorno d’oggi e dunque inviso e boicottato da quegli stessi dominatori del mercato editoriale! (Magrissima consolazione: questo non è certo un fenomeno circoscritto soltanto a certi ambiti, dacché una tale categoria di “critici” è sempre più diffusa in ogni settore artistico: musica, cinema, arte visuale, letteratura…)
La seconda evidenza, sotto molti aspetti conseguenza della prima e similare a quanto rilevato dall’articolo di Guglieri su Studio, è che oggi la critica conta sempre di meno, nella valutazione della letteratura edita. Paradossalmente, nell’era dell’informazione libera e “totale”, grazie alla quale la pluralità di voci e opinioni si può diffondere senza alcun ostacolo a tutto vantaggio del pubblico e della sua capacità cognitiva (mentre un tempo certi critici fin troppo “imponenti”, se decidevano per chissà quali motivi validi o meno di stroncare un libro, per quel libro il destino era inesorabilmente segnato!), la critica letteraria è sempre più messa al margine del panorama editoriale da quelle già citate strategie di mercato turboconsumistiche sulle quali oggi i grandi editori – branche di ancor più grandi gruppi industriali il cui solo scopo è la potenza economica e finanziaria, non certo la diffusione di cultura – basano la propria azione: così succede che (giusto per citare nuovamente ad esempio quel libro a cui mi riferivo in principio e che ha così furoreggiato, la scorsa estate) testi totalmente e indubitabilmente stroncati dalla critica, che per tale motivo un tempo non sarebbero nemmeno usciti dalla tipografia e spediti alle librerie, oggi vendano migliaia se non milioni di copie, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsiasi bontà, valore, qualità letteraria e culturale, che magari qualche critico che non alzi ancora bandiera bianca abbia citato come dimenticate se non sfregiate da testi di siffatta specie e natura, restando però totalmente inascoltato.
La domanda, dunque, già in quel mio articolo di quasi tre anni fa sorgeva spontanea, e tutt’ora ugualmente sorge: ha ancora un senso la critica letteraria, se poi basta qualche bella paginona sui quotidiani nazionali e/o una sviolinata televisiva nel talk show del momento per vendere pure la peggior nefandezza in forma di libro?
E’ una bella domanda, che segnala tutta la drammaticità di quel circolo vizioso innescato, appunto, dalla progressiva messa al bando della cultura, quella autentica e dunque fruttuosa, a favore dell’economia di mercato, il voltaspalle alla letteratura “importante” a favore di quella da hard discount, imposta con tecniche promozionali tipiche di tale industria. Da par mio, a quella domanda non posso che dare una risposta secca e fermissima: certo che serve la critica, a patto che sia vera critica, che sia libera, indipendente, obiettiva, illuminante, didattica, istruttiva. Capace, insomma, di riaffermare la propria fondamentale importanza nel processo letterario-editoriale con prestigio e carisma, e senza alcuna leccaculaggine, naturalmente! Perché è certamente vero che è il pubblico a sancire il successo di un’opera – che sia letteraria, artistica o che altro – ma è anche vero che oggi buona parte del pubblico è stato messo nella condizione di non possedere più adeguati mezzi cognitivi e valutativi, dunque di essere facilmente manipolabile – è quanto ha richiesto la società consumistica nella quale è drammaticamente decaduto il capitalismo originario, ormai la cosa è chiara a tutti, spero. Deve saper ritrovare, la buona critica, la forza che è andata svanendo con gli anni, imponendo nuovamente un’idea di letteratura (edita) che non sia mai disgiunta dal concetto di cultura. Incominciando, magari, a svincolarsi dai diktat calati dall’alto (ovvero, lo ribadisco, da chi domina oligipolisticamente o vorrebbe dominare sempre più il mercato) e finalmente a dire, sui media nazional-popolari e con valide argomentazioni a sostegno (senza atteggiamenti puerilmente manichei, dunque, come anche segnala l’articolo di Exibart.onpaper), che un libro è veramente brutto, quando è effettivamente tale, ovvero che è degno di grande attenzione, viceversa – e, sia chiaro, quand’anche venga dal più sconosciuto degli autori e sia pubblicato dalla più microscopica casa editrice.
Non ci vuole molto, bassa essere fondamentalmente onesti, con sé stessi, con il pubblico e con la società verso la quale le proprie parole vanno, nonché verso la cultura della quale si è (o si pretende di essere) paladini. Perché, alla fine, ognuno è libero di comprare e leggere qualsiasi libro voglia, anche il più orribile, ma nessuno ha il diritto di ingannare il lettore, di qualsivoglia natura sia.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.