Che “ridere”, i razzisti!

[Foto di Clay Banks da Unsplash.]
A prescindere dai vari episodi registrati negli anni dalle cronache, inclusa l’ultima vicenda di George Floyd, fa sempre parecchio sorridere – in senso sarcastico, sia chiaro – l’atteggiamento dei razzisti e degli xenofobi nei confronti degli individui contro i quali si scagliano. È “divertente” e grottesco vedere come essi, con quei loro atteggiamenti e con le parole che li accompagnino, siano convinti di mettere in atto una prova di forza e di superiorità verso i loro “bersagli”, sui quali si vogliono mostrare e far credere vincenti, quando il loro modo di agire è la prova perfetta, ancorché non necessaria, della loro debolezza, dell’inferiorità e della sconfitta che stanno subendo, la quale ha origine proprio dalla fobìa incontrollata ovvero da una condizione psicologica di timore e di conseguente soggezione. Sarebbe logico, d’altro canto, avere paura di ciò verso cui ci si dice più forti e superiori? Ovviamente no: non c’è nessuna logica in tale comportamento, ovvero c’è ma nel senso opposto a quello che razzisti e xenofobi vorrebbero fra credere, ove essi si rendano conto di essere la parte perdente del confronto e reagiscano in modo così disperato, e disperatamente irrazionale, esattamente come chi sia costretti a impegnarsi in un confronto sapendo già di uscirne sconfitto.

Ma, credo, c’è un’altra evidenza piuttosto palese dalla quale si genera la fobìa e l’odio verso l’altro ritenuto “nemico”, sia esso l’immigrato, lo straniero, la persona LGBT, la donna, eccetera. C’è l’evidenza che quegli individui fobici e violenti capiscono perfettamente – e non riescono a negarselo: anche da questo nasce la loro aggressività, che è pura, irresolvibile frustrazione – che i “loro” nemici sono, o possono essere, migliori di loro. Ad esempio, nel caso italiano, razzisti e xenofobi che si scagliano contro gli immigrati sanno bene che, salvo le ovvie eccezioni, tali immigrati se ben eruditi ai valori e alla cultura del paese ove sono giunti, e se inclusi in modo virtuoso nella sua società civile, sarebbero, sono e saranno cittadini migliori di quei razzisti (e non ci vuole molto per esserlo, d’altro canto). Ciò fin dalle basi, ovvero dal saper evitare di assumere quegli atteggiamenti tanto incivili e barbari, propri di persone indegne di essere considerate “contemporanee” e prive di valore umano. Atteggiamenti che sono qualcosa di antitetico al senso stesso di “società nazionale”, ancor più se interpretata nei modi che quelle stesse persone portano a loro pregio ma che nel concreto invece la società la indeboliscono fino a farla implodere su se stessa ben più di qualsiasi “invasione” (o di altre simili invenzioni), altra prova in forma di schizofrenica ossessione della loro estrema debolezza.

Consigli di lettura: Fabio Mini, “Che guerra sarà”

Gli anni Venti di questo XXI secolo saranno ben difficilmente un periodo di pace. Non a caso sono cominciati, proprio nei primi giorni dell’anno in corso, con un bombardamento scellerato – quello USA in Iraq -, inoltre la presenza sullo scacchiere internazionale di “leader” politici a dir poco inquietanti, che genera una situazione geopolitica parecchio infuocata e ricolma di possibili scenari bellici su piccola o più vasta scala, lascia speranze per un mondo pacifico assai fievoli.

Dunque la domanda non è se ci sarà o meno una guerra, nel prossimo futuro, perché la risposta è scontata: sì, ci sarà. Alla faccia di tutti noi, mi vien da dire, comuni cittadini e abitanti di un pianeta per il quale, a fronte d’un precedente secolo di conflitti e massacri vari e assortiti,  ancora ambiamo a ideale di pace, prosperità, progresso, evoluzione civica e culturale… per poi ritrovarci (a causa nostra, sia chiaro) leader di quella risma con tutta la loro pericolosa propaganda bellica e rissaiola, che prima o poi qualche grosso danno lo combina e lo cagionerà, inevitabilmente. Danno che, nel mondo globalizzato odierno, finisce e finirà per colpire chiunque, in maniera più o meno diretta, come abbiamo ben sperimentato in tempi recenti.

E quindi come sarà, questa guerra – o questi conflitti, dato che saranno sicuramente più d’uno? Cerca di ipotizzarlo, su basi e dati oggettivi e concreti, il generale di corpo d’armata dell’esercito italiano Fabio Mini in Che guerra sarà(Il Mulino, 2017), libro di un paio d’anni fa che tuttavia le circostanze attuali rendono quanto mai consono a questo inizio di decennio, nel quale Mini rende del tutto palesi e ben comprensibili i pericoli bellici che il pianeta sta correndo, anche nucleari e dunque potenzialmente devastanti su scala globale. D’altro canto il libro evidenzia bene anche come il genere umano, così boriosamente definitosi Sapiens, continua a ritenere la guerra l’affare più lucroso che esista (ovvero che abbia mai inventato), e dunque come i conflitti sparsi per il mondo, piccoli o grandi che siano, diventano necessari alla macchina del potere e della finanza ad esso correlata che questo mondo fa girare. Ovviamente a vantaggio di pochi e con buona pace dei milioni di innocenti che ogni anno finiscono vittime di quelle guerre.

In fondo, non è proprio l’uomo l’unica specie vivente sul pianeta talmente “intelligente” da aver conseguito la facoltà di autodistruggersi con le proprie mani (armi)? E, come sempre, chi semina vento raccoglie(rà) tempesta, prima o poi. Inevitabilmente, appunto.

Le comiche geopolitiche

Scusate se mi permetto la seguente osservazione dacché, ribadisco, non mi occupo di “politica” nel senso italico del termine e nemmeno dei suoi rappresentanti, ma leggere sui media degli attuali presidente del consiglio e ministro degli esteri italiani che si “occupano” di crisi internazionali e questioni geopolitiche globali mi fa tornare in mente quella meravigliosa comica di Stanlio e Ollio dal titolo (in italiano)La scala musicale, con i due protagonisti nelle vesti di trasportatori alle prese con un pianoforte da consegnare, il quale alla fine non farà una gran bella fine – e i due nemmeno…

Ecco, questo mi hanno fatto venire in mente.
E con tutto il rispetto del caso, eh! – per gli insuperabili Laurel & Hardy, intendo dire.
Già.

Una cosa evidente, sull’immigrazione

Sulla questione “immigrazione”, in ogni caso, un’evidenza prima di ogni altra mi pare palesemente certa: in questi anni nessuno di alcun ambito politico, e ribadisco nessuno (inclusi tanti sedicenti “esperti”), ha mai voluto o tentato di comprendere realmente il fenomeno migratorio, che è un fenomeno geostorico, antropologico e sociologico prima che politico. E infatti soltanto sociologi e antropologi (ma nemmeno tutti, pure qui) nel tempo hanno tentato di mettere in luce la complessità del fenomeno e la necessità di una sua approfondita conoscenza al fine di determinare le migliori politiche per la sua gestione – qualsiasi essa sia, permissiva o repressiva. Dei politici, invece, mai nessuno.

Col risultato di un peggioramento della realtà del fenomeno stesso, e con la proporzionale crescente (e di questo passo irrisolvibile) difficoltà di controllo. Gli ambiti politici di destra hanno utilizzato e utilizzano un approccio di natura meramente xenofoba e razzista camuffato da “difesa dei confini” o altro di simile; quelli di sinistra continuano ad assoggettarsi a una visione globalista che, al di là del reciproco “volemose bene” del momento, dimentica del tutto la portata storica del fenomeno e le conseguenze socioeconomiche. Entrambi sono atteggiamenti rovinosi e perdenti, per motivi uguali e opposti nonché, ribadisco, perché non fanno altro che osservare la superficie del fenomeno e lì si fermano, senza alcun approfondimento. Respingono o ammettono ma non riflettono, non ponderano, agiscono nel “qui e ora” (modus operandi ormai tipico della politica odierna) senza considerare il passato e senza programmare il futuro. Non vogliono comprendere che i fenomeni migratori sono, nel bene e nel male, parte integrante della mobilità delle genti umane nello spazio e nel tempo, connotando l’esistenza stessa e il valore vitale dell’Homo Sapiens. Sono come un fiume il cui corso e il defluire vadano studiati e regimentati. E se si cerca di bloccarlo, un tale fiume, ovvero se lo si lascia totalmente libero di scorrere, finisce inesorabilmente per fare danni, in entrambi i casi e in relazione al tempo che viviamo e a come abbiamo costruito il mondo nel quale viviamo. Che è il “territorio” in cui scorre quel fiume (e ne scorrono tanti altri): se sbarriamo drasticamente le sue acque, la pressione prima o poi abbatterà lo sbarramento, e se invece lo lasciamo libero di esondare ovunque finirà per fare disastri anche dove non dovrebbe. Qual è la soluzione migliore, dunque? Ovviamente degli argini ben concepiti e studiati, che diano libertà di scorrimento all’acqua ma che evitino che la stessa possa causare danni, rendendola anzi un potenziale bene prezioso per chiunque.
Ecco.

Per giunta, non solo quelle due opposte “fazioni” agiscono in modi inadeguati alla gestione virtuosa del fenomeno migratorio ma, per il solito infantilismo che attanaglia la politica di oggi, non fanno altro che scontrarsi e battagliare l’uno contro l’altro. Un disastro nel disastro, insomma.
Eppure, fermarsi a riflettere qualche istante in più sulla questione è – sarebbe – la cosa più semplice e logica da fare; di contro, nella nostra epoca governata da una politica fatta di slogan e fake news anziché da fatti concreti e visioni del futuro, la logica è ormai stata bandita, troppo poco funzionale agli interessi di potere, troppo bisognosa di un’azione che all’elettore contemporaneo non viene più richiesta, anzi, viene drasticamente deprecata: il pensiero.

Poi, ribadisco, di cose utili e preziose da mettere in atto al riguardo – rispetto del diritto internazionale e adeguamento delle leggi nazionali, migration partnerships aggiornate, corridoi umanitari e canali regolari controllati, eventuali tetti d’ingresso, politiche di inclusione (e non di integrazione – prima o poi tornerò su questa fondamentale differenza) adeguate ed efficaci, eccetera – ce ne sono da fare, bell’e pronte e scientificamente verificate. Ma se l’interesse di chi se ne dovrebbe occupare, in un senso o nell’altro, è quello di promuovere e cavalcare l’aggravamento della questione per meri fini propagandistici ed elettorali, a scapito dell’intero paese e della sua società, allora la regola resta sempre quella: chi semina vento raccoglie tempesta. E basta.

(L’immagine in testa al post, puramente illustrativa – i dati risalgono al 2011 – è tratta da qui. Cliccateci sopra, per ingrandirla.)

Davide Enia, “Appunti per un naufragio”

Nullus locus sine genio, “nessun luogo è senza Genio” ha scritto Servio nei suoi celeberrimi Commenti alle opere di Virgilio. Ci sono luoghi nei quali il Genius si mostra intenso da subito, in forza di un territorio dotato di grandi peculiarità ambientali da cui scaturisce una concezione del paesaggio oltre modo vivida; altrove invece il Genius diventa compendio discreto di elementi più piccoli, meno appariscenti, oppure abbisogna di un dialogo maggiormente fitto e costante con le genti che ne abitano il territorio e vi si relazionano. Una condizione, questa seconda, che rimanda direttamente alla definizione contemporanea di “Genius Loci” formulata dall’architetto norvegese Christian Norberg-Schulz e divenuta basilare nella teoria architettonica odierna: «In genere, si può dire che i significati radunati dal luogo costituiscono il suo Genius Loci.»
Ecco, a prescindere dai territori, dalle loro morfologie naturali, dai paesaggi più o meno suggestivi e da ogni altro elemento fisico, anche umano ma storicizzato, oggi vi sono senza dubbio luoghi che attirano a sé, quando non elaborano autonomamente, significati molteplici e intensi, tanto più se derivanti da vicissitudini geostoriche recenti la cui manifestazione va oltre il luogo stesso e i suoi “confini”. Lampedusa è certamente uno di questi luoghi, in forza dell’essere diventato il centro geografico, sociologico, antropologico, politico e quant’altre cose affini dell’intero bacino Mediterraneo, o quanto meno della sua parte più compressa tra le terre europee e africane, e dell’esserlo diventato in modo drammatico, a volte anche spaventosamente tragico. Un’isola minuscola eppure gigantesca, nella storia che le viene scritta addosso, uno scoglio sul quale naufragano innumerevoli battelli di disperati e con essi speranze, sogni, chimere ma pure, di contro, che consente rinascite, resurrezioni da vite precedenti troppo brutte per poter essere ancora vissute, che rappresenta una “meta” fondamentale senza esserlo quasi mai, anzi sovvertendo il senso stesso del termine, del concetto di “viaggio” e del “confine” che rappresenta. Un confine che laggiù è naufragato esso stesso, insieme a e anche più dei barconi che troppe volte s’inabissano nelle acque prossime all’isola. E insieme alla dignità di un mondo tanto agiato quanto meschino, ahinoi.
Ciò che invece non potrà mai naufragare è quella “storia inscritta sul luogo” di cui l’isola è ormai protagonista suo malgrado da venticinque anni, e dunque non può e non deve mai naufragare la narrazione che scaturisce continua, imponente, irrefrenabile dalla sua dimensione vitale quotidiana: lo ha compreso bene Davide Enia, forte della propria grande e poliedrica sensibilità autorale, che decide – da fiero siciliano, dunque “figlio” della stessa acqua che bagna la sua isola natale e, poco più a Sud, Lampedusa – di dare una voce, scritta e non solo, ovvero uno strumento letterario a quella narrazione, peraltro così “umana” da non poter non penetrare rapidamente nei corpi, nelle menti e nell’animo di chiunque la intercetti, nelle vite, nella quotidianità, nella propria esistenza ordinaria anche quando apparentemente lontana da ciò che accade sull’isola. Tutto questo è Appunti per un naufragio (Sellerio Editore, 2017), un romanzo che non è un “vero romanzo” per come non abbia una trama convenzionale (nel senso che a ben vedere non ce l’ha proprio), una sorta di diario che tuttavia non mette in fila giorni e settimane ma visioni, emozioni e suggestioni, un quaderno di appunti solo apparentemente disordinati dacché in realtà profondamente logici per come sappia indicare, illuminare, palesare i tanti significati che, oggi, danno corpo al Genius Loci di Lampedusa, certamente tra i più tormentati eppure frementi di questa parte di mondo []

(Leggete la recensione completa di Appunti per un naufragio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)